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Il 22 febbraio a Bologna presentato il primo regolamento sull’amministrazione condivisa

21 febbraio 2014 | Cantieri Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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    locandina bologna

    Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno, fra le altre cose, anche di amministratori comunali capaci di amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.

     Il progetto Le città come beni comuni www.cittabenicomuni.it ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo auspicabile, ma anche possibile.

    Il progetto, iniziato nel giugno 2012, è stato promosso e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e realizzato dal Comune di Bologna con il supporto scientifico di Labsus-Laboratorio per la sussidiarietà e la collaborazione del Centro Antartide. I risultati del progetto saranno presentati il 22 febbraio prossimo con la partecipazione tra gli altri del ministro Delrio.

    link al programma

     Questa iniziativa ha ricevuto

     MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA
    DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Oggi molti amministratori locali, fra cui il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna,  hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità. Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus www.labsus.org  intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello di amministrazione tradizionale. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione fra cittadini e amministrazioni. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama così proprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

    Partire dalle cose, non dalle regole

    “Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione”. Questo è stato il metodo di lavoro seguito dal progetto di Bologna Le città come beni comuni. Nella fase di avvio nei tre quartieri di Navile, San Donato e Santo Stefano si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie e poi, una volta entrati nella fase operativa, ci sono stati periodici  incontri per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento in modo tale da trarne indicazioni su come andare avanti, correggendo gli errori.

    Un regolamento che migliora nel tempo

    Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, ha redatto il regolamento comunale che disciplinerà la collaborazione fra cittadini e amministrazione. Sottoposto all’esame dei dirigenti del Comune e di giuristi di varie università e infine portato in Giunta per l’approvazione finale, il 22 febbraio il regolamento sarà messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia attraverso il sito di Labsus e altri siti.

    Ogni Comune potrà scaricarlo, adattandolo alle proprie esigenze. Le diverse versioni che man mano saranno elaborate nei vari Comuni saranno a loro volta pubblicate nel sito di Labsus, creando così nel tempo un patrimonio di normative locali a disposizione di tutte le amministrazioni.

    Ufficio stampa:

    Comune di Bologna
    Cristiano Zecchi – 335.1362368 – cristiano.zecchi@comune.bologna.it

    Labsus Laboratorio per la Sussidiarietà
    Fabrizio Rostelli – 339.6059376 – rostelli@labsus.net

    Centro Antartide
    Sara Branchini – 339.8412305 – sara.branchini@centroantartide.it

    Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
    Paola Frontera – 320.4395813 – ufficiostampa@fondazionedelmonte.it

    Qui il video della giornata di presentazione

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      A Napoli nasce la fondazione San Gennaro per promuovere la cultura dei beni comuni

      27 gennaio 2015 | Notizie Notizie

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        La missione dell’ente è, come recita lo slogan della stessa, innescare il cambiamento partendo dal basso. Tale cambiamento si sta attuando per volontà, in primis, di Don Antonio Loffredo, il quale dal primo momento del suo trasferimento ha sempre promosso la nascita di cooperative di giovani per permettere loro di vivere e guadagnare valorizzando le tradizioni locali.
        Alla creazione della fondazione hanno partecipato diverse organizzazioni (la Fondazione Grimaldi Onlus, la Feudi di San Gregorio S,P.A, la Caronte Srl, la Fondazione Pasquale Di Costanzo, le due Parrocchie di Santa Maria e di San Severo alla Sanità, l’Associazione co-Operazione San Gennaro,  la Rete San Gennaro, l’Altra Napoli Onlus, la fondazione Peppino Vismara e la fondazione Alberto e Franca Riva Onlus) le quali insieme sono riuscite a conferire un capitale iniziale di 500mila euro, che la Fondazione Con il sud ha raddoppiato per mezzo del matching grants (per cui ad ogni donazione di un privato corrisponde l’analoga offerta dell’ente) da sommare ad una speciale collezione d’arte contemporanea, frutto di doni dal valore di 684 mila euro.

        Tale somma permetterà di dare stabilità ai progetti già avviati sul territorio nel corso degli anni, come la gestione delle catacombe di San Gennaro, la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico ed artistico o l’assistenza per giovani e famiglie disagiate.
        “Nei prossimi 10 anni, obiettivo della Fondazione San Gennaro è dotarsi di un patrimonio di 2,5 milioni di euro, che con lo stesso sistema di raddoppio della raccolta  diventeranno 5″ spiega don Antonio.
        Questo tipo di cooperazione tra organizzazioni profit e no profit e tra pubblico e privato rappresenta una novità per il Sud che man mano si sta concretizzando e che ha permesso la costituzione di numerosi progetti a scopo sociale come: Iron Angels, La Paranza, Officina dei Talenti, Sanitansamble e Nuovo Teatro Sanità, per citarne alcune.

        Il riscatto del Rione

        Tra le guide turistiche, gli attori in erba e i piccoli artigiani, è il gruppo dei musicisti dell’orchestra Sanitansamble che, composta da 42 elementi tra gli 8 e i 16 anni, ha varcato i confini locali ed è stata è stata invitata a suonare all’Expo come motivo di gran richiamo. Le Fondazioni di comunità possono rappresentare una possibilità di diffusione della “cultura del bene comune” e pertanto essere considerate come strumento di sviluppo e sostegno per tutta la comunità sociale e divenire un’ulteriore occasione per sfruttare il potenziale del terzo settore. 

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          Catania: palestra abbandonata riapre grazie ai cittadini

          | Beni comuni Beni e attività culturali Infrastrutture Rapporti sociali Sviluppo della persona

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            Palestra1

            Il 13 dicembre 2014 un’assemblea pubblica promossa dalle organizzazioni Lomax, Mangiacarte e GAR, ha ufficialmente riaperto i battenti della palestra di piazza Lupo. Da struttura dedicata alla scherma, e successivamente abbandonata per numerosi anni, la palestra – situata nel centro cittadino – vive così una seconda vita, diventando luogo di diffusione della cultura, dell’arte e della creatività grazie all’impegno dei cittadini delle associazioni coinvolte. Il progetto “Palestra delle Arti e delle Culture” è gestito da una rete di associazioni lanciata da Alan Lomax e Mangiacarte e alla quale si è immediatamente unita Garage – che si occupa di comunicazione e creatività. Il progetto ha inoltre ricevuto la disponibilità di altre organizzazioni catanesi come Ciclofficina Etnea, il gruppo teatrale Il Punteruolo, il Circolo Arci Faber e l’organizzazione Aname Studio che si occupa di riciclo e recupero.

            Gli obiettivi del progetto

            Grazie all’impegno dei cittadini e alle competenze possedute dalle singole associazioni è possibile così dare vita a un “centro di quartiere polivalente e funzionale” – come definito dalla relazione del progetto – che ospiterà mostre, festival, workshop e altre numerose tipologie di attività. In tal modo è possibile riconsegnare ai catanesi una struttura pubblica inutilizzata, garantendo l’accesso alla cultura e all’arte ai numerosi cittadini che popolano l’area dei quartieri di San Berillo e Civita. Una zona della città che, al di fuori della presenza del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania, non garantisce sufficienti servizi culturali.
            Il progetto, inoltre, non intende porre vincoli o limiti alla partecipazione dei cittadini e delle associazioni e desidera guardare con particolare attenzione ai numerosi stranieri e alle fasce più giovani della popolazione, offrendo loro un luogo di aggregazione sociale e culturale.

            Una forma di “riappropriazione” di strutture abbandonate

            L’assemblea di apertura ha anche visto la presenza dell’assessore al bilancio e patrimonio del comune di Catania, Giuseppe Girlando, che ha annunciato alla stampa il proprio appoggio all’iniziativa e promesso l’approvazione di un regolamento comunale che disciplini la gestione partecipata degli immobili pubblici.
            La peculiarità del progetto risiede nell’accordo tra associazioni e comune di Catania, tramite l’applicazione dell’art. 2031 del Codice civile, che regolamenta la “gestione d’affari altrui” e, nel caso specifico, permette alle associazioni di migliorare le condizioni della struttura e gestirla offrendo servizi che l’amministrazione non è capace di fornire; ciò finché il comune di Catania non decida di rivalutare la destinazione della proprietà. L’intervento messo in atto, come tengono a precisare i promotori, non rappresenta un’occupazione, bensì una “riappropriazione”: la pratica infatti, servendosi dell’art. 2031 del Codice civile, si basa su un accordo con l’amministrazione e rappresenta una interessante tipologia di partecipazione e di integrazione tra cittadinanza attiva e amministrazione.

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             Scheda caso
            TitoloA Catania la palestra abbandonata riapre grazie ai cittadini
            ChiLe associazioni Lomax e Mangiacarte hanno riaperto l’edificio e creato una rete associativa alla quale ha da subito aderito anche l’associazione Garage. L’azione di recupero è stata supportata e promossa anche dal movimento GAR – Gruppo azione risveglio. L’amministrazione comunale di Catania ha fornito un simbolico supporto all’iniziativa.
            CosaIl progetto della “Palestra delle Arti e delle Culture” vuole avviare una serie di attività su arte, musica, cultura, rivolte a tutti i cittadini e in particolare a giovani e migranti.
            DoveLocali della ex palestra di scherma di piazza Lupo, a pochi passi dai quartieri di San Berillo e Civita, Catania.
            QuandoLa presa di possesso dei locali da parte del GAR è avvenuta già nel 2012, ma solo nel dicembre 2014 le associazioni Lomax e Mangiacarte ne hanno riaperto i locali grazie a un’assemblea organizzata il 13 dicembre.
            Bene comuneInfrastrutture urbane
            Meta-bene comuneBeni e attivitò culturali, integrazione, coesione sociale, sviluppo della persona
            ComeLe associazioni hanno prodotto una relazione nella quale vengono messi in evidenza i punti fondanti del progetto. Le organizzazioni sviluppano e promuovono attività di diverso tipo secondo le peculiarità di ognuna: Garage si concentra su creatività e nuove forme di comunicazione, Lomax su musica e teatro, Mangiacarte arte e cultura.
            DestinatariLa cittadinanza, con particolare attenzione ai giovani e ai migranti.
            RisorseIl progetto intende servirsi principalmente del lavoro e delle risorse messe a disposizione dai membri delle associazioni coinvolte nel progetto.
            ReplicabilitàLa modalità di riappropriazione, basata sull’art. 2031 del Codice civile, permette un’ampia replicabilità del fenomeno. La creazione di realtà reticolari di associazioni che si organizzano per la gestione del bene comune è allo stesso modo riproponibile.
            ReferentiLomax (stampa@lalomax.it e info@lalomax.it) e Mangiacarte (www.facebook.com/mangiacarte.libreriasociale). E’ possibile contattare l’assessorato al bilancio e al patrimonio del comune di Catania (http://www.comune.catania.it/il-comune/organi-di-governo/sindaco-e-giunta/assessori/girlando-giuseppe.aspx).
            FontiMeridionews: http://catania.meridionews.it/articolo/30075/lomax-e-mangiacarte-si-riparte-da-piazza-lupo-spazio-occupato-partecipato-aperto-alla-citta/ LiveSicilia: http://catania.livesicilia.it/2014/12/09/palestra-lupo-sabato-nuova-vita-il-gar-la-dona-alle-associazioni_320972/ “La Sicilia” - 10 dicembre 2014, p. 33 “La Sicilia” - 14 dicembre 2014, p. 35
            Data24/01/2015
            AutoreAgatino Sergio La Rosa


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              Breve storia dei beni comuni

              | Cultura Recensioni Senza categoria

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                commons - Copia

                Il primo autore ad essere analizzato è inevitabilmente Garrett Hardin, l’ecologo statunitense che, nel 1968, pubblicò il suo articolo dal titolo “La tragedia dei beni comuni” nel quale veniva affrontata l’inevitabile rovina che sarebbe toccata, di lì a poco, ai “common pool resources”.  Il sistema capitalista, infatti, secondo Hardin, non è in grado di autoregolarsi e, pertanto, tutto ciò che è collettivo è destinato ad essere distrutto dall’avidità del singolo che, infatti, “tenta di massimizzare il suo profitto senza curarsi della sorte del bene”. La soluzione suggerita dall’autore è da ricercarsi, dunque, nel diritto: solo garantendo diritti di proprietà ed eliminando la comunione del bene sarà possibile ovviare alla distruzione dei beni comuni.

                La speranza di Elinor Olstrom

                In risposta alle teorie di Hardin, Nespor espone il pensiero di Elinor Olstrom, la studiosa premio Nobel per l’economia nel 2009 che, negli anni ’70 si dimostrò critica nei confronti dell’inevitabile tragedia dei beni comuni: seppure ritenesse comunque il sistema capitalista un avversario ostile dei beni comuni, ella credeva che la tragedia pronosticata da Hardin fosse tutt’altro che inevitabile. I beni comuni sono infatti una miriade e molti di questi non sono affatto in pericolo. Ma la condizione per rendere evitabile la distruzione di tali beni è quella che impone agli utenti del bene comune di conoscersi, di comunicare e di prendere consapevolezza degli effetti delle loro scelte. Emerge pertanto la responsabilità politiche che la studiosa introduce, consegnando alle amministrazioni il compito di rendere il bene comune un protagonista delle comunità e delle relazioni tra cittadini.

                Carol Rose e le “risorse comuni”

                Nel 1986, Carole Rose, sulla base degli studi di Hardin e Olstrom, afferma che il “libero accesso a determinati beni non solo non ne comporta il depauperamento o la distruzione, ma produce benefici economici e sociali per l’intera collettività”. La tragedia ipotizzata dagli autori analizzati in precedenza, secondo Nespor, diviene, pertanto, una brillante “commedia”. Tali beni, infatti, sono in grado di generare valore per l’intera collettività: essi sviluppano commercio, scambio di beni, produzione e risultano, in definitiva, in grado di accrescere il benessere complessivo.

                Nascono nuovi beni comuni

                L’ultimo autore ad essere analizzato da Nespor è Charlotte Hess che, negli anni ’90, percepì il bisogno di ampliare il panorama dei beni comuni, andandovi ad includere le innovazioni tecnologiche che in quel periodo si stavano susseguendo. La proprietà intellettuale e lo sviluppo economico che esse generavano hanno imposto agli studiosi dei beni comuni di comprendere il cambiamento che tale fenomeno aveva subito da quando Hardin ne ipotizzo l’imminente distruzione.

                Pertanto, risulta necessario comprendere che tale fenomeno merita una trattazione oggettiva che sappia valutare con attenzione il contesto nel quale i beni comuni si sviluppano e vengono analizzati. In particolare, Charlotte Hess compì una distinzione importante: parlando di “nuovi beni comuni”, occorre distinguere i beni nuovi in quanto appena “scoperti” da quelli che risultano una novità in quanto appena inseriti all’interno della grande famiglia dei beni comuni. La distinzione tra “Wikipedia e le aragoste del Maine” è  quanto mai opportuna. Ciò che è certo, però, in conclusione, è la necessità di seguire quanto espresso da Stefano Rodotà in occasione delle campagne referendarie del 2011: “se tutto diventa bene comune niente può essere davvero giuridicamente protetto”.

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                  La memoria, bene comune dell’umanità

                  26 gennaio 2015 | Il punto di Labsus Notizie

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                    Coloro che si impegnano per dare peso e senso alla “Giornata della Memoria” sanno che devono fare i conti con spinte di varia origine a favore dell’oblio. A Roma la terza edizione di una cena per raccogliere fondi (promossa da Eataly con l’associazione Terra del Fuoco, che porta ragazzi di scuole italiane a Auschwitz per vedere i campi di sterminio) è stata annullata per mancanza di adesioni. “Forse si preferisce dimenticare” ha detto amaramente il presidente di Terra del Fuoco (Corriere della Sera, 13 gennaio 2015, cronaca di Roma). In realtà negli anni hanno lavorato alla “rimozione” anche inconfessabili scelte politiche: si scopre ora dopo settant’anni un “documentario didattico” sui campi di concentramento, che originariamente avrebbe dovuto “ricordare ai tedeschi quello che volevano non vedere”, richiesto al tempo a un molto motivato Alfred Hitchcock: lavoro che  fu poi abbandonato in un archivio di Londra, per favorire la integrazione anticomunista della Germania nella Guerra Fredda.

                    La vergognosa tendenza negazionista

                    Tra le conseguenze di questo nascondimento il sorgere negli anni in Germania, e non solo, della vergognosa tendenza “negazionista” circa la vicenda stessa della Shoah. La questione connessa al celebrare una giornata della Memoria così si precisa: non pone genericamente una questione di metodo (conoscere la verità, per non ripetere la storia), ma esige che l’apprendimento storico sia considerato irreversibile fondamento di una opposta scelta di civiltà. L’antisemitismo e il precipitare nella guerra “mondiale” sono parte di un’unica vicenda di distruzione del Novecento, che ancor oggi atterrisce.
                    Chi nega la dignità dell’essere umano non promuove la propria appartenenza a una qualche “razza superiore”, ma toglie ogni limite agli orrori possibili e degrada se stesso. Con l’Olocausto dello storico “capro espiatorio” ebreo la Germania, l’Italia, l’Europa tutta cessarono d’essere luoghi di civiltà, l’umanità si ridusse a presenze ferine. Chi “non volle sapere” che effettiva sorte toccasse ai perseguitati non salvò se stesso. Thomas Mann ha denunciato che non c’era stata “un’altra Germania”, il nazismo aveva avuto anche il consenso tacito di tutti quelli che comunque credevano al destino dei tedeschi “uberalles”. La giornata della Memoria serve a tener fermo questo contenuto determinato: non c’è una civiltà che s’afferma su altra, se si negano i fondamenti comuni dell’essere umano.

                    La solidarietà umana si costruisce nella storia

                    Dobbiamo vedere quanto questo punto fermo sia necessario ancor oggi. Per tutti. Prendere pretesto da una vignetta satirica per ammazzare persone non è esaltazione di un proprio dio, è la negazione dell’esistenza di quel dio. Come le principali religioni sono monoteiste, così il bene dell’umanità è indivisibile: se rispettiamo la vita, la rispettiamo in ciascun individuo e allo stesso tempo attribuiamo alla parola umanità un valore processuale, non meccanicamente progressivo. L’umanizzazione è un cammino storico in corso di sviluppo: una  possibilità per cui lottare, non un esito scontato di premesse di valore da tutti condivise. Il legame di ciascuno con chiunque altro è una “utopia necessaria” ha scritto di recente Stefano Rodotà: la solidarietà umana si costruisce nella storia, assumendo un modello normativo esigente e aperto. Alla base di questa scelta sta l’idea che, dopo l’Olocausto, “mai più si può consentire che popoli e nazioni tornino a guerre, stermini, atrocità dell’uomo sull’uomo”.

                    Dichiarazioni solenni, come la Carta dell’ONU e poi quella dei diritti umani hanno segnato uno spartiacque irreversibile, un’altra storia da allora è invocata, pretesa, possibile. Ma bisogna produrla ogni giorno. La memoria, di ciò che non deve più essere, è il fondamento del nuovo. E’ un bene comune dell’umanità. Prima, umanità non c’era. Ora, con la cura gelosa di questo bene, si custodisce un seme. La solidarietà umana può svolgersi, può dare frutti. Far valere principi e pari dignità. Tradurre in presenze e valori operanti quello che per miliardi di uomini era – ed è – ancora speranza.

                    I doveri morali delle religioni

                    Una rotazione completa di significati è avvenuta con la “discontinuità” storica attraverso cui la utopia dell’Umanità ha preso forma. Andrè Chouraqui, biblista algerino di fama internazionale, nel 2001 pubblicò un libro bellissimo sui Dieci Comandamenti. I doveri dell’uomo nelle tre religioni di Abramo (trad. it. Mondadori), offrendo una lettura trasversale e unitaria delle dieci Parole che scorrono in tutte e tre le religioni abramitiche, quella ebraica, quella cristiana e quella dell’islam. Egli chiamava i Comandamenti dichiarazione universale dei doveri dell’uomo e sottolineava che c’erano voluti tre millenni per arrivare ad un’analoga dichiarazione universale dei diritti, proclamata appunto dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1948. Come chiarì René Cassin, uno dei principali estensori della Carta dei diritti – presidente dell’Alleanza israelitica universale con cui Chouraqui collaborò per trent’anni – nelle intenzioni la Carta era un decalogo laico. Ci si era sforzati di “tradurre” in positivo i doveri morali delle religioni: non era più Dio a dare comandi, ma gli uomini stessi a proclamare come diritti e regole delle proprie organizzazioni politiche e sociali, i fondamenti per cui la divinità li costituiva appunto come soggetti responsabili. Con l’Olocausto, s’era capito che l’uomo deve restituire valore all’uomo nella storia: attraverso la Dichiarazione l’umanità per la prima volta appariva soggetto unitario. La parola di Dio poteva e doveva essere tradotta in parola dell’uomo.

                    Memoria bene comune: una nuova Storia

                    Gli amanti del “vivere tranquilli” s’illudono che serva  a qualcosa velare, attenuare, rimuovere la memoria di questa tragica responsabilità di tutti nel presente. Ignoranza e arroganza fanno strada insieme: l’America di George W. Bush ha riproposto l’idea di “guerra giusta”, ha usato le armi per imporre il proprio modello di democrazia. Odio e violenze terribili si sono moltiplicati, imprenditori della morte si sono serviti anche dei sentimenti religiosi. Le profonde vie della ragione, che avevano portato l’Assemblea dell’ONU a osare di fare del decalogo di Mosè la lingua nuova dei diritti dell’uomo, devono essere ritrovate. Ma è con la Memoria che la culla comune delle tre religioni monoteiste riemerge, riemergono le ragioni universali per cui nessun popolo può disconoscere il diritto dell’altro. I significati subiscono rotazioni impensate: i doveri sono anche diritti dell’uomo. Quando i popoli lo capiscono, comincia una nuova Storia. La complessità e la profondità delle ragioni che fanno del diritto alla dignità di ogni persona un valore fondante sono riassumibili in una sola espressione: bene comune dell’umanità è questa “memoria”, è con tale Memoria infatti che l’Umanità comincia a esistere.

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                      Due nuovi appuntamenti per Labsus: il 30 gennaio a Livorno, il 31 a Salerno

                      | Cantieri Regolamento amministrazione condivisa

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                        arena beni comuni

                        L’incontro pubblico organizzato dall’amministrazione livornese, dedicato alla presentazione del Regolamento ideato da Labsus, si terrà il 30 gennaio alle ore 17 (presso la sala Capraia c/o la Camera di Commercio) e vedrà la partecipazione, oltre che del prof. Arena, del vicesindaco Sorgente e dei capigruppo in consiglio comunale Raspanti, Amato, Bastone, Cannito e Ruggeri. L’evento “La città come bene comune. L’amministrazione condivisa dei beni comuni urbani” fa parte del ciclo di incontri “Livorno bene comune”. In allegato la locandina dell’incontro.

                        A Salerno per la formazione quadri del Terzo Settore

                        Il 31 gennaio invece il presidente di Labsus interverrà con una relazione dal titolo “Terzo Settore, attore nativo della sussidiarietà. Come si valuta l’interesse generale?” al seminario finale per la formazione dei quadri del Terzo Settore meridionale. L’evento dal titolo “Quale Terzo Settore per quale cambiamento sociale al Sud. L’impegno del mondo della sussidiarietà per l’uguaglianza ed il benessere” si svolgerà dal 30 gennaio al 1 febbraio al Grand Hotel Salerno e vedrà la partecipazione anche del prof. Rodotà. In allegato la locandina con il programma delle giornate.

                        Il seminario conclude l’annualità 2014 di FQTS, nella quale ci si è interrogati sul tema della “redistribuzione sussidiaria”, cioè dell’apporto che i cittadini singoli e associati possono offrire alla riduzione delle disuguaglianze, che la crisi sta accentuando sempre di più. Una redistribuzione che non è alternativa alla responsabilità delle istituzioni, ma che intende essere espressione del “dovere di solidarietà” che riguarda tutti i cittadini. Ragioni, modelli e forme della redistribuzione sussidiaria sono stati oggetto di approfondimento seminariale e di attività nei laboratori regionali, articolati negli ambiti della comunicazione sociale, della ricerca e della partecipazione. Per rendere più significativo questo apporto occorre, da parte dei responsabili del terzo settore meridionale, sempre maggiore consapevolezza dei problemi e sempre maggiore capacità di visione e di intervento. Ma richiede anche una forte disponibilità a tenere vive le domande di senso dell’azione solidale, per rendere sempre più vero il contributo del terzo settore meridionale al perseguimento dell’interesse generale. A tutto questo contribuisce la formazione comune dei responsabili.

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                          Chieri approva il primo Patto di condivisione

                          | Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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                            Chieri

                            Il primo Patto di condivisione sperimentale per la cura delle strade bianche della frazione di Airali è stato stipulato in data 31 dicembre 2014 tra il comune di Chieri e la comunità riferimento di Airali, frazione del comune stesso. L’obiettivo del Patto è la realizzazione di azioni di cura dei fossi delle strade bianche della frazione di Airali, attraverso la collaborazione tra il comune e la comunità che vi opera, secondo i principi del Regolamento.
                            Le azioni di cura e di rigenerazione su tali strade, nella frazione di Airali, si dovrebbero effettuare a fine gennaio.

                            Il Patto di condivisione

                            Il Patto di condivisione in oggetto ha carattere sperimentale e prevede per questo una durata di due mesi. Esso disciplina i tempi di intervento delle azioni di cura delle strade bianche ed i reciproci impegni dei soggetti coinvolti: il comune metterà a disposizione il mezzo di lavoro necessario per la pulizia dei fossi e la livellatura delle banchine, predisponendo apposito verbale di consegna e riconsegna del mezzo, la ghiaia necessaria, i segnali stradali e l’addetto della polizia locale per la supervisione delle azioni; alla comunità spetterà invece il ritiro, il trasporto e la riconsegna del mezzo ed il lavoro necessario alla realizzazione dell’opera, reso a titolo gratuito.
                            Il comune si impegnerà a vigilare sull’andamento della collaborazione, dovrà quindi “accertare la bontà dei lavori di cura e manutenzione esercitati dalla comunità”, e si occuperà della gestione di eventuali controversie e dell’irrogazione delle sanzioni per l’inosservanza del Regolamento o delle clausole del Patto.
                            La Comunità di riferimento infine dichiara di non avere titolarità in riferimento ai beni comuni curati e pertanto essa esercita autonomamente una potestà su di essi.

                            Chieri comune per i beni comuni

                            Continua così il cammino del comune di Chieri verso un maggiore coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali e nella manutenzione, cura e tutela del territorio. Dopo l’adozione del Regolamento infatti, oltre all’approvazione degli indirizzi per la stipula del Patto di condivisione ed il Patto stesso, il Comune si sta adoperando attraverso l’organizzazione di incontri con la cittadinanza per discutere dei problemi, e delle modalità di soluzione degli stessi, relativi ad aree sensibili del comune.
                            Il 15 gennaio si è discusso del futuro dell’area Tabasso, sede in passato di una delle più grandi industrie tessili del territorio e oggi in gran parte inutilizzata. L’amministrazione ha discusso con i cittadini chieresi riguardo la costruzione di un patto di condivisione relativo a quest’area, che si intende trasformare da problema in opportunità.
                            Il 29 gennaio prossimo, invece, sarà la volta dell’incontro “Centro storico Bene Comune” in occasione del quale si discuterà di come rendere il centro storico più accessibile e meno soffocato dalle automobili, e in quale modo e con quali tempi si intende realizzare il programma di pedonalizzazione.

                            In allegato il Patto di condivisione relativo alla cura delle strade bianche di Airali.

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                              Pilastro 2016, un nuovo centro per Bologna

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                                pilastro bologna

                                Cinquant’anni fa a Bologna nasceva il Pilastro, un rione all’interno del quartiere di San Donato, cresciuto in varie fasi. Un primo notevole ampliamento si ebbe a partire dalla metà degli anni Sessanta in modo da poter offrire un’abitazione ai molti migranti provenienti dal Sud Italia, a seguito dello sviluppo industriale che aveva investito la città di Bologna. Il progetto Pilastro 2016, nato dall’analisi di esperienze simili, come quelle torinesi (per esempio l’associazione di secondo livello come l’Agenzia di sviluppo di San Salvario), è realizzato con il contributo della Regione Emilia Romagna e ha quindi come principale obiettivo quello di mettere in relazione la ricchezza del capitale sociale e culturale della zona con le necessità economiche e di sviluppo presenti nell’area nord-est della città, nell’ottica della cura del territorio in quanto bene comune.

                                Che cosa prevede Pilastro 2016

                                Il progetto è basato su un percorso partecipato che coinvolgerà tutti gli attori locali e che porterà allo sviluppo e alla rigenerazione della zona in questione attraverso interventi di riqualificazione, manutenzione e cura degli immobili oggi esistenti e anche delle aree verdi. Si promuoveranno attività culturali, educative e di formazione in grado di aumentare la coesione del territorio e le possibilità di trovare un’occupazione. Inoltre, a conclusione del progetto, è prevista la creazione di un’Agenzia locale di sviluppo, che avrà sede nel quartiere. Si parla quindi di un soggetto giuridicamente formalizzato e dotato di autonomia economica e imprenditoriale frutto della collaborazione tra il settore pubblico e quello privato, cui parteciperanno ovviamente altre realtà sociali ed economiche presenti sul territorio. Il progetto è articolato in una fase di discussione, cui partecipano i soggetti istituzionali, finalizzata a confrontarsi sui temi più strategici, cioè i programmi d’azione e una fase in cui parteciperanno invece i cittadini. Questi ultimi avranno il compito di programmare, organizzare e valutare attività specifiche. Il motore del programma sta quindi nel confronto tra cittadinanza attiva e amministrazione pubblica, che attraverso la loro collaborazione, disegnano passo dopo passo il progetto. Il percorso, che prenderà avvio a maggio, prevede tra le altre attività, interventi di riqualificazione urbana come quello di manutenzione di marciapiedi e strade e il miglioramento dell’illuminazione pubblica.

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                                  L’ impresa sociale in Italia

                                  23 gennaio 2015 | Impresa sociale Società

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                                    Iris Network

                                    Il rapporto – mai come in questa sua terza edizione – è quindi fortemente sollecitato per quanto riguarda sia la definizione dello “stato dell’arte” sia la proposta di scenari di sviluppo effettivamente praticabili per l’impresa sociale italiana. Queste esigenze conoscitive alimentano un confronto che, dopo anni di assenza, vede riapparire sulla scena il governo nazionale. Nell’ambito della riforma del terzo settore presentata dall’esecutivo si prevede infatti di agire – e in modo rilevante – sullo statuto dell’impresa sociale, modificandone alcuni aspetti chiave (i settori di attività, la distribuzione degli utili) da cui potrebbe scaturire un nuovo profilo identitario.
                                    Rispetto a queste molteplici sollecitazioni il rapporto sull’impresa sociale fornisce alcune risposte che si possono riassume in forma di “messaggi” rivolti, in particolare, al policy maker, non solo nazionale e non solo pubblico. Basti pensare alla partita dei fondi europei per il nuovo periodo di programmazione 2014-2020 che coinvolge, oltre alle istituzioni comunitarie, anche le amministrazioni regionali chiamate ad allocare fondi strutturali che riconoscono (o dovrebbero riconoscere) nell’impresa sociale una priorità d’investimento. E per quanto riguarda i policy maker privati si può ricordare il ruolo di molte fondazioni (bancarie in particolare) che nei loro piani di azione citano il sostegno all’imprenditoria sociale in forma diretta o più spesso riferito ai suoi principali settori di attività (welfare, cultura, ambiente, inclusione, ecc.). Ecco quindi i messaggi che scaturiscono dai dati del rapporto.

                                    Archiviare il passato

                                    Il riferimento è alla legge sull’impresa sociale attualmente in vigore (l. 118/05 e d.lgs n. 155/06) che negli ultimi anni ha sostanzialmente fallito nel fare da “centro di gravità” per iniziative – di varia origine e settore di attività – accomunate però dall’esplicita missione di produrre “in via stabile e continuativa” beni e servizi di interesse collettivo. Il rapporto, da questo punto di vista, certifica i limiti dell’attuale assetto normativo grazie a un’indagine estensiva sulle organizzazioni che nel corso degli ultimi anni hanno assunto la qualifica di impresa sociale. Quel che si evidenzia non è solo lo scarso numero di unità imprenditoriali (circa 1.300 nel corso di quasi dieci anni), ma anche e soprattutto la quasi assenza di peculiarità per quanto riguarda gli assetti organizzativi e di governance, i processi produttivi e le performance economiche e sociali. Non si segnala infatti la presenza di marcatori tali da riconoscere l’impresa sociale ex lege come una, seppur sparuta, popolazione organizzativa caratterizzata da un profilo identitario comune, non tanto nel substrato culturale ma, appunto, nei modelli di business sociale. Indubbiamente la struttura dei mercati in cui opera la maggior parte di queste imprese si può definire di nuova generazione perché prevale un rapporto diretto con il “cittadino consumatore” piuttosto che con un soggetto terzo pagante (spesso rappresentato dall’ente pubblico), ma a questo non fanno seguito livelli di investimento adeguati sia in senso economico che sociale, ad esempio guardando all’innovazione nei modelli di stakeholder engagement.

                                    Ricominciare dal nonprofit

                                    Il “fabbisogno di riforma” dell’impresa sociale è visibile non solo guardando agli effetti limitati della norma, ma anche al potenziale rappresentato da organizzazioni che presentano caratteristiche operative e orientamenti strategici tali da porle nell’orbita dell’impresa sociale. Tale potenziale particolarmente è ben visibile tra le organizzazioni nonprofit diverse dalle cooperative sociali; queste ultime infatti si possono considerare imprese sociali “de facto” (tanto che nel progetto di riforma si prevede l’attribuzione automatica dello statuto normativo riformato). Il rapporto propone in questo caso un’approfondita analisi sui soggetti non lucrativi “market oriented” ovvero che ricavano almeno la metà delle risorse economiche da transazioni di mercato. Una variabile, quest’ultima, che approssima, pur con alcuni limiti, una vocazione in senso imprenditoriale riguardante oltre 82mila organizzazioni con 440mila addetti e 1,6 milioni di volontari presenti in settori relativamente “nuovi” per l’impresa sociale fin qui conosciuta, come cultura, sport e ricreazione. Dati che dimostrano come il nonprofit rappresenti ancora un bacino importante di imprenditorialità non intercettato né dalla norma sull’impresa sociale, ma neanche da quella sulla cooperazione sociale vincolata soprattutto in campo socio-assistenziale, educativo, sanitario e per l’inserimento al lavoro di persone svantaggiate.

                                    Rafforzare le startup

                                    Le misure a sostegno della nuova imprenditorialità hanno rappresentato, in epoca recente, un importante elemento di innovazione nelle politiche di sviluppo. Tali misure – riferite alle “startup” – si sono concentrate soprattutto sul versante dell’innovazione tecnologica anche nel caso di imprese con una dichiarata “vocazione sociale”. In realtà l’imprenditoria sociale, soprattutto quella in forma cooperativa, rappresenta ancora un importante soggetto di creazione d’impresa in ambiti di attività che sono, al tempo stesso, ad elevata intensità di manodopera e in grado di generare un “impatto sociale positivo” per persone e comunità locali che beneficiano, a vari livelli, della loro produzione. Il rapporto evidenzia, da una parte, la resilienza delle cooperative sociali nella prima fase della crisi grazie anche all’effervescenza del fenomeno che ha visto la nascita di molte nuove ventures sociali: basti pensare che oltre il 20% delle 13mila cooperative sociali è nato nel biennio 2009-2011. D’altro canto queste stesse startup manifestano una certa fragilità del loro ciclo di sviluppo dovuta non solo al fatto che si tratta di organizzazioni nascenti, ma anche per l’effetto di variabili legate, ad esempio, al contesto territoriale (esiste una sovrarappresentazione di “startup sociali” in contesti complessi come le regioni meridionali e insulari) e al protrarsi di una crisi che mette a dura prova il modello di resilienza basato sulla progressiva erosione delle marginalità economiche per mantenere inalterati i livelli di servizio e l’occupazione.

                                    Tornare a investire

                                    La propensione all’investimento rappresenta un’importante variabile per individuare le traiettorie di sviluppo dell’impresa sociale, in particolare per quanto riguarda la possibilità / volontà di aprire un ciclo di vita basato su nuovi modelli di produzione e di scambio di beni di pubblica utilità. Rispetto a questo punto i dati del rapporto mettono in luce una propensione sufficientemente diffusa (soprattutto tra le cooperative sociali), ma ancora a bassa intensità di risorse e scarso orientamento alla scalabilità. Investimenti, quindi, che si può presumere siano finalizzati a innovazioni incrementali piuttosto che “sistemiche”. Questa tendenza generale si accompagna a una più puntuale che riguarda i comportamenti dei “big players” del settore, le grandi imprese sociali. Si nota, da questo punto di vista, una polarizzazione evidente: poco meno dell’1% delle cooperative sociali concentra quasi il 30% del valore della produzione (pari a 10 miliardi di euro) e circa il 27% del capitale investito (8 miliardi di euro). Un dato importante per declinare policy che sono alla ricerca di “effetti leva” puntando più su distretti e reti di PMI sociali o su “industrie” dello stesso comparto.

                                     Arricchire l’ecosistema

                                    Lo sviluppo dell’impresa sociale è legato non solo alla disponibilità di risorse economiche, ma al contestuale rafforzamento di un sistema specializzato di risorse in kind. Un sistema articolato di accompagnamento (formazione, consulenza) che fino ad oggi è stato in gran parte “autoprodotto” dalle stesse imprese sociali attraverso le loro reti di rappresentanza e coordinamento, ma che oggi può essere arricchito da attori attratti dalla progressiva diffusione e consolidamento del fenomeno. Il rapporto denota, in questo caso, il carattere ancora acerbo di questo ecosistema, guardando, di nuovo, alle strategie delle imprese sociali sul fronte dell’innovazione. Si tratta infatti di azioni che, se intraprese, si muovono nella maggior parte dei casi all’interno del perimetro della singola organizzazione o di reti composte da imprese della stessa natura, non ancora sufficientemente aperte a contributi di soggetti terzi.

                                    Differenziare i modelli

                                    L’impresa sociale fotografata dal rapporto Iris Network vede come protagonista la cooperazione sociale e, in termini più generali, una cultura che fa leva sul welfare mix pubblico-privato a cui corrisponde un milieu culturale che combina la “cultura societaria” del nonprofit e quella statalista. Eppure, anche se spesso in forma ancora embrionale, si manifestano in contesti diversi le stesse esigenze di produrre attraverso l’azione imprenditoriale un valore multidimensionale (economico, sociale, ambientale) che sia condiviso da una pluralità di soggetti. Il rapporto propone, in chiave di policy, qualche riscontro empirico e soprattutto alcune piste di lavoro per ulteriori approfondimenti. I riscontri riguardano, ad esempio, la quantificazione delle imprese di capitali che operano nei settori di attività previsti dalla norma sull’impresa sociale. Una misura – oltre 61mila unità – che perimetra un contesto nel quale possono sorgere nuovi modelli di impresa sociale e, al tempo stesso, competitor di queste stesse imprese. Le piste di lavoro corrispondono invece a una mappatura di fenomenologie imprenditoriali che propongono (o ri propongono) un approccio inedito alla produzione di valore sociale. Tra le principali si possono ricordare, oltre alla già citata nuova imprenditoria innovativa, le imprese su base comunitaria per la gestione dei beni comuni; le imprese (e le reti) di economia solidale per organizzare nuove forme di produzione e consumo alle quali si possono affiancare le piattaforme di economia della condivisione (sharing economy); le imprese for profit “coesive” che incorporano nel business tradizionale legato soprattutto a eccellenze del made in Italy elementi di innovazione sociale e ambientale; le organizzazioni ibride che implementano nuovi schemi di cooperazione tra stakeholder ridefinendo i legami tra profit e nonprofit. Questa tendenza alla differenziazione dell’imprenditoria sociale è legata non solo al nuovo assetto normativo o alla disponibilità di risorse, ma all’affermarsi di una nuova generazione di imprenditori sociali, diversa da quella che ha fondato questo modello d’impresa – soprattutto per quanto riguarda le matrici culturali di riferimento – ma ugualmente interessata a “fare la differenza”. Sarà interessante verificare quanto la spinta al cambiamento (peraltro già in atto) si risolverà all’interno del perimetro attuale dell’impresa sociale – quindi attraverso percorsi di change management – oppure si manifesterà attraverso l’affermarsi di iniziative radicalmente nuove.

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                                      Salerno, “Il singolo e la collettività: beni pubblici, beni comuni”

                                      21 gennaio 2015 | Notizie Notizie

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                                        Unisa

                                        Come i beni comuni influiscono sul diritto e la collettività cercando di fare il punto e sottolineare le differenze tra beni pubblici e beni comuni è il tema, a partire dal quale, studiosi e docenti universitari si confronteranno nell’ambito dell’incontro “Il singolo e la collettività: beni pubblici, beni comuni“ in programma il 21 gennaio a Fisciano (SA) presso l’Università degli studi di Salerno.
                                        La giornata si articolerà in due momenti di riflessione, il primo dedicato più propriamente agli aspetti giuridici del tema al centro dell’incontro con gli interventi, tra gli altri, di Iole Fargnoli professore nell’Università degli Studi di Milano Statale e nell’Università di Berna sul tema “‘Ruina naturae’ e diritto romano” mentre Vitulia Ivone professore nell’Università degli Studi di Salerno interverrà su “Beni comuni tra nebulosità definitorie ed esigenze di libero sviluppo della personalità“, infine Geminello Preterossi professore nell’Università degli Studi di Salerno discuterà su “La crisi del ‘pubblico’ e gli equivoci del ‘comune’“.

                                        L’incontro studio proseguirà alle ore 16 con un secondo panel dedicato a “La tutela dei beni comuni: spunti problematici” con gli interventi di Olga Itri e Rita Santulli in rappresentanza dell’Avvocatura dello Stato. Il dibattito si concluderà con la cerimonia di Assegnazione del VI Premio Francesco Alfonso Brignola e del III Premio Officina Solidale.

                                        Gli atti del seminario saranno pubblicati sulla rivista “Teoria e storia del diritto privato“.

                                        Leggi il programma completo in allegato

                                        Per tutti gli aggiornamenti sullo stato di attuazione del Regolamento sui beni comuni nelle amministrazioni locali vai alla sezione dedicata di Labsus

                                        Allegati (1)

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                                          Modus Riciclandi e il progetto contro l’abbandono di rifiuti in Lombardia

                                          | Notizie Notizie

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                                            modus riciclandi

                                            Modus Riciclandi è un piano pubblico-privato, coordinato dalla provincia di Varese che, con un modello innovativo, coinvolge nel territorio varesino e ticinese una molteplicità di soggetti, tra cui scuole primarie e secondarie, istituzioni locali, associazioni e aziende private. Il portale online collegato a questo progetto raccoglie diverse iniziative diffuse per ridurre la produzione di rifiuti, aumentare la raccolta differenziata e, più in generale, attivare nel territorio comportamenti e pratiche sostenibili. Sono, infatti, sempre più numerosi i casi di rifiuti scaricati illecitamente nell’ambiente e ciò riguarda sia i rifiuti domestici sia i rifiuti speciali, come quelli derivati dai residui delle demolizioni e purtroppo anche i rifiuti pericolosi. L’abbandono abusivo di rifiuti può essere suddiviso in tre categorie: l’abbandono, il deposito incontrollato e la discarica abusiva. A queste tre tipologie si aggiunge il littering, cioè l’incivile abitudine di buttare piccoli rifiuti ovunque capiti, senza preoccuparsi dell’ambiente.

                                            Caratteristiche del progetto

                                            E’ proprio per ridurre l’incidenza di questi comportamenti sull’ambiente che è stato ideato il piano transfrontaliero approvato dalla Regione Lombardia nel giugno del 2010. Il programma ha come obiettivo primario la sensibilizzazione della popolazione residente riguardo alla tematica del corretto smaltimento dei rifiuti. Questo si articola in tre sottoprogetti: Insubria Pulizia Sconfinata, Remida, finalizzato a dimostrare come lo scarto possa divenire una notevole risorsa per il riuso e Rifiutilinsubrici portato avanti nelle scuole attraverso progetti di educazione ambientale. “Rifiuti, nuovi percorsi di responsabilità transfrontaliera” è finanziato dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) e si ripropone quindi di agire per contrastare questi fenomeni attraverso un sistema di Web-GIS, sistema che consente di mappare le aree che si presentano degradate a causa dell’abbandono dei rifiuti. L’applicazione così strutturata prevede la possibilità per i cittadini di segnalare i casi di abbandono, questi verranno poi analizzati e i dati raccolti sintetizzati in una serie di indicatori personalizzabili, permetteranno alle Forze dell’ordine e agli Enti locali di essere coadiuvati nella loro azione di monitoraggio e controllo del problema. Il progetto, che aveva durata triennale, è stato selezionato dalla Regione Lombardia come un esempio di buona pratica. Resta solo da sperare che anche altre Regioni seguano questo buon esempio implementando politiche di smaltimento dei rifiuti.

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