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Il 22 febbraio a Bologna presentato il primo regolamento sull’amministrazione condivisa

21 febbraio 2014 | Cantieri Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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    Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno, fra le altre cose, anche di amministratori comunali capaci di amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.

     Il progetto Le città come beni comuni www.cittabenicomuni.it ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo auspicabile, ma anche possibile.

    Il progetto, iniziato nel giugno 2012, è stato promosso e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e realizzato dal Comune di Bologna con il supporto scientifico di Labsus-Laboratorio per la sussidiarietà e la collaborazione del Centro Antartide. I risultati del progetto saranno presentati il 22 febbraio prossimo con la partecipazione tra gli altri del ministro Delrio.

    link al programma

     Questa iniziativa ha ricevuto

     MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA
    DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Oggi molti amministratori locali, fra cui il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna,  hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità. Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus www.labsus.org  intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello di amministrazione tradizionale. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione fra cittadini e amministrazioni. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama così proprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

    Partire dalle cose, non dalle regole

    “Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione”. Questo è stato il metodo di lavoro seguito dal progetto di Bologna Le città come beni comuni. Nella fase di avvio nei tre quartieri di Navile, San Donato e Santo Stefano si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie e poi, una volta entrati nella fase operativa, ci sono stati periodici  incontri per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento in modo tale da trarne indicazioni su come andare avanti, correggendo gli errori.

    Un regolamento che migliora nel tempo

    Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, ha redatto il regolamento comunale che disciplinerà la collaborazione fra cittadini e amministrazione. Sottoposto all’esame dei dirigenti del Comune e di giuristi di varie università e infine portato in Giunta per l’approvazione finale, il 22 febbraio il regolamento sarà messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia attraverso il sito di Labsus e altri siti.

    Ogni Comune potrà scaricarlo, adattandolo alle proprie esigenze. Le diverse versioni che man mano saranno elaborate nei vari Comuni saranno a loro volta pubblicate nel sito di Labsus, creando così nel tempo un patrimonio di normative locali a disposizione di tutte le amministrazioni.

    Ufficio stampa:

    Comune di Bologna
    Cristiano Zecchi – 335.1362368 – cristiano.zecchi@comune.bologna.it

    Labsus Laboratorio per la Sussidiarietà
    Fabrizio Rostelli – 339.6059376 – rostelli@labsus.net

    Centro Antartide
    Sara Branchini – 339.8412305 – sara.branchini@centroantartide.it

    Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
    Paola Frontera – 320.4395813 – ufficiostampa@fondazionedelmonte.it

    Qui il video della giornata di presentazione

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      Verso il contratto di fiume per la Media valle del Tevere

      27 maggio 2015 | Notizie Notizie

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        L’iniziativa è stata promossa da Legambiente Bassasabina per coordinare associazioni, volontari ed in generale soggetti portatori di interessi pubblici e privati, con lo scopo di creare un comitato promotore e rappresentativo in grado di raccogliere le istanze di tutti gli individui coinvolti e collaborare con le pubbliche amministrazioni nella stipulazione del primo contratto di fiume nella regione Lazio.

        Nel Lazio da tempo si parla di contratti di fiume, e da poco sono sorti i primi comitati rappresentativi di cittadini, enti ed autorità interessati alla gestione del fiume Tevere e del territorio che esso attraversa. L’incontro del 23 maggio, in particolare, ha cercato di aprire, a seguito del già sottoscritto manifesto di intenti (firmato il 22 ottobre 2014 dai comuni coinvolti nel progetto: Civita Castellana, Gallese, Magliano Sabina e Otricoli, Orte, Collevecchio, Stimigliano, Forano, Poggio Mirteto e Torrita Tiberina), un tavolo di discussione per la definizione dei contenuti di questo primo contratto di fiume della regione, la validità del quale, su proposta della stessa Legambiente Bassasabina, vorrebbe essere estesa al bacino del fiume Farfa.

        Risultato dell’evento è stata la creazione di un comitato unico, che parteciperà ai futuri incontri (due dei quali previsti per il 3 ed il 6  giugno) a cui prenderanno parte anche le pubbliche amministrazioni e che porteranno alla definizione puntuale e condivisa dei punti e degli interessi da tutelare nel contratto.

        La partecipazione al dibattito è stata importante: ad intervenire, infatti, oltre ai rappresentanti delle istituzioni locali, sono state molte associazioni e cittadini interessati a far sì che il contratto di fiume sia sottoscritto e che siano quindi posti in essere sul territorio interventi vantaggiosi per l’intera collettività. Questo è segno di quanto i corsi d’acqua siano vissuti come ricchi di risorse e di opportunità da sfruttare, e di quanto sia viva tra i cittadini la voglia di attivarsi per il bene comune. Anche per questo motivo Sandro Mancini, responsabile di Legambiente Bassasabina, nonostante le difficoltà che si prospettano, si dice ottimista riguardo la realizzazione del progetto.

        Cos’è il contratto di fiume?

        Il contratto di fiume consiste in una serie di norme, nazionali ed europee, che mirano alla riqualificazione di corsi fluviali e, più in generale, di bacini idrogeologici nel loro complesso, non soltanto in termini di salvaguardia ambientale, ma anche in termini di sviluppo economico e sociale, raggiungibile mediante attività materiali e mediante, altresì, la creazione di certezze programmatiche di azioni future. E’ uno strumento in più di partecipazione dal basso sempre più diffuso: contratti di fiume sono già stati stipulati in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Puglia.

        Chiunque volesse prendere visione dell’evento, degli interventi e dei dettagli delle proposte discusse, può farlo dalla pagina Youtube di Legambiente Bassasabina (clicca qui).

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          Azioni civiche nel verde e nello spazio pubblico

          | Notizie Notizie

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            GreenGovernance_workshop

            Luca D’Eusebio, di Zappata romana, in apertura del convegno, ricorda che “la sperimentazione innovativa di tali cittadini, in operazioni che creano collettività all’interno delle aree urbane, è importante, perché sta muovendo, sempre più frequentemente, le istituzioni”.
            Gli spazi nei quali avvengono tali azioni costituiscono un modello non alternativo, ma senz’altro parallelo a ciò che la città rappresenta nella quotidianità per tutti noi. Luoghi in cui si mettono in atto pratiche che rendono la città più aperta e resiliente che, però, sono ancora dei frammenti in un territorio più ampio.
            Secondo Andrea Ferraretto, economista e blogger de La Stampa “siamo troppo abituati a pensare che le città debbano essere vigilate e che ci debba essere sempre qualcuno a dirci cosa fare. Se riuscissimo ad immaginare un futuro in cui a questa idea si sostituisca quella di città condivisa, in cui ognuno si prende carico della responsabilità di tutelare e manutenere il bene nel quale viviamo, forse qualcosa cambierebbe nella nostra società e si inizierebbe a riconoscere il valore del bene comune” che, insieme alla condivisione e alla partecipazione, sembra essere il coefficiente che meglio rappresenta il grado evolutivo di una società.
            Da questo punto di vista la mappa tracciata da Zappata Romana è una testimonianza di ciò che, autonomamente e all’interno della città, si muove in questa direzione. Durante il convegno, si susseguono, così, le storie di chi, in diversi contesti, lavora su queste tematiche.

            Riprendersi la città, ma anche la periferia

            “Riprendiamoci la nostra città” è il motto di Retake Roma, movimento spontaneo di cittadini, che elimina la linea di demarcazione tra il proprio spazio privato e lo spazio pubblico (non più di nessuno, ma di tutti), ripulendo la città dal degrado e restituendola a coloro che la fruiscono, come l’azione multietnica svolta nei dintorni del mercato rionale del quartiere Esquilino di Roma o quella nel rione Monti.
            Altro esempio di mobilitazione civica è rappresentato dal gruppo Renzo Piano G124, piccolo gruppo di architetti che mette in pratica micro interventi, nell’ambito di una visione generale di trasformazione e rigenerazione delle periferie, come l’intervento di accessibilità di una zona del difficile quartiere Librino, a Catania.

            Grandi frutteti e piccoli orti botanici

            La creatrice del progetto Frutta urbana, Michela Pasquali, pensa alla città come un grande frutteto diffuso. A dispetto dei numerosi pregiudizi, l’analisi chimica della frutta raccolta in zone trafficate di Roma dimostra che non solo non è inquinata, ma è addirittura biologica.
            Primo progetto italiano di mappatura, raccolta e distribuzione gratuita della frutta che cresce nei parchi e nei giardini di città, Frutta urbana è un modello per un’alimentazione corretta, un esperimento sociale per la condivisione dello spazio pubblico e una ricchezza ambientale per la biodiversità.
            Nel parco nazionale del Cilento, nella piazza del Municipio di Sapri, con il progetto Tint’orto si è realizzato un piccolo orto botanico, in cui si coltivano piante tintorie, legando la ripresa della tradizione culturale della tintura di tessuti e intonaci alla gestione delle risorse naturali.

            Biodiversità urbana e ruralità, per una nuova stagione di pianificazione

            Il caso di Alveari urbani nasce dalla necessità di salvaguardare la biodiversità urbana, in particolare quella delle api. Il ripensamento strutturale delle arnie, fissate su alti pali istallati nei parchi pubblici, consente la loro fruizione nella zona adiacente alla stazione Garibaldi di Milano.
            Una zona riservata all’apicoltura anche nell’VIII Municipio di Roma, dove Orti urbani Tre Fontane coniuga obiettivi produttivi e didattici in 6000 metri quadri di spazio pubblico, bonificato in pochi mesi e suddiviso in lotti di coltivazioni condivise.
            Riflessioni sulla nuova stagione di pianificazione anche nella ricerca sull’evoluzione del movimento di urban gardening della Scuola Superiore di Pisa. Da Roma alla città belga di Gand, capitale dell’antica contea delle Fiandre “la coltivazione in città passava dall’essere una misura proveniente dall’alto, per soddisfare bisogni economici ove richiesto, a movimento spontaneo dal basso, in opposizione alle strategie di pianificazione ufficiale e formale, che riducevano lo spazio pubblico e la possibilità di aggregazione”.
            Oggi, piuttosto, siamo di fronte ad un modello ibrido, in cui i cittadini diventano attori propositori, arrivando a coinvolgere i pianificatori, dunque, l’amministrazione.
            Le città, motori dinamici del cambiamento, generano nuovi stili di vita, spesso pulsioni anti urbane. All’interno di questo discorso, nasce Rural hub, che mette in connessione persone, idee e progetti d’innovazione sociale applicati al tema della ruralità.
            Il progetto si focalizza su modelli di produzione e distribuzione del cibo e percorsi imprenditoriali che si affacciano al mondo dell’agroalimentare con appiglio innovativo, con il fine di ridisegnare nuovi modelli di business sostenibile.
            Presente al convegno anche l’Università Luiss, con il progetto #OrtoLuiss.

            Esempi di gestione ottimale delle risorse, esperienze che amalgamano spessore culturale, dimensione artistica e sviluppo sostenibile. Ciò che emerge dal convegno è quanto l’individuo faccia la differenza, compiendo azioni che danno voce ad una ricchezza altrimenti inespressa. Non più passivo, è l’individuo stesso ad innescare processi partecipativi di innovazione democratica, spezzando il monopolio della gestione dei beni comuni e riappropriandosi di spazi urbani fondamentali per la qualità della propria vita.

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              Il Regolamento per la cura dei beni comuni sbarca a Castelnuovo Berardenga

              26 maggio 2015 | Notizie Notizie

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                Gentile Dott. Maggi, cosa l’ha spinta a proporre il Regolamento al suo Comune?

                Credo sia doveroso partire asetticamente dal presupposto che tutto nasce dalla consapevolezza che esisteva un meccanismo tale da poter coinvolgere quanto più possibile il cittadino attivo nella cura del bene comune. Diciamo che questa consapevolezza è stata un po’ la lampadina che ha acceso in noi la voglia di approfondire l’opportunità, cercando prima di tutto di contestualizzarla alle caratteristiche del tessuto sociale e geografico del nostro territorio. Il comune di Castelnuovo Berardenga è caratterizzato da numerose frazioni che variano tra i 300 e i 700/800 abitanti, con punte di 2000 per il capoluogo e di 1100 per la frazione più grande. Al tempo stesso, però, abbiamo la fortuna che queste frazioni vivono una vita sociale particolarmente fiorente (la nostra Consulta dell’Associazionismo conta circa 70 onlus iscritte, e non tutte le associazioni lo sono).
                L’impegno della gente per il territorio, l’amore che i nostri cittadini provano per i loro paesi, per le loro tradizioni, avrebbe potuto avere una nuova opportunità, anche e sopratutto alla luce di diverse iniziative estemporanee che già si inserivano nel percorso della cura dei beni comuni. Avevamo l’occasione di creare una sorta di coscienza comune e potevamo farlo garantendo massimo supporto, formale e sostanziale, a chiunque avesse intenzione di farlo.

                Come è stata accolta la proposta dai suoi colleghi?

                In maniera assolutamente positiva e, fatte le dovute valutazioni, sopratutto di carattere formale, il percorso è stato accompagnato con entusiasmo e collaborazione, sia da parte della Giunta che del Consiglio Comunale, concretizzatosi nell’organizzazione di una serie di incontri di presentazione e di ascolto proprio nelle frazioni del territorio e nel consistente aiuto formale da parte della collega assessora al Bilancio, Letizia Pacenti. Al termine dell’iter, dopo che in commissione Assetto del Territorio abbiamo accolto alcune proposte di modifica da parte delle opposizioni, il Regolamento è stato approvato all’unanimità dal Consiglio Comunale nella seduta dello scorso 28 aprile.

                Avete in mente un ambito particolare di applicazione immediata, una sorta di punto di partenza concreto?

                Dal punto di vista amministrativo, dopo aver predisposto ed approvato una delibera di giunta con la quale inviteremo a presentare delle proposte, come indicato dal Regolamento, vorremmo coinvolgere la nostra Consulta dell’Associazionismo e del Volontariato affinché ci possa sostenere sopratutto nella divulgazione e nei rapporti con il mondo del terzo settore. Ciò non deve distogliere dall’opportunità che ogni singolo cittadino potrà dare il suo piccolo ma determinante contributo. Sotto l’aspetto pratico, anche alla luce delle iniziative già intraprese da alcune associazioni di volontariato, riteniamo che l’ambito principale di azione potrà essere quello della cura del verde pubblico, sia per una migliore fruibilità degli spazi (giardini pubblici, aree attrezzate per bambini), sia per una migliore presentazione del nostro territorio ai turisti (parchi, aiuole, sentieri, ecc.). Inoltre, il nostro territorio ha una vastissima rete di viabilità secondaria (strade bianche, famose in tutto il mondo, sentieri, mulattiere) di proprietà privata ma gravate di servitù di pubblico uso, in quanto comprese nell’elenco delle strade vicinali: alla luce di un progetto di sentieristica che stiamo avviando insieme agli altri comuni del Chianti Senese e ad alcune associazioni di volontariato, il regolamento potrà consentire la manutenzione di questi percorsi, per renderli costantemente fruibili da parte di appassionati dell’escursionismo, turisti, amanti della natura, ecc. Infine, ma non ultimo, l’importante opera di pulizia dell’ambiente urbano, già sviluppata sia con “Puliamo il Mondo”, sia con l’annuale iniziativa della Consulta “Insieme siamo tanti, per pulire Crete e Chianti”.

                Abbiamo letto che avete iniziato a coinvolgere le varie frazioni del vostro territorio, pensate di coinvolgere anche i Comuni limitrofi per un aiuto nell’attuazione del programma oppure di suggerire loro di valutare se approvare il nostro Regolamento?

                Posso dire che non ce ne sarà bisogno, perché ogni volta che un amministratore viene a conoscenza della nostra iniziativa, mi contatta per avere informazioni, sia di carattere formale che sostanziale, sul contenuto e sulle opportunità che questo documento può andare a creare. Ritengo questo l’aspetto più importante per riuscire a creare una coscienza collettiva: dobbiamo passare dal vecchio criterio del “ma a questo ci deve pensare il Comune” ad un nuovo spirito collaborativo, che durante le presentazioni ho semplificato ed estremizzato con la formulina: “se lo faccio io cittadino/associazione, il comune può fare altro e il mio ambiente ne guadagna, perché insieme abbiamo fatto due cose anziché una”. Affinché questa mentalità si consolidi, deve essere percepita come la normalità, un qualcosa di scontato perché “così fan tutti”.

                Ci può descrivere qualcuna delle modifiche che avete apportato per rendere il Regolamento più consono alle esigenze del vostro territorio?

                Diciamo che abbiamo provato a fare una sorta di collage tra il regolamento del comune di Bologna, il primo in assoluto e considerato una sorta di guida, quello di Siena, vicino alla nostra realtà ed il cui vicesindaco, Fulvio Mancuso, ci ha garantito un sensibile sostegno nella fase conoscitiva, ed alcune esigenze dettate dalle specificità del nostro territorio e del tessuto sociale che lo contraddistingue. Abbiamo fatto esplicito riferimento al mondo dell’associazionismo ed a queste caratteristiche territoriali, proprio all’Art.1 laddove si illustrano le basi fondative dell’iniziativa (finalità, oggetto ed ambito di applicazione).  Nella sostanza, abbiamo cercato di semplificare alcune situazioni, prevedendo la possibilità di rimborsare fin da subito l’intero costo da sostenere, oppure aumentando la percentuale delle spese tecniche rispetto al totale rimborsabile, in funzione della possibilità di dover intervenire con modeste opere su beni notificati, caso che comporterebbe una spesa di progettazione addirittura maggiore di quella per l’intervento di recupero. Inoltre, con un lavoro di perfezionamento formale, svolto grazie alla collaborazione del nostro Segretario Comunale, abbiamo deciso di stabilire fin dal regolamento le competenze specifiche, tra giunta, servizi e relativi responsabili, per l’attuazione di tutti i passaggi previsti dal regolamento stesso.

                Ringraziamo il dott. Maggi per la disponibilità e auguriamo buona fortuna al comune di Castelnuovo Berardenga e ai suoi cittadini.

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                Per tutti gli aggiornamenti sullo stato di attuazione del Regolamento nei Comuni italiani vai alla sezione dedicata di Labsus

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                  ForlìBeneComune: verso il Regolamento per la gestione condivisa dei beni comuni

                  | Cantieri Regolamento amministrazione condivisa

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                    L’evento è un incontro aperto con l’intento di promuovere un percorso partecipato tra cittadinanza e istituzioni che porti alla formulazione e all’applicazione di un Regolamento sulla collaborazione per la cura e rigenerazione dei beni comuni urbani.
                    Il Regolamento non si limita alla riqualificazione di spazi urbani dimenticati, ma si pone come modello in cui la cittadinanza attiva e il dialogo con le Istituzioni sono elementi fondamentali per rigenerare una città ed il territorio puntando sullo sviluppo umano, civile e ambientale.
                    Non solo, il Regolamento per la gestione condivisa dei beni comuni, promosso proprio da Labsus, risulta approvato nell’ultimo anno da 38 comuni italiani e vede proprio un’altra città romagnola, Bologna, come capitale italiana della sussidiarietà.
                    Il #SocialHub durante il periodo antecedente l’evento ha promosso una campagna mediatica sui social network per sensibilizzare sul tema dei beni comuni urbani.
                    Gli organizzatori sono fiduciosi sull’effetto a macchia d’olio dell’evento, così da poter innescare un percorso partecipato del Regolamento in tutto il territorio.

                    Dietro l’ideazione di questo evento c’è, da un lato, il lavoro pluriennale che Spazi Indecisi porta avanti nel valorizzare gli spazi in abbandono, innescando processi di rigenerazione urbana leggera in grado di contribuire alla riappropriazione simbolica degli spazi comuni; dall’altro lato c’è l’impegno costante del #SocialHub nel promuovere occasioni di governance partecipativa e di progettazione condivisa.

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                      Bari per bene: patti d’amore per la città

                      24 maggio 2015 | Notizie Notizie

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                        Bari per bene

                        Il 2015 era partito con un evento che aveva lasciato sgomenti tutti i baresi: la Basilica di San Nicola era stata imbrattata da sdolcinate frasi d’amore scritte con uno spray. Lo sfregio verso il proprio simbolo religioso e culturale ha provocato una vera e propria emergenza per la città e l’opinione pubblica barese: altri atti di degrado si sono succeduti dopo lo sfregio all’amata basilica, come anche se ne verificavano prima. Parafrasando proprio quell’amore scritto con uno spray, il comune di Bari, con la collaborazione della società municipalizzata Amiu Spa, ha lanciato la campagna “Bari per bene – Patti chiari, città più bella”. Avviata non a caso nel giorno di San Valentino, l’iniziativa ha iniziato il suo tour nel quartiere Madonnella, una delle zone più vivaci della città pugliese. Obiettivo di Bari per bene è rendere la città più bella e vivibile con la collaborazione dei cittadini residenti nei vari quartieri. Base per la realizzazione dell’obiettivo è un vero e proprio patto che prevede, da una parte, l’impegno dell’Amministrazione e dell’Amiu a rafforzare i servizi di pulizia e decoro urbano; dall’altra, di stimolare la collaborazione attiva dei cittadini nel monitorare l’efficienza del servizio, anche attraverso la raccolta differenziata ed il rispetto delle regole di conferimento.

                        Il percorso e i risultati di Madonnella

                        Avviato, come già detto, il 14 febbraio, Bari per bene ha concluso, proprio pochi giorni fa, la sua prima tappa. La scelta del quartiere Madonnella non è stata di certo casuale: zona non propriamente centrale di Bari ma allo stesso tempo uno dei luoghi con maggiore concentrazione di attività sociali, economiche e culturali della città. Il cronoprogramma delle attività, stilato in sede di avvio del progetto, prevede diverse fasi: si è partiti con un’analisi dei fabbisogni e delle criticità presenti nel quartiere attraverso le segnalazioni e i suggerimenti dei cittadini recepite non solo dagli uffici comunali ma anche dell’app BaRisolve; si sono individuate così 40 aree a rischio degrado per le quali sono necessari interventi urgenti e si sono recepite indicazioni per il miglioramento dei servizi erogati. Successiva è stata dunque la fase di pianificazione di 50 azioni mirate, da realizzarsi nei 60 giorni di sperimentazione: si va dall’installazione di posacenere, cestini e contenitori per le deiezioni canine alla rimozione di rifiuti abbandonati. Ai cittadini viene quindi affidata la fase di monitoraggio, attraverso un’attività trasparente e condivisa che consiste nel controllare l’efficienza dei servizi esistenti e di quelli programmati, e nel segnalare problemi e suggerimenti così da implementare ancora meglio l’ambizioso obiettivo di rendere più vivibile il proprio quartiere.
                        La conclusione della prima tappa si è tenuta sabato 2 Maggio con la festa di quartiere Bari per bene day, dove è stato possibile, non solo attraverso musica ed intrattenimento ma anche con laboratori didattici sulla mobilità sostenibile, sull’educazione ambientale e alimentare, imparare divertendosi per grandi e piccini. E proprio all’interno del Bari per bene day, alla presenza del Sindaco di Bari Antonio Decaro e dell’Assessore all’ambiente Pietro Petruzzelli, sono stati elencati i risultati ottenuti da questa prima sperimentazione, andati oltre le più rosee aspettative (qui il report per visualizzare tutti i risultati). E’ piacevole constatare, prima di tutto, la fattiva collaborazione dei cittadini, soprattutto in termini di aumento di raccolta differenziata: a Madonnella si è registrato un più 9 percento di quantità di rifiuti differenziati: risultato dovuto anche all’impegno mantenuto dall’amministrazione, soprattutto in termini di sanzioni (240 quelle ambientali elevate in due mesi). Molti gli interventi programmati realizzati: quasi 200 riguardanti la segnaletica orizzontale e verticale come anche l’installazione di cento cestini per la carta, dieci per le deiezioni canine e venti posacenere. Soddisfacente anche lo screening effettuato dai cittadini: 720 su 1002 i giudizi positivi formulati dai rilevatori sulle schede di rilevamento dell’efficacia degli interventi di decoro e pulizia.

                        La scommessa più importante: la città vecchia

                        Bari per bene, possiamo dire, avviene proprio nel segno di San Nicola: l’annuncio per la seconda tappa del progetto barese è stato fatto l’8 maggio, giorno in cui i baresi festeggiano il Santo venuto dall’oriente. E sarà proprio la città vecchia, sede della Basilica intitolata al Vescovo di Myra, la seconda tappa del Bari per bene. Una vera e propria scommessa che i sostenitori del progetto intendono vincere con quasi 90 interventi, programmati e analizzati con la collaborazione dei cittadini della città vecchia, che verranno effettuati nel borgo antico di Bari: previsti, tra i più importanti, interventi di pulizia delle strade, la rimozione delle scritte dai muri , l’incremento dei cestini e la sistemazione dei campetti di calcio sotto la muraglia. Qui la vivibilità non riguarda solo i residenti, ma anche i tanti turisti che arrivano nel capoluogo pugliese: per questo sarebbe importante la pedonalizzazione delle piazze più frequentate e belle della città vecchia, come piazza Federico II di Svevia e piazza San Pietro.

                        Ripetere i risultati di Madonnella non sarà facile, ma sicuramente la strada intrapresa dà nuovo slancio alla realizzazione dell’ambizioso obiettivo di amministrare in maniera condivisa, individuando insieme i problemi e le criticità e collaborando per realizzare standard di vivibilità elevati. Qual è il senso della sussidiarietà orizzontale se non questo?

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                          Corte Cost., 27 giugno 2012, n. 163

                          23 maggio 2015 | Corte costituzionale Diritto Giurisprudenza

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                            immagine logo

                            La sentenza

                            La Regione Liguria sottopone al vaglio della Corte costituzionale l’art. 30, commi 1 e 3, del D.l. n. 98/2011 (convertito con L. n. 111/2011), dubitando della conformità delle disposizioni impugnate al dettato degli artt. 117, terzo comma, e 118 della Costituzione, oltreché al principio di leale collaborazione.
                            Le norme censurate, infatti, pur incidendo sulla materia «ordinamento delle comunicazioni», attribuita alla potestà legislativa concorrente delle Regioni, affidano al Ministero dello sviluppo economico – rispettivamente, con il concorso delle imprese titolari di reti e di impianti di comunicazione e di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze – tanto la predisposizione di un progetto strategico per l’individuazione degli interventi finalizzati alla realizzazione dell’infrastruttura di telecomunicazione a banda larga e ultralarga (co. 1) quanto la successiva determinazione delle modalità di adozione dei provvedimenti attuativi del progetto medesimo (co. 3).
                            Ravvisando nella fattispecie la sussistenza di esigenze unitarie tali da giustificare l’attrazione in sussidiarietà di funzioni vertenti su una materia di competenza regionale concorrente, il Giudice delle leggi esclude la lesione degli artt. 117 e 118 Cost.
                            Ciononostante, la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale delle norme oggetto di giudizio nella parte in cui le stesse, in palese violazione del principio di leale collaborazione, non contemplano in alcun modo il coinvolgimento delle Regioni, né in fase di predisposizione del progetto strategico, né tantomeno in relazione alla realizzazione concreta sui singoli territori regionali degli specifici interventi attuativi previsti.

                            Il commento

                            La Corte costituzionale pone a fondamento dell’esame della normativa impugnata la riconducibilità della stessa all’impegno assunto a livello europeo dallo Stato italiano a garantire, anche incentivando l’intervento del settore privato «sulla base del principio di sussidiarietà orizzontale e di partenariato pubblico-privato» (co. 1), l’accesso universale alla rete internet.
                            Ed è proprio la considerazione dell’obiettivo della garanzia dell’accesso ad internet, quale “nuovo diritto” strumentale alla soddisfazione di altri diritti costituzionalmente riconosciuti (si pensi, solo a titolo di esempio, all’impatto della rete sulle libertà di comunicazione e di manifestazione del pensiero, al libero accesso ai contenuti culturali o all’utilizzo di internet in ambito sanitario o nel settore della viabilità) ad offrire alla Corte l’occasione di precisare la portata applicativa del principio di sussidiarietà orizzontale evocato nelle disposizioni esaminate.
                            In primo luogo, nel convalidare l’avocazione al centro di competenze di spettanza regionale, la Corte mette al contempo in guardia dal considerare l’espresso riferimento al principio di sussidiarietà orizzontale alla stregua di una forma di esonero dello Stato a fronte dell’intervento degli operatori privati. Le caratteristiche strutturali della rete oggetto di disciplina e il carattere universale dell’obiettivo dell’accesso ad internet che la normativa persegue, impongono infatti di interpretare il richiamo al principio di sussidiarietà orizzontale come una viva sollecitazione degli investimenti privati nel settore delle infrastrutture di telecomunicazione senza tuttavia mai «sollevare in alcun modo lo Stato dal compito di provvedere».
                            In secondo luogo, subordinando la legittimità dell’accentramento delle funzioni all’osservanza del principio di leale collaborazione con i livelli istituzionali esautorati, la decisione consente di individuare la stretta correlazione intercorrente tra le due declinazioni della sussidiarietà. Il principio che la Corte costituzionale dichiara violato esercita infatti una sorta di “forza gravitazionale” che,  compensando il carattere ascensionale tipico della sussidiarietà verticale, si pone a presidio delle autonomie locali, e cioè dei livelli di governo in cui si esercita la sussidiarietà orizzontalmente intesa.
                            In definitiva, la sentenza n. 163/2012 rende evidente come neppure la soddisfazione di diritti di nuova emersione possa prescindere da un esercizio condiviso delle funzioni, ovvero, come chiaramente dimostra il caso di specie, né dall’indefettibile funzione di coordinamento, mediazione e uniforme garanzia dei livelli prestazionali essenziali, tipica dello Stato, né dall’innegabile coinvolgimento delle autonomie territoriali e dei cittadini che in esse operano.

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                              Roma, 23 maggio 2015: Scuola e spazio pubblico interculturale

                              22 maggio 2015 | Notizie Notizie

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                                La relazione che intercorre tra istruzione e fenomeno migratorio può assumere dimensioni rilevanti, non solo a livello di numeri (che pur sono importanti: più del 9 percento di bambini e ragazzi iscritti nelle nostre scuole sono di origine non italiana), ma anche nell’impatto che essa può avere nel modo di gestire l’educazione di chi proviene da culture differenti.

                                Il dibattito

                                Lo scopo dell’evento è proprio questo: partire dai problemi comuni, dal confronto di esperienze e attività scolastiche messe in atto, dalle difficoltà che si riscontrano nei luoghi d’istruzione in cui più spicca il fenomeno migratorio, per arrivare a risposte, a soluzioni condivise grazie alle quali la multiscuola possa essere accettata proprio per la sua eterogeneità, e diventare quindi  uno spazio pubblico interculturale da cui trarre vantaggi. Si cercheranno, quindi, i modi per far sì di coordinare e far interagire al meglio famiglie e culture, a partire dal contesto scolastico.

                                I protagonisti

                                Ad intervenire saranno dirigenti ed insegnanti di istituti comprensivi provenienti dalle zone italiane più colpite dal fenomeno migratorio, tra cui: Concetta Mascali, dirigente dell’istituto comprensivo “Regio Parco” di Torino; Massimo Nunzio Barrella, dirigente dell’Istituto comprensivo “Luigi Cadorna”, a Milano; Vania Borsetti,  Margherita Emiletti, Miriam Iacomini, Sergio Kraisky, Silvana Mazzea, Paola Cavina, insegnanti di istituti scolastici romani; ed ancora, Annarita Quagliarella, Riccardo Ganazzoli e Barbara Degli Innocenti, dirigenti provenienti rispettivamente da istituti comprensivi di Napoli, Palermo e Firenze. A coordinare sarà Vinicio Ongini, dal Ministero dell’istruzione, e Chiara Buongiovanni, di Forum PA. Potrà inoltre partecipare chiunque ne sia interessato, con la possibilità di registrazione in loco. Per maggiori informazioni visita la pagina dell’evento.

                                 

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                                  “Il teorema del lampione” di Jean Paul Fitoussi

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                                    La crisi finanziaria dal 2008 ha inevitabilmente portato ad una riflessione profonda di quelle che ne sono state le cause dirette e indirette. Sono stati forniti su un piatto d’argento i colpevoli di quella che è stata la più grande recessione dalla crisi del 1929, ma questi colpevoli non sono altro che specchi per le allodole.

                                    Il falso mito dell’autoregolamentazione dei mercati

                                    Sicuramente, la crisi finanziaria è nata all’interno del cosiddetto shadow banking system, ovvero quel segmento del sistema bancario soggetto a regolamentazioni pressoché inesistenti. Altrettanto sicuramente, le agenzie di rating hanno giocato un ruolo preminente nel porre le basi del castello di carta dei subprimes. La trappola della liquidità che ne è conseguita ha reso inefficace qualsiasi politica monetaria e l’unica soluzione fu l’adozione di politiche fiscali, che tuttavia hanno portato a loro volta a un aumento dei deficit e debiti pubblici.

                                    Questa però non è un’analisi delle cause, ma piuttosto la presentazione pedissequa della sequenza di avvenimenti che hanno portato sul lastrico milioni di famiglie e aggravato la bilancia dei pagamenti di molti, se non tutti, gli Stati occidentali. E’ una concatenazione di eventi priva di qualsiasi mea culpa. La critica dovrebbe spingersi oltre. Fitoussi rintraccia una delle cause più importanti della crisi nel principio di autoregolamentazione dei mercati, che negli Stati Uniti ha avuto in Alan Greenspan il più forte sostenitore. Presidente della FED dal 1987 al 2006 e osannato quale “il più grande banchiere di tutti i tempi”, egli è il responsabile della deregolamentazione degli anni ’90 e sostenitore del cosiddetto “Greenspan put”, in nome di quella mano invisibile che sembra quasi attribuire ai mercati un’acutezza onnisciente e teleologica. Ne “Il teorema del lampione”, invece Fitoussi riesce a scardinare la visione dominante nel mondo della finanza per sostenere che i mercati, proprio in vista delle loro debolezze strutturali, devono essere controllati e regolamentati da una politica che invece oggi è quanto mai assente soprattutto in Europa. Secondo l’autore infatti, “l’Europa è figlia dell’economia, ma orfana della politica”.

                                    Democrazia e misurazione del benessere

                                    Le ineguaglianze sociali sono sempre state la piaga del mondo moderno, ma sembra si siano acutizzate nella fase precedente e soprattutto durante la crisi finanziaria del 2008, determinando così un aumento diffuso della povertà e dell’alienazione sociale. Nel corso degli anni i modelli di sviluppo si sono basati su indicatori di benessere quali il PIL e l’inflazione, ma questi da soli non ci restituiscono un’immagine realistica della qualità della vita all’interno di una qualsiasi società. E’ opinione ormai diffusa e sostenuta da menti eccelse come l’economista Amartya Sen che gli indicatori oggettivi debbano essere accompagnati da misurazioni più soggettive e incentrate sul livello di soddisfazione del cittadino. Come riporta lo stesso Fitoussi, fino al XVII-XIX secolo il pieno impiego era considerato il più importante [obiettivo della politica economica ndr], essendo lunico capace di dare dignità alla società nel suo insieme. La storia recente [] ci insegna tuttavia che questobiettivo è stato sistematicamente sacrificato negli anni Ottanta e Novanta a vantaggio della stabilità dei prezzi.

                                    La media matematica è sempre stato un buon metodo di sintesi della situazione di una collettività, o almeno lo è stato fino a quando il divario tra il percentile più ricco e il resto della popolazione non è aumentato drasticamente. Continuare a usare metodi così sterili rischia di portare alla situazione in cui nessuno, né il più ricco, né il povero, né tantomeno il cittadino medio, riesce a riconoscersi in una tale rappresentazione numerica. Da qui l’altra chimera che la politica economica rincorre ormai da decenni: l’aumento del PIL. Il lampione di cui Fitoussi ci parla illumina ciò che in realtà non stiamo cercando. L’analisi dell’autore è semplice: affrontiamo l’avvenire con gli occhi rivolti al cono di luce che ci giunge dal passato. Ovvero, cerchiamo di reagire all’incertezza del domani con teorie che di attuale non hanno più nulla e che sono state smentite alla prova dei fatti.

                                    E’ giunto quindi il momento di riflettere sulla sostenibilità del modello di sviluppo economico che vogliamo applicare e soprattutto sull’impatto che questo ha sul benessere dei cittadini. La democrazia e l’inclusività devono trovare spazio nelle logiche di mercato, affinché la crescita economica non sia il trofeo di pochi, ma il traguardo di tutti.

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                                      A Roma un workshop sulla green governance

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                                        workshop Green Governance

                                        Le sempre più numerose esperienze, che hanno introdotto nuovi scenari nelle società urbane, come possono evolversi per costituire una vera green governance collaborativa? Questo l’interrogativo al quale si proverà a dare risposta attraverso l’intervento di autorevoli relatori.
                                        Gli orti, i giardini condivisi e le azioni civiche nel verde e nello spazio pubblico sono uno dei palcoscenici dove i cittadini attivi, ma anche innovatori, makers, agricoltori, creativi ed architetti spingono la società, il mercato e le istituzioni verso nuove frontiere, in cui l’individuo è protagonista e si coalizza, diventando il fulcro dell’innovazione sociale.
                                        Le iniziative collaborative che ne scaturiscono rendono le città più aperte, resilienti ed interattive, rispondendo anche a grandi questioni come il cambiamento climatico e la sovranità alimentare.

                                        Spazi divenuti luoghi strategici

                                        Gli spazi pubblici aperti, quelli abbandonati e le aree agricole sono luoghi strategici dove avvengono questi processi, che generano appartenenza ai luoghi e benefici sociali, educativi, economici, civici e solidaristici per la cittadinanza.
                                        Il confronto fra esperienze diverse, in alcuni dei variegati contesti contrassegnati dalla diffusione insediativa, richiede di essere perseguito alla ricerca di indicazioni utili per ridurre il grave deficit di capacità progettuale, che attualmente caratterizza il nostro rapporto con alcuni degli aspetti salienti, ma problematici e spesso generatori di contraddizioni e di conflitti, dell’habitat contemporaneo.
                                        Come nelle scorse edizioni, la Biennale dello Spazio Pubblico, trae ispirazione da decine di eventi di carattere locale, nazionale ed internazionale, promossi da Pubbliche amministrazioni, università, associazioni di cittadini, organizzazioni professionali e culturali, organizzazioni internazionali, con lo scopo di mettere a confronto esperienze, problematiche e buone pratiche.

                                        Programma dell’evento:

                                        Introduzione: Luca D’Eusebio, Silvia Cioli – Zappata romana

                                        Tavolo A – Presentazione di casi di studio
                                        Coordina Andrea Ferraretto – economista e blogger

                                        Relatori:
                                        Federico Aveni Cirino – Associazione Retake Roma
                                        Federica Ravazzi e Eloisa Susanna – Gruppo Renzo Piano G124
                                        Michela Pasquali – Progetto frutta urbana, Associazione no profit Linaria
                                        Amalia Bevilacqua – Tint’orto, Sapri
                                        Pier Paolo Balbo – Spazi indennitari nell’Agro romano, Università La Sapienza
                                        Claudia Zanfi – Alveari urbani, Green island
                                        Alberto Modesti – Orti urbani tre fontane
                                        Luciano Di Vico – Volontari Parco acquedotti
                                        Benedetta Gillio – Laboratory for the governance of commons, #OrtoLuiss

                                        Tavolo B – Riflessioni e confronto
                                        Coordina Silvia Cioli – Zappata romana

                                        Discussant:
                                        Chiara Certomà – Scuola superiore sant’Anna di Pisa
                                        Cecilia Sottilotta – Laboratory for the governance of commons, Università Luiss
                                        Agostino Ritano – Rural hub

                                        Per maggiori informazioni: www.biennalespaziopubblico.it

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                                          Biennale dello spazio pubblico, a Roma si parla di città resilienti

                                          21 maggio 2015 | Notizie Notizie

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                                            città resilienti, ambiente, smart city.

                                            Il seminario è uno degli eventi conclusivi previsti nell’ambito della Biennale dello Spazio Pubblico 2015, evento ormai giunto alla sua III edizione che attraverso incontri e seminari rivolti a cittadini, amministratori, enti ed istituzioni, pone in risalto esempi e buone pratiche nella valorizzazione e gestione degli spazi pubblici urbani.

                                            Città resilienti motore di sviluppo

                                            Obiettivo del workshop è quello di valorizzare e analizzare il concetto di città resiliente, inteso come capacità delle città di rispondere ed adattarsi in maniera tempestiva al cambiamento climatico. Durante la giornata verranno affrontati i temi cardine della Commissione “Città resilienti motori di sviluppo” che sempre più stanno entrando nel dibattito pubblico.
                                            La centralità urbanistica di alcuni beni comuni per migliorare la fruizione e la qualità delle città, lo sviluppo sostenibile, le infrastrutture verdi, blu, slow e smart  ed i  programmi di adattamento ai cambiamenti climatici nelle politiche urbane e nelle strategie urbanistiche sono solo alcuni dei temi che verranno discussi nel corso del seminario grazie al contributo dei componenti della Commissione,  esperti delle associazioni di settore e della pubblica amministrazione.

                                            Il programma

                                            Ore 9.00

                                            Inizio del seminario con gli interventi di Giovanni Bello, Daniele Cannatella, Emanuela De Marco, Sabrina Sposito e Anna Terracciano che esporranno: “Verso una Mappa dell’Italia resiliente”,una rassegna di piani e progetti a cura della Commissione.

                                            Ore 9.30

                                            Si prosegue con l’intervento di Carlo Gasparrini sul tema dell’ “Urbanistica della resilienza per la città contemporanea.”

                                            A termine degli interventi  verranno predisposti due tavoli di lavoro.

                                            Ore 9.45-11.45

                                            Primo tavolo dal titolo: “Prove di resilienza nelle città italiane” che vedrà affrontati i seguenti temi: strategie e tattiche virtuose adottate nelle città italiane, le infrastrutture ambientali blu, verdi e slow, il riciclo della città esistente per contrastare il consumo di suolo ed il protagonismo sociale dei beni comuni nella nuova economia urbana.
                                            Questo tavolo verrà  coordinato dall’Assessore all’Urbanistica di Bologna Patrizia Gabellini e vedrà la partecipazione, tra gli altri, degli assessori all’urbanistica delle città di Roma, Torino, Napoli e Messina.

                                            Ore 11.45-13.30

                                            Il secondo tavolo ha come tema: “Resilienza delle città e strategie europee e nazionali”, in questa sede si affronterà la questione ambientale e resilienza delle città nell’Agenda urbana europea e italiana, gli strumenti e programmi di adattamento ai cambiamenti climatici nelle politiche urbane e nelle strategie urbanistiche, Mayors adapt, Climate Alliance, PON Metro e fondi strutturali e politiche di coesione.
                                            I lavori sono coordinati da Franco Rossi, vicepresidente dell’ Inu.

                                            Ore 13.30

                                            Termine dei lavori,  si prevede un momento di sintesi a cura di Carlo Gasparrini e la presentazione delle conclusioni finali da parte del Presidente dell’ Inu Silvia Viviani.

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