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Il 22 febbraio a Bologna presentato il primo regolamento sull’amministrazione condivisa

21 febbraio 2014 | Cantieri Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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    locandina bologna

    Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno, fra le altre cose, anche di amministratori comunali capaci di amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.

     Il progetto Le città come beni comuni www.cittabenicomuni.it ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo auspicabile, ma anche possibile.

    Il progetto, iniziato nel giugno 2012, è stato promosso e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e realizzato dal Comune di Bologna con il supporto scientifico di Labsus-Laboratorio per la sussidiarietà e la collaborazione del Centro Antartide. I risultati del progetto saranno presentati il 22 febbraio prossimo con la partecipazione tra gli altri del ministro Delrio.

    link al programma

     Questa iniziativa ha ricevuto

     MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA
    DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Oggi molti amministratori locali, fra cui il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna,  hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità. Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus www.labsus.org  intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello di amministrazione tradizionale. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione fra cittadini e amministrazioni. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama così proprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

    Partire dalle cose, non dalle regole

    “Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione”. Questo è stato il metodo di lavoro seguito dal progetto di Bologna Le città come beni comuni. Nella fase di avvio nei tre quartieri di Navile, San Donato e Santo Stefano si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie e poi, una volta entrati nella fase operativa, ci sono stati periodici  incontri per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento in modo tale da trarne indicazioni su come andare avanti, correggendo gli errori.

    Un regolamento che migliora nel tempo

    Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, ha redatto il regolamento comunale che disciplinerà la collaborazione fra cittadini e amministrazione. Sottoposto all’esame dei dirigenti del Comune e di giuristi di varie università e infine portato in Giunta per l’approvazione finale, il 22 febbraio il regolamento sarà messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia attraverso il sito di Labsus e altri siti.

    Ogni Comune potrà scaricarlo, adattandolo alle proprie esigenze. Le diverse versioni che man mano saranno elaborate nei vari Comuni saranno a loro volta pubblicate nel sito di Labsus, creando così nel tempo un patrimonio di normative locali a disposizione di tutte le amministrazioni.

    Ufficio stampa:

    Comune di Bologna
    Cristiano Zecchi – 335.1362368 – cristiano.zecchi@comune.bologna.it

    Labsus Laboratorio per la Sussidiarietà
    Fabrizio Rostelli – 339.6059376 – rostelli@labsus.net

    Centro Antartide
    Sara Branchini – 339.8412305 – sara.branchini@centroantartide.it

    Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
    Paola Frontera – 320.4395813 – ufficiostampa@fondazionedelmonte.it

    Qui il video della giornata di presentazione

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      L’estetica dei beni comuni

      28 luglio 2014 | Il punto di Labsus

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        Sulle pagine di questa rivista ci siamo spesso soffermati ad analizzare come l’impegno civico dei cittadini attivi nei confronti dei beni comuni possa cambiare i rapporti con le amministrazioni, ridefinire la nozione di partecipazione politica, rimettere in moto i meccanismi fiduciari. Raramente abbiamo analizzato come un rinnovato senso di responsabilità e una gestione condivisa dei beni comuni possano cambiare l’estetica della vita quotidiana e gli spazi pubblici. È in questa prospettiva che “l’interesse generale” richiamato dall’art. 118, comma quarto, si apre ad una serie di interpretazioni che mettono in discussione alcuni aspetti del vivere associato così come li abbiamo conosciuti nella modernità.

        Ripartire dai beni comuni

        Converrà ripartire dalla natura dei beni comuni per comprendere meglio perché questi implichino anche una nuova estetica (oltre che una nuova etica).
        Come afferma Donolo, “i beni comuni sono un insieme di beni necessariamente condivisi. Sono beni in quanto permettono il dispiegarsi della vita sociale, la soluzione di problemi collettivi, la sussistenza dell’uomo nel suo rapporto con gli ecosistemi di cui è parte. Sono condivisi in quanto, sebbene l’esclusione di qualcuno o di qualche gruppo dalla loro agibilità sia spesso possibile ed anche una realtà fin troppo frequente, essi stanno meglio e forniscono le loro migliori qualità quando siano trattati e quindi anche governati e regolati come beni ‘in comune’, a tutti accessibili almeno in via di principio”. In maniera simile, Arena definisce i “beni comuni” come “quei beni che se arricchiti, arricchiscono tutti e se impoveriti impoveriscono tutti”.
        I beni comuni si collocano inoltre “al di là” di una dimensione meramente acquisitiva del bene, in una sfera che ridefinisce la nozione stessa di “spazio pubblico”, rispetto alla tradizionale contrapposizione pubblico/privato dove il pubblico si identifica con lo stato e il privato con il mercato (Mattei, Rodotà).
        Condivisione, responsabilità e partecipazione sembrano essere le parole chiave che sono alla base di questa tipologia di beni e a partire da ciò individuano una nuova estetica, capace di dare forma ad un paradigma culturale nuovo che investe una serie di pratiche quotidiane.

        Un cambiamento di paradigma

        A ben vedere si tratta di un profondo mutamento, che investe l’economia, la politica, l’architettura, il design e che mette in discussione il paradigma della modernità: l’uomo al centro dell’universo che progetto lo spazio circostante – politico, sociale, urbano – mosso da un’esigenza di controllo sulla realtà a partire da modelli culturali (e a volte ideologici) di riferimento. Non importa quale sia il contesto, importante è il progetto (o il progettista) e la sua realizzazione.
        Gli spazi pubblici in particolare hanno risentito di questo paradigma: destinati a rappresentare il potere, hanno assolto questa funzione imponendosi nel panorama urbano, senza tenere conto del ruolo che in democrazia svolgono i cittadini. La modernità è popolata di palazzi del potere – parlamenti, hôtel de ville, regge – che mettono in scena una rappresentazione della cosa pubblica dalla quale i cittadini sono esclusi. Allo stesso modo sono stati concepiti altri luoghi istituzionali – teatri, musei, scuole, università – dove i cittadini possono essere solo spettatori di un progetto pensato per loro, ma senza di loro.
        Alla definizione di questo paradigma ha dato un contributo determinante l’economia. A partire dall’affermazione del capitalismo, il paradigma economico fondato sul calcolo costi/benefici, ha dominato incontrastato. Tradotto nel moderno efficientismo e nelle politiche neoliberiste, ha imposto scelte dettate dalle esigenze del mercato e del profitto, ma incuranti nei confronti dei beni comuni che potevano essere consumati all’infinito, senza tenere conto delle generazioni future e delle conseguenze che si sarebbero prodotte su di esse.
        L’economia è una disciplina che ha la sua ragion d’essere in un dato di fatto incontrovertibile: la scarsità delle risorse. Se in alcuni casi le risorse sono realmente scarse – acqua, terra, fonti energetiche – in altre (la maggior parte) tale scarsità può essere riprodotta artificialmente ad uso e consumo delle regole del mercato. Descritta in termini di obsolescenza programmata dei beni, tale tendenza si è fondata sulla stimolazione infinita dei consumi e sulla filosofia dell’usa e getta, interpretate come sinonimo di modernità e efficientismo.
        L’azione congiunta delle esigenze di autorappresentazione sociale della borghesia e del sistema produttivo si è tradotta in una produzione di massa, che ha alimentato la sfera dei consumi senza tenere conto delle conseguenze che tale atteggiamento avrebbe comportato.
        Oggi al contrario, secondo l’economista ambientale Paul Connet, studioso delle problematiche economiche legate alla produzione di rifiuti, “se una cosa non la puoi riciclare, riutilizzare o compostare…non la produrre!”.

        L’estetica dei beni comuni

        La nuova estetica non può che ripartire dai principi di condivisione, responsabilità e partecipazione che sono alla base dei beni comuni. Si recupera così la dimensione originaria della parola greca (aisthesis), “sentire, provare insieme”: è una comunità che si ritrova a partire da un sentire comune condiviso.

        1. La prima conseguenza è il sovvertimento delle gerarchie decisionali. È un’abitudine radicata che siano gli altri – gli amministratori, i politici, gli architetti – a progettare gli spazi in cui viviamo, con una delega in bianco sull’aspetto finale assunto dalle città e dai quartieri. Se questo da una parte ha sollevato i cittadini da una serie di preoccupazioni e responsabilità, dall’altra ha spesso fatto si che non si sentissero a casa loro negli spazi in cui vivono o che non avessero la possibilità di intervenire su come realizzare qualcosa a loro destinato – un parco, un marciapiede, una strada, un campo sportivo, un servizio sanitario – pur essendo portatori di competenze, professionalità in materia e di un senso comune diffuso all’interno della comunità. Come afferma Paolo Jedlowski ne Il sapere dell’esperienza “il senso comune è l’insieme di ciò che ognuno considera ovvio, all’interno di una certa comunità, e in un dato momento della storia […] è ciò che sappiamo in relazione alle faccende che sbrighiamo e ai ruoli che ricopriamo nella vita quotidiana […] il senso comune è una memoria sociale”, un patrimonio di conoscenze che va valorizzato e riscoperto.

        2. Una seconda conseguenza è costituita dall’abbandono di una logica acquisitiva nei confronti degli spazi e dei beni a favore di un modello condiviso. L’esempio più evidente di questo cambiamento riguarda il settore della mobilità urbana: la diffusione di pratiche di mobilità sostenibile (car sharing, bike-sharing, carpooling) ridefiniscono il concetto di mezzo di trasporto in termini di strumento di acquisizione di status, a vantaggio del recupero di dinamiche relazionali. L’auto, status symbol per eccellenza, diviene strumento di mobilità che può anche essere condiviso con altri. Anche gli spazi pubblici risentono di questo spirito: la pratica del community gardening attribuisce un valore diverso alla cura degli spazi verdi: non importa a chi appartenga il giardino, quanto che sia condiviso con gli altri, che sia “realizzato insieme”.

        3. La terza conseguenza chiama in causa la relazionalità. Sono le relazioni sociali a definire la natura degli spazi e degli oggetti; la finalità sociale ha il sopravvento sulla concezione estetica o meglio gli dà forma. È il superamento della nozione di non-luogo elaborata dall’antropologo urbano Augé, il quale afferma che un luogo per essere tale deve essere identitario, relazionale e storico, altrimenti è un non-luogo. Da questo punto di vista, non si tratta tanto di mettere in atto un cambiamento delle forme esteriori, quanto delle relazioni sociali che si stabiliscono all’interno degli spazi e nel rapporto con gli oggetti. Ecco allora che ogni spazio diventa un luogo a partire dalle relazioni – passate, presenti e future – che si stabiliscono al suo interno. Allo stesso modo, nel rapporto con gli oggetti si realizza il superamento della logica dell’ “usa e getta” che recide il rapporto con gli oggetti.

        Dall’emergenza alla normalità

        Si tratta di operare il passaggio dall’emergenza alla normalizzazione nelle pratiche di vita quotidiana di comportamenti che risultino ad ogni livello responsabili.
        C’è chi ancora trova antiestetici i cassonetti per la raccolta differenziata o i contenitori colorati che dobbiamo tenere in casa; chi ritiene che le pale eoliche deturpino l’ambiente (chissà cosa avrebbe detto Don Chisciotte) e i pannelli fotovoltaici non siano paragonabili alle tegole; chi si indigna se le catene alberghiere non provvedono al cambio della biancheria giornalmente o invitano a non sprecare l’acqua, come se vivessimo in un’eterna condizione di emergenza dalla quale prima o poi usciremo per tornare alle nostre abitudini di un tempo!
        In tutti questi casi non sono gli oggetti e gli spazi ad avere importanza, ma il cambiamento delle pratiche di vita quotidiana che c’è dietro. L’architettura e il design possono fare molto in questa opera di “normalizzazione” dei cambiamenti in atto.

        Gli spazi della partecipazione

        Chi non ricorda dai libri di scuola il celebre Speakers’ Corner di Hyde Park, prova evidente che la democrazia ha bisogno di poco per essere praticata? L’estetica dei beni comuni non riguarda solo le pratiche di vita quotidiana, ma chiama in causa la qualità della democrazia.
        Non è un caso che oggi gli architetti si preoccupino di progettare i nuovi spazi della partecipazione o parlino di “spazi pubblici attivatori di cittadinanza (SPAC)”, vale a dire spazi pubblici dismessi o abbandonati che per il loro uso diventano potenziali attivatori di cittadinanza. Si parla di condomini multiculturali, che devono conciliare sul piano abitativo e amministrativo, diverse culture ed etnie, con i relativi usi e abitudini quotidiane, favorendo così l’integrazione.
        Spazi pubblici oggetto di una cura condivisa tra cittadini e amministrazioni, come proposto dal “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e rigenerazione dei beni comuni urbani”, promosso da Labsus in collaborazione con il Comune di Bologna e ora in fase di adozione da parte di diversi comuni in Italia. Il Regolamento parla di un “Patto di collaborazione”, attraverso il quale Comune e cittadini attivi definiscono l’ambito degli interventi di cura o rigenerazione dei beni comuni urbani. In questo modo, la visione di come sarà la città del futuro sarà il frutto essa stessa di un progetto condiviso e partecipato, che rende l’operato dell’amministrazione maggiormente trasparente e tutti – cittadini e amministratori – reciprocamente responsabili.

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          Quali sono le “virtù che cambiano il mondo”?

          | Recensioni

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            Le virtù protagoniste del saggio di Guido Viale, nelle librerie dall’estate scorsa, sono da sempre presenti nell’etere che circonda la nostra civiltà, occorre solo ritornare a catturarle e a farle nostre.

            Il panorama…

            Dignità, accoglienza, empatia, sobrietà sembrano sparite dai manuali del vivir bien collettivo, ritiratesi per far posto ad egoismo e competizione.

            In un panorama costellato dal mainstream liberista, governanti e governati si sono ritrovati già da anni immersi in una battaglia serrata, mossi da quelli che Benjamin Franklin già due secoli fa elencava come elementi essenziali della vita dell’uomo moderno: ambizione e cupidigia.

            La trasparenza è divenuta corruzione, la condivisione ha lasciato il posto all’esclusività, la modestia scalzata dall’arroganza, in uno scenario sempre più globalizzato che però si sforza di nascondere quegli ampi spiragli di resistenza che, secondo Viale, costituiscono il trampolino da cui ripartire.

            E mai momento si è rivelato più propizio; gli Indignados di Plaza del sol, gli occupanti di Zuccotti Park, gli studenti nostrani e il Magreb con le sue primavere non possono che costituire una solida base di rivolta.

            Sono infinite le contro-virtù protagoniste del nostro secolo e ad elencarle si corre il rischio di una rovinosa caduta nel baratro di qualunquismo (che forse l’autore avrebbe potuto evitare con maggiore astuzia), necessario però per dipingere un quadro esaustivo che sappia riflettere l’olismo e l’onnicomprensività di cui possono vantarsi i mali della società contemporanea.

            …l’alternativa

            Le strade alternative invece esistono, basta rintracciarle.

            E coincidono con le virtù con cui si apre il saggio di Viale. Virtù che hanno trovato piena applicazione in quegli esperimenti egregiamente riusciti e che portano nomi sempre più alla ribalta negli ultimi anni: GAS, orti urbani, co-housing, car sharing, km0, SmartCities e tantissimi altri.

            Una società alternativa esiste e gode, mai come oggi, di ottima salute. Una società che, grazie ad un’innata propensione verso quella che merita lo scettro di regina delle virtù necessarie, la condivisione, ha trovato le risposte adatte ad affrontare le sfide che, secondo l’autore, il liberismo ci ha posto dinnanzi; battaglie di ecologia, alimentazione, rifiuti, sviluppo e cooperazione.

            Quello di Viale appare come un appello a tutti coloro che negli anni hanno saputo comprendere le reali necessità del pianeta che occupiamo: intellettuali, artisti, politici, scrittori, semplici partecipanti che al grido di “Indignatevi!” lanciato da Hessel hanno saputo rispondere presente, riuscendo inoltre in una delle battaglie più dure: coniugare la protesta alla proposta.

            E fornendo al mondo intero quello spiraglio di reale speranza di cui abbiamo infinito bisogno.

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              A Mantova per la terza rivoluzione istituzionale

              | Cantieri

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                mantova

                A Mantova si stanno ponendo le basi per la nascita di un nuovo paradigma istituzionale basato sulla governance condivisa per la gestione dei beni comuni culturali, che saranno volano di sviluppo locale per la città di Mantova. Tutto ciò grazie al Laboratorio di co-progettazione “Imprese per i beni comuni” promosso dal “Tavolo della cooperazione e dell’economia civile” istituito presso la Camera di Commercio di Mantova e realizzato grazie alla ideazione e progettualità di Labsus.
                Il progetto che si sta svolgendo a Mantova è basato su una nuova tecnologia istituzionale, sociale ed economica che mira a costruire una alleanza forte, collaborativa e a lungo termine tra cittadini, volontari, ricercatori, imprenditori locali e amministrazioni per creare un paradigma di sviluppo locale di comunità basato sui beni comuni.

                Un nuovo paradigma istituzionale

                Si tratta di un paradigma istituzionale innovativo riconosciuto dalla nostra Costituzione che stabilisce il principio di sussidiarietà orizzontale  nell’art. 118 u.c. In base a questo principio i cittadini e la comunità nel suo complesso hanno il diritto e la libertà di prendersi cura dell’interesse generale, migliorando e difendendo i beni comuni ad ogni livello di governo. All’interno di questo paradigma istituzionale a Mantova la cultura e il patrimonio culturale, intesi come beni materiali e immateriali, sono considerati come la chiave di volta su cui costruire una alleanza locale tra tutti gli attori che vogliono considerare la “cultura come bene comune” e come forza promotrice per un nuovo paradigma di sviluppo di comunità basato sui beni comuni per il territorio di Mantova. L’obiettivo finale è quello di rivitalizzare il patrimonio culturale del territorio di Mantova facendo leva sull’innovazione sociale, la creatività e la digitalizzazione.

                Esperienze a livello internazionale

                L’unione tra la gestione collettiva dei beni comuni e la sussidiarietà orizzontale che caratterizza l’approccio usato a Mantova è una soluzione efficace per lo sviluppo sociale ed economico. Si possono trovare tanti esempi in Italia e a livello globale che dimostrano il successo della collaborazione tra governo e comunità, amministrazioni e cittadini, imprese locali e volontari. Uno degli esempi è Cultural Factory, un distretto culturale sorto in una zona degradata di Londra, che è diventato una delle aree culturali più attive dell’Europa. Ma anche Spazio Grisù, la prima fabbrica creativa nata in Emilia Romagna, che oggi ospita le sedi centrali di molte imprese culturali. ORG – Officine Grandi Riparazioni, che nasce nella vecchia zona industriale della città di Torino, ristrutturata e donata alla comunità per portare avanti attività culturali ed artistiche. Altri progetti nascono invece dalla volontà di un singolo cittadino per poi aprirsi alla collettività e all‘amministrazione. Come il caso di Favara Farm Cultural Park in provincia di Agrigento, dove dalla volontà di Andrea Bartoli nasce un progetto di riqualificazione del centro storico della piccola cittadina siciliana, trasformandola in uno tra i più importanti centri di interesse per l’arte contemporanea nel mondo. Le case abbandonate del centro storico sono diventate la scena e lo spazio di ritrovo per artisti talentuosi e per la comunità artistica internazionale.

                L’impresa ha un ruolo chiave in questo processo di sviluppo artistico rappresentando una leva per creare relazioni, partenariati e collaborazioni.
                L’incubatore culturale rappresenta il luogo di incontro per le piccole e medie imprese e la nascente expertise culturale delle grandi imprese, che può fornire supporto e indirizzo grazie ai propri servizi, con l’obbiettivo di creare un sistema multidimensionale.

                Il metodo

                L’approccio adottato nel Laboratorio mantovano è quello di coinvolgere direttamente gli autori delle idee nel processo, grazie al metodo della co-progettazione e del lavoro di gruppo. L’obiettivo è lo sviluppo di soluzioni innovative per la gestione condivisa dei beni comuni culturali, in particolare grazie all’uso dell’ICT, Information and Communication Technology. La digitalizzazione del patrimonio culturale è un passaggio cruciale per lo sviluppo dell’economia culturale. I fab labs sono gli incubatori della terza rivoluzione industriale e i luoghi di sviluppo dell’innovazione sociale. Il progetto prevede che le imprese locali e gli imprenditori svolgano un ruolo importantissimo, anche dal punto di vista della prospettiva della responsabilità sociale di impresa, nella gestione condivisa dei beni comuni culturali, rappresentando un punto di intersezione tra la pubblica amministrazione, il terzo settore e i cittadini, seguendo un principio di condivisione delle risorse e delle competenze per raggiungere un unico obiettivo.

                Il percorso ideato da Labsus si struttura in tre pilastri: una call for ideas chiamata “La Cultura come bene comune”, promossa dalla Provincia di Mantova, che ha individuato 7 idee di giovani con meno di 29 anni, incentrate sulla gestione condivisa dei beni comuni culturali; un secondo pilastro è rappresentato da un “ideas camp” chiamato Laboratorio di co-progettazione “Imprese per i beni comuni” promosso dal Tavolo per la cooperazione, istituito presso la Camera di Commercio di Mantova. Questo Laboratorio applica il metodo della co-progettazione, della progettazione partecipata e della comunicazione collaborativa con l’obiettivo di prototipare e testate le pratiche di gestione condivisa dei beni comuni culturali che intendono promuovere la cooperazione e collaborazione tra la società civile, le cooperative, gli imprenditori locali, le imprese e la pubblica amministrazione, nella cura e rigenerazione del patrimonio culturale di Mantova. Questo per dimostrare che il patrimonio culturale della città di Mantova può essere coltivato, migliorato e infine diventare il motore di sviluppo di una “impresa culturale-creativa di comunità”.

                Il terzo pilastro, chiamato “governance camp” mira invece a creare un sistema di governance sostenibile e di lungo periodo per la gestione dei beni comuni culturali.
                Il Laboratorio ha l’ambizioso intento di ideare, progettare e prototipare una nuova forma di istituzione del terzo millennio, pensata per prendersi cura dei beni comuni, che utilizza il principio della governance, e non della contrapposizione tra pubblico, privato e terzo settore.

                Cosa è stato fatto?

                Il primo modulo del Laboratorio si è svolto il 19 e 20 giugno e ha visto la partecipazione del prof. Gregorio Arena e prof. Christian Iaione, rispettivamente Presidente e Direttore scientifico di Labsus, che hanno illustrato il principio di sussidiarietà orizzontale e della governance dei beni comuni, pilastri essenziali di tutto il progetto.

                Nel secondo appuntamento i partecipanti al Laboratorio hanno incontrato la designer e ricercatrice Daniela Selloni del Politecnico di Milano con cui hanno lavorato per co-progettare e prototipare le loro idee. Il lavoro è proseguito la settimana successiva in compagnia di Anna Seravalli, designer e ricercatrice dell’Università di Malmo in Svezia. L’attenzione è stata focalizzata sulla progettazione partecipata grazie all’esperienza delle ricercatrice nei fab labs e living labs svedesi. L’ultimo appuntamento prima della pausa estiva si è svolto il 24 e 25 luglio con l’esperto di comunicazione politica e dei social media Dino Amenduni dell’agenzia di comunicazione Proforma. Insieme a lui i partecipanti al Laboratorio hanno scritto una strategia di comunicazione per trasmettere in maniera efficace questa nuova idea dell’impresa culturale e creativa di comunità basata sui beni comuni culturali.

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                  L’Emilia Romagna riconosce e regola l’Economia Solidale

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                    economia solidale 2

                    L’Economia Solidale riceve pieno riconoscimento e nuova legittimità in Emilia Romagna. L’Assemblea legislativa regionale ha infatti approvato lo scorso 22 luglio il progetto di legge “Norme per la promozione e il sostegno dell’economia solidale”, nato dal confronto tra le Istituzioni e il Coordinamento Regionale per l’Economia Solidale in Emilia Romagna (CRESER), che rappresenta le associazioni attive sul territorio.
                    L’obiettivo della legge è quello di promuovere l’Economia Solidale e stimolarne la progettualità senza ricorrere a finanziamenti esclusivi ma puntando invece ad introdurre nuovi strumenti  di gestione e misure di sostegno. Tra i provvedimenti più importanti, la Regione si impegna a nominare all’interno della giunta un referente politico specifico per l’Economia Solidale. Verrà inoltre istituito un Forum Regionale come strumento partecipativo finalizzato “al confronto e all’elaborazione delle istanze emergenti dai soggetti dell’Economia Solidale”, mentre un Tavolo Regionale Permanente, composto da tecnici della Regione e da rappresentanti dei soggetti di Economia Solidale, sarà incaricato di attivare i progetti approvati. Infine, un Osservatorio dedicato sarà predisposto per monitorare i progetti attivi e migliorarne l’efficacia, sulla base di indicatori qualitativi come il BES (Benessere Equo e Sostenibile).

                    Un modello di economia alternativo

                    Quella approvata in Emilia Romagna è una tra le prime leggi italiane che norma il vasto settore dell’Economia Solidale, costituito da un arcipelago di organizzazioni, piccoli produttori, aziende sostenibili e consumatori consapevoli. La nuova legge regionale costituisce infatti un formale riconoscimento dell’Economia Solidale come “modello economico sociale e culturale improntato a principi di eticità e giustizia, di equità e coesione sociale, di solidarietà e centralità della persona” che “promuove i beni comuni assicurandone l’utilizzo collettivo e sostenibile a beneficio delle comunità e delle generazioni future” (articolo 1). Il progetto di legge potrebbe inoltre porsi come valida risposta alla crisi economica, proponendo un modo diverso di vivere il mercato, che rimetta al centro i beni comuni e la collettività (in allegato il testo integrale del progetto di legge).

                    Il CRESER

                    Il Coordinamento Regionale per l’Economia Solidale si è definito nel tempo come Rete, o meglio come RES (Rete di Economia Solidale), dato il numero elevato di gruppi partecipanti distribuiti su tutto il territorio dell’Emilia Romagna. Il CRESER nasce nell’ottobre del 2011 per rispondere alla proposta di legge regionale sui Gruppi di Acquisto Solidale (G.A.S.) avanzata quello stesso anno, nella quale le associazioni del settore non si riconoscevano. “Ci siamo mostrati contrari a qualunque tipo di finanziamento esclusivo rivolto ai G.A.S. perché avrebbe potuto favorire anche quei gruppi creati senza la reale intenzione di realizzare un modello economico alternativo – spiega Mauro Serventi, membro del CRESER – Abbiamo quindi cercato un contatto con i Consiglieri Regionali proponenti, invitandoli al ritiro della proposta di legge, convincendoli che fosse preferibile “non fare da soli ciò che è possibile fare insieme”. Il CRESER ha poi avviato diversi Gruppi di Lavoro sui temi specifici dell’Economia Solidale (fra cui: i Beni Comuni, la Finanza Etica, le Reti di Economia Solidale), i cui risultati sono stati offerti ai rappresentanti delle Istituzioni. Il dialogo avviato ha consentito di apportare le modifiche necessarie al progetto di legge “Norme per la promozione e il sostegno dell’economia solidale” e di procedere alla sua approvazione.
                    “Noi immaginiamo il Forum che verrà istituito per legge – conclude Mauro Serventi – come uno strumento partecipativo, aperto a tutti i soggetti della società romagnola: le imprese, le cooperative e tutte le associazioni che operano secondo la logica dell’Economia Solidale, la quale non rifiuta il profitto ma lo mette al servizio del bene comune”.

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                      Tar Sicilia, Palermo, sez. III, 3 maggio 2011, n. 827

                      | Diritto Giurisprudenza Tar

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                        diritto di accesso

                        La sentenza

                        Il giornalista e direttore responsabile del quotidiano on line “Siciliainformazioni.com” ha chiesto, mediante ricorso al Tar, l’annullamento del fax con il quale l’Assemblea Regionale Siciliana (A.R.S.) aveva respinto l’istanza di accesso ai documenti amministrativi avanzata allo scopo di realizzare un articolo giornalistico sul trattamento economico dei deputati dell’Assemblea; il ricorrente ha chiesto altresì la condanna dell’Amministrazione all’esibizione e al rilascio in copia dei medesimi documenti.

                        Il ricorrente ha addotto sei motivi di censura: la violazione e falsa applicazione dell’art.22, comma 1, lett. d) della l. n. 241 del 1990; il difetto di motivazione e illogicità manifesta; l’erroneità dei presupposti; la violazione e falsa applicazione dell’art. 24, comma 3 e dell’art. 22, comma 2 della l.241 del 1990; il difetto di motivazione ed erroneità dei presupposti; l’illegittimità del regolamento di accesso dell’Assemblea per violazione dell’art. 117, comma 2, lett. m) della Costituzione in combinato disposto con l’art. 29, comma 2-bis, della l. n. 241 del 1990.

                        L’Assemblea Regionale Siciliana, costituita in giudizio, ha eccepito l’inammissibilità del ricorso e degli interventi ad adiuvandum da parte del Codacons Onlus e dell’Associazione “Lo sportello del cittadino”, che chiedevano l’accoglimento del ricorso.

                        Il Collegio giudicante esamina preliminarmente l’eccezione sollevata dalla difesa con cui si deduce l’inammissibilità del ricorso in quanto l’oggetto dell’istanza di accesso verterebbe non su “documenti” ma su “informazioni”: richiamando la definizione di “documento amministrativo” contenuta nell’art. 22, comma 1, lett. d) della l. n. 241 del 1990, il Collegio sostiene che i documenti in oggetto, seppur non tipizzati sotto forma di un tipo di provvedimento specifico, sono comunque riconducibili a “specifici segmenti organizzativo-gestionali dell’Amministrazione, ed a connessi documenti da questa detenuti”. Pertanto l’eccezione è dichiarata infondata.
                        È invece accolta dal Collegio l’eccezione di inammissibilità dell’intervento ad adiuvandum delle Associazioni private costituitesi, per tre motivi: perché tale intervento sarebbe subordinato, secondo la disciplina del diritto di accesso, alla sussistenza della possibilità di intervento in sede procedimentale, esclusa nel caso di specie; perché è inoltre da escludersi che questa fattispecie rientri nel campo di applicazione delle disposizioni sulla legittimazione ad agire delle associazioni dei consumatori e degli utenti previste dal Codice del Consumo; infine perché la tipologia dei documenti in oggetto non rientra nella disciplina di matrice comunitaria del d. lgs. 19 agosto 2005, n. 195, che prevedrebbe una diversa configurazione della legittimazione processuale, e in particolare dell’intervento in giudizio.

                        Mediante l’analisi dei documenti richiesti dalla parte ricorrente (ovvero i documenti relativi al trattamento economico dei deputati A.R.S. e al vitalizio degli stessi, infine quelli relativi al fondo di quiescenza dell’A.R.S.), è stabilito che la richiesta di accesso in oggetto mira “ad ottenere copia di determinazioni attinenti a specifici segmenti procedimentali dell’attività di spesa dell’A.R.S. che (…) sono facilmente e rapidamente individuabili non solo nella loro configurazione provvedimentale” ma anche come “rappresentazione informatica, ammessa dall’art. 22 della l. n. 241 del 1990, delle singole componenti espressione della complessiva spesa”.

                        Secondo il Collegio ogni qualvolta il rilascio di documenti non dia luogo a particolari attività di ricerca “tali da nuocere al regolare andamento dell’attività amministrativa” esso dovrà essere reso agevole, stante l’interesse dell’Amministrazione ad agevolare con ogni mezzo l’accesso ai documenti e non invece di limitarlo. Ciò consegue infatti dall’obbligo di buona fede e collaborazione che l’Amministrazione deve rispettare nel rapporto bilaterale con il privato, titolare di un diritto che rientra tra quelli minimi da garantire ai sensi dell’art. 117, comma 2 lett. m Cost.
                        Essendo infine la stessa legge regionale a prevedere forme di pubblicità in ordine al trattamento economico dei deputati dell’A.R.S., il Collegio giudicante ordina l’esibizione ed il rilascio di copia dei documenti richiesti: l’A.R.S. dovrà fornire quindi entro 30 giorni “l’elenco in forma anonima di tutte le somme lorde integralmente liquidate (e pagate) in favore di un numero pari a dieci deputati A.R.S. nel periodo compreso tra il 1° luglio e il 31 dicembre 2009 individuati dall’Amministrazione”.
                        Sono invece improcedibili le altre due richieste di accesso sui vitalizi in deroga e sul fondo di quiescenza.

                         

                        Il commento

                        La sentenza in oggetto, nella parte in cui accoglie il ricorso di “Siciliainformazioni.com” contro l’Assemblea Regionale Siciliana in merito al diniego della richiesta di accesso ai documenti amministrativi proposta dalla testata giornalistica, viene in rilievo per più motivi.

                        In primo luogo, essa stabilisce che la pubblica amministrazione ha l’obbligo di consentire l’accesso ai documenti amministrativi qualora essi non abbiano carattere generico e indeterminabile e ciò non sia particolarmente gravoso per l’amministrazione stessa. È peraltro indicato come, nell’epoca dell’amministrazione “digitale”, anche documenti non specificamente individuati possano essere considerati facilmente individuabili senza particolare dispendio di energie grazie all’elaborazione informatica, superando la tesi per la quale l’applicazione del diritto di accesso sarebbe da escludere ogni qual volta si tratti di atti che necessitano di un’elaborazione dei dati di cui l’amministrazione è in possesso.
                        Tale ragione esclude quindi l’eccezione dettata dalla mancata puntuale identificazione dei documenti dei quali si chiedeva l’accesso e dalla complessità dell’operazione di estrazione delle informazioni richieste.

                        In tali casi, pertanto, “è compito dell’amministrazione approntare ogni misura affinché sia garantito l’obbligo collaborativo che deve permeare il rapporto con il cittadino”. Il secondo rilievo attiene quindi ai ravvisati obblighi di buona fede e di collaborazione che l’Amministrazione deve puntualmente rispettare nel “rapporto bilaterale con il privato” riconosciuto titolare del diritto d’accesso.
                        Richiamando infatti l’evoluzione di tale diritto, ormai contemplato tra quelli minimi da garantire ai sensi dell’art. 117, comma 2 lett. m della Costituzione, ma anche quella dell’ordinamento comunitario in materia, in particolare attraverso la direttiva 2003/98/CE, questa sentenza porta al centro la questione del diritto di accesso come strumento di collaborazione tra cittadini ed amministrazioni, presupposto per una “società dell’informazione e della conoscenza”.

                        Il ricorrente dunque non ha l’onere di indicare gli estremi dei documenti di cui si chiede accesso, potendo come detto essere ricavabili ed individuabili dall’Amministrazione, ma ha ancora quello, superato in parte dal d. lgs. n. 33 del 2013 almeno per i dati pubblici di cui è prevista pubblicazione, di dimostrare l’interesse all’esibizione degli atti (in questo caso “direttamente legato all’esercizio del diritto di cronaca, costituzionalmente tutelato”). L’Amministrazione, d’altra parte, avendo l’interesse astratto a non limitare l’accesso ai documenti amministrativi dovrà rendere agevole tale accesso nei casi detti.

                        Se quindi questa sentenza è ancorata alle specifiche fattispecie del diritto di accesso dei documenti amministrativi previste dalla legge 241 del 1990 agli artt. 22 e seguenti, essa rappresenta un primo e forte esempio dell’interpretazione sempre più estensiva della nozione di accessibilità, intesa non soltanto come strumento finalizzato al controllo del procedimento amministrativo ma come principio che permea tutta l’azione dell’amministrazione, nell’organizzazione interna e nel suo rapporto con i cittadini.

                         

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                        Tar Lazio, Roma, sez. III bis, 19 marzo 2014, n. 3014
                        Tar Basilicata, sez. I, 8 marzo 2013, n. 127
                        Cons. st., sez. IV, 8 novembre 2010, n.7907
                        Tar Lombardia, Milano, 22 ottobre 2013, n. 2336

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                          Legambiente premia i Comuni Ricicloni 2014

                          27 luglio 2014 | Società Sostenibilità

                          Condividi la pagina

                            comuni_ricicloni

                            Giunti alla XXI edizione, Legambiente ha premiato i Comuni Ricicloni 2014, quei comuni cioè che hanno raggiunto la soglia del 65 percento di differenziata grazie all’organizzazione della raccolta porta a porta e all’adozione della tariffa puntuale sui rifiuti.

                            I punti di forza dei Comuni Ricicloni

                            Le regioni migliori in classifica sono quelle del nord est d’Italia, Veneto e Friuli Venezia Giulia in testa. Migliora la situazione delle regioni del Centro e del Sud, con le Marche che vivono un consistente miglioramento. La formula del successo è che molti comuni hanno applicato un sistema diffuso di raccolta porta a porta dei rifiuti e una tariffazione incentrata su un sistema di sconto per lo smaltimento in discarica in base alla performance della differenziata (più il materiale è ben differenziato e meno si paga). Non manca l’utilizzo delle nuove tecnologie, con app che ricordano all’utente quale materiale lasciare il giorno seguente davanti alla porta. Le grandi città non sono presenti in classifica sebbene alcune siano sulla buona strada. Milano ha raggiunto il 50 percento di differenziata in virtù del sistema di raccolta porta a porta, la prima in Italia come città con più di un milione di abitanti, e in Europa è seconda solo a Vienna.

                            L’obiettivo di raccolta da destinare al riciclaggio

                            Con la pubblicazione del dossier Legambiente rilancia l’appello al Governo di applicare al più presto la legge sulla raccolta differenziata da destinare al riciclaggio. È controproducente slittare di altri anni l’obiettivo di raccolta fissato dal decreto legislativo 152 del 2006. Infatti dal 2013 i comuni che non hanno raggiunto il 65 percento di differenziata pagano un addizionale del 20 percento sulla tariffa sui rifiuti conferiti in discarica. Con l’articolo di modifica presente nella legge di stabilità la maggiorazione tariffaria si inizierà a pagare solo dal 2015. Il risultato? I costi di mala gestione ricadrebbero ancora una volta sui cittadini, le amministrazioni non prenderebbero impegni concreti in tempi brevi nonostante gli esempi concreti offerti dai comuni più virtuosi, appunto i Comuni Ricicloni 2014, che hanno dimostrato quanto sia praticabile l’obiettivo del 65 percento.

                            L’auspicio è che una vergogna molto italiana possa essere presto un’occasione di rilancio verso un settore dell’economia verde che promette molti posti di lavoro (150 mila), augurandoci che la tutela dell’ambiente veda finalmente riconosciuta la sua fondamentale importanza rispetto al condono di ecotasse e di reati ambientali sempre troppo frequenti.

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                              Smart city made in Italy: l’eccellenza di Siracusa

                              25 luglio 2014 | Notizie Notizie

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                                Il progetto “Smart Cities Living Lab” si è sviluppato nel contesto del bando nazionale “Energia da fonti rinnovabili e ICT per la sostenibilità energetica” promosso dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dall’ANCI. Per la sua validità e riproducibilità, ha già assunto le sembianze di un case-study di riferimento per gli altri comuni italiani e tutte le città del mondo che vogliono valorizzare le proprie ricchezze in maniera sostenibile e attenta ai bisogni dei cittadini. Un bel traguardo per una città dalle sorti travagliate come Siracusa, dove infrastrutture e servizi arrancavano nel soddisfare le esigenze dei cittadini stessi, oltre a quelle di migliaia di turisti che ogni anno la città attira.

                                Un’amministrazione lungimirante

                                L’attuale sindaco Giancarlo Garozzo è uno dei fautori del successo di Siracusa, che ha sbaragliato concorrenti di alto prestigio culturale ed artistico come Roma, Firenze e Venezia, aggiudicandosi il finanziamento di circa un milione di euro messo in palio dal Cnr in collaborazione con l’ANCI per il progetto “Smart Cities Living Lab”.
                                All’inizio del 2014 è iniziata la collaborazione tra l’amministrazione comunale e i ricercatori del Cnr per la digitalizzazione dei siti storico-archeologici di Neapolis e dell’isola di Ortigia: una connessione wi-fi gratuita è ora disponibile in tutta l’area, mentre sei totem forniscono informazioni utili e costantemente aggiornate sulla vita cittadina. Una serie di QR-code, posti in prossimità dei tantissimi monumenti storici d’interesse, consentono al visitatore di visionare ricostruzioni 3D di questi colossi sopravvissuti al tempo (guarda il video). Sono inoltre disponibili mappe interattive, schede di approfondimento e visite aeree da drone, il tutto scaricando un’app gratuita per smartphone e tablet dal sito di “Welcome to Siracusa”, creato appositamente per il progetto. Il risultato è una valorizzazione intelligente del patrimonio archeologico siracusano, volta ad una fruizione innovativa della cultura che stimoli l’interesse consapevole di un numero sempre maggiore di persone.

                                Tutto questo è Smart City

                                Nuovi servizi all’avanguardia per favorire la scoperta delle bellezze archeologiche siracusane non sono gli unici tratti innovativi che rendono così importante la vincita del bando “Smart Cities Living Lab”. Il turismo è una risorsa fondamentale, ma per definirsi smart, una città deve poter offrire servizi che la rendano amichevole e vivibile anche per i suoi cittadini.
                                Grazie alla realizzazione di questo progetto, Siracusa è ora dotata di un sistema di monitoraggio del “metabolismo urbano”: dispositivi fissi installati sui totem sopracitati (SensorWebTourist), e mobili posti sulle auto (SensorWebCar) e sulle biciclette (SensorWeBike) della Polizia Municipale, permettono di rilevare dati importanti sullo stato dell’ecosistema della città; l’intervento dei ricercatori del Cnr sull’impianto di illuminazione cittadina assicurerà al Comune un risparmio energetico del 30%; il flusso turistico verrà monitorato per orientare con precisione i servizi; le luci del centro storico possono essere regolate o addirittura spente a seconda degli eventi programmati. Questi sono solo alcuni degli elementi che compongono l’offerta siracusana, avvicinandola agli standard di una vera città intelligente: i dati forniti dalla pubblica amministrazione e dai cittadini stessi diventano insostituibili per implementare nuove tecnologie, affinarle in base alle esigenze della città, e per migliorare l’operato dei governanti.
                                La città intelligente è una città resiliente, che si attiva per costruire un futuro di sostenibilità, che sprona i cittadini ad una sussidiarietà quotidiana consapevole e orientata alla creazione di una città non solo digitalizzata, ma aperta al contributo di ognuno e vivibile per tutti. Importante il contributo del Vademecum per la Città Intelligente, scaricabile dal sito dell’Osservatorio Nazionale Smart City: una guida per comprendere meglio un fenomeno globale sempre più affermato e accolto con entusiasmo dai cittadini e dalle amministrazioni.

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                                  Presentato a Roma il progetto TUTUR

                                  24 luglio 2014 | Notizie Notizie

                                  Condividi la pagina

                                    Tutur_d0

                                    E’ stato presentato il 26 giugno al Macro di Roma il progetto “Temporary Uses as a Tool for Urban Regeneration” o più semplicemente “TUTUR”.  Si tratta di un percorso di mappatura di tutti quegli edifici e spazi pubblici attualmente dismessi ed inutilizzati ma che invece potrebbero essere restituiti alla comunità, attraverso attività di rigenerazione e riqualificazione urbana. L’obiettivo è quello di sviluppare uno strumento normativo snello che spieghi con parole semplici quali sono le procedure per promuovere il riutilizzo degli spazi pubblici dismessi, velocizzando il processo burocratico. Il progetto è finanziato dall’’Unione Europea e inserito come piano pilota del Programma comunitario URBACT II, finalizzato a promuovere la cooperazione nell’ambito dello sviluppo urbano e a favorire lo scambio di esperienze tra le diverse città europee che ne sono interessate. L’obiettivo è quello di diffondere il concetto di sviluppo urbano integrato attraverso la condivisione di esperienze e buone pratiche. Nel corso della presentazione infatti sono state messe a confronto le varie iniziative di riuso temporaneo messe in pratica dalle diverse città partner del progetto, non solo Roma ma anche Brema in Germania e Alba Iulia in Romania, a cui si devono aggiungere altre città come Milano, Graz e Vienna in Austria, Amsterdam in Olanda, Budapest e Pecs in Ungheria, Novi Sad in Serbia nelle quali già da anni sono partiti progetti simili.

                                    TUTUR nella capitale

                                    Nella prima fase del progetto è stata svolta l’attività di mappatura degli immobili abbandonati, a cui hanno partecipato anche i cittadini: grazie al social network CITY-HOUND, creato ad hoc dallo studio T SPOON, è infatti possibile segnalare spazi urbani sottoutilizzati o dismessi. In questo modo si è realizzato un vero e proprio censimento degli spazi inutilizzati. Sempre attraverso il social network sarà possibile creare anche una “mappatura della domanda” e dei possibili usi degli spazi dismessi, contemperando l’esigenza di riqualificazione con quelle che sono le reali esigenze di coloro che vivono il territorio, destinatari finali dell’intero progetto. Il lavoro di mappatura degli immobili è un costante work in progress realizzato anche in collaborazione con le conferenze municipali, come ha spiegato Daniela Patti, una delle responsabili del progetto nella capitale.
                                    Ad oggi è in corso la seconda fase del progetto, ovvero la realizzazione di uno strumento normativo, una piccolo vademecum per i cittadini e per  la pubblica amministrazione contenente le regole procedurali per le proposte di riuso. Verrà realizzato sia chiarendo le regole già esistenti (e troppo spesso poco note) sia fornendo ai cittadini e alle amministrazioni delle linee guida su cosa bisogna fare per ottenere la possibilità di utilizzare un determinato spazio pubblico, per quali attività e per quanto tempo. A ciò si aggiungeranno altre buone pratiche derivate da esperienze di usi temporanei precedentemente testati in determinate aree pilota del III Municipio.
                                    Come apprendiamo dalle parole di Daniela Patti, il progetto sta riscuotendo un ampio successo soprattutto tra i cittadini più giovani, attirati dalla possibilità di utilizzare gli spazi dismessi per promuovere attività culturali, esperienze di co-working o iniziative di start-up.
                                    TUTUR mira a sfruttare al massimo le potenzialità del patrimonio immobiliare della capitale che giace inutilizzato ormai da molto tempo. Attraverso tale progetto Roma cerca di stare al passo con le altre città europee, che hanno fatto della valorizzazione del patrimonio edilizio esistente il settore principale per sperimentare nuove strategie di collaborazione tra cittadini ed amministrazione.

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                                      In Sicilia, i siti culturali restano aperti grazie ai volontari

                                      | Beni comuni

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                                        Ranger

                                        Il grande patrimonio culturale di cui l’Italia dispone è un prezioso bene comune, tra i più delicati e pregiati. E’ capace di produrre un interesse culturale ma anche turistico per il nostro Paese. La crisi economica e quindi la scarsità di risorse mettono quotidianamente a repentaglio questo grande tesoro a cielo aperto di cui l’Italia gode, per via della incapacità di riservare al patrimonio culturale la cura di cui necessita per essere conservato e valorizzato oggi e per le generazioni future. Le risorse, il tempo e le competenze che i cittadini attivi possono investire in questo settore sono, quindi, particolarmente necessarie e utili.

                                        Il protocollo di intesa

                                        Il protocollo d’intesa stipulato in Sicilia tra l’assessorato regionale ai Beni Culturali e le sette associazioni locali va in questa direzione, liberando le energie presenti sul territorio e consentendo ai volontari di coadiuvare e integrare le attività che svolgono gli operatori dei siti archeologici ed essere preziosi alleati della pubblica amministrazione.

                                        Ciascuno dei sette protocolli d’intesa, identici nei contenuti, stipulati dalle singole associazioni con l’assessorato regionale ai Beni Culturali, prevede la possibilità per le associazioni di stipulare, a loro volta, accordi o convenzioni con le Soprintendenze preposte alla cura e gestione dei beni individuati, mediante i quali regolare il contributo che i volontari daranno per assicurare e sostenere la conservazione del patrimonio culturale.

                                        “I volontari saranno di aiuto alla pubblica amministrazione e non sostituti”

                                        “I volontari saranno di aiuto alla pubblica amministrazione e non sostituti” afferma Lorenzo Burgio, Presidente dell’associazione Ranger, una delle promotrici dell’iniziativa. Infatti, il precedente da cui nasce l’idea e la volontà di avviare un dialogo con l’assessorato ai Beni Culturali trae origine da una buona prassi di collaborazione tra volontari e amministrazione, sperimentata dal gruppo del Comune di Aidone (EN) dell’associazione Ranger. L’associazione aveva infatti, negli scorsi anni, stilato una convenzione di servizi con la Sopraintendenza locale, che consentiva la collaborazione dei volontari nei siti culturali. Il protocollo, invece, consente alle associazioni di operare su tutto il territorio siciliano, assicurando una collaborazione più estesa e capillare.

                                        Si tratta quindi di una vera rivoluzione, destinata a creare anche un concorso di idee e l’emersione di un parco progettuale tra i soggetti coinvolti, stimolando una sempre maggiore collaborazione e partecipazione.

                                        In allegato il testo del protocollo d’intesa.

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                                         Scheda caso
                                        TitoloIn Sicilia, i siti culturali della Regione restano aperti grazie ai volontari
                                        ChiIl protocollo d'intesa è stato stipulato tra l'assessorato della Regione Sicilia ai Beni Culturali e le associazioni Ranger, Italia Nostra, Unione Nazionale Pro Loco, Legambiente, Archeoclub, Sicilia Antica e Federanziani.
                                        CosaIl Protocollo d'intesa stipulato con l'Assessorato regionale è stato il frutto di un precedente percorso avviato, negli scorsi anni, con alcune Soprintendenze siciliane. Facendo propria l'esperienza di altre realtà, come quella del Gruppo del Comune di Aidone dell'associazione RANGER, che opera nella zona della Morgantina in provincia di Enna, è stato possibile avviare un dialogo che ha portato al coinvolgimento di altre realtà associative siciliane. Grazie all'Intesa raggiunta, i volontari possono supportare i custodi di gallerie, musei e siti archeologici nello svolgimento delle loro attività.
                                        DoveIl Protocollo d'intesa è valido in tutta la Regione Sicilia.
                                        QuandoIl percorso che ha portato alla firma del Protocollo d'intesa è durato circa quattro mesi. Ogni Protocollo stipulato con la singola associazione ha una durata triennale.
                                        Bene comuneI siti culturali
                                        Meta-bene comuneTutela delle tradizioni e mantenimento del patrimonio culturale; coesione sociale
                                        ComeIl Protocollo d’Intesa consente alle singole associazioni firmatarie di stipulare convenzioni con le Soprintendenze preposte alla cura e gestione del bene per il quale l’associazione si propone di cooperare, assieme al personale del sito.
                                        DestinatariI Protocolli d'intesa e le successive convenzioni che vengono stipulati con le Soprintendenze sono rivolte a tutti i volontari che operano nelle singole associazioni.
                                        RisorseI Protocolli d'Intesa instaurano tra le parti un rapporto completamente gratuito, non sono quindi previsti compensi nè rimborsi per le spese.
                                        ReplicabilitàIl modello ha una replicabilità totale in contesti simili
                                        ReferentiBurgio Lorenzo, Presidente Associazione Ranger
                                        Fontiwww.associazioneranger.it
                                        Data23/07//2014
                                        AutoreErika Munno


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                                          Una mappatura dei beni confiscati alla mafia grazie ad un master universitario

                                          23 luglio 2014 | Notizie Notizie

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                                            beni-confiscati-640

                                            Dopo la Liguria, a partire dal 10 luglio, anche l’Emilia Romagna si è dotata di una mappa georeferenziata dei beni confiscati alla mafia sul territorio, attraverso cui è possibile avere informazioni più dettagliate sul bene stesso e sul suo stato. Attualmente la mappa è consultabile da tutti sia sul sito della Regione che sul sito dell’Università di Bologna, partner fondamentale del progetto. Il database con i dati aggiornati è stato infatti realizzato dai partecipati al primo master in “Gestione e riutilizzo dei beni confiscati alle mafie Pio La Torre” coordinato dalla docente Stefania Pellegrini, che ha visto portare a termine, da gennaio a maggio 2014, la ricerca dettagliata della laureata in architettura Federica Terenzi. L’Università di Bologna è stata lungimirante nell’aver organizzato un master così innovativo dal momento che non si tratta di una mera elencazione dei beni sottratti alla criminalità organizzata: l’obiettivo è quello di seguire il bene in tutto il suo percorso, dalla confisca al sequestro, per arrivare al suo riutilizzo. Ricordiamo inoltre che sempre l’Università di Bologna è stato il primo ateneo italiano ad organizzare un corso su mafia e anti-mafia presso la Facoltà di Giurisprudenza. Ciò dimostra l’impegno e l’interesse che l’Unibo manifesta nei confronti di quella che Ennio Sodano, prefetto di Bologna, ha definito “il bubbone del nostro paese che si insidia e prospera” precisando come la corruzione ne costituisca l’anticamera. La portata innovativa di tale progetto è maggiormente apprezzabile se si pensa al fatto che al Nord il problema mafioso viene sottovalutato ed è poco conosciuto, mentre invece proprio una conoscenza ampia e non frammentata del problema è il primo passo per combatterlo. Al master hanno partecipato personalità importanti del settore come ad esempio il magistrato Cesare Vincenti del tribunale di Palermo.

                                            Una mappa georeferenziata dei beni confiscati

                                            La mappa è stata realizzata in modo molto intuitivo. Accedendo al sito si apre una cartina politica della Regione con il numero dei beni confiscati per provincia (sono 40 i beni confiscati in Emilia-Romagna: 12 sono a Bologna e provincia, 5 a Modena, 2 a Parma, 1 a Piacenza, 2 a Ferrara, 7 a Ravenna, 3 a Forlì e 8 a Rimini). Cliccando sulle varie città ci si può addentrare nei vari comuni e si può visualizzare una scheda approfondita per ogni bene confiscato che contiene tutte le informazioni riguardanti la confisca, dati catastali, agibilità, se è stato dato in gestione oppure no e quali sono i progetti attivi. A differenza delle mappature precedenti, imprecise e poco attendibili, questa volta i partecipanti al master hanno lavorato approfonditamente per identificare e valutare con maggiore precisione il patrimonio immobiliare a disposizione, soprattutto attraverso i dati messi a disposizione dall’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati alla criminalità organizzata. La mappa vuole essere uno strumento utile soprattutto per gli enti locali, che in questo modo possono con il minimo sforzo consulltare la mappa e progettare politiche di panificazione territoriale mirate avendo un ampia conoscenza delle potenzialità del territorio. Inoltre, come ha spiegato la direttrice del corso, questo lavoro rappresenta uno strumento importante anche per tutti i cittadini e le associazioni che intendano attuare un percorso di riqualificazione territoriale proprio a partire dal riutilizzo di un singolo bene. A questo proposito il giorno della presentazione è stato illustrato anche lo studio sul monitoraggio di un bene specifico, una villa sequestrata al camorrista Vincenzo Busso situata a Berceto in provincia di Parma. Lo studio ha permesso di ricostruire la storia del bene, indicando le varie tappe: dall’iter giudiziario al riutilizzo sociale, dando voce a tutti gli attori coinvolti.
                                            “Il recupero dei beni confiscati – sottolinea Enrico Fontana, direttore di “Libera Associazioni nomi e numeri contro le mafie” – è un riscatto per la cultura della legalità”.

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