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Il 22 febbraio a Bologna presentato il primo regolamento sull’amministrazione condivisa

21 febbraio 2014 | Cantieri Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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    locandina bologna

    Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno, fra le altre cose, anche di amministratori comunali capaci di amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.

     Il progetto Le città come beni comuni www.cittabenicomuni.it ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo auspicabile, ma anche possibile.

    Il progetto, iniziato nel giugno 2012, è stato promosso e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e realizzato dal Comune di Bologna con il supporto scientifico di Labsus-Laboratorio per la sussidiarietà e la collaborazione del Centro Antartide. I risultati del progetto saranno presentati il 22 febbraio prossimo con la partecipazione tra gli altri del ministro Delrio.

    link al programma

     Questa iniziativa ha ricevuto

     MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA
    DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Oggi molti amministratori locali, fra cui il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna,  hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità. Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus www.labsus.org  intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello di amministrazione tradizionale. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione fra cittadini e amministrazioni. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama così proprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

    Partire dalle cose, non dalle regole

    “Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione”. Questo è stato il metodo di lavoro seguito dal progetto di Bologna Le città come beni comuni. Nella fase di avvio nei tre quartieri di Navile, San Donato e Santo Stefano si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie e poi, una volta entrati nella fase operativa, ci sono stati periodici  incontri per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento in modo tale da trarne indicazioni su come andare avanti, correggendo gli errori.

    Un regolamento che migliora nel tempo

    Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, ha redatto il regolamento comunale che disciplinerà la collaborazione fra cittadini e amministrazione. Sottoposto all’esame dei dirigenti del Comune e di giuristi di varie università e infine portato in Giunta per l’approvazione finale, il 22 febbraio il regolamento sarà messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia attraverso il sito di Labsus e altri siti.

    Ogni Comune potrà scaricarlo, adattandolo alle proprie esigenze. Le diverse versioni che man mano saranno elaborate nei vari Comuni saranno a loro volta pubblicate nel sito di Labsus, creando così nel tempo un patrimonio di normative locali a disposizione di tutte le amministrazioni.

    Ufficio stampa:

    Comune di Bologna
    Cristiano Zecchi – 335.1362368 – cristiano.zecchi@comune.bologna.it

    Labsus Laboratorio per la Sussidiarietà
    Fabrizio Rostelli – 339.6059376 – rostelli@labsus.net

    Centro Antartide
    Sara Branchini – 339.8412305 – sara.branchini@centroantartide.it

    Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
    Paola Frontera – 320.4395813 – ufficiostampa@fondazionedelmonte.it

    Qui il video della giornata di presentazione

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      Siracusa: valorizziamo insieme la grande bellezza della Mazzarona

      20 novembre 2014 | Notizie Notizie

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        http://claudiopatane.blogspot.it/2012/04/periferiemazzaronasiracusa.html

        Presenti oltre i cittadini, l’istituzione scolastica, il Comune, le associazioni del territorio, gli esperti nazionali ed internazionali, anche Ian Graham, l’ideatore e Responsabile del Progetto GeniUs Open ed il Direttore del Dipartimento di Innovazione della città di York in Inghilterra.
        Dopo le presentazioni ufficiali, armati di pennarelli, fogli di carta e tanta energia, divisi in gruppi e tavoli di lavoro, i cittadini si sono messi all’opera, guidati dai “facilitatori” esperti nel tema dell’open innovation.
        All’interno di queste mura, sono tante le storie che si intrecciano, dalla rabbia visibile negli occhi delle mamme perché i propri figli vivono in quella parte del territorio dove nessuno vuole andare, a quella degli anziani che si sentono abbandonati, domandandosi in primo luogo che cosa sia stato fatto fino ad oggi e che cosa si possa fare.
        Sono le stesse mura che ad agosto vengono aggredite da un raid vandalico, spaccando portoni e sfregiando muri. Questo è uno dei motivo che ha spinto gli organizzatori a svolgere il workshop in questa scuola di Mazzarona.

        GeniuSiracusa

        Unico filo conduttore, in questo sabato siracusano, il bisogno di essere visti, di essere attivi, di essere artefici di un cambiamento culturale. Dare voce e corpo alle proprie idee, oggi più che mai!
        Queste sono le emozioni che accomunano tutti i partecipanti al workshop, presenti fino alla fine della giornata, dalla fase della ideazione a quella della realizzazione del progetto pilota. Armati solo dal desiderio di trasformare la periferia, in un quartiere vivo ed attrattivo non solo per i siracusani ma anche per i turisti. Un confronto aperto, accompagnato dalla voglia di modificare e sostituire quel comportamento spesso dettato dall’egoismo di pensare solo alle proprie necessità, con un atteggiamento che accoglie ed ascolta il bisogno di una collettività. Demolire quei confini spesso non visibili, per dare spazio ad una nuova idea di costruzione comune, cercando non tanto la felicità di un momento, dettata da un evento isolato, ma quella di un processo continuo che duri e soprattutto coinvolga tutti, con lo scopo di migliorare i luoghi in cui si vive e si lavora.

        Questo è il cuore del progetto pilota di GeniuSiracusa, un metodo sperimentato per fare innovazione dal basso.

        Le cose stanno davvero cambiando?

        Una nuova pagina della storia si sta scrivendo, con la presenza anche di una politica “uscita dai palazzi per essere con e per i cittadini”. Un’integrazione tra due soggetti che fino ad oggi poco hanno comunicato, spesso con grandi attriti e difficoltà nel realizzare progetti per i bisogni della collettività.
        In questa sede, lo si percepisce anche quando durante la pausa pranzo cittadini ed amministratori continuano il dibattito sui progetti, davanti ad un panino ed una bevanda. Le cose stanno davvero cambiando?
        Sì. Sta mutando e prendendo forma la consapevolezza in ognuno di noi che occorre prendersi cura del proprio territorio in prima persona mettendo tanta passione ed energia. Ciò non accade solo a Siracusa o York, ma in tantissime altre città del mondo, attraverso la nascita di una nuova comunità anche virtuale, presente e vigile nel diffondere iniziative, idee ed eventi. Ormai appare chiaro che qualcosa dentro di noi è cambiato e sta maturando!

        La città, costituita da luoghi che rappresentano potenziali spazi di aggregazione, è oggi vissuta sempre di più come bene comune. E se quei beni comuni sono curati ed amati, sicuramente la vita di tutti migliorerà.

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          Horticultural Therapy: il verde pubblico come terapia per i ragazzi autistici

          18 novembre 2014 | Notizie Notizie

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            http://insettopia.it/insettopia-news/una-notte-ho-sognato/item/autistico-e-giardiniere

            Promotore dell’iniziativa è Gianluca Nicoletti, conduttore radiofonico, giornalista e presidente della Onlus, nonché papà di Tommaso, un ragazzo autistico di 16 anni che ogni giorno si confronta con tutte quelle problematiche che la patologia comporta. L’idea alla base della campagna è quella di “costruire il modello di un laboratorio ludico formativo, dove i ragazzi autistici siano abilitati alla valorizzazione e recupero del verde pubblico in maniera tale da - continua ancora Nicoletti – includere e dare dignità a questi adolescenti che altrimenti sarebbero ‘fantasmi’ per la società”.

            Il progetto

            Insettopia è in primis un’area-web nata con l’obiettivo di diventare un punto di incontro e confronto per tutte le famiglie che quotidianamente devono affrontare, nella quasi totale solitudine, le difficoltà materiali e non, causate dal disturbo.
            Benché in Italia si stimino circa 600mila casi di autismo manca tuttavia un’anagrafe che fotografa la reale situazione, ne evidenzi le criticità e permetta alle istituzioni di dare soluzioni. La community si propone quindi di diventare un mediatore di progetti tra famiglia, associazioni ed istituzioni ed è per questo motivo che la Onlus si avvale, anche, di un comitato scientifico e giuridico qualificato.
            La “Horticultural Therapy” mira a questo e sebbene sia ancora poco conosciuta nel nostro paese, rappresenta una terapia di sostegno provata in varie nazioni europee, Canada ed Usa.

            Il primo passo per uscire dall’isolamento, che vede protagonista questi ragazzi e le loro famiglie, è l’integrazione mediante la collaborazione e il coinvolgimento attivo in modo tale da favorire una socializzazione anche nell’ambiente extrafamiliare ed extrascolastico. A tal fine è importante inquadrare la disabilità come una risorsa e non come un limite alla società.

            Il modello di Insettopia potrebbe essere replicato per coinvolgere altre tipologie di soggetti spesso lasciate sole ad affrontare le relative problematiche, quali ad esempio detenuti, migranti, pensionati, affinchè ciascuno possa sentirsi attivamente parte della cittadinanza e partecipare alla cura dei beni comuni.

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              Una scuola dei beni comuni per i citoyens di domani

              | Il punto di Labsus Notizie

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                Il 15 e 16 novembre si è tenuta a Parigi la prima sessione di lavoro della Scuola dei beni comuni (À l’Ecole des communs). Questa esperienza nasce da un gruppo di persone riunite attorno alla Rete francofona dei beni comuni (Réseau francophone des biens communs), che si è costituita in modo più visibile nel 2013 in occasione del Festival Villes en bien communs, un mese di eventi auto-organizzati da attivisti dei beni comuni. L’esperienza del Festival, oltre ad offrire una visibilità nazionale alla questione dei beni comuni, ha fatto emergere le prime constatazioni sulla situazione dei commons in Francia e sulle caratteristiche della comunità francese dei commoners.

                Prima fra tutte, il bisogno di dar voce ad esperienze che vanno al di là delle questioni dei software liberi e delle libertà digitali, fino ad allora ancora maggiormente rappresentate nel Réseau.
                In secondo luogo, la necessità di instaurare un dialogo tra i diversi rappresentanti di questo arcipelago di attori e di pratiche che danno di fatto una dimensione nuova allo statuto di citoyen, mito fondatore profondamente ancorato nella coscienza collettiva francese.
                Infine, la trasmissione dei saperi, dei saper fare e dei saper essere che le pratiche di commoning fanno emergere, in modo più o meno formale e cosciente, è parsa fin da subito come una delle questioni fondamentali da affrontare. Si tratta di una questione condivisa da attori che operano nell’ambito della protezione delle risorse naturali, dei beni della conoscenza, dell’economia solidale, delle pratiche educative, della ricerca scientifica…

                Alla scuola dei beni comuni

                Da quest’ultima constatazione, parallelamente alle esperienze simili in corso a Montréal, Londra e Barcellona, è nata l’idea di dar vita alla Scuola dei beni comuni. Un’entità diffusa che permetta a ciascuno di essere professore ed allievo allo stesso tempo, valorizzato per le competenze che gli sono proprie e che saprà condividere. Una scuola aperta in cui analizzare ed immaginare insieme gli strumenti (conviviali) e le pratiche che emergono attorno ai beni comuni, i nuovi metodi di trasmissione dei saperi, le nuove forme di emancipazione che i beni comuni permettono, i nuovi modelli di sviluppo che lasciano intravedere.

                I due giorni di lavoro della scuola dei Beni comuni si sono svolti secondo un metodo partecipativo che ha preso ispirazione dall’Open Space Technology. I partecipanti all’incontro hanno potuto proporre le tematiche che più stavano loro a cuore, cercando di rispondere a due principali domande: cos’è la Scuola dei beni comuni? Di cosa abbiamo bisogno per costruirla insieme?
                Lungi dall’essere una restituzione fedele degli scambi di questi due giorni (disponibili online grazie agli appunti presi in diretta dai partecipanti[1]), le osservazioni che seguono tracciano delle piste di riflessione da approfondire nell’ambito della Scuola dei beni comuni e in altri contesti.

                Prima fra tutte: pur essendo diversi gli ambiti d’azione di ciascuno, le questioni che emergono dall’azione dei commoners si inseriscono all’interno di tensioni paradigmatiche condivise: come ripensare il rapporto cittadini-amministrazioni pubbliche? Come ripensare lo statuto di citoyen? Come farsi spazio nella morsa pubblico-privato e trovare un quadro legislativo che possa accompagnare queste pratiche e non impedirle? Dove si nasconde il recupero di queste pratiche volontaristiche da parte delle forze neoliberali? Come ripensare le pratiche e gli strumenti di lavoro di ognuno affinché diventino fonte di emancipazione e di sviluppo personale e sociale nel rispetto della dignità umana?

                Le pratiche di commoning

                Le pratiche di commoning implicano lo sviluppo di nuove posture individuali e collettive. Per questo, nelle forme di governance che si  sperimentano attorno ai beni comuni, è necessario lavorare sulle condizioni di interazione tra i membri della comunità. Come scritto da David Bollier[2], l’autorità, l’expertise e il talento sono presenti nei contesti legati ai beni comuni come in tutti i contesti. La sfida che si pone alle forme di governo dei beni comuni è quella di non trasformarli in fattori di prevaricazione o di dominazione. I contesti in cui si innescano dei processi di riappropriazione dei beni comuni sono spesso terreni di scontro. La comunità che si riunisce per la protezione e la rigenerazione dei beni comuni deve quindi munirsi di strumenti di facilitazione e di emergenza dell’intelligenza collettiva che permettano di evitare di ricadere in vecchie forme di dominazione. Si tratta, qui, di istituire un tipo di pedagogia, una paideia democratica come dice Castoriadis, che permetta lo sviluppo di un sapere che è alla base del vivere comune : il saper essere (insieme).

                Un’ultima riflessione, ispirata da questi due giorni, nasce dalla tendenza a guardare alle esperienze di commoning come a dei tentativi di elaborare risposte a determinati bisogni. Mi sembra più interessante cercare di analizzare queste esperienze come contesti in cui si creano interconnessioni portatrici di senso (che permettono lo sviluppo di conoscenze del proprio territorio, l’attuazione di pratiche collettive, la sperimentazione di nuove forme di democrazia diretta…). I beni comuni, prima ancora di essere dei luoghi di elaborazione di risposte a dei bisogni, sono laboratori di sviluppo di capacità, di libertà e di co-responsabilità, secondo un modello di  sviluppo basato sui diritti dell’uomo (ABDH)[3]. I beni comuni diventano contesti di attuazione di questi diritti e, ancor più, dei diritti culturali[4] delle persone e delle comunità. Essi catalizzano una proiezione dell’identità della comunità che in essi si riconosce e che grazie ad essi si crea e ricrea.

                Le nuove bellezze del Belpaese

                Ciò che accade in Italia attorno alla questione dei beni comuni e le forme anche istituzionali in cui si traduce interessano fortemente i commoners francesi.
                L’esperienza del Teatro Valle, i lavori della commissione Rodotà, il caso di Bologna e di tutte le città che stanno approvando i regolamenti sulla collaborazione tra cittadini e amministrazioni, l’istituzione di assessorati ai Beni comuni, la gestione dell’acqua pubblica con l’azienda speciale ABC a Napoli, sono tutti esempi citati regolarmente nell’ambito degli incontri sui beni comuni.  Per quanto diversi fra loro, sono comunque casi emblematici e di riferimento, che fanno dell’Italia un paese all’avanguardia sulla questione. L’interesse va ben al di là della semplice curiosità intellettuale e impone l’instaurazione di un dialogo con queste esperienze. E’ necessario oggi analizzare insieme le condizioni che hanno permesso un tale slancio in avanti dell’Italia sulla questione, le strategie e le dinamiche hanno portato a questa eccellenza, le difficoltà che queste scelte di gestione hanno fatto emergere, le trasformazioni che hanno indotto sulle forme di potere e, chiaramente, la traduzione che potrebbero trovare nel contesto francese. Un dialogo che si prospetta ricco e che potrebbe concretizzarsi nell’ambito di un grand tour dei beni comuni in Italia nel 2015. Questa idea comincia a circolare tra i membri della Scuola dei beni comuni a Parigi e potrebbe prendere la forma di workshop e giornate di lavoro per andare insieme più lontano nell’esplorazione dei possibili sviluppi di queste esperienze.

                Decolonizzare l’immaginario

                La scuola dei beni comuni intende diventare un luogo di incontro e cassa di risonanza per queste riflessioni, un luogo di sperimentazione e di test di nuovi strumenti di lavoro e di collaborazione. Intende essere una risorsa da cui attingere le capacità e le competenze necessarie alla protezione e allo sviluppo di beni comuni. Prima fra tutte, la capacità di de-privatizzare l’immaginario comune (che si tratti di forme di privazione da parte del privato come del pubblico). Mi sembra che questa sia la sfida principale cui far fronte, un vasto cantiere che si apre sul lungo termine. L’immaginazione e la nostra capacità di creare nuovi immaginari collettivi e nuovi scenari possibili sono senza dubbio le risorse che abbiamo a disposizione per far fronte a questa sfida. Sono forse il bene comune che più di ogni altro permetterà la riappropriazione degli altri beni comuni.

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                Per tutti gli aggiornamenti sullo stato di attuazione del Regolamento nei Comuni italiani vai alla sezione dedicata di Labsus


                [1] https://hackpad.com/Ecole-des-communs-La-Paillasse-Paris-VREQbWqB8Zk

                [2] Articolo in cui propone un resoconto della sua partecipazione all’evento “cugino” della Scuola dei beni comuni: The Arts of commoning a Montréal. http://www.bollier.org/blog/art-commoning

                [3] « L’approche basé sur les droits de l’homme en développement, un renouveau pour la prise en compte des droits culturels ? », articolo di Patrice Meyer-Bisch, ottobre 2010. http://tinyurl.com/kuzpwzb

                [4] http://www.unifr.ch/iiedh/assets/files/Declarations/declaration-it3.pdf

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                  Brindisi e Tropea valutano il Regolamento per l’amministrazione condivisa

                  | Notizie Notizie

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                    La regione Puglia deteneva già un primato grazie a Bari, tra i primi comuni del meridione ad essersi distinto per la proposta di approvare il “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”. Questo insieme di disposizioni stilate da Labsus insieme ai funzionari del Comune di Bologna orienta le amministrazioni comunali verso un’innovativa gestione dei beni comuni che sfrutti potenzialità e risorse messe a disposizione dai cittadini desiderosi di attivarsi. Il vuoto legislativo precedente all’avvento di tale regolamento è stato finalmente colmato, di modo che le amministrazioni più lungimiranti possano beneficiare di pratiche di gestione standard che formalizzino l’impegno condiviso di amministratori e cittadini per l’obiettivo comune della tutela dei beni comuni. Senza fraintendimenti e senza scusanti.

                    Brindisi secondo fiore all’occhiello

                    Il comune di Brindisi ha autonomamente avviato il dibattito sull’approvazione del regolamento da parte del consiglio comunale ed è stata una delle amministrazioni presenti al workshop sull’“Amministrazione condivisa dei beni comuni” a cui hanno preso parte Piero D’Argento, referente regionale del programma “PugliaCapitaleSociale”, Anna Maria Candela, dirigente del servizio Politiche per il Benessere Sociale e Gregorio Arena, professore ordinario di diritto amministrativo all’Università di Trento e presidente di Labsus. Nel corso di questo appuntamento è stato illustrato il regolamento per la gestione condivisa dei beni comuni e si è concordato di istituire un gruppo di lavoro a livello regionale al quale Brindisi parteciperà in qualità di comune pilota della regione Puglia.
                    Così si esprime il vice sindaco di Brindisi Giuseppe Marchionna a riguardo dell’iter di valutazione del regolamento appena avviato: “Il nostro Paese, e Brindisi non è affatto esclusa, è pieno di persone disposte a prendersi cura dei beni comuni (strade, piazze, giardini, edifici dismessi ecc.). [...] Grazie alla “rivoluzione civica” iniziata da “Labsus” con la “traduzione” del principio costituzionale di sussidiarietà (l’articolo 118.4) in norme che gli enti locali potranno utilizzare per dare il via a rapporti di collaborazione con i cittadini, sarà possibile dimostrare che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo teoricamente auspicabile, ma anche realmente possibile. [...] Cittadini e istituzioni, insieme, ce la possono fare. Perché non sperimentarlo anche a Brindisi? A tale proposito, va detto che ho già approntato il regolamento del quale ho parlato con la maggioranza. Nei prossimi giorni, conto di avviare l’iter consiliare nelle varie Commissioni per poi farlo approdare in Consiglio Comunale. L’auspicio è di giungere alla sua approvazione per la fine dell’anno”.

                    A Tropea si parte dai cittadini

                    A differenza di Brindisi, a Tropea la proposta di adottare il regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni è stata avanzata dai cittadini: il Comitato promotore dell’iniziativa è rappresentato da Caterina Forelli, Saverio Ciccarelli e Francesco Apriceno.
                    In una nota i promotori affermano che la loro iniziativa è volta al riconoscimento ufficiale del ruolo incisivo dei cittadini nella cura, valorizzazione e gestione dei beni comuni. La costituzione di una Rete Civica formalizzerà la posizione dei cittadini negli interventi di rigenerazione urbana in un’ottica di dialogo e confronto con le istituzioni.
                    Come espresso anche negli articoli del regolamento, il Comitato tropeano individua i singoli cittadini, le associazioni, le scuole e gli imprenditori privati come primari interlocutori dell’amministrazione che decide di regolamentare una gestione condivisa dei beni comuni. Come consigliato dalla direzione scientifica di Labsus, inoltre, il Comitato ha espresso l’intento di organizzare incontri con cittadini, associazioni e scuole per redigere un regolamento ad hoc che si confaccia alle esigenze specifiche del comune di Tropea.
                    In ultimo queste le parole di entusiasmo per l’esito positivo ottenuto dalla loro iniziativa: “Con grande soddisfazione, rendiamo noto di aver ricevuto conferma della disponibilità, da parte dell’amministrazione comunale, alla collaborazione per la stesura e all’approvazione di questo regolamento che verrà redatto tenendo conto delle caratteristiche del nostro Comune. [...] In conclusione, pensiamo e crediamo fortemente che una simile operazione, se portata avanti con serietà e reale comunione d’intenti, possa rappresentare un’occasione concreta di sviluppo socio-culturale e di recupero del patrimonio materiale, immateriale e digitale del comune con relativo incremento della qualità della vita percepita dai cittadini”.
                    Nelle parole dei rappresentanti del Comitato cittadino tropeano si rintraccia uno dei concetti alla base della “rivoluzione” avviata al momento della rilettura dell’articolo 118 secondo il principio di sussidiarietà: non si deve incorrere nell’ingenuità di considerare beni comuni solamente i beni di proprietà comunale di cui tutti usufruiamo ma di cui non è automatico prendersi cura direttamente. Esistono beni immateriali riconducibili ai servizi e ai benefici che derivano dal prendersi cura dei beni di tutti e che risulta vantaggioso tutelare per il benessere di tutte le categorie di cittadini.

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                      “ La nostra terra ” da tutelare per uno sviluppo collettivo

                      | Cultura Recensioni

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                        La-nostra-terra

                        Filippo, un ottimo Stefano Accorsi, è chiamato a dirigere una cooperativa agricola che sorge sui resti di un bene confiscato ad un boss mafioso nel profondo sud pugliese. I vizi, le magagne, gli stereotipi dell’italiana quotidianità uniti ad una burocrazia asfissiante e ad istituzioni ostili, si stagliano di fronte al protagonista del film; egli vede allontanarsi sempre più i progetti che aveva in serbo per la sua cooperativa. Rilancio sociale, sviluppo locale, lavoro vengono oscurati dalle ombre tipiche del marciume italiano.

                        Saranno però i soci che Accorsi troverà lungo il suo percorso, per scelta o per caso, a dimostrare che l’impegno, la dedizione e la consapevolezza del valore della collettività, possono fare della legalità un valore determinante, sulle cui basi far crescere un progetto importante come quello della cooperativa agricola. Persone a cui Filippo si affezionerà sempre più e che saranno in grado di trasmettere all’uomo della provvidenza giunto dal Nord, il senso di sfida e la voglia di riscatto che caratterizza le vite dei contadini meridionali.

                        Il valore della legalità

                        In anni in cui l’egoismo, la furbizia e l’opportunismo sono diventati qualità da difendere, Giulio Manfredonia offre allo spettatore un cambio di rotta, trasmettendo al pubblico l’originale aspetto intrigante della legalità. È quest’ultima a divenire mainstream del bel lungometraggio La nostra terra. La legalità è figlia del rispetto collettivo dei beni comuni; uno straordinario Sergio Rubini, seppur nel suo piccolo ruolo, interpretando il vecchio fattore del boss, comunica allo spettatore l’esigenza di una riscoperta del valore intrinseco che la terra porta con sé.

                        La legalità torna ad essere quindi orgoglio delle genti meridionali, e speranza per i cittadini del mondo. Il bene comune in questo caso veste i panni di una cooperativa agricola caratterizzata dalla consapevolezza dei suoi soci di essere un bene di tutti e per tutti. Si intravede in controluce un concetto di “terra” che, mai come in questo caso, mostra la sua doppia derivazione: una ‘terra’ come bene agricolo in grado di garantire il benessere di una comunità ed un ‘pianeta Terra’ da tutelare meticolosamente. Non mancano, però, le critiche al perenne alone di buonismo che accompagna iniziative di “Terzo settore” che, alla lunga, producono l’effetto inverso.

                        Risvegliare le coscienze

                        Manfredonia dimostra ancora una volta di saper proporre un’opera che sollevi dal torpore la coscienza degli spettatori ma che però allo stesso tempo sappia lasciar intravedere le scappatoie da una società ingiusta. E’ forse proprio riscoprendo il concetto di terra come bene comune ed un rinato valore di legalità che i cittadini possono ritornare a combattere quelle sfide che condizionano la società contemporanea: le battaglie ambientali, sociali e culturali di cui si percepisce estremo bisogno. Sfide che debbono improrogabilmente essere combattute e, se possibile, vinte al più presto.

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                          Il Regolamento sui beni comuni di Labsus a Casal di Principe e a S.M. Capua Vetere

                          17 novembre 2014 | Cantieri Notizie

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                            reggia carditello

                            Il Regolamento è stato scritto da LABSUS insieme con i dirigenti del Comune di Bologna nel corso di due intensi anni di lavoro. Il 22 febbraio 2014, al momento della sua presentazione pubblica da parte del Sindaco di Bologna, il regolamento è stato dedicato dal Prof. Gregorio Arena, Presidente di LABSUS, a Tommaso Cestrone, detto l’Angelo di Carditello, creando così un legame ideale con la Reggia del Collacini, che il 19 novembre prossimo sarà celebrato con l’adesione al Regolamento dei primi tre comuni casertani.

                            Un passo decisivo verso una rivoluzione, anche dal punto di vista giuridico, che permette ai cittadini che vogliono prendersi cura di spazi pubblici e beni comuni sul proprio territorio, di contare su un quadro giuridico chiaro e definito, delineando nuovi scenari anche in termini di idea della città, di cultura urbana, di cittadini e beni comuni. Soprattutto in una fase di crisi che fa diminuire la ricchezza privata è necessario un cambiamento di marcia che deve passare attraverso una rivoluzione culturale ed ideologica, che consenta di intensificare e potenziare percorsi che educhino al culto del bello, alla socialità, alla tutela dei beni comuni, ed alla cura del territorio circostante. È fondamentale investire sulla cura dei beni comuni, materiali e immateriali presenti sul nostro territorio, quale scelta di una nuova prospettiva di sviluppo, non soltanto per vivere meglio, ma anche per produrre capitale sociale e quindi crescita.

                            Carditello punto di riferimento per il Meridione

                            È da Carditello che parte questo cambiamento profondo per i territori circostanti, grazie al ruolo che ha avuto fino ad oggi la cittadinanza attiva rappresentata dall’associazione Agenda 21 per Carditello e Regi Lagni, di cui è indice l’attività svolta per la diffusione del Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni proprio nei comuni limitrofi al Real Sito e l’area dei Regi Lagni, dando il via, sin dalla nascita, ad un circolo virtuoso di attivazione e condivisione di poteri e di responsabilità fra istituzioni e cittadini.

                            Il tavolo vedrà l’intervento del Prof. Gregorio Arena – Presidente di Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà; Dott. Luca Rizzo Nervo – assessore alla Cittadinanza attiva del Comune di Bologna; Dott. Donato Cafagna – Vice Prefetto incaricato per il fenomeno roghi dei rifiuti; Prof. Michele Mosca – Università di Napoli ‘Federico II’- Irisnetwork; Arch. Biagio Maria Di Muro – Sindaco di Santa Maria Capua Vetere; Dott. Renato Natale – Sindaco di Casal di Principe; Dott. Emiddio Cimmino – Sindaco di San Tammaro. Modera Giovanna Rossiello – autrice e conduttrice del TG1 RAI Fa la cosa giusta. Fra i relatori le associazioni territoriali e i portatori di interesse dei Beni comuni casertani coordinati da Raffaele Zito – portavoce Agenda 21 per Carditello e Regi Lagni.

                            Il Forum di ascolto

                            Il Forum si articolerà in due fasi attraverso un confronto al tavolo dei lavori, per affrontare le problematiche giuridiche – operative nell’applicazione del regolamento sui beni comuni per i Comuni sottoscrittori, e nel pomeriggio un percorso “itinerante” con l’atto della sottoscrizione formale del Regolamento nelle sedi dei Consigli Comunali di Casal di Principe, San Tammaro e Santa Maria Capua Vetere. I consigli comunali per l’occasione saranno aperti a tutti, affinché qualsiasi cittadino che voglia prendersi cura dei beni comuni sappia come agire per avere il sostegno e la collaborazione dell’amministrazione. E proprio dall’esperienza pluriennale dell’associazione Agenda 21 per Carditello e Regi Lagni con un nuovo modello di governance di Carditello che ha ottenuto il riconoscimento più alto con l’acquisizione della Reggia di Carditello da parte del MIBACT, appare ancora più evidente come la possibilità di prendersi cura dei beni comuni possa diventare un processo irreversibile quando il cittadino comprende che può incidere con la propria partecipazione alla vita pubblica sull’interesse generale e risolvere i problemi che si trova di fronte.

                            In allegato le locandine dell’evento.

                            Qui tutte le informazioni pubblicate sul sito di Labsus relative al Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni.

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                              Agenda Digitale: l’innovazione che non avanza

                              | Riforme amministrative Società

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                                Agenda digitale2

                                A dispetto delle “nuvole” di termini anglosassoni e dichiarazioni d’intenti nostrane che da anni stazionano sopra le nostre teste, la pioggia che ne è scaturita è infatti di quelle che non saziano la terra né danno ristoro agli uomini. Al contrario, contribuiscono ad aumentare l’umidità, la temperatura percepita, o l’arsura. Come si legge nell’ “executive summary” del rapporto “in termini di effettiva attuazione dell’Agenda Digitale è stato fatto ben poco: l’Italia era e resta fanalino di coda sui maggiori indicatori relativi alla digitalizzazione.”

                                L’Agenda Digitale

                                L’Agenda Digitale è un’iniziativa lanciata nel marzo del 2012 dal Governo Monti. Si tratta di un insieme di misure orientate a una profonda riorganizzazione della pubblica amministrazione italiana, i cui principali settori di intervento sono: identità digitale, PA digitale e Open Data, istruzione digitale, sanità digitale, divario digitale, pagamenti elettronici e giustizia digitale. Gli interessi legati alle ICT sono tanto eterogenei quanto rilevanti, come pure le implicazioni derivanti dal più generale processo di digitalizzazione: non solo per gli 82 miliardi di euro messi a disposizione dall’UE ai paesi membri attraverso fondi a gestione diretta della programmazione 2014-2020, ma soprattutto per le conseguenze legate alla Rete in termini di innovazioni e sviluppo. Trasparenza e semplificazione amministrativa, inclusione sociale e dialogo politico, crescita e competitività in termini economici, diffusione di buone pratiche, condivisione di informazioni fra cittadini, società civile, enti locali…

                                I risultati: Italia fanalino di coda

                                Gli obiettivi del rapporto sono molteplici: dall’esplicitare la relazione tra Agenda Digitale e produttività a misurarne l’effettiva attuazione; dal raccogliere e censire casi di buone pratiche al fare il punto sulla produzione normativa afferente. Quello che emerge dai dati contenuti nel documento, in termini generali legati agli utilizzi della Rete, è che l’Italia risulta il fanalino di coda fra i Paesi UE presi in considerazione dal “Digital Agenda Score Board(DASB). Costi alti e bassa velocità caratterizzano la nostra rete a banda larga (in termini di rapporto prezzo/velocità l’Italia va peggio del paese con la più bassa media dei differenti indicatori utilizzati dal DASB, la Bulgaria); gli investimenti in ICT, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, hanno subito una costante riduzione, e oggi si attestano al 11,1% del totale (contro percentuali fra il 15 e il 19% per Francia, Spagna e Germania, e picchi del 25% nel Regno Unito). La spesa in ICT delle strutture sanitarie pubbliche in Italia, riferita all’anno 2013, è stata pari a 10€ per abitante, a fronte dei circa 20€ pro capite della Francia. Anche il tessuto imprenditoriale appare distante da un utilizzo diffuso delle ICT: solamente il 4% vende online, a fronte di una percentuale del 13% a livello europeo; solo 5 giovani imprenditori italiani su 100 fanno uso di nuove tecnologie, rispetto ai 22 dei loro omologhi europei. Prendendo come riferimento la Svezia (lo Stato al primo posto secondo gli indicatori DASB), l’Italia  ha circa il 24% in meno di abitazioni connesse a internet. Risalta, quale dato sociale complessivo, che oltre il 34% della popolazione italiana non abbia mai “navigato” in rete (una percentuale quasi dieci volte maggiore di quella svedese, il 3.7%). Dal punto di vista normativo poi, dei 53 tra regolamenti e regole tecniche previsti per la piena applicazione dei contenuti normativi  dei tre decreti legge relativi all’Agenda Digitale, solo 18 sono stati adottati. Il rapporto mette in evidenza come, ad esempio in ambito sanitario, siano 6 le azioni in ritardo sulle 7 pianificate; 4 su 4 in ambito di Giustizia digitale; ancora 4 su 4 in tema di Smart Cities.

                                Un problema di governance

                                L’interesse è palese, e diffuso. Le risorse a disposizione, se non abbondanti, quantomeno sufficienti a compiere azioni in grado di produrre effetti considerevoli (poco meno di 2 mld di euro l’anno). Ma allora, cosa ha reso il percorso così tortuoso e attardato? Il rapporto indica nelle relazioni fra stakeholders e decisori politici la causa di questo insoddisfacente processo di attuazione: si assiste a una frammentazione delle responsabilità, a una “non chiara e distinta distribuzione di autorità tra gli attori rilevanti in gioco” che producono, oltre che un’effettiva mancata concretizzazione degli interventi, anche confusione e, alla lunga, disaffezione di quei soggetti fortemente interessati alla riforma. Un problema dunque di governance, di attori coinvolti nei processi decisionali e attuativi e di chiara identificazione dei ruoli che ciascuno è chiamato a svolgere. Un problema le cui concause, concludendo con un’impressione personale, andrebbero ricercate anche “in basso”, in una dimensione culturale afferente ad abitudini e costumi, ad “usi” dei cittadini, che mostrano ampie sacche di riluttanza e apatia nei confronti di un uso “civico” e consapevole della Rete e delle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie.

                                Oltre la competitività…la condivisione

                                La Rete e la digitalizzazione delle informazioni, delle relazioni e dei processi di scambio fra individui non afferiscono unicamente alla, pur importante, dimensione mercatoria che ruota attorno ai temi dello sviluppo e della competitività. Al contrario, la centralità di un’applicazione puntuale della road map prevista in tema di Agenda Digitale può e deve essere percepita in termini sociali e politici. Aumentare velocità e numero di “nodi” raggiunti dalla rete, migliorare l’accesso alle banche dati istituzionali, sviluppare tecnologie e applicativi in grado di favorire i processi di scambio e condivisione delle informazioni, facilitare la dimensione relazionale del nostro vivere quotidiano, sono azioni in grado di migliorare sensibilmente la qualità dei modelli democratici, siano essi applicati a livello sovranazionale, nazionale o locale. Non dimentichiamo che il Dna dell’Internet e del world wide web è caratterizzato da una compresenza che, se da un lato rispecchia qualità ascrivibili alla dimensione competitiva, dall’altro porta impressi i caratteri della condivisione, del dono, dello scambio operato in un contesto di comunità. Se la Rete è dunque un bene comune, lo sviluppo di tecnologie e processi che la riguardano non potranno che rafforzare ed espandere tale dimensione comunitaria, agendo da catalizzatore delle energie creative dei cittadini attivi.

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                                  A Gubbio 100 ramazze si prendono cura del centro storico

                                  16 novembre 2014 | Beni comuni Vivibilità urbana

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                                    10599140_490175761119813_2236015184082820954_n

                                    All’inizio l’associazione si è concentrata su iniziative di rigenerazione urbana, con pulizia di luoghi pubblici che più di tutti avevano bisogno di manutenzione e cura, per risolvere le emergenze e soprattutto per mettere subito in mostra la voglia di essere cittadini attivi. Da maggio del 2014, sono stati ripuliti parchi e parcheggi, giardini e viali, è stata pulita e spurgata gran parte dei tombini del centro storico, si è pulito e ripavimentato il fiume Camignano.

                                    L’associazione si sta ora strutturando per avviare anche dei progetti di sensibilizzazione sul tema della cittadinanza attiva: ad esempio, si stanno prendendo contatti con gli istituti superiori di Gubbio per allestire un concorso, attraverso il quale sensibilizzare la cittadinanza verso il tema del riciclaggio dei rifiuti. Inoltre, insieme all’associazione “Menti Indipendenti”, si sta elaborando un progetto che prevede la partecipazione di scuole elementari e  medie a un momento ludico, allo scopo di sensibilizzare i ragazzi e i genitori verso il risparmio energetico.

                                    Inoltre, il prossimo mese  verrà votata dal Consiglio Comunale l’adozione del “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e rigenerazione dei beni comuni urbani”, elaborato da Labsus con il Comune di Bologna. Per questo, è stato preso contatto con l’Università di Perugia, in particolare con l’Osservatorio delle Politiche Partecipative, che si è reso disponibile a sostenere l’idea di amministrazione condivisa.

                                    Un’iniziativa spontanea dei cittadini

                                    “L’idea di questa associazione è partita dagli stessi cittadini: nessuno ha condizionato o indirizzato la nostra scelta di costituirci in associazione”: così recita la Carta d’identità dell’associazione. Essa ha diverse anime: chi vi partecipa ha diverse idee politiche, età differenti e diversa estrazione sociale, ma sicuramente un’identità comune, in virtù di un’appartenenza a un luogo, Gubbio, con la sua storia e tradizione culturale. Si vuole “contribuire a creare identità e relazioni, senso di appartenenza e legami sociali: attraverso un valore minimo e condiviso per cui l’attenzione ai luoghi è attenzione a chi ci vive e li attraversa o anche solo li guarda”.

                                    I migliori custodi dell’eredità culturale sono i cittadini: se essi sono animati da coscienza, passioni e valori condivisi, possono restituire alla comunità una sua propria identità collettiva e un vivere civile.  Questa identità è rappresentata dalla piazza, dalla via pubblica, dai parchi e dai sentieri,  dai monumenti: essi appartengono a tutti, sono dei beni comuni, dei quali bisogna avere cura proprio come ci si prende cura di sé e dei propri beni personali.

                                    Il progetto di una città intera

                                    E’ stato subito aperto un canale di collaborazione con l’Amministrazione comunale, sensibile al tema, che fin dalle prime iniziative nel maggio 2014 ha messo a disposizione la propria struttura per facilitare gli interventi. Inoltre, l’associazione ha mostrato subito apertura verso altre associazioni e imprese, che fin da subito si sono dimostrate sensibili al progetto, che sta progressivamente diventando il progetto di una città intera. Alcune associazioni (di quartiere, di volontariato, di varia natura) sono state coinvolte nelle diverse iniziative. Molte imprese ed esercizi commerciali hanno offerto volontariamente il loro contributo, donando gli attrezzi di lavoro (pale, picconi, scope, rastrelli, perfino una motosega) e il pasto per i partecipanti (è previsto un piccolo momento conviviale al termine di ogni intervento).

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                                     Scheda caso
                                    TitoloA Gubbio 100 ramazze si prendono cura del centro storico
                                    ChiAssociazione "100 Ramazze": l'idea dell'associazione è partita dagli stessi cittadini, che si riconoscono in un’identità comune, anche se plurale e aperta, e in una stessa appartenenza a un luogo, Gubbio, con la sua storia e tradizione culturale. Si vuole creare un nuovo modo di essere cittadini: attraverso la cura, la riqualificazione e valorizzazione dei luoghi pubblici al centro della vita sociale e attraverso il rispetto verso questi e anche verso gli altri individui che li vivono. Si vogliono costruire comportamenti fortemente connotati in senso civico: curare è tenere insieme la città, curare è un dovere della comunità non delegabile solo alla responsabilità dell’autorità o alla competenza degli specialisti. Già dalla sua costituzione, l'associazione ha subito aperto un canale di collaborazione con l’Amministrazione comunale, sensibile al tema, che fin dalle prime iniziative (maggio 2014) ha messo a disposizione la propria struttura per facilitare gli interventi. Da sottolineare anche l’apertura dell'associazione verso altre associazioni e imprese, che fin da subito si sono dimostrate sensibili al progetto (che sta diventando il progetto di una città intera). Alcune associazioni (di quartiere, di volontariato, di varia natura) sono state coinvolte nelle iniziative. Molte imprese ed esercizi commerciali hanno offerto volontariamente il loro contributo donando addirittura gli attrezzi di lavoro (pale, picconi, scope, rastrelli, perfino una motosega) e il pasto per i partecipanti (è previsto un piccolo momento conviviale al termine di ogni intervento).
                                    CosaAll’inizio ci si è concentrati su iniziative di rigenerazione urbana (pulizia di luoghi pubblici che più di tutti avevano bisogno di cura), per risolvere le emergenze e per mettere subito in mostra la voglia di essere cittadini attivi. Questo, in sintesi, l’elenco dei primi interventi: - 12 ottobre 2014, “SISTEMIAMO IL FIUME!”: intervento di ripulitura e di ripavimentazione del fiume Camignano in collaborazione con l’Amministrazione comunale, l’Università dei Muratori e Scalpellini e l’associazione Buio Verticale; - 4 ottobre 2014, PULIZIA DEL CENTRO ACCOGLIENZA ASAD; - 21 settembre 2014, “TUTTI SUL PARCO!”: intervento di pulizia del Parco Ranghiasci, in collaborazione con l’associazione Buio Verticale, nell’ambito della “Settimana europea della mobilità sostenibile”. Ben 92 i partecipanti! - 6 settembre 2014, “TUTTI SULLA BASILICA!”: intervento di ripulitura dei giardini e viali circostanti la Basilica del Patrono S.Ubaldo”, in collaborazione con Gruppo Adulti Scout Gubbio; - 31 agosto 2014, “GIARDINI DEL DUOMO ARRIVIAMO!”: intervento di ripulitura degli Orti del Duomo e del passaggio pedonale per la zona alta della città; - 10 agosto 2014, “RIPULIAMO IL QUARTIERE DI SAN PIETRO”: intervento di ripulitura della parcheggio di via Armanni, del fiume Cavarello e della porta di San Pietro; - 27 luglio 2014, “VERDE DAY”: intervento di ripulitura del parcheggio del Seminario e di Porta degli Ortacci; - 13 luglio 2014, “TOMBINO DAY”: intervento di ripulitura e spurgatura di gran parte dei tombini del centro storico; - 11 maggio 2014, “RIPULIAMO IL PARCO”: intervento di ripulitura degli ingressi di parco Ranghiasci. Ora ci si sta strutturando per avviare anche dei progetti di sensibilizzazione sul tema della cittadinanza attiva. Ad esempio si stanno prendendo contatti con gli istituti superiori di Gubbio per allestire un concorso attraverso il quale si sensibilizzi la cittadinanza verso il tema del riciclaggio dei rifiuti. Con un’altra associazione, Menti Indipendenti, si sta elaborando un progetto che prevede la partecipazione di scuole elementari e medie ad un momento ludico, allo scopo di sensibilizzare i ragazzi e i genitori verso il risparmio energetico.
                                    DoveGubbio (PG)
                                    QuandoDa maggio 2014
                                    Bene comuneVivibilità urbana
                                    Meta-bene comuneCoesione sociale
                                    ComeL'attività è stata avviata come comitato spontaneo di cittadini, contattando direttamente i singoli uffici comunali per risolvere i problemi che man mano si presentavano. Poi dal 6 settembre scorso si è costituita l'associazione: hanno firmato l’atto costitutivo (regolarmente registrato all’Agenzia delle Entrate) ben 47 soci fondatori. Da quel momento si è preso contatto direttamente con l’assessore con la delega alla manutenzione, Giordano Mancini, che è diventato il referente privilegiato, in attesa che si adotti il Regolamento per l'amministrazione condivisa. Addirittura il dott. Mancini, entusiasta dell’iniziativa, risulta firmatario dell’atto costitutivo. La partecipazione alle iniziative è ovviamente aperta a tutti e non è previsto alcun contributo da versare. Partecipano sia bambini che anziani, ai quali viene assegnato un compito adeguato. Se all’inizio c’è stata da parte di una piccola fetta della popolazione diffidenza per il fatto che ci si sostituiva agli organi preposti ai compiti manutentivi, ora, dopo un’importante campagna comunicativa, tali dubbi si sono dissolti, dimostrando che lo scopo è quello di sensibilizzare il cittadino a partecipare alla cura e tutela del bene comune e non quello di essere semplici “manutentori” della città. E' stato creato un gruppo che si occupa di veicolare in maniera efficace i messaggi, attraverso comunicati stampa, una pagina facebook, una mailing list e ora si sta anche allestendo un sito internet.
                                    DestinatariTutti i cittadini (anche coloro che non risiedono a Gubbio).
                                    RisorseAl momento le uniche risorse disponibili sono quelle derivanti dal versamento delle quote sociali. Fin qui si è sopperito alle necessità organizzative delle iniziative con la generosità delle imprese eugubine e di singoli cittadini che hanno fornito i materiali per operare. L’amministrazione fornisce l’apporto logistico e il materiale di consumo (buste della spazzatura ecc.) e ha messo a disposizione la sede, proprio all’ingresso di Parco Ranghiasci, oggetto della prossima iniziativa. Essendo un’associazione nata da poco, essa ancora non ha elaborato un vero e proprio progetto di reperimento di risorse. E’ sua intenzione comunque finalizzare le risorse economiche ai singoli progetti sui quali ci si impegnerà.
                                    ReplicabilitàIl caso è certamente replicabile in qualsiasi realtà. La disponibilità dell'associazione a collaborare con le altre associazioni, le istituzioni, le imprese e i singoli cittadini è l’aspetto che più di altri ha contribuito al nostro successo e che potrebbe aiutare anche altre realtà di altri territori.
                                    ReferentiPer l'associazione "100 Ramazze": Carlo Rogari, coordinatore dell’associazione. Per l’amministrazione: Giordano Mancini, assessore con delega alla manutenzione e al bilancio, Francesco Pierotti, assessore alla partecipazione. I riferimenti dell'associazione: - facebook: associazione “100 ramazze” - sito: www.100ramazze.org - email: associazione@100ramazze.org, info@100ramazze.org, comitato100ramazze@gmail.com (che non verrà più utilizzata quando si attiveranno i due indirizzi precedenti)
                                    FontiDiretta
                                    Data15 novembre 2015
                                    AutoreCarlo Rogari, Valentina Grassi


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                                      Officine tarantine: da luogo dell’abbandono a spazio della cooperazione

                                      15 novembre 2014 | Notizie Notizie

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                                        https://fbcdn-sphotos-f-a.akamaihd.net/hphotos-ak-frc3/v/t1.0-9/p403x403/1005841_665553766823329_1180078353_n.jpg?oh=71795cd7e1cbe11351751749c01cc3e7&oe=54F0548E&__gda__=1425164958_8ac5fd301facd21ad03e30e913a0bdaa

                                        Chiusa, abbandonata e resa inaccessibile dall’inizio degli anni ’90. Ad ottobre del 2013 la Marina, nell’ambito del processo di restituzione al demanio di beni e caserme dismesse, l’ha ceduta al Comune di Taranto, insieme ad altre strutture ex militari. Le “voci” diffusesi, in quel momento, sulla probabile destinazione dell’area degli ex Baraccamenti a nuovi parcheggi fecero subito scattare l’indignazione cittadina, soprattutto giovanile. La mattina del 2 novembre 2013, artisti di strada, attivisti per i beni comuni, studenti, writers, semplici cittadini, ne aprirono i locali, occupandoli, cominciandone così una prima riqualificazione, ripulendoli, dopo decenni di incuria e degrado a cui erano stati destinati. Successivamente, ciò che è stato realizzato in quel luogo, grazie anche al contributo di diverse competenze e maestranze, e alle donazioni di una buona parte della cittadinanza, ha cambiato in parte lo stesso volto del centro cittadino.

                                        Le officine, luogo di laboratori e cultura

                                        Oggi in quei sedicimila metri quadrati ci sono le Officine tarantine. Un progetto per la riappropriazione dell’esistente, situato nel cuore della città-simbolo della devastazione ambientale. Divenuto in breve tempo un vero e proprio laboratorio di cooperazione produttiva, oltre che uno spazio pubblico per la costruzione di reti socio-culturali, in cui è possibile partecipare ai laboratori di riciclo e riuso dei materiali, frequentare corsi di artigianato e sartoria, apprendere le tecniche della falegnameria. Dove è possibile anche far riparare la propria bicicletta, grazie alla presenza, all’interno, di una ciclo–officina; oppure i propri capi di abbigliamento, nel laboratorio di sartoria. Non solo. Ora qui dentro si presentano libri, proiettano cortometraggi. Si può assistere a spettacoli teatrali o frequentare corsi di tango e breakdance. A breve sarà attivata anche una palestra popolare.

                                        OffTopic: l’aula studio

                                        L’ultima nata all’interno si chiama OffTopic, inaugurata offrendo al quartiere una colazione con prodotti equosolidali la mattina del 2 Novembre 2014, giorno del “primo compleanno”, per le Officine tarantine. Si tratta di un’aula studio e di una annessa biblioteca (che conta già un migliaio di volumi). Sarà aperta fino a tarda sera e in una città profondamente avara di luoghi della riflessione e dello studio, ci pare una cosa importante. E’ stata completata attraverso il processo di autocostruzione, cioè nella progettazione, costruzione e auto-gestione sono stati coinvolti gli stessi utenti – fruitori, usando prevalentemente materiali derivanti dal riutilizzo degli stessi. OffTopic, “è la necessità di andare oltre, di uscire fuori tema, scardinando alla base i meccanismi socio- culturali che sono stati imposti, negli anni, in questo territorio, in particolare, dal modello delle fabbriche inquinanti”, ci spiega – Stefano Modeo, studente universitario – uno dei promotori di OffTopic, che “nasce dall’esigenza primaria di tante e tanti di dotarsi di un luogo confortevole dove si possa studiare e condividere saperi, anche fino a tarda ora, rispetto all’ attuale, inadeguata, disponibilità di spazi pubblici”. Ma che “ha la pretesa di poter diventare un laboratorio culturale, soprattutto”. Aperto a tutti coloro, – si intende – che ritengano la cultura uno strumento valido per l’emancipazione sociale, per costruire, – è questo il caso di una città gravata da un disastro ambientale senza precedenti – l’alternativa alla monocultura fondata sull’acciaio.

                                        Resilienza urbana

                                        Quella delle officine tarantine è già una storia di alternativa. E’ una pratica di resilienza urbana organizzata che produce forme feconde di cittadinanza. E’ la sfida a cambiare un sistema, che è stato iniquo, nei confronti delle persone, e dell’ambiente. Attraverso la sua sostituzione con un altro modello, basato sulla cooperazione e l’inclusione, per il mantenimento della coesione sociale. E’ un fenomeno, però, che – in generale, quello della resilienza delle comunità – ha bisogno di essere supportato adeguatamente sul piano politico. Questo a Taranto non avviene, quasi mai. Tornando alle officine tarantine, infatti, la risposta data sinora dalle istituzioni locali, a fronte di una manifesta disponibilità degli occupanti a trovare insieme al Comune una soluzione condivisa, è stata quella di emettere un’ordinanza di sgombero che pesa sulla loro testa, e di quella struttura, da gennaio. Ci hanno provato il 12 febbraio di quest’anno polizia, carabinieri e guardia di finanza a mettere fine ai sogni e ai desideri di una generazione. A liberare, cioè, la struttura con la forza. Una volontà, quella delle istituzioni locali, a cui si è opposta una grossa parte della cittadinanza che quella mattina è corsa in aiuto degli occupanti per scongiurare lo sgombero. Tra resilienza e resistenza, dunque, sembra ambientarsi un altro capitolo di quel romanzo nero sul disastro ambientale, di cui sono protagonisti – loro malgrado – Taranto e la sua comunità.

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                                          Ambulatori sociali: a San Giorgio in Bosco (PD) sanità “a tariffa agevolata” contro la crisi economica

                                          14 novembre 2014 | Notizie Notizie

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                                            ambulatori_sociali

                                            Tra il 2006 ed il 2013 la povertà sanitaria è aumentata del 97%. A lanciare l’allarme è il primo rapporto sulla povertà sanitaria dell’Osservatorio nazionale sulla donazione dei farmaci della Fondazione Banco Farmaceutico, secondo il quale le famiglie considerate al di sotto della soglia di povertà – dalle famiglie numerose agli anziani con pensione minima – spendono al mese poco meno di 17 euro per curare la propria salute. Di questi, 12,50 vengono destinati all’acquisto di farmaci, diminuendo il ricorso alle cure.

                                            San Giorgio in Bosco, nasce il primo ambulatorio sociale del Veneto

                                            Cardiologia, ginecologia, oculistica sono alcuni dei servizi offerti – gratuitamente o a tariffa agevolata – dal “Centro di informazione sanitaria avanzato” di San Giorgio in Bosco, comune di circa 6.000 abitanti nel padovano. L’ambulatorio, la cui sede è ospitata dai locali del Comune al piano terra della Barchessa sud di Villa Bembo 1, è nato a settembre 2013 dalla collaborazione tra lo stesso Comune, l’Ulss 15 Alta Padovana, l’associazione “Territorio e Vita.org” ed un gruppo di diciannove medici volontari, tra cui cinque primari.

                                            Una sinergia tra enti locali e associazioni

                                            Le prestazioni mediche sono fornite a tariffe agevolate o a costo zero, a seconda delle possibilità dei singoli pazienti. Tre le condizioni di accesso principali al servizio vi sono la reale necessità della prestazione medica – accertata dal proprio medico curante – essere residenti nel Comune ed avere un ISEE pari o inferiore ai 7.500 euro, intorno al quale vanno considerate anche risorse familiari e condizione lavorativa, il cui accertamento è assicurato dai servizi sociali. Un “criterio di equità” che permette di garantire il servizio a “chi veramente ne ha bisogno”, specificava a settembre al Mattino di Padova il sindaco di San Giorgio in Bosco, Renato Miatello, evidenziando come la “sinergia tra enti locali e associazioni” sia “mirata a fornire una risposta concreta alle esigenze dei cittadini”.

                                            Da Nord a Sud, una risposta concreta

                                            Una risposta concreta che sta prendendo sempre più piede nel nostro Paese. L’ambulatorio di San Giorgio è, infatti, il primo centro in Veneto ed il terzo in Italia dopo quelli di Bari e Genova, dove le prestazioni mediche vengono fornite a tariffe agevolate. Altri centri si trovano a Milano, Roma e Firenze, nei quali però le prestazioni – soprattutto odontoiatriche, il primo taglio alla spesa medica delle famiglie – sono destinate principalmente a migranti e persone senza fissa dimora.

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