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Il 22 febbraio a Bologna presentato il primo regolamento sull’amministrazione condivisa

21 febbraio 2014 | Cantieri Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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    locandina bologna

    Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno, fra le altre cose, anche di amministratori comunali capaci di amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.

     Il progetto Le città come beni comuni www.cittabenicomuni.it ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo auspicabile, ma anche possibile.

    Il progetto, iniziato nel giugno 2012, è stato promosso e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e realizzato dal Comune di Bologna con il supporto scientifico di Labsus-Laboratorio per la sussidiarietà e la collaborazione del Centro Antartide. I risultati del progetto saranno presentati il 22 febbraio prossimo con la partecipazione tra gli altri del ministro Delrio.

    link al programma

     Questa iniziativa ha ricevuto

     MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA
    DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Oggi molti amministratori locali, fra cui il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna,  hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità. Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus www.labsus.org  intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello di amministrazione tradizionale. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione fra cittadini e amministrazioni. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama così proprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

    Partire dalle cose, non dalle regole

    “Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione”. Questo è stato il metodo di lavoro seguito dal progetto di Bologna Le città come beni comuni. Nella fase di avvio nei tre quartieri di Navile, San Donato e Santo Stefano si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie e poi, una volta entrati nella fase operativa, ci sono stati periodici  incontri per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento in modo tale da trarne indicazioni su come andare avanti, correggendo gli errori.

    Un regolamento che migliora nel tempo

    Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, ha redatto il regolamento comunale che disciplinerà la collaborazione fra cittadini e amministrazione. Sottoposto all’esame dei dirigenti del Comune e di giuristi di varie università e infine portato in Giunta per l’approvazione finale, il 22 febbraio il regolamento sarà messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia attraverso il sito di Labsus e altri siti.

    Ogni Comune potrà scaricarlo, adattandolo alle proprie esigenze. Le diverse versioni che man mano saranno elaborate nei vari Comuni saranno a loro volta pubblicate nel sito di Labsus, creando così nel tempo un patrimonio di normative locali a disposizione di tutte le amministrazioni.

    Ufficio stampa:

    Comune di Bologna
    Cristiano Zecchi – 335.1362368 – cristiano.zecchi@comune.bologna.it

    Labsus Laboratorio per la Sussidiarietà
    Fabrizio Rostelli – 339.6059376 – rostelli@labsus.net

    Centro Antartide
    Sara Branchini – 339.8412305 – sara.branchini@centroantartide.it

    Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
    Paola Frontera – 320.4395813 – ufficiostampa@fondazionedelmonte.it

    Qui il video della giornata di presentazione

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      Social Trends: Mobilità

      3 settembre 2015 | Società

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        social-trends

        Guardando ai processi sociali contemporanei, John Urry professore all’Università di Lancaster dove ha fondato il Center for Mobilities Research (CeMore) ha proposto un “nuovo paradigma della mobilità per le scienze sociali”. Secondo Urry le scienze sociali fino ad ora si sono fondate su quella che egli definisce la “metafisica della presenza” (Mobilities, Polity, 2007).
        Come Urry ha sottolineato, “the starting point is that the analysis of mobilities transforms social science. Mobilities make it different. They are not merely to be added to static or structural analysis. They require a wholesale revision of the ways in which social phenomena have been historically examined” (p. 44). Secondo l’autore, “all social relationships should be seen as involving diverse ‘connections’ that are more or less ‘at a distance’, more or less fast, more or less intense and more or less involving physical movement. Social relations are never only fixed or located in place but are to very varying degrees constituted through ‘circulating entities’” (p. 46).

        Vivere senza confini

        I processi migratori, il turismo di massa, lo scambio delle merci, ma anche la “mobile communication”, il sistema dei media, la circolazione delle idee sono le forme contemporanee della mobilità che costringono a pensare la realtà in movimento sia sul piano fisico che su quello virtuale o immaginario. Non è necessario infatti spostarsi nello spazio per essere mobili, ma si può anche rimanere radicati nel proprio mondo (globale) per esserlo anche solo virtualmente.
        Le idee circolano, le visioni del mondo si affacciano a quella finestra globale che è il web, le persone si incontrano, secondo dinamiche che sempre più spesso sfuggono a ogni classificazione.

        Confini

        L’altra faccia della mobilità sono i confini, sia territoriali che virtuali. I confini costituiscono la rete di protezione entro la quale gli individui soddisfano quell’esigenza di certezza e di controllo sulla realtà che caratterizza la condizione umana. Rimandano però a un modo di concepire lo spazio destinato a creare divisioni, a eliminare quella naturale permeabilità che si genera là dove i mondi si incontrano, lasciando emergere solo la dimensione conflittuale, inevitabilmente riconducibile alla diversità, di qualunque natura essa sia.
        Barriere, muri, ma anche confini culturali, che trasformano le culture in recinti, cercano di arginare le forme di mobilità contemporanea, lasciando intravedere l’incapacità del paradigma della modernità nell’affrontare le tante sfide lanciate dalle società contemporanee. L’era post guerra fredda assiste con disagio alla costruzione di nuovi muri e steccati – al confine tra Stati Uniti e Messico, a Betlemme, in Ungheria, Spagna – eretti per fermare un mondo in movimento.

        La libera circolazione delle persone

        “Il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri” costituisce il nucleo essenziale della cittadinanza europea, una delle più lungimiranti acquisizioni del progetto europeo. Frutto dell’evoluzione della libera circolazione dei lavoratori nella comunità delle origini, è oggi messo in discussione perché entrerebbe in conflitto con il riconoscimento dei diritti sociali che gli stati membri vorrebbero continuare a garantire solo ai “nativi”. È così che il governo britannico annuncia di voler limitare la libera circolazione, si badi bene, dei cittadini provenienti da altri paesi europei se privi di un contratto di lavoro. Chiusure, barriere, ostacoli sono la sola risposta che al momento è stata messa in atto per fare fronte agli elevati livelli di mobilità delle società contemporanee.
        Al contrario il paradigma della mobilità implica l’acquisizione di una mentalità resiliente, capace di affrontare i cambiamenti sociali con successo, trasformando una crisi in un’opportunità che faccia emergere nuovi modelli di convivenza, nuove modalità di interazione sociale, anche tra cittadini e istituzioni.

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          TeatrInGestAzione, progetti per collegare cittadini e spazi urbani

          25 agosto 2015 | Notizie Notizie

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            Alto Fest Palazzo San Felice Opera retablO

            Il festival è giunto ormai alla sua quinta edizione e si è svolto lo scorso luglio nella città di Napoli. Nell’ambito del festival è stato organizzato anche un workshop internazionale chiamato Texture  allo scopo di discutere, sensibilizzare e diffondere attività di ricerca e progetti di cooperazione sui temi della rigenerazione urbana a base creativa e culturale.
            TeatrInGestAzione è definito dai suoi fondatori Anna Gesualdi e Giovanni Trono come un sistema creativo intersoggettivo in costante rivoluzione poetica.
            Il progetto artistico nasce nel 2006 nella città di Napoli. La base su cui poggia tale iniziativa è l’idea di svincolare l’atto performativo dal contesto spettacolare e perseguire dunque un’estetica basata sull’uso essenziale dello spazio e la sobrietà degli elementi.
            Introducendo l’azione artistica nell’architettura socio-urbana ed umana ci si occupa di creare spazi di condivisione in cui artisti ed autori di diverse discipline possano entrare in contatto e mettere in discussione in maniera pubblica e collettiva le proprie pratiche.
            TeatrInGestAzione sviluppa un’originale pedagogia teatrale che vede come parte fondamentale l’uso del corpo nella messa in scena sviluppando la cosiddetta meccanica emozionale. Questa pedagogia è stata applicata nei diversi progetti di cui si occupa l’organizzazione come ad esempio  il progetto teatrale sviluppato nel Manicomio Giudiziario di Aversa, rivolto ai suoi internati, basato su un’attività di risveglio espressivo e ricerca di spazi di dignità umana, in cui attualmente sono coinvolti  i detenuti della Carcere Poggioreale.

            AltoFest

            TeatrInGestAzione è anche l’organizzatore di ALTO FEST – International Contemporary Live Arts for a Human/Urban Regeneration, festival artistico indipendente ed internazionale giunto alla sua quinta edizione. Lo scopo del festival, sintetizzato dal motto “dare luogo”, consiste nell’attivare processi culturali partecipativi e promuovere così un’esperienza di rigenerazione umana ed urbana.
            Si sente  la necessità di riconnettersi allo spazio e ai luoghi della città per restituirgli un senso ed un valore sociale anche attraverso lo sviluppo di relazioni profonde e durature tra i suoi abitanti.
            Gli atti performativi artistici possono servire come propulsori di rigenerazione in quanto elaborano narrazioni che ridefiniscono le modalità d’uso e le caratteristiche degli spazi urbani trasformandoli in luoghi che propongono, alle persone, esperienze di relazione e di conoscenza intrise di emozioni che lasciano impronte nella memoria.
            Il patrimonio della città diviene così, esso stesso, performativo con le sue componenti che tessono relazioni e diventano ambienti di apprendimento, trasferimento e condivisione di conoscenza i quali favoriscono, attraverso la fruizione di nuovi contenuti culturali, il senso di appartenenza, l’inclusione sociale e la capacità di sviluppo della comunità.
            Un processo svolto attraverso la sperimentazione di poetiche innovative, che ambiscono a coinvolgere, assieme ai luoghi, il sistema di relazioni che questi luoghi ospitano.
            Il Festival si svolge negli spazi privati donati spontaneamente dai cittadini ed è autofinanziato, dunque reso possibile grazie all’impegno e al contributo di volontari e cittadini che offrono spazi ed accoglienza, di  artisti e di realtà locali ed internazionali che offrono le proprie competenze ed i propri strumenti nella realizzazione del festival.

            Quest’anno il festival si è svolto a Napoli dal 6 al 12 luglio ed ha coinvolto 26  nazioni con artisti e operatori culturali provenienti da Olanda, Canada, Nuova Zelanda, Messico, Francia, Spagna, Regno Unito, Grecia, Malesia, Israele, Argentina, Libano, Serbia, Svizzera, Germania, Giappone, Cina, USA, Australia, Colombia, Portogallo, Russia, Taiwan, Croazia, Repubblica Ceca, Italia. 44 progetti per 107 artisti e operatori culturali, 201 le repliche realizzate in 5 giorni, ed in 9 lingue differenti. I luoghi donati sono stati circa 50 e le persone coinvolte circa 300 segnando anche quest’anno un successo sia in termini organizzativi che partecipativi.

            Texture

            AltoFest è inoltre promotore del progetto Texture assieme a CreActivitas-Laboratorio di Economia creativa e con la collaborazione dell’ambasciata del Regno dei Paesi BassiTexture ovvero Tessiture umane, urbane, creative- Laboratorio internazionale di pratiche e visioni, Rigenerazione Urbana Culture-led e Performing Heritage è un workshop internazionale nel quale operatori culturali di diversi paesi confrontano le proprie esperienze e lavorano insieme ad esperti di diversi ambiti disciplinari, per individuare orientamenti e percorsi in cui la cultura, attraverso progetti di tipo performativo, può intervenire per guidare la trasformazione e lo sviluppo futuro delle città modificando la realtà spaziale per mezzo della produzione di nuovi significati.
            Dunque sensibilizzazionedivulgazione, co-designing e digital storytelling sono stati gli strumenti attraverso i quali organizzare il lavoro e confrontarsi sui temi presentati dagli ospiti che hanno presentato i loro progetti per poi lasciare spazio alla discussione.

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              Caos mense scolastiche a Perugia: genitori esclusi

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                L’estate perugina sta conoscendo un vero e proprio tormentone. Non uno di quelli che si balla sulle spiagge, ma un caso amministrativo-burocratico che non vedrà scorrere i suoi titoli di coda in una delle stagioni più calde degli ultimi anni.
                Da una parte l’amministrazione comunale di Perugia e la sua decisione di cambiare il capitolato d’appalto per la gestione delle mense scolastiche, relegando le Associazioni dei genitori a mero ruolo di controllo dei pasti serviti; dall’altra appunto le Associazioni dei genitori, sostenute da altre diverse realtà associative locali e non, che ritengono inopportuna e illegittima la decisione assunta dal governo cittadino, estromettendola dal suo ruolo di acquisto delle derrate alimentari che aveva consentito di finanziare, con gli avanzi dei bilanci delle associazioni, ulteriori attività didattiche. Una lunga serie di puntate di botta e risposta tra i due protagonisti della vicenda che vedrà a breve anche la pronuncia del TAR, a seguito del ricorso delle Associazioni dei genitori difesa dall’avvocato Alessandra Bircolotti.

                Le prime tappe della vicenda e la decisione della Giunta

                Nel corso degli anni, il comune di Perugia ha progressivamente esternalizzato il servizio mensa, passando da una gestione diretta con proprio personale ad affidamenti tramite procedure ad evidenza pubblica, mantenendo comunque ai Comitati dei genitori (divenuti soggetti giuridici con propri statuti e bilanci nel giro di pochissimo tempo) la prerogativa della selezione, dell’acquisto delle derrate alimentari e della gestione del rapporto con i fornitori. Partecipazione attiva dunque dei genitori (a titolo gratuito) che garantiva la salvaguardia della qualità del cibo, attraverso il rapporto diretto con i fornitori, unita alla promozione di ulteriori attività didattiche, finanziate dal risparmio di gestione a seguito del compito assegnato agli stessi di determinare e riscuotere le rette del servizio mensa.
                Il caso della gestione del servizio mensa di Perugia si può dunque considerare un ottimo esempio di sussidiarietà, avendo in questo caso un’attività di interesse generale svolta da cittadini con il rapporto giuridico con l’ente locale regolamentata da apposita convenzione stipulata.

                La progressiva esternalizzazione avviata dall’ente locale ha riguardato l’attività di preparazione, cottura, trasporto, sporzionamento dei pasti. Tutto questo fino all’anno scolastico 2014/2015 (convenzione scaduta nell’anno 2013/2014, si è proceduto a proroga per un altro anno), quando la Giunta comunale di Perugia, guidata dal sindaco Andrea Romizi, con delibera n.54 del 08/07/2015 ha deciso di indire un nuovo bando di gara, includendo nel capitolato d’appalto anche le attività assegnate alle Associazioni dei genitori, scatenando la reazione degli stessi genitori, che hanno ritenuto offensiva la decisione della giunta e hanno annunciato che, se non si dovesse arrivare ad una soluzione condivisa, procederanno allo sciopero della retta e al boicottaggio della mensa. L’amministrazione comunale, a sostegno della sua decisione, adduce motivazioni di spending review prevista dalla legge che imporrebbe dal 1 gennaio 2014 la pubblica amministrazione acquisisca sul mercato i beni e servizi strumentali alle proprie attività, allo scopo di evitare distorsioni della concorrenza e del mercato e al fine di assicurare la parità degli operatori economici sul territorio nazionale. Anche il dibattito politico è stato particolarmente animato, con consigli comunali svolti alla presenza dei genitori piuttosto densi di dibattiti accesi.

                L’intervento dell’ANAC e il ricorso al TAR

                La situazione si è ingarbugliata in maniera peggiore anche dopo l’intervento dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), a seguito della richiesta di parere avanzata dall’amministrazione comunale del capoluogo umbro. L’ANAC si è espressa con parere del 20/7/2015 prot. 0092216: attraverso capitolato e disciplinare di gara l’ente locale fissa una serie di criteri sul punto che il vincitore dovrà rispettare; quest’ultimo però, ovviamente nel rispetto dei parametri, sceglierà in libertà i fornitori dai quali comprare il cibo. Nel parere l’Anac chiarisce che l’affidamento diretto ad associazioni di volontariato dell’erogazione di singoli servizi può essere fatto, ma che questo non può “rappresentare lo strumento attraverso cui, di fatto, delegare alle associazioni di volontariato le funzioni proprie della stazione appaltante inerenti la gestione del servizio di mensa (nel caso di specie la selezione dei fornitori delle derrate alimentari) che, in una simile eventualità, finirebbe per essere effettivamente erogato da soggetti terzi, selezionati in violazione delle norme dell’evidenza pubblica”. Un parere del genere, che sostanzialmente è una via di mezzo tra le due tesi portate avanti da amministrazione comunale e Associazioni dei genitori, non facilita la soluzione: in data 4 agosto le Associazioni dei genitori hanno avviato le procedure di istanza di annullamento in autotutela, in quanto ritengono le decisioni prese dalla Giunta comunale di Perugia incoerenti e lesive degli interessi della stessa pubblica amministrazione (allegata le preinformativa di ricorso).

                In totale stravolgimento di tale sistema, il Comune di Perugia – afferma il ricorso – contraddicendo se stesso che pure nel 2014 aveva rinnovato le relative Convenzioni (v. Determina interna di G.C. 20/8/2014 n. 7), senza aver avuto nulla da obbiettare ne sul piano giuridico ne su quelle economico, ha deciso di esternalizzare completamente il servizio mensa e di estromettere totalmente le Associazioni dei genitori dalla gestione partecipata del servizio…La partecipazione, infatti, dei genitori alle decisioni del Comune non e stata garantita in nessuna fase, ne in quella di organizzazione del servizio ne in quella di attuazione della modalità scelta dalla Giunta Comunale.

                Non solo, i genitori contestano anche la decisione di escludere dalla gara di appalto indetta le scuole materne comunali “Flauto Magico” e “il Tiglio” che, presumibilmente, rimarranno rimangono a gestione diretta del Comune con proprio personale, determinando così un’evidente ed illogica disparità di trattamento. I genitori ritengono, quindi, molto più ragionevole la soluzione di procedere, attraverso un Protocollo d’intesa non oneroso per le casse comunali: proposta, già fatta dalle Associazioni dei genitori ma respinta dall’Amministrazione Comunale, in perfetta sintonia con il dettato dell’art. 118 della Costituzione Italiana, inerente il principio di sussidiarietà orizzontale, ma anche con lo stesso Codice Appalti dlgs.163/2006, in quanto disciplinante i contratti a titolo oneroso che escluderebbe invece le convenzioni stipulate con le associazioni.

                In molti ritengono che la chiusura della vicenda mensa di Perugia sia lontana e che, questo tempo che si sta passando tra aule comunali e dei tribunali possa compromettere l’avvio del servizio, visto l’imminente inizio dell’anno scolastico.

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                  La riscoperta dei Commons

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                    Carditello beni comuni (3)

                    Dopo aver introdotto l’argomento, l’autrice ha strutturato la propria opera in tre capitoli, a partire dall’evoluzione delle teorie sui beni comuni, per arrivare alla ripresa di simile concetto nella contemporaneità e, infine, nella sua applicazione all’interno di nuove realtà emergenti anche in ambito italiano sullo spunto di quanto già accaduto in altri contesti. Tra le conclusioni e la bibliografia, sono stati inseriti due allegati costituiti dai testi integrali delle interviste che l’autrice ha fatto ad alcuni partecipanti ad esperienze legate alla difesa ed alla riappropriazione dei beni comuni nella città di Roma: gli spunti derivanti dalle due interviste hanno fornito la base per la redazione del terzo capitolo della tesi di laurea.
                    L’elaborato di Taurini prende spunto, approfondendo alcuni aspetti, anche dal lavoro di ricerca portato avanti da Elena Taverna nel 2012 (tesi di laurea: La riscoperta dei beni comuni: percorsi di riflessione per un rinnovamento democratico in allegato), redattrice della nostra rivista, vincitrice del premio “Dario Ciapetti”. Nella tesi di Taverna, la gestione dei rifiuti del comune di Capannori ha rappresentato il caso studio analizzato.

                    Cosa sono i Commons

                    Fondamento e necessaria premessa dell’opera è il tentativo di definire i beni comuni, anche se, come avverte l’autrice, “trovare una definizione univoca, o quanto meno un campo di studi in cui circoscrivere i Commons, risulta impossibile, oltre che riduttivo”. Eppure, una simile esigenza si avverte per evitare un’eccessiva inflazione della terminologia “bene comune” e per trovare un nucleo concettuale solido al fine di non incorrere in un depotenziamento di questa espressione. Per questa ragione, grande importanza ha, nell’ambito dell’elaborato, l’analisi delle esperienze concrete in cui il vessillo dei beni comuni è stato issato per legittimare la propria azione nel corso di iniziative o manifestazioni che hanno visto il coinvolgimento di molti individui. Opporsi alla privatizzazione del servizio idrico è una battaglia in favore dei beni comuni? Ed occupare un edificio abbandonato per farne un centro di discussione? E sensibilizzare il cambiamento del modello di gestione dell’amministrazione pubblica? Cos’è che si può fare nel nome dei beni comuni e in che occasioni, invece, il millantamento di una simile ideologia ha fuorviato i cittadini portandoli ad ingaggiare battaglie inutili o, peggio, dannose?

                    Non è una tragedia

                    La ricostruzione del concetto di bene comune passa, necessariamente, anche attraverso quelle visioni che ne hanno minato l’impiego, come gli studi di Olson e, soprattutto, di Hardin, promulgatore della celebre teoria della tragedia dei beni collettivi. Servendosi di quanto sviluppato da Elinor Ostrom, già premio Nobel, ed utilizzando la griglia schematica di classificazione dei beni in base alla loro rivalità al consumo ed escludibilità, Valentina Taurini evidenzia come sia fuorviante ritenere che la gestione collettiva delle risorse, al di fuori della dicotomia pubblico/privato, sia necessariamente destinata al fallimento: il ruolo della comunità, infatti, è in grado di generare fenomeni di autogestione ad effetto positivo per i singoli individui. È troppo riduttivo definire l’essere umano come homo oeconomicus, facendo finta di ignorare i rapporti che egli instaura all’interno di una società quale homo civicus in grado di essere sensibile a fiducia e responsabilità da parte dei suoi consimili.

                    Esperienze concrete hanno dimostrato come la gestione in comune dei beni non sia inevitabilmente destinata a risolversi in una “tragedia”. L’autrice rammenta le esperienze sudamericane che hanno fatto da preludio alla riscoperta dei Commons nell’epoca contemporanea, quali le battaglie per l’acqua in Bolivia e per la terra in Brasile. C’è da chiedersi se il diverso ambiente, le diverse tradizioni, la diversa mentalità intercorrenti tra il mondo latino-americano e quei Paesi da lungo tempo assorbiti dall’economia capitalista possano determinare una proponibilità di modelli di beni comuni solo in certi contesti e non in altri, dove il sentimento di comunità si è ormai perso forse irrimediabilmente.

                    Le realtà emergenti nel contesto italiano

                    Come ricordato dall’autrice, l’attività svolta da Labsus permette di segnalare come anche in Italia si stiano diffondendo casi di amministrazione condivisa. Le interviste proposte quali spunti all’interno dell’opera sono state rivolte a Paolo Carsetti, membro della Segreteria Operativa del Forum Italiano dei Movimenti dell’acqua e sostenitore della campagna di sensibilizzazione “deLiberiamo Roma”, e a Fernando M. e Miranda A., due attivisti dell’assemblea gestionale del nuovo Cinema Palazzo, un vecchio stabile trasformato in spazio culturale comune. I soggetti intervistati non solo hanno presentato le iniziative che li hanno visti coinvolti, ma hanno anche espresso il loro punto di vista sulla fortuna dei beni comuni in Italia.

                    I pareri raccolti non sono risultati coincidenti sotto ogni aspetto: all’opinione di chi ritiene necessario che il legislatore apporti ordine alla tematica ed identifichi i campi d’applicazione dei beni comuni, si contrappone il pensiero di chi ritiene che il bene comune sgorghi naturalmente laddove i cittadini adottano forme di collaborazione. In bilico tra queste due posizioni, i Commons dimostrano di essere ancora alla ricerca di una propria definizione, ma, forse proprio grazie alla plasmabilità ed adattabilità a diverse situazioni, sono potenzialmente in grado di apportare cambiamento ed innovazione all’interno di meccanismi sociali ormai logori.

                    In allegato la tesi della Dott.ssa Valentina Taurini.

                    LEGGI ANCHE:

                    Allegati (1)

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                      S.O.S. Scuola, la scuola che diventa bene comune

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                        sos scuola

                        L’obiettivo del progetto è trasformare gli istituti scolastici in cantieri di creatività, gioco e interventi estetici e di manutenzione che coinvolgano studenti, genitori, artisti e volontari pubblici e privati; in poche parole, insomma, lo scopo è rendere le scuole dei beni comuni, luoghi accoglienti costruiti dal basso, a partire dalla collaborazione dei cittadini.
                        Il primo intervento di riqualificazione a cura di S.O.S. Scuola è stato portato a termine in Sicilia nel 2014, presso il Liceo linguistico statale Ninni Cassarà di Palermo. Il risultato è stato un immenso successo che ha portato non solo alla rigenerazione dell’istituto scolastico, ma anche alla nascita di un’associazione di promozione sociale, “Il bar del Cassarà”, e di una web serie con lo stesso nome, ispirata all’azione e alla passione dei ragazzi che hanno dato nuova vita alla scuola palermitana.
                        Durante lo scorso anno, S.O.S. Scuola ha poi portato il suo contributo all’istituto comprensivo statale di Arsoli, in provincia di Roma, e all’inizio del 2015 il Parlamento europeo ha assegnato al progetto il “Civi Europaeo Premium”, con cui ogni anno vengono premiati cittadini e organizzazioni che rendono concreti i valori sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

                        Le tappe di quest’anno

                        Nel 2015, in particolare nel mese di luglio, S.O.S. Scuola ha organizzato campus ed interventi nel Lazio ed in Abruzzo. Oltre ad essere tornati all’istituto di Arsoli per nuovi eventi in collaborazione con l’Accademia delle belle arti di Sassari, il progetto quest’anno ha riguardato l’istituto Pio La Torre di Roma e la scuola materna Gianni Rodari a L’Aquila, ospitata ancora, a sei anni di distanza dal devastante terremoto, da un MUSP (Modulo ad Uso Scolastico Provvisorio, in pratica container).
                        A Roma l’istituto Pio La Torre, che raccoglie una scuola primaria, le scuole medie ed il liceo Gassman, ha visto la creazione di una ludoteca, di una sala cinema–teatro, di orti, giardini ed interventi di street art, tra i quali il murale di Davide Vecchiato, in arte Diavù, noto e stimato street artist.
                        A L’Aquila, invece, ActionAid e Viviamolaq hanno contribuito al progetto S.O.S. Scuola trasformando le strutture della materna “Rodari” da grigi container a colorati luoghi all’interno dei quali stimolare la creatività e la curiosità delle generazioni future.
                        Ma non è tutto. Le prospettive per il futuro sono confortanti: secondo le dichiarazioni di Davide Faraone, sottosegretario al Miur, dal prossimo anno il progetto S.O.S. Scuola potrà diffondersi nelle zone più bisognose del nostro Paese grazie alla stipulazione di un Protocollo d’intesa tra lo stesso Miur e l’associazione Alveare per il sociale.
                        S.O.S. Scuola è solo uno dei tanti progetti in Italia dedicati alle scuole e dei quali Labsus più volte si è occupata. Nell’ambito della costruzione di beni e spazi comuni, infatti, le azioni dei cittadini attivi che riguardano gli istituti scolastici sono numerosi: dalla riqualificazione delle parti degradate di un istituto a Sarzana (La Spezia), passando per Bologna e Grosseto, dalla progettazione partecipata di un giardino a Ferrara al progetto di un Regolamento comunale sulle “scuole condivise” a Roma fino a Rock Your School. E molti altri ancora.
                        E questo crescente interesse verso la progettazione condivisa e partecipata degli ambienti scolastici è segno di quanto sia sentita forte la necessità di educare le prossime generazioni a percepire la cittadinanza attiva, la collaborazione e la solidarietà sociale come comportamenti naturali, e far sì che in futuro le reti sociali nascano quasi spontaneamente da valori profondamente acquisiti e radicati nella comunità.

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                          Come cambia il ruolo del web nell’amministrazione condivisa

                          | Il punto di Labsus Notizie

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                            Esperienze come quella della primavera araba hanno mostrato l’importanza del web per avvicinare paesi e popoli nelle rivendicazioni di libertà; ed espressioni molto abusate come e-democracy, e-governance, e-government, e-participation, ecc., hanno alluso in questi anni alle potenzialità democratizzanti del web rispetto al rapporto fra i cittadini e le istituzioni.

                            La c.d. partecipazione elettronica: un mito da sfatare?[1]
                            Ma quelle stesse esperienze hanno anche confermato che la Rete è solo uno strumento – per quanto potente – di fenomeni che nascono altrove, laddove la fisicità degli uomini ne sfida quotidianamente i valori umani, sociali e politici[2] e che Internet non è di per sé garanzia di democratizzazione dell’agire pubblico né di elevazione dei popoli.
                            L’utilizzo della Rete è e resta uno strumento al servizio di libertà e poteri che devono trovare altrove le proprie garanzie e i propri limiti, e la cui efficacia dipende dalla democraticità dei fini e delle regole che sorreggono le politiche.

                            Eppure, in Italia come altrove, la retorica delle virtù palingenetiche di Internet ha portato ad enfatizzare le politiche sulle infrastrutture e la digitalizzazione dei servizi, mentre le forme di inclusione e partecipazione si sono spesso ridotte ad esercizi sondaggistici dal retrogusto demagogico. Si pensi alle consultazioni telematiche pubbliche degli ultimi anni (come quella del 2014 sul progetto di riforma costituzionale); o ai nuovi movimenti che rivendicano il voto elettronico come strumento di democrazia diretta, espressioni di un’euforia plebiscitaria e antagonista che rischia di essere assai più dannosa dei mali che vorrebbe curare.

                            Il posto di Internet è fra le precondizioni della partecipazione

                            Se è vero – come andiamo da tempo sostenendo – che ciò che occorre rafforzare è piuttosto il carattere inclusivo e collaborativo delle politiche pubbliche, Internet deve allora tornare ad essere strumento al servizio delle comunità: per la migliore organizzazione dell’esercizio del potere da parte dei governanti; per l’ampliamento delle opportunità di esercizio dei diritti da parte dei governati. E la partecipazione deve poter sfruttare le potenzialità democratizzanti di Internet non per essere disinnescata entro dimensioni virtuali bensì per accrescere gli strumenti della fisicità.

                            Come dice Manuel Castells, “abbiamo bisogno di sentirci parte di una comunità, di condividere esperienze, toccarci, abbracciarci… Viviamo e combattiamo con Internet, non dentro Internet”[3].
                            Si pensi all’esperienza delle social street, ove gli abitanti di una via utilizzano i gruppi chiusi di Facebook per entrare in contatto ed avviare iniziative condivise, soprattutto a fini solidali: il social network viene utilizzato per finalità civiche, la dimensione virtuale diventa strumento per recuperare la fisicità e il contatto diretto con il territorio e gli altri suoi abitanti. La tecnologia è strumento abilitante e non soluzione dei problemi.
                            La Rete diventa allora una pre-condizione della partecipazione: essa deve non solo essere accessibile in senso tecnico ma anche offrire contenuti e funzionalità adeguati per consentire il confronto e la collaborazione fra i cittadini e le istituzioni. E se non vi sono regole sul livello minimo di quei contenuti e di quelle funzionalità, il confronto e la partecipazione restano un’illusione.

                            E’ quanto afferma chiaramente anche la Costituzione: occorrono norme che garantiscano i livelli minimi essenziali per il godimento dei diritti (art. 117). E la “partecipazione effettiva di tutti alla vita politica, economica e sociale del Paese” è un diritto, tanto che le istituzioni sono obbligate a rimuovere gli ostacoli che la impediscono (art. 3, 2° comma) e a favorire le autonome iniziative dei cittadini che intendono partecipare alla realizzazione dell’interesse generale (art. 118, ultimo comma).
                            Ma anche le regole non bastano, se non sorrette da una visione politica matura che orienti l’utilizzo di Internet verso la messa in comune dei saperi civici e delle capacità: lo dimostra, ad esempio, l’inefficacia delle norme sui siti internet delle amministrazioni e dei partiti politici.

                            Internet di nuovo al servizio delle comunità

                            Ma quali regole possono riuscire a liberare la propensione partecipativa di Internet dalle retoriche della demagogia e farne uno strumento civico reale? La risposta non è facile; ma gli indizi non mancano.
                            Certamente regole semplici, leggere e sperimentali, munite di clausole valutative che impongano il monitoraggio degli effetti prodotti e l’eventuale successiva modifica.
                            In secondo luogo regole condivise con i loro stessi destinatari. In un Paese in cui si manifesta da tempo grande insofferenza per l’inflazione normativa e i comandi unilaterali, il fatto che vi siano norme richieste dalla società civile deve quantomeno far pensare.

                            E’ il caso del regolamento sulla cura condivisa dei beni comuni, che è spesso proposto dalle amministrazioni comunali ma ancor più spesso dalla società civile.
                            In primo luogo, le forme di partecipazione che vengono disciplinate sono quanto di più lontano dalla dimensione virtuale. Si tratta della collaborazione fra abitanti e amministrazioni locali per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani: una partecipazione che valorizza le capacità delle persone, e che dunque si spende negli aspetti più concreti del vivere.

                            In secondo luogo la disciplina ha un carattere sperimentale e procedurale: non si dice cosa fare bensì come farlo, si prevedono garanzie e procedure semplici per i cittadini attivi, se ne affrontano le ricadute organizzative per l’amministrazione. Si forniscono, cioè, i lineamenti essenziali di un modo di partecipare al governo della cosa pubblica che così esce dalla casualità del volontarismo individuale e diventa metodo. In questo quadro si può dire che Internet arrivi “dopo”, per suggellare e rinforzare gli strumenti di quel metodo.
                            Nel regolamento di Bologna, e in quasi tutti quelli adottati in seguito, si parla di “Innovazione digitale”, affermando che il Comune favorisce la partecipazione della comunità alla realizzazione di servizi e applicazioni per la rete civica, mettendo a disposizione spazi e infrastrutture; e si parla di “comunicazione collaborativa”, riconoscendo “nella rete civica il luogo naturale per instaurare e far crescere il rapporto di collaborazione con e tra i cittadini”, e imponendo al Comune di rendere disponibili kit di strumenti, dati e piattaforme digitali in formato aperto, tutoraggio nell’uso degli strumenti, manuali d’uso, ecc.

                            In seguito, la voglia e il bisogno di condividere esperienze fra le comunità che hanno intrapreso l’avventura dell’amministrazione condivisa hanno fatto il resto, portando a sollecitare la creazione di portali, forum di discussione, sedi ove scambiare buone pratiche e soluzioni replicabili. E’ accaduto ad esempio a Terni il 26 marzo di quest’anno, nel world cafè in cui si è creata la Rete delle Amministrazioni Condivise umbre e gli amministratori presenti hanno cominciato a tracciare i contenuti del portale in corso di realizzazione; ed è successo, in modo ancora più corale, nell’incontro dell’11 e 12 giugno a Roma, ove funzionari di tutta Italia hanno per la prima volta discusso i risvolti attuativi del regolamento, ribadendo l’importanza di un sistema di condivisione che utilizzi il web come prosecuzione duratura del confronto avviato fisicamente in quei giorni.

                            Come si vede, non è più questione della semplice messa a disposizione di informazioni ma di una forma di auto-mutuo aiuto a distanza fra amministrazioni e comunità di parti diverse d’Italia, un ritrovarsi e dialogare su come si è fatto e come si può fare per realizzare questo nuovo modo di governare.
                            Il “caso” dei regolamenti sull’amministrazione condivisa può allora essere l’indizio di un recupero della capacità della politica di generare scopi e guardare lontano: una politica che orienta i propri mezzi (tra cui Internet) alla realizzazione di quegli scopi, e che riabilita la partecipazione elettronica attribuendole il ruolo che le si addice in una democrazia matura: recuperare la forza abilitante del capitale sociale.

                             

                            [1] In questi termini, da ultimo, il saggio di Paola Marsocci in F. Marcelli – P. Marsocci – M. Pietrangelo (a cura di), La rete internet come spazio di partecipazione politica.Una prospettiva giuridica, E.S., Napoli, 2015, 39ss.

                            [2] V. fra le altre le riflessioni di D. Rieff, La rivoluzione di Twitter non riempie la pancia, in Internazionale, 885, 18 febbraio 2011.

                            [3] Intervista del 6 novembre 2012, www.tvdigitaldivide.it/tag/movimenti-sociali-internet/.

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                              Siena e le Contrade: una città in condivisione

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                                siena

                                Molti centri urbani italiani si trovano a combattere contro il degrado urbano: ciò non sembra però riguardare la deliziosa città toscana di Siena. Questa realtà cittadina si muove 365 giorni all’anno intorno alla vita attiva delle Contrade, che sono enti senza fine di lucro, istituzioni democraticamente elette, considerate legalmente persone giuridiche, e dividono storicamente la città di Siena in 17 rioni.
                                La Contrada si presenta come cuore pulsante di molte attività senesi e riesce a trasformare il cittadino comune in cittadino attivo. In particolare, tramite alcuni accordi con il comune di Siena, i volontari – che da qui in avanti chiameremo “contradaioli” – delle 17 Contrade della città si prendono cura degli spazi pubblici e di alcuni beni storici.

                                Le attività della Contrada della Lupa

                                In particolare, la Contrada della Lupa, esempio emblematico del ruolo di queste realtà di quartiere, si occupa, con l’aiuto dei contradaioli, della pulizia, della manutenzione e del mantenimento delle aree urbane pubbliche all’interno dei suoi confini.
                                L’amministrazione comunale senese concede l’usufrutto alla Contrada dell’area verde prossima alla sede della propria società e delle fonti di Fontenuova. Attraverso azioni di volontariato da parte dei cittadini che ne fanno parte, la Contrada si impegna nella pulizia e mantenimento delle fonti nella zona di Pian d’Ovile, dei tabernacoli che si trovano dentro i confini della Contrada, in particolare nella via di Vallerozzi, e della fruibilità e dell’abbellimento dell’area verde a esse limitrofa.

                                Sostenibilità e cura degli spazi urbani

                                Concedendo l’usufrutto alla Contrada, il comune di Siena riesce a creare soluzioni sostenibili e un abbattimento dei costi per la cura degli spazi verdi urbani. La manutenzione quotidiana delle aree pubbliche si traduce nella cura di un bene comune per tutta la città.

                                Alessandro Gronchi è l’economo della Contrada della Lupa, anche detto “provveditore”, vale a dire che è incaricato della buona conservazione dei beni; è colui che provvede agli acquisti, tiene l’inventario ed è responsabile delle chiavi, simbolo del patrimonio della Contrada. A proposito dei cittadini, Gronchi afferma: “ogni membro della comunità è chiamato a contribuire in modo del tutto volontario alle attività legate alla conservazione dei beni affidati dal Comune alla Contrada”. L’economo è la figura che coordina la commissione economato, democraticamente eletta all’interno della Contrada e che si occupa di organizzare e coordinare gli interventi manutentivi su tutto il territorio affidatogli.

                                I frutti di una solida collaborazione

                                L’iniziativa mostra come una collaborazione stabile nel tempo, tra istituzioni e cittadini, conduca a ottimi risultati per entrambe le parti. Per l’amministrazione senese è infatti evidente quanto questa cooperazione sinergica porti a una maggiore sostenibilità delle spese di manutenzione delle aree urbane, e allo stesso tempo valorizzi il lavoro del cittadino che, prendendosi cura della propria città, arriva a sentirsi parte attiva e fondamentale.

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                                  Tar Lazio, Roma, sez. I bis, 26 gennaio 2015, n. 1415

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                                    road tunnel


                                    La sentenza

                                    Ricorrono dinanzi al Tar alcune società concessionarie della gestione di tratti stradali comprendenti gallerie di lunghezza superiore a 500 metri e inserite nella c.d. rete di trasporti trans europea (RTT) (si v. decisione CE 1692/92; direttiva 2004/54 CE).
                                    Con ricorso introduttivo le parti impugnano la circolare ministeriale (CM) del Ministero dell’Interno del 29 gennaio 2013, n. 1 nella parte in cui questa – in violazione della normativa europea che attribuisce le competenze in materia di sicurezza di tale categoria di gallerie ad un’unica autorità – ha incluso quella stessa categoria di infrastruttura tra quelle sottoposte all’obbligo di presentare la segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) al Comando provinciale dei vigili del fuoco territorialmente competente, oltre che alla Commissione permanente per le gallerie inserite nella RTT.
                                    Viene altresì impugnato il d.P.R. 1 agosto 2011, n. 151, allegato I n. 80, ove inteso ad includere le gallerie de quo tra le infrastrutture soggette all’attività di vigilanza e prevenzione antincendi dei Vigili del Fuoco e, in via subordinata, si chiede anche la disapplicazione dell’art. 7 co. 1 e 2 del d.l. 83/2012, ove interpretati nel senso di introdurre una competenza concorrente del Comando provinciale dei vigili del fuoco territorialmente competente e della Commissione permanente per le gallerie inserite nella RTT, in quanto contrastanti con la direttiva 2004/54/CE.
                                    Il ricorso in esame apre il varco ad un’argomentazione – da parte del giudice – sensibilmente complessa e articolata, scaturita da un coacervo di interventi normativi in materia poco coordinati e coerenti tra loro.
                                    Il risultato dell’interpretazione addotta in giudizio sarà la riconosciuta legittimità della normativa in contestazione con conseguente respinta dell’impugnazione.

                                    Il commento

                                    La controversia in esame scaturisce dall’annosa questione del coordinamento dei diversi interventi normativi in materia di sicurezza delle gallerie stradali – succedutisi nel tempo e provenienti da fonti di rango diverso – con la disciplina sulla prevenzione degli incendi.
                                    Il quadro legislativo è infatti sempre stato articolato in due diverse normative: quella in materia di antincendi, disciplinata dal d.lgs. n. 139/2006, e quella sulla sicurezza delle gallerie RTT, regolata dal successivo d.lgs. n. 264/2006.
                                    La coesistenza delle suddette discipline ha sin da principio posto la questione dell’eventuale distinzione dell’ambito applicativo delle due regolamentazioni e, in diverse occasioni, si è rivelata – parafrasando le parole del giudice – un “intreccio di normative poste in un rapporto di specialità reciproca” con notevoli problemi di coordinamento.
                                    Il primo tentativo di risoluzione viene operato con il regolamento di delegificazione, d.P.R. 1 agosto 2011, n. 151 (in questa sede impugnato), in cui gli obiettivi di semplificazione della disciplina di prevenzione-incendi e di alleggerimento degli oneri documentali ed economici a carico dei gestori costituiscono gli elementi-chiave per una re-interpretazione della normativa antincendi e per la ricostruzione dell’ambito oggettivo degli adempimenti da essa imposti.
                                    La decisione in commento si presenta, così, come la “storia” di un difficile coordinamento d’intervento delle diverse autorità competenti, per la cui soluzione vengono esplicitamente chiamati in giudizio i principi di semplificazione e di proporzionalità, a loro volta strettamente connessi con quelli più generali di economicità, efficacia ed efficienza.
                                    Alla luce di una simile impostazione, viene così fatto salvo il regolamento impugnato, facendo rientrare nel suo ambito applicativo la categoria delle gallerie RTT e disponendo, pertanto, che ai gestori ad esse preposti non debba essere richiesto di munirsi del certificato di prevenzione incendi (riservato solo alle attività più pericolose sotto il profilo del rischio), ma di un titolo autorizzatorio “più leggero”, analogo alla Scia, detto Scia antincendi e previsto per le attività di minore pericolosità.
                                    Nell’articolata vicenda giurisprudenziale in esame, v’è tuttavia un aspetto che – in questa sede particolare – merita più di altri di essere messo in luce e discusso. È significativo osservare, infatti, che quando il giudice arriva al punto di riconoscere la legittimità del regolamento di delegificazione dalle ricorrenti impugnato, lo fa riconducendo principi e istituti di semplificazione amministrativa al principio di sussidiarietà orizzontale. Nel caso di specie, cioè, la Scia viene concepita come diretta espressione del principio costituzionale ex art. 118 Cost., favorendo essa una riduzione di oneri amministrativi a carico dei “privati”.
                                    Siamo, dunque, di fronte a un nuovo caso in cui si ripresenta problematico e ambiguo quel nesso di complementarietà tra semplificazione e sussidiarietà orizzontale. Entrambi i “processi”, infatti, si sviluppano in risposta all’esigenza di modernizzazione del sistema amministrativo, basato su una nuova concezione di bene pubblico e volto, insieme, a soddisfare il cittadino e a ridurre i costi dell’azione amministrativa. Tuttavia, se la sussidiarietà orizzontale mira a questo risultato attraverso uno spazio di “collaborazione” e di “integrazione” tra cittadini e amministrazione, la semplificazione amministrativa punta allo stesso traguardo attraverso l’uso di moduli “sostitutivi” tra pubblico e privato.
                                    Il risultato è una facile contrapposizione tra pubblico e privato che è tutto ciò che la sussidiarietà orizzontale, così come concepita – anche in un’ottica sistemica – dalla Carta costituzionale, aspira invece ad escludere.
                                    Ancora una volta, dunque, la giurisprudenza sembra fare un uso improprio del principio di sussidiarietà confondendolo con altri istituti riconosciuti dall’ordinamento italiano. E si tratta sempre di istituti che garantiscono al privato situazioni di vantaggio da far valere nei confronti della pubblica amministrazione.
                                    Invocato in questi termini, il principio non è portatore di alcun elemento di innovazione e finisce peraggiungere davvero poco al percorso di legittimazione di quelle nuove forme di relazione pubblico-privato, poste alla base della “nuova amministrazione”.

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                                      Ad Atlanta orti urbani sul tetto per i senzatetto

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                                        senzatetto lavorano sull'orto urbano ad Atlanta

                                        Inoltre i residenti del rifugio, situato nel centro di Peachtree Street e Pine Street ad Atlanta negli Stati Uniti, rimuovendo il vecchio tetto e realizzando la nuova struttura, acquisiranno capacità lavorative reali, ricevendo così supervisione e formazione, al fine di prepararli per l’agricoltura urbana. Infatti il mercato dei prodotti biologici sostenibili è in rapida crescita nella zona metropolitana di Atlanta, con orti biologici,orti urbani, orti comunitari e giardini pensili.

                                        Sul tetto della Metro Atlanta Task Force For The Homeless, nel loro orto urbano, stanno crescendo cavoli, rape, senape, lattuga, cavoli, verza, bietola, erbe aromatiche, fragole, uva, ravanelli, zucca, peperoni, pomodori e molto altro ancora. In autunno, grazie anche alla realizzazione di un orto invernale, è stato possibile piantare anche le angurie.

                                        Inoltre l’orto urbano, diventando non solo un luogo ricreativo e di socializzazione ma anche un posto dove formarsi e poter aiutare il prossimo, tiene lontano dai guai alcuni dei residenti.

                                        Il prossimo grande progetto per il rifugio per senzatetto è quello di costruire una cucina, in modo da trasformare il raccolto in pasti per i residenti della struttura.
                                        Attualmente gli ortaggi coltivati vengono affidati alla Cattedrale di S. Phillips o Cascade United Methodist Church che si impegna a cucinarli e restituirli ai residenti della struttura, sfamando così circa cinquecento persone.

                                        Attualmente sono state già donate tutte le attrezzature per realizzare la cucina all’interno della struttura, gli chef sono all’opera per insegnare e certificare i residenti che vogliono diventare cuochi.

                                        Tutti i progetti della Metro Atlanta Task Force For The Homelesscome lo stesso orto urbano sul tetto o la cucina, creano un’opportunità per realizzare luoghi di apprendimento e posti di lavoro per i residenti di Peachtree Street.
                                        Si tratta di una comunità di senzatetto all’avanguardia nella rivoluzione verde e nell’agricoltura urbana biologica.

                                        Per maggiori info il sito della Metro Atlanta Task Force For The Homeless

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                                          Commissione Europea: nuovo pacchetto di proposte per l’energia

                                          23 agosto 2015 | Società Sostenibilità

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                                            sistema energetico, unione europea

                                            Il pacchetto di misure per il sistema energetico rappresenta un passo importante nell’attuazione della strategia dell’Unione dell’energia, che figura tra le priorità politiche della Commissione Juncker presentate nel febbraio 2015 e punta su una politica lungimirante in materia di cambiamenti climatici. Le proposte odierne sottolineano l’importanza del principio “l’efficienza energetica al primo posto” e pongono le famiglie e le imprese al centro del mercato europeo dell’energia.
                                            Il Vicepresidente della Commissione e responsabile per l’Unione dell’energia, Maroš Šefčovič, ha dichiarato: “Nel quadro della strategia dell’Unione dell’energia ci siamo adoperati per rafforzare il ruolo dei consumatori europei, creando un mercato unico dell’energia ben funzionante, mettendo al primo posto l’efficienza energetica e primeggiando in materia di energie rinnovabili. Oggi, a cinque mesi dall’adozione della strategia dell’Unione dell’energia, questo “pacchetto estivo” esprime la nostra determinazione a ridurre le emissioni di biossido di carbonio nell’economia e a conferire un ruolo centrale ai consumatori nella transizione energetica dell’Unione. Non si tratta soltanto di dare maggiore peso ai consumatori, ma di dare un nuovo assetto all’intero sistema energetico europeo”.
                                            Il Commissario responsabile per l’Azione per il clima e l’energia Miguel Arias Cañete ha affermato: “I fatti esprimono più delle parole. Oggi stiamo compiendo un passo decisivo per dare una veste normativa all’obiettivo dell’UE di ridurre almeno del 40% le emissioni entro il 2030. Ai nostri partner internazionali, in vista della Conferenza sul clima di Parigi vorrei dire che l’Unione europea sta tenendo fede ai suoi impegni internazionali, mentre il mio messaggio per gli investitori, le imprese e l’industria è: investite nell’energia pulita, una risorsa destinata a durare nel tempo e in costante crescita. Con queste proposte l’Europa ribadisce il suo ruolo di precursore e saprà guidare la transizione globale verso una società a basse emissioni di biossido di carbonio“.

                                            Un sistema di scambio di quote di emissione europeo all’altezza delle sfide future

                                            Il sistema UE di scambio di quote di emissione è uno strumento faro dell’Europa per affrontare i cambiamenti climatici e indirizzare l’UE verso un’economia a basse emissioni di biossido di carbonio. La proposta odierna lancia un segnale forte alla comunità internazionale in vista del vertice sul clima di Parigi. La proposta è presentata in un momento cruciale, in cui anche altri attori importanti come il G7 e la Cina si sono mostrati risoluti. La Commissione ha rivisto il sistema di scambio di emissioni per garantire che rimanga lo strumento più efficiente ed efficace possibile sotto il profilo dei costi per ridurre le emissioni nel prossimo decennio. Questo è il primo passo legislativo per dare forma all’impegno dell’UE di ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 40% entro il 2030.
                                            Azioni ambiziose per il clima creano opportunità commerciali e aprono nuovi mercati per l’innovazione e le tecnologie a basse emissioni di biossido di carbonio. L’approccio più mirato proposto dalla Commissione è inteso a salvaguardare la competitività internazionale dei settori industriali maggiormente esposti al rischio di delocalizzazione della produzione al di fuori dell’UE verso giurisdizioni con una politica meno restrittiva in materia di gas a effetto serra e a fare convogliare gli investimenti in ambito energetico verso alternative innovative e più ecologiche. La Commissione propone inoltre che gli Stati membri investano gli introiti ottenuti con lo scambio di emissioni in attività di sostegno ai paesi terzi che devono adeguarsi agli impatti dei cambiamenti climatici.

                                            Revisione dell’etichettatura di efficienza energetica per una maggiore chiarezza

                                            Il principio “l’efficienza energetica al primo posto” è fondamentale nella strategia dell’Unione dell’energia, in quanto si tratta di un modo efficace per ridurre le emissioni, fare risparmiare i consumatori e ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili dell’UE. Fin dalla sua introduzione, vent’anni fa, il successo dell’etichettatura energetica ha favorito lo sviluppo di prodotti sempre più efficienti sotto il profilo energetico. L’evoluzione dei prodotti ha fatto sì che l’attuale etichettatura diventasse sempre più complessa. La Commissione propone di tornare all’originaria scala energetica da A a G, più semplice e comprensibile per i consumatori.
                                            La revisione della direttiva sull’etichettatura energetica proposta dalla Commissione garantisce coerenza e continuità e fa in modo che i consumatori siano in grado di compiere scelte più informate che consentiranno loro di risparmiare energia e denaro.

                                            Un ruolo rafforzato per i consumatori

                                            La Commissione, riconoscendo che i cittadini devono essere al centro dell’Unione dell’energia, presenta una comunicazione su quel che si può definire il nuovo corso (new deal) per i consumatori di energia, che si articola su una strategia a tre pilastri:

                                            1. Aiutare i consumatori a risparmiare denaro ed energia grazie a una migliore informazione. 
                                            2. Conferire loro un margine di scelta più ampio in materia di partecipazione ai mercati dell’energetico. 
                                            3. Mantenere il massimo livello di protezione dei consumatori.

                                            I consumatori devono poter accedere alle stesse informazioni e godere dei medesimi diritti degli acquirenti e dei venditori nei mercati all’ingrosso, grazie a norme più chiare in materia di fatturazione e pubblicità, a strumenti di confronto affidabili e all’effetto leva del considerevole potere di negoziazione che possono raggiungere grazie a regimi collettivi (ad es. cambio collettivo di operatore, cooperative energetiche).
                                            Infine, i consumatori devono essere liberi di generare e consumare l’energia prodotta a condizioni eque al fine di risparmiare denaro, aiutare l’ambiente e garantire la sicurezza di approvvigionamento.

                                            Nuovo assetto del mercato energetico

                                            La strategia dell’Unione dell’energia è stata ideata per contribuire a realizzare gli obiettivi in materia di energia e clima per il 2030 e per far sì che l’Unione europea diventi il leader mondiale nel campo delle energie rinnovabili. Il conseguimento di questi obiettivi richiederà una radicale trasformazione del sistema dell’energia elettrica in Europa e un riassetto del relativo mercato.
                                            La comunicazione presentata dà il via anche a una consultazione pubblica sulle potenziali caratteristiche di un nuovo assetto del mercato dell’energia elettrica che risponda alle aspettative dei consumatori, si traduca in vantaggi tangibili grazie alle nuove tecnologie, agevoli gli investimenti (in particolare nella produzione basata su fonti rinnovabili e a basse emissioni di biossido di carbonio) e tenga conto dell’interdipendenza degli Stati membri in tema di sicurezza energetica.
                                            In questo modo dovrebbe essere possibile trarre i massimi benefici dalla concorrenza transfrontaliera e consentire una produzione decentralizzata di energia elettrica, anche destinata all’autoconsumo, e sostenere la nascita di società di servizi energetici innovativi.

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