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Il 22 febbraio a Bologna presentato il primo regolamento sull’amministrazione condivisa

21 febbraio 2014 | Cantieri Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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    locandina bologna

    Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno, fra le altre cose, anche di amministratori comunali capaci di amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.

     Il progetto Le città come beni comuni www.cittabenicomuni.it ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo auspicabile, ma anche possibile.

    Il progetto, iniziato nel giugno 2012, è stato promosso e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e realizzato dal Comune di Bologna con il supporto scientifico di Labsus-Laboratorio per la sussidiarietà e la collaborazione del Centro Antartide. I risultati del progetto saranno presentati il 22 febbraio prossimo con la partecipazione tra gli altri del ministro Delrio.

    link al programma

     Questa iniziativa ha ricevuto

     MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA
    DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Oggi molti amministratori locali, fra cui il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna,  hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità. Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus www.labsus.org  intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello di amministrazione tradizionale. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione fra cittadini e amministrazioni. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama così proprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

    Partire dalle cose, non dalle regole

    “Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione”. Questo è stato il metodo di lavoro seguito dal progetto di Bologna Le città come beni comuni. Nella fase di avvio nei tre quartieri di Navile, San Donato e Santo Stefano si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie e poi, una volta entrati nella fase operativa, ci sono stati periodici  incontri per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento in modo tale da trarne indicazioni su come andare avanti, correggendo gli errori.

    Un regolamento che migliora nel tempo

    Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, ha redatto il regolamento comunale che disciplinerà la collaborazione fra cittadini e amministrazione. Sottoposto all’esame dei dirigenti del Comune e di giuristi di varie università e infine portato in Giunta per l’approvazione finale, il 22 febbraio il regolamento sarà messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia attraverso il sito di Labsus e altri siti.

    Ogni Comune potrà scaricarlo, adattandolo alle proprie esigenze. Le diverse versioni che man mano saranno elaborate nei vari Comuni saranno a loro volta pubblicate nel sito di Labsus, creando così nel tempo un patrimonio di normative locali a disposizione di tutte le amministrazioni.

    Ufficio stampa:

    Comune di Bologna
    Cristiano Zecchi – 335.1362368 – cristiano.zecchi@comune.bologna.it

    Labsus Laboratorio per la Sussidiarietà
    Fabrizio Rostelli – 339.6059376 – rostelli@labsus.net

    Centro Antartide
    Sara Branchini – 339.8412305 – sara.branchini@centroantartide.it

    Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
    Paola Frontera – 320.4395813 – ufficiostampa@fondazionedelmonte.it

    Qui il video della giornata di presentazione

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      Amministrazione condivisa, a Trevignano Romano si parla del Regolamento di Labsus

      24 febbraio 2015 | Notizie Notizie

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        Trevignano1

        Esperti, cittadini e amministratori locali si sono confrontati sui nuovi modelli di governance urbana verso un nuovo modo di intendere l’amministrazione e il rapporto con i cittadini a partire dal Regolamento sulla cura condivisa dei beni comuni urbani realizzato da Labsus nell’ambito del convegno organizzato dal Comitato Civico Trevignano Romano Bene Comune lo scorso 21 febbraio a Trevignano Romano.
        “Quali strumenti possiamo avere noi cittadini, singoli o associati, per prenderci cura di situazioni di degrado che vediamo quotidianamente?” chiede Alberto Tabellini in apertura dell’incontro.
        “Da un anno uno strumento c’è – prosegue – si tratta di un Regolamento messo a punto da Gregorio Arena, presidente dell’associazione Labsus e professore di Diritto amministrativo all’Università di Trento, in collaborazione con il Comune di Bologna, che supera la struttura amministrativa ottocentesca attuale e consente ai cittadini di intraprendere iniziative per l’interesse generale”.

        Gregorio Arena: “Il regolamento è come la turbina di una diga, serve a liberare le energie potenziali”

        Non a caso Arena sottolinea come i cittadini, che volontariamente lavorano per pulire una strada, una spiaggia o tenere aperto un museo, non lo possano fare perché si tratterebbe di attività che rientrano nella sfera dell’amministrazione pubblica.
        “Però, tre righe in fondo all’articolo 118 della Costituzione, approvato nel 2001, – precisa il presidente di Labsus – consacrano il principio di sussidiarietà e su questo si fonda il regolamento. Non si tratta di supplire ai compiti dell’amministrazione, di tappare i buchi, ma di mettere in atto progetti volti a migliorare la qualità della vita quotidiana”. Il regolamento, che va approvato da ciascun comune, “è come la turbina di una diga, serve a liberare le energie potenziali” dei tanti che sono frenati da lacci e laccioli amministrativi. E’ pur vero – rimarca Arena – come tali progetti e iniziative non debbano comportare un esborso per il Comune e svolgersi in base a un patto di collaborazione che fissa nel dettaglio, finalità, tempi e modi di esecuzione. “Questa è l’amministrazione condivisa, dove non sarà più solo il pubblico a gestire l’interesse generale”, conclude il presidente di Labsus.

        Regolamento, cornice da riempire con idee ed energie dei cittadini e amministrazione

        Il dibattito è proseguito con l’intervento di Giuseppe Felli presidente del Consiglio comunale di Anagni, primo comune laziale ad aver approvato il regolamento, che ha sottolineato come grazie ai patti di collaborazione l’amministrazione sia stata in grado di riaprire il giardino comunale e di asfaltare una strada di periferia. All’incontro hanno preso parte anche l’assessore all’ambiente di Bracciano (che ha già avviato l’iter per l’adozione del Regolamento) Paola Lucci e l’assessore all’ambiente di Anguillara Enrico Stronati che vede nel regolamento la risposta a molti dei problemi incontrati dalla sua amministrazione. Il confronto tra amministratori locali e cittadinanza si conclude con l’intervento del vice sindaco di Trevignano Costantino Del Savio il quale concorda sul punto che la via dell’amministrazione condivisa sia inevitabile e necessaria annunciando che presto anche il Comune di Trevignano esaminerà il testo del Regolamento, richiesta giunta anche dall’opposizione, per valutarne la possibile adozione.
        Il Regolamento rappresenta un bel punto di partenza, la cornice che dovrà poi essere riempita dalle idee, dalle iniziative, dall’energia dei cittadini: favorirà la socializzazione e sarà forse anche un’occasione di confronto sul significato del concetto di beni comuni.

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          L’amministrazione condivisa 18 anni dopo. Un’utopia realizzata

          | Il punto di Labsus Notizie

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            Festeggiamo in questi giorni il primo “compleanno” del Regolamento sulla collaborazione fra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani, che fu presentato in un affollato incontro pubblico dal Sindaco di Bologna il 22 febbraio 2014. Nei mesi scorsi abbiamo parlato dell’accoglienza ricevuta dal Regolamento in questo primo anno, dei suoi effetti nel liberare le tante energie nascoste nelle nostre comunità, del ruolo che potrebbe avere la cura condivisa dei beni comuni anche dal punto di vista economico, di quanti comuni l’hanno adottato e così via.
            Ma il punto di vista con cui, per festeggiarne il primo anno di vita, guarderemo questa volta al Regolamento è assolutamente inedito, perché sveleremo le sue lontane origini e dimostreremo come a volte quelle che sembrano utopie possono realizzarsi.

            Un saggio di 18 anni fa

            Tutto è infatti cominciato nel 1997, con un saggio pubblicato nel n. 117-118 della rivista giuridica Studi parlamentari e di politica costituzionale, intitolato Introduzione all’amministrazione condivisa (in allegato). Era la prima volta che in Italia (ma anche all’estero) si sentiva parlare di “amministrazione condivisa”, un’espressione scelta di proposito per distinguere questo nuovo modello di amministrazione da un lato dalle esperienze di partecipazione a livello locale degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, dall’altro dalla partecipazione al procedimento amministrativo prevista dalla legge n. 241/1990.
            L’amministrazione condivisa, si diceva in quel lavoro, era un nuovo modello di amministrazione “fondato sulla collaborazione fra amministrazione e cittadini, che si ritiene possa consentire una soluzione dei problemi di interesse generale migliore dei modelli attualmente operanti, basati sulla separazione più o meno netta fra amministrazione e amministrati”.

            Esso è basato “in primo luogo sull’ipotesi che allo stadio attuale di sviluppo della società italiana esistano i presupposti per impostare il rapporto fra amministrazione e cittadini in modo tale che questi ultimi escano dal ruolo passivo di amministrati per diventare co-amministratori, soggetti attivi che, integrando le risorse di cui sono portatori con quelle di cui è dotata l’amministrazione, si assumono una parte di responsabilità nel risolvere problemi di interesse generale”.

            Il ruolo dei dipendenti pubblici e la formazione

            In secondo luogo, questo modello “si basa sulla convinzione che i dipendenti pubblici italiani, se adeguatamente formati e motivati, sono perfettamente in grado di far funzionare il modello di co-amministrazione che qui si presenta; anzi, probabilmente saprebbero farlo funzionare in maniera migliore del modello attuale, imperniato sulla separazione e sul reciproco sospetto. Come per ogni altra iniziativa di riforma dell’amministrazione, tutto dipende dalla formazione”.

            Non anomalie, bensì un nuovo modello

            Infine “questo modello si fonda sull’assunto che sia non solo possibile ma anche necessario inquadrare all’interno di una nuova griglia teorica una serie di esperienze ed istituti giuridici presenti nel nostro sistema amministrativo ma tuttora privi di uno status teorico adeguato. In molti settori vi sono esperienze di gestione riconducibili, in tutto o in parte, al modello teorico qui definito ‘amministrazione condivisa’: ma essendo appunto fondate, implicitamente o esplicitamente, sulla collaborazione con i cittadini, la loro presenza in un sistema amministrativo ancora largamente caratterizzato dalla separatezza rispetto al resto della società viene percepita come un’anomalia e non come sintomo di un possibile diverso modo di operare dell’amministrazione”.

            Una società piena di risorse

            Il saggio andava poi al cuore del funzionamento del nuovo modello di amministrazione, affermando che “… si può impostare in modo nuovo il rapporto fra amministrazione e cittadini …. realizzando una sintonia ancora maggiore tra l’amministrazione e alcune caratteristiche positive della società italiana. Fra queste vi è senza dubbio quella di essere una società piena di risorse, vivace, attiva, intraprendente, capace di affrontare ogni genere di ostacoli, ivi compresi quelli creati da una burocrazia che spesso sembra fare di tutto non per sostenere, ma per ostacolare il dispiegarsi di queste capacità”.

            L’amministrazione e i suoi nuovi alleati

            Rispecchiare questo aspetto della nostra società, essere in sintonia con essa “significa che l’amministrazione deve saper diventare uno dei ‘luoghi’ in cui la varietà, le capacità, in una parola le risorse della società italiana possono manifestarsi, contribuendo alla soluzione dei problemi di interesse generale. Finora, queste risorse sono state ignorate: i soggetti destinatari degli interventi pubblici sono stati normalmente considerati come soggetti passivi dell’azione amministrativa … non certo persone portatrici di risorse proprie sotto forma di capacità, esperienze, competenze, idee, tempo, etc.; né si è pensato che grazie a queste risorse costoro possono diventare alleati dell’amministrazione nella soluzione di problemi sia individuali sia collettivi”.

            La varietà come opportunità

            Il saggio sviluppava questo concetto affermando che “L’essenza del pluralismo consiste nel trarre il massimo vantaggio dalla varietà, considerandola un’opportunità e sapendo che non ci può essere una soluzione valida per tutti i problemi; questo vale anche per il modello dell’amministrazione condivisa, che è solo una delle soluzioni possibili, non certo l’unica”.
            Il modello dell’amministrazione condivisa in sostanza “fa emergere la possibilità di un nuovo rapporto dei cittadini con l’amministrazione in una società pluralista: siano cittadini singoli, associati, soggetti economici, essi possono diventare protagonisti nella soluzione di problemi di interesse generale ed al tempo stesso nella soddisfazione delle proprie esigenze, instaurando con l’amministrazione un rapporto paritario di co-amministrazione in cui ciascuno mette in comune le proprie risorse e capacità, in vista di un obiettivo comune”.

            Cittadini attivi, elettori, clienti

            Così, proseguiva il saggio, si“valorizzano le persone e si consente loro di uscire dal tradizionale rapporto di minorità e subordinazione nei confronti della pubblica amministrazione, per assumere invece uno status più in sintonia con quello che quei medesimi soggetti hanno nella sfera della politica (in quanto elettori) ed in quella del mercato (in quanto clienti e consumatori)”.

            Sviluppare l’autonomia delle persone

            Un altro punto importante sottolineato nel saggio era che “questo modo di essere dell’amministrazione in una società pluralista, formata da persone (singole e associate) che creano fra di loro e con l’amministrazione una rete di relazioni reciprocamente arricchenti, è fondato sull’autonomia delle persone. E ciò consente l’instaurarsi di un meccanismo che si autoalimenta, in quanto se l’amministrazione svolge in maniera efficace, insieme con i cittadini, la propria missione costituzionale, essa facilita il pieno sviluppo dei cittadini stessi e quindi ne aumenta l’autonomia, che è al tempo stesso la condizione affinché possa funzionare il modello dell’amministrazione condivisa”.

            Non è un’utopia

            Ma nel 1997 immaginare che potesse nascere un nuovo modello di amministrazione con i cittadini come protagonisti sembrava del tutto irrealistico. Per questo nel saggio si diceva che “Realizzare questo modello nel nostro sistema amministrativo non è, come a qualcuno potrebbe sembrare, un’utopia … Esistono già in molti settori esperienze di amministrazione condivisa che però non sono percepite come tali, ma piuttosto come esperimenti singoli, oppure come ripieghi o addirittura anomalie rispetto alle forme di intervento tradizionali dell’amministrazione. Ovunque vi sono in Italia amministratori pubblici che hanno realizzato esperienze concrete di amministrazione condivisa, conseguendo risultati migliori di quelli che avrebbero potuto ottenere utilizzando strumenti di intervento tradizionali…..”.

            E si aggiungeva che quello che conta è l’atteggiamento, perché “per fare amministrazione condivisa ci vuole intelligenza, intraprendenza, fantasia e un pò di disponibilità a rischiare, intesa come capacità di individuare e poi percorrere strade nuove per risolvere problemi di interesse generale … conta non tanto quello che si fa, ma come si è, cioè l’atteggiamento dell’amministratore verso i problemi e verso la società….”.

            I sogni dei nostri nonni

            “Ciò che importa è ricordare che, secondo la sua etimologia, il termine utopia letteralmente vuol dire ‘luogo che non c’è’: ma, come dimostra la storia, questo luogo non c’è perché nessuno lo cerca, non perché non possa esistere. Sia nel settore dell’amministrazione, sia in generale nella nostra società, non sono poche le idee definite utopie che poi si sono realizzate.
            Del resto, basta guardarsi attorno per rendersi conto che molti di quelli che erano i sogni dei nostri nonni sono oggi la nostra realtà quotidiana. Dai diritti civili alla condizione della donna, dall’istruzione alla qualità della vita, ovunque si confronti la situazione attuale del nostro Paese con quella che era appena cento o cinquanta anni fa, si vede che molte di quelle che allora erano utopie oggi sono realtà, grazie all’impegno e spesso anche al sacrificio di molti”.

            Un auspicio

            Il saggio si concludeva con queste parole: “E’ possibile che il modello dell’amministrazione condivisa sembri oggi utopistico; ma se si dovesse constatare che esso è in grado di dare risposta a problemi reali della nostra società meglio di altri strumenti più tradizionali, il fatto che oggi sembri utopistico non dovrebbe costituire una remora ad impegnarsi per la sua realizzazione. Non sarebbe infatti la prima (e probabilmente nemmeno l’ultima) volta che un’utopia si realizza”.
            Parole che esprimevano un auspicio, non una certezza. I cambiamenti nell’amministrazione erano in atto e quel saggio cercava di dar loro legittimità sul piano teorico, ma mancava completamente una legittimazione sul piano normativo. Questa si ebbe solo con la revisione nel 2001 del Tit. V della Costituzione,  che portò all’introduzione nell’art. 118 ultimo comma del principio di sussidiarietà.

            Chi l’avrebbe mai detto?

            L’art. 118 ultimo comma ha legittimato il modello dell’amministrazione condivisa al livello più alto, quello costituzionale. Mancava uno strumento per l’agire quotidiano delle amministrazioni, come il regolamento di cui festeggiamo in questi giorni il primo “compleanno”.
            Adesso c’è. E diciotto anni dopo la pubblicazione di quel saggio decine di comuni italiani hanno adottato un Regolamento comunale che “in armonia con le previsioni della Costituzione e dello Statuto comunale, disciplina le forme di collaborazione dei cittadini con l’amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”.
            Un Regolamento che, applicando la Costituzione, disciplina il funzionamento concreto, quotidiano, di quel modello di amministrazione chiamato diciotto anni fa per la prima volta “amministrazione condivisa”.

            Scarica in allegato il saggio del 1997 sull’amministrazione condivisa.

            Per tutti gli aggiornamenti sullo stato di attuazione del Regolamento nei Comuni italiani vai alla sezione dedicata di Labsus

             

             

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              Il paradigma sussidiario

              | Cultura Recensioni

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                Da un cultore del Diritto Amministrativo, quale Daniele Donati è, ci si sarebbe potuti aspettare una analisi sulla sussidiarietà orizzontale condotta sulla base del freddo dato normativo. Invece, piacevolmente ci si imbatte in una visione capace di cogliere un percorso storico che evidenzia la nascita del concetto di sussidiarietà orizzontale in contesti, quali quello cristiano e quello liberale, ben più risalenti rispetto allo sdoganamento apportato dal diritto dell’Unione Europea. È opinione comune che il diritto sovranazionale abbia rappresentato la fonte principale di ispirazione per introdurre esplicitamente nella Costituzione italiana il principio di sussidiarietà orizzontale tramite la riforma del 2001 che ha portato alla formulazione espressa di tale concetto all’interno dell’articolo 108 comma 4. Si sa però che la scrittura, come asseriva Platone nel “Fedro”, è un dono pericoloso, perché la cristallizzazione di un pensiero in una formula fissa da un lato può portare a maggior certezza e condivisione, dall’altro comporta rischi di sclerotizzazione e di irrigidimento. Ecco che quindi l’autore evidenzia alcuni aspetti critici della disposizione costituzionale: cosa significa favorire? chi è da intendersi per cittadini singoli e associati? come si sviluppa una autonoma iniziativa? quali sono le attività di interesse generale?

                Confini e potenzialità del principio di sussidiarietà orizzontale

                Capire quali siano i confini e, soprattutto, le potenzialità della sussidiarietà orizzontale permette di ricostruirne l’applicazione nelle diverse fasi storiche del nostro ordinamento, prima ancora che si riscontrasse un riconoscimento costituzionale. Da questa base, sarà possibile favorirne l’applicazione in contesti sempre più ampi e diversi, riabilitandola da quella sorta di limbo di grandi teorizzazioni e scarse applicazioni, così da arrivare ad un vero e proprio paradigma sussidiario. Per farlo, occorre operare alcune revisioni in schemi consolidati ed obsoleti, quali il dualismo Stato-mercato.

                Conclusioni: dalla teoria alla pratica

                L’idea della sussidiarietà è allora quella di contribuire a combattere prima le disuguaglianze e poi la defezione, dando voce alle energie e alle risorse inespresse dei cittadini singoli e associati”, dice l’autore. La valorizzazione e la capacità dell’iniziativa privata rappresentano espressione della libertà che l’ordinamento democratico tutela. Tale libertà, tuttavia, deve essere concepita non a fini egoistici, ma per coinvolgere interessi generali in un’ottica comune. Da ciò deriva l’avvallo all’azione dei privati per fornire prestazioni per una miglior soddisfazione possibile degli interessi.

                Le citazioni in epigrafe rendono efficacemente l’idea di cosa ci si possa aspettare dalla lettura di questo libro: entrambe invitano all’azione, a staccarsi dal limbo della teoria pratica, che predica di fare ma non fa. “No! Provare, no! Fare o non fare, non c’è provare!”, dice il Maestro Yoda in Star Wars. Con più aplomb, dal pensiero del filosofo Dahrendorf è riportato che “il crinale fra teoria e prassi è un luogo di sosta insicuro e, alla lunga, insoddisfacente”. L’impressione finale, al termine della lettura dell’opera, è che questo obiettivo sia raggiungibile.

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                  OECD: The Better Life Initiative – Italia

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                    logo-bli@2x

                    In un precedente articolo, Labsus ha reso noto il rapporto pubblicato da OECD in materia di progresso delle società, ovvero The Better Life Initiative, i cui due strumenti  risultano essenziali nella ricerca e nella stesura di analisi volte al miglioramento del benessere delle società e delle persone che le compongono. Tramite i due nuclei essenziali del rapporto, è possibile, infatti, muoversi tra i diversi Paesi del mondo che sono stati campionati per scoprirne tendenze e preferenze delle società che li compongono.
                    A questo proposito, Labsus ha ritenuto opportuno riportare le tendenze del nostro Paese per comprendere più da vicino quelle che sono le preferenze  di una popolazione che vive a sud dell’Europa.
                    L’analisi dell’Italia ha permesso di notare come questa si piazzi piuttosto bene in molti degli aspetti più importanti della vita.

                    I dati

                    Innanzitutto, per gli italiani, tra tutte le issues oggetto di ricerca, l’ambito monetario risulta molto importante, in quanto i soldi sono considerati il mezzo necessario per raggiungere uno standard alto di vita. La media, infatti, del reddito familiare pro-capite è di 24,724 dollari annui, leggermente superiore alla media generale OECD di 23,938. Ciononostante, permane un sostanziale gap tra i “più ricchi” e i “più poveri” in Italia, poiché il 20% della parte di popolazione che si trova all’apice della scala sociale ha un guadagno nettamente superiore (sei volte tanto) rispetto al 20% situato in basso.
                    Per quanto riguarda l’impiego, il 58% delle persone tra i 15 e i 64 anni possiede un lavoro retribuito, con un gap del 10% rispetto alla media generale, pari quindi al 68%: tale dato indica non solo una difficoltà comune, ma ne individua una ancora più scandita per la donna che, ferma al 48%, fatica a trovare l’equilibrio tra famiglia e lavoro del quale necessiterebbe per raggiungere un alto livello di soddisfacimento.
                    Un altro punto di ricerca importante per carpire gli aspetti del progresso della società italiana è quello relativo all’educazione: gli italiani ritengono che un buon livello di educazione sia requisito essenziale per riuscire a trovare un lavoro, anche se solo il 56% degli adulti con un’età compresa tra i 25 e i 64 anni ha ottenuto un diploma di scuola superiore, troppo al di sotto della media del 75%.
                    C’è poi una lieve differenza tra i due generi, femminile e maschile: le donne superano gli uomini in termini sia di completamento degli studi (57% rispetto a 55%) che di punteggi ottenuti nelle specifiche materie oggetto di comparazione da parte del PISA (OECD Programme for International Student Assessment). Secono l’analisi, le donne si posizionano ben al di sopra degli uomini con un distacco di 6 punti, ma comunque al di sotto della media di 8 punti e del risultato generale rilevato pari a 497 nello studio di materie come letteratura, matematica e scienze (il punteggio medio degli studenti italiani è pari a 490).
                    Infine, nonostante il livello di aspettativa di vita alla nascita legato alla salute raggiunga in Italia quasi l’83% rispetto al dato generale di 80% degli altri Paesi, l’inquinamento atmosferico PM10 rimane un problema persistente, per il quale l’Italia dovrebbe attivarsi sia per ridurre le particelle di microgrammi presenti nell’aria (20.6 microgrammi per metro cubo, rispetto a 20.1), sia per migliorare la qualità dell’acqua.
                    Nonostante i leggeri gap che sussistono tra l’Italia e gli altri Paesi dell’OECD, il nostro Paese sembra mantenere una sorta di “primato” nell’ambito della sfera pubblica, in quanto permane un forte senso di comunità e di partecipazione dei cittadini anche nei processi politici, confermato dall’affluenza delle ultime tornate elettorali pari al 75% (in base alla data ultima della ricerca condotta), nonché da un’alta percentuale di fiducia (91% contro l’89%), non solo nei confronti del governo, ma anche della singola persona rappresentante l’istituzione pubblica.
                    Secondo il rapporto The Better Life Initiative, gli italiani rimangono quindi un popolo di ottimisti e fiduciosi di poter contare sul rappresentante di governo nel momento del bisogno, pur tenendo conto del livello di soddisfazione della vita, in base al quale solo il 75% della nostra popolazione si ritiene complessivamente soddisfatto, leggermente poco al di sotto rispetto alle altre popolazioni che raggiungono il 76%, con stili di vita sicuramente più “europei e internazionali”.

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                      “Impegno civico”, Lucca cerca volontari per curare i beni comuni

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                        Lucca

                        “Con questo progetto proviamo a superare quella dualità fra chi amministra e chi è amministrato. Non si tratta di una sottrazione del comune ai propri obblighi, infatti, i servizi saranno tutti egualmente garantiti, ma riteniamo importante contribuire a diffondere questa pratica che, sebbene abbia già preso piede in altre realtà comunali, non si è ancora ampiamente consolidata”, con queste parole il sindaco di Lucca Alessandro Tambellini spiega il significato del progetto “Impegno civico“.

                        L’appello del Comune

                        Il progetto prevede, per i cittadini che intendono prendere parte all’iniziativa, la possibilità di compilare un modulo scaricabile dal sito del Comune per proporre attività di cura e rigenerazione della città che saranno valutate dalla Giunta che procederà a stilare un elenco dei progetti approvati. Successivamente verranno redatti i patti tra comune e cittadino, con cui verrà anche definita la copertura assicurativa per i volontari che prenderanno parte all’iniziativa. L’intervento concreto dei residenti potrà spaziare dalla cura, gestione e rigenerazione dei beni comuni alla possibilità di intervenire in ambito culturale, con opere di tutela, promozione e valorizzazione della cultura e del patrimonio storico-artistico. Ma sarà possibile anche impegnarsi in attività di tutela dell’ambiente, vigilanza di scuole e manutenzione di aree verdi e giardini pubblici. Le attività, proprio perché pensate in un’ottica di collaborazione, si svolgerenno sotto la direzione e la supervisione degli uffici comunali competenti.

                        In Italia sta diventando sempre più realtà la collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani, così come sta crescendo la consapevolezza che tali beni sono un patrimonio di tutti, come dimostra l’adozione da parte di molti comuni italiani del Regolamento sull’amministrazione condivisa realizzato da Labsus.

                        Visita la nostra sezione dedicata al Regolamento sull’amministrazione condivisa

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                          Martedì 24 febbraio Gregorio Arena ospite a Tg1 Fa’ la cosa giusta. Rivedi la puntata!

                          23 febbraio 2015 | Cantieri Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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                            tg1

                            25 Comuni lo hanno adottato, 61 lo stanno per approvare, oltre 4mila persone lo hanno scaricato gratuitamente dal sito www.labsus.org.
                            Al di là dei numeri il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni ideato e realizzato da Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà, in collaborazione con l’amministrazione bolognese, sta valorizzando e liberando energie in tutto il Paese, dimostrando che prendersi cura dei beni comuni materiali (parchi, portici, piazze, beni culturali) e immateriali (cultura, memoria collettiva, integrazione, sport) conviene perché da essi dipende la qualità delle nostre vite.

                            Un anno fa, il 22 febbraio 2014, il testo è stato presentato ufficialmente a Bologna, primo Comune italiano ad approvarlo, e donato a tutti i Comuni italiani con la possibilità di adattarlo alle proprie necessità e caratteristiche.
                            Il bilancio di un anno intenso conferma il fatto di aver risposto ad una esigenza: erano necessarie delle nuove regole che traducessero il principio costituzionale di sussidiarietà (articolo 118 comma 4 della Costituzione) e permettessero un’alleanza tra cittadini e amministrazioni per lo svolgimento di attività di interesse generale e per la risoluzione di problemi collettivi.

                            Per la costruzione di questa alleanza il “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani” prevede la realizzazione di un “patto di collaborazione”, un accordo tra cittadini attivi e pubblica amministrazione.
                            I primi patti stipulati riguardano interventi di cura e manutenzione del verde, di strade, piazze e portici; passeggiate anti-degrado; rimozione del vandalismo grafico; gestione condivisa di edifici pubblici inutilizzati (ad esempio una ex anagrafe) per la promozione di attività culturali; manutenzione delle strade bianchecorsi gratuiti di sport (pugilato).

                            Quando gli abitanti di un paese o di un quartiere cittadino autonomamente si assumono la responsabilità di curare un vicolo, una piazza, un bene culturale, etc. essi mettono in campo risorse e capacità di ogni genere: tempo, competenze professionali, esperienze, strumenti di lavoro, soldi, mezzi di trasporto, relazioni sociali. Tutto questo ha un enorme valore, che va molto al di là del miglioramento della qualità dei beni comuni, perchè ha un effetto fondamentale nel rinsaldare i legami della comunità, sviluppando rapporti reciproci fondati sulla fiducia e producendo capitale sociale, che a sua volta è un fattore di sviluppo economico.

                            In tutti i Comuni in cui il Regolamento è stato adottato il Consiglio comunale lo ha approvato all’unanimità o, in alcuni casi, con l’astensione delle minoranze. Questo dimostra che ci sono temi, come appunto la cura dei beni comuni da parte dei cittadini stessi, intorno ai quali noi italiani, sempre pronti a contrapporci in fazioni, riusciamo invece a trovare un accordo.

                            Fino a pochi mesi fa in tutti gli incontri pubblici prima o poi inevitabile arrivava la domanda sul perché un bravo cittadino che paga le tasse dovrebbe prendersi cura del giardinetto pubblico sotto casa o della scuola del figlio. Sarebbe compito dello Stato.
                            Secondo noi ogni cittadino ha diritto di esigere dalle istituzioni che facciano il proprio dovere e non è tenuto a prendersi cura della sua città. Crediamo però che quelle persone che vogliono invece prendersi cura dei luoghi in cui vivono, integrando gli interventi pubblici per migliorare la qualità dei beni comuni di cui tutti usufruiscono, dovrebbero essere facilitate e non più sanzionate.

                            A questo appunto serve il Regolamento, a legittimare i cittadini attivi.
                            Quella domanda da qualche tempo non ci viene più posta. Ora è (quasi) normale essere un cittadino attivo.

                             

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                              Diamoci una mano, promuovere la cittadinanza attiva nei Comuni

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                                Diamoci una mano” punta a valorizzare il coinvolgimento attivo della persona. Il protocollo d’intesa, che dà vita al progetto, è stato firmato lo scorso 28 gennaio dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti, dal presidente dell’Anci Piero Fassino e dal portavoce del Forum nazionale del terzo settore Pietro Barberi. L’iniziativa prevede che, chi beneficiasse di misure di sostegno al reddito, potrà svolgere un’attività di volontariato in favore del proprio comune di residenza. Tali attività saranno organizzate e guidate da organizzazioni di terzo settore, comuni ed enti locali. Per avviare concretamente questo progetto ed assicurarne una buona riuscita, è necessario che i comuni e le associazioni coinvolte forniscano ai cittadini ogni informazione utile sulle finalità e le modalità di funzionamento di questo progetto. A tal fine l’Anci si impegna a favorire, da parte delle amministrazioni comunali, la realizzazione di numerose iniziative.

                                L’idea alla base del progetto

                                Coloro che sceglieranno di impegnarsi in attività di cura e rigenerazione della città riceveranno in cambio una certificazione delle competenze acquisite in modo che i volontari le possano riutilizzare nella ricerca di un nuovo impiego. La copertura assicurativa, garantita ai cittadini che decidono di partecipare, verrà attivata dall’Inail e gli oneri ad essa relativi saranno sostenuti da un fondo creato ad hoc, che come il progetto, avrà durata biennale. Una volta accertata la disponibilità del soggetto e verificata la sua rispondenza ai requisiti richiesti, l’organizzazione di terzo settore potrà quindi richiedere all’Inail l’attivazione della copertura assicurativa, garantita dal fondo istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Il decreto ministeriale che lo regola (90 del 2014), disciplina le modalità di utilizzo del fondo, stabilendo anche i requisiti necessari per poter beneficiare della copertura assicurativa. In concreto, può accedervi chi beneficia di alcune misure di sostegno al reddito, come per esempio i cassintegrati o chi gode di un’integrazione salariale. I volontari interverranno in specifici settori tra i quali la Protezione civile, l’ambiente, la tutela e la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale delle città. Il presidente dell’Anci Piero Fassino ha sottolineato il valore morale del progetto “Diamoci una mano” che consente ai soggetti coinvolti non solo di sviluppare nuove capacità, ma anche di rendere un servizio utile alla comunità.

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                                  Internet fai-da-te: in Piemonte ora è possibile!

                                  22 febbraio 2015 | Beni comuni Beni e attività culturali Infrastrutture

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                                    E’ un progetto guidato dal Prof. Daniele Trinchero, con i ricercatori dei laboratori iXem del Politecnico di Torino e con i cittadini attivi di Verrua Savoia, che insieme hanno compiuto questo esperimento avveniristico: portare Internet e la banda larga attraverso tecnologie wi-fi là dove gli operatori tradizionali non hanno interesse ad intervenire. Insomma, “Senza Fili Senza Confini” lavora per annullare il divario digitale, o digital divide, nelle sue tre forme: infrastrutturale, economica, culturale (generazionale), favorendo il mantenimento del territorio rurale, il ripopolamento e la lotta all’emigrazione dei giovani.

                                    La nascita del progetto

                                    Il progetto è nato ufficialmente quando i cittadini di Verrua Savoia hanno costituito un’associazione di promozione sociale che si è registrata come operatore di comunicazione non a scopo di lucro, che oggi distribuisce banda larga a 15 Mb/s bidirezionali a tutti i soci. In pratica è un grande gruppo di acquisto solidale. La banda è acquistata a monte, dove costa poco (il progetto è autofinanziato dai soci con le sole quote sociali di 50 euro all’anno) trasportata sul territorio e lì distribuita con impianti Wi-Fi autogestiti. “Senza Fili Senza Confini” è partito con la sperimentazione attiva dal 1 agosto 2010 al 31 dicembre 2014 ed è attivo e funzionante dal 1 gennaio 2015 a oggi con un servizio costante e mai interrotto.

                                    I risultati

                                    I risultati ottenuti? Strabilianti! In pochissimo tempo si è potuto registrare un’effettiva connettività a banda larga a 15 Mb/s bidirezionali per tutti gli abitanti, che hanno portato a una inversione dello spopolamento giovanile, all’aumento dell’attività sociale e associazionistica in paese e alla nascita di corsi di alfabettizzazione digitale per gli anziani condotti dai soci un po’ meno anziani.

                                    Il progetto è ovviamente replicabile ovunque, servono solo buona volontà, un minimo di esperienza tecnica e un numero minimo di 150 partecipanti. Per meglio comprendere abbiamo posto tre domande al prof. Daniele Trinchero. Innanzitutto gli abbiamo chiesto da dove nasce l’idea di questo progetto così ambizioso; Trinchero ci ha spiegato che tutto è iniziato “dalla sperimentazione del Politecnico di Torino, che per 52 mesi ha distribuito connettività gratuita in paese per testare apparati di trasmissione autocostruiti; sulla scorta di quell’esperienza, e misurato il grande interesse comunitario e sociale, si è deciso di trasformare l’esperimento tecnico valorizzandolo ancor di più socialmente”.

                                    Il futuro

                                    Gli abbiamo chiesto inoltre come è stato accolto il progetto dai suoi concittadini: “Durante la fase sperimentale, che era gratuita, abbiamo avuto 260 aderenti, 255 hanno aderito all’associazione; ora gli associati sono 320, nonostante rispetto a prima si paghi”. Alla domanda se pensa che il progetto verrà sfruttato pienamente, il professore risponde che è già sfruttato e lo sarà sempre di più.

                                    Ringraziando il Prof. Trinchero per la sua disponibilità e facendogli i complimenti per l’ottimo lavoro e per l’inventiva, ricordiamo che ulteriori info sono visionabili sul sito www.senzafilisenzaconfini.org.

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                                     Scheda caso
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                                    Chi- Prof. Daniele Trinchero; - ricercatori dei laboratori iXem del Politecnico di Torino; - cittadini di Verrua Savoia (parte attica E NON passiva).
                                    CosaI cittadini sono i gestori di rete del loro territorio attraverso il progetto “Senza Fili, senza Confini”.
                                    DoveVerrua Savoia (TO)
                                    Quando- Sperimentazione attiva dal 1 agosto 2010 al 31 dicembre 2014; - "Senza Fili Senza Confini" attiva dal 1 gennaio 2015 a oggi; - servizio costante e mai interrotto.
                                    Bene comuneAnnullamento del divario digitale
                                    Meta-bene comuneValorizzazione del territorio rurale, attraverso ripopolamento e lotta all’emigrazione dei giovani.
                                    ComeI cittadini di Verrua Savoia hanno costituito un’associazione di promozione sociale, che si è registrata come operatore di comunicazione non a scopo di lucro e distribuisce banda larga a 15 Mb/s bidirezionali a tutti i soci. In pratica, è un grande gruppo di acquisto solidale. La banda è acquistata a monte, dove costa poco, trasportata sul territorio e lì distribuita con impianti Wi-Fi autogestiti.
                                    DestinatariI cittadini del comune di Verrua Savoia.
                                    RisorseAutofinanziata dai soci con le sole quote sociali (50 euro all’anno)
                                    ReplicabilitàIl caso è replicabile ovunque: servono solo buona volontà e un minimo di esperienza tecnica. Numero minimo perché funzioni: 150 soci.
                                    ReferentiIl soggetto responsabile del caso è il prof. Daniele Trinchero. Il caso è consultabile sul sito www.senzafilisenzaconfini.org.
                                    FontiDiretta.
                                    Data14 febbraio 2015
                                    AutoreDariush Rahiminia


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                                      C. Giust., 11 dicembre 2014, C-113/13

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                                        ANPAS_RegLiguria


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                                        La legge regionale ligure n. 41/2006 prevede che i trasporti sanitari siano affidati, senza procedere a gare d’appalto, in via prioritaria alle associazioni di volontariato e alla Croce Rossa Italiana nonché alle altre istituzioni o enti pubblici autorizzati, discriminando così i soggetti che svolgono la stessa attività ma con finalità di lucro.
                                        Tale previsione, secondo i ricorrenti, si porrebbe in contrasto con il diritto della concorrenza dell’Unione, i principi di parità di trattamento e le libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi.
                                        L’accordo quadro regionale, in attuazione della legge regionale n. 41/2006, prevede, inoltre, per l’affidamento diretto alle associazioni di volontariato convenzionate, non solo il rimborso delle spese effettivamente sostenute dalle associazioni di volontariato, ma anche le spese indirette e quelle di gestione da erogare periodicamente.
                                        Adito con ricorso diretto contro la sentenza di primo grado, il Consiglio di Stato ha sottoposto alla Corte di Giustizia due questioni pregiudiziali afferenti la normativa dell’Unione in tema di appalti pubblici e tutela della concorrenza.
                                        Tali questioni riguardano la possibilità, per una pubblica amministrazione, di avvalersi in via prioritaria di associazioni di volontariato per la fornitura del servizio di trasporto sanitario di urgenza ed emergenza, senza procedere a gare d’appalto e il carattere oneroso o meno della convenzione tra PA e associazioni di volontariato.
                                        In seguito a elaborata motivazione, la Corte di Giustizia fa salvo l’affidamento diretto dei servizi di trasporto sanitario di urgenza ed emergenza alle associazioni di volontariato, assimilando la partecipazione delle stesse a un servizio di interesse generale ispirato al principio di solidarietà.

                                        Il commento

                                        La sentenza in commento risulta rilevante in quanto, nel risolvere il delicato rapporto tra il principio di tutela della concorrenza e l’affidamento di servizi in sede di gara pubblica, propone una soluzione coerente con un indirizzo minoritario della Corte di Giustizia.
                                        Nel caso di specie, si tratta di servizio di trasporto sanitario di urgenza ed emergenza erogato da associazioni di volontariato; elemento, quest’ultimo, che implica il richiamo ad una serie di principi europei e nazionali intorno ai quali la Corte elabora un’ampia ed elaborata argomentazione.
                                        In primo luogo, infatti, la Corte di Giustizia precisa e chiarisce che la direttiva 2004/18 sul coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, è da considerarsi, generalmente, applicabile anche ai servizi di trasporto sanitario di urgenza ed emergenza.
                                        Lo stesso accordo quadro regionale attuativo della normativa regionale impugnata, inoltre, è da considerarsi rientrante nella nozione di appalto pubblico (Commissione/Italia, C-119/06) e a tale qualificazione non può addursi, quale giustificazione idonea alla sua esclusione, la natura propria delle associazioni di volontariato che non presentano finalità di lucro.
                                        Sulla base di tali premesse, la Corte di Giustizia rammenta che la stessa normativa afferente gli appalti pubblici di servizi è finalizzata a garantire sia la libera circolazione dei servizi che la tutela della concorrenza tra gli Stati membri (Bayerischer Rundfunk e a., C-337/06). Risulta, quindi, evidente, che la legge regionale impugnata sia indirizzata a scopi che esulano da tali libertà e garanzie, traducendosi in una normativa discriminante anche nei confronti delle imprese che hanno la propria sede in altri Stati membri rispetto a quello dell’amministrazione aggiudicatrice dell’appalto, comportando una disparità di trattamento in base alla nazionalità vietata dagli artt. 49 TFUE e 56 TFUE (Commissione/Irlanda, C-507/03; Commissione/Italia, C-119/06; Commissione/Italia, C-412/04).
                                        Tali premesse, che porterebbero a un giudizio negativo sulla legge regionale oggetto del ricorso, vengono controbilanciate e superate dal principio di autodeterminazione degli Stati membri riguardo ai propri sistemi di sanità pubblica e previdenziale e da argomentazioni che tendono a esaltare l’attività di volontariato dei cittadini finalizzata all’efficienza del bilancio di servizi di interesse generale.
                                        Nello specifico, infatti, la Corte di Giustizia riconosce che le modalità di organizzazione scelte dalla legge regionale n. 41/2006, specificatamente dall’art. 75-ter, paragrafi 1 e 2, lett. a), riguardo al servizio di trasporto sanitario, sono giustificate alla luce dei principi di universalità, solidarietà, efficienza economica nonché adeguatezza.
                                        Tale assunto è fondato sulla circostanza che lo stesso ricorso, in via prioritaria, alle associazioni di volontariato convenzionate, risulta finalizzato a permettere che il servizio di interesse generale riguardante il trasporto sanitario di urgenza ed emergenza venga assicurato in condizioni di equilibrio economico a livello di bilancio.
                                        Se così interpretata, quindi, la legge regionale, sia per il fatto di esser improntata al principio di solidarietà, sia per prevedere la partecipazione di associazioni di volontariato ad un servizio di interesse generale, è da considerarsi espressione fedele delle disposizioni costituzionali e delle leggi riguardanti l’attività di volontariato dei cittadini, con particolare riferimento all’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione italiana, all’art. 43 della legge n. 23 dicembre 1978, n. 833 che ha istituito il servizio sanitario nazionale e alla legge-quadro italiana sul volontariato (legge 11 agosto 1991, n. 226).
                                        Gli obiettivi richiamati dalle disposizioni citate sono ulteriormente sostenuti da alcune pronunce della stessa Corte che rimandano alla non ingerenza dell’Unione sulle competenze degli Stati membri rispetto ai propri sistemi di sanità pubblica e previdenziale, in considerazione dell’importanza primaria tra i beni e gli interessi protetti dai Trattati che rivestono la tutela della salute e la vita delle persone (Sodemare e a., C-70/95; Blanco Pérez e Chao Gomez, C-570/07 e C-57107; Commissione/Germania, C-141/07).
                                        Sul ricorso in via pregiudiziale la Corte di Giustizia, quindi, afferma che le disposizioni del Trattato non si oppongono a una normativa nazionale che, come quella in discussione nel procedimento principale, preveda l’affidamento diretto e in via prioritaria alle associazioni di volontariato convenzionate della fornitura dei servizi di trasporto sanitario di urgenza. Limiti a tale assunto restano, tuttavia, l’ambito normativo e convenzionale nel quale si svolge l’attività di dette associazioni, che deve effettivamente contribuire a finalità di tipo sociale e al perseguimento degli obiettivi di solidarietà ed efficienza di bilancio su cui detta disciplina è basata.
                                        Spetterà al giudice del rinvio verificare la presenza di tali elementi.
                                        In definitiva, con una sentenza che conferma un indirizzo spesso sottaciuto, gli argomenti utilizzati dalla Corte possono essere avvicinati a quelle relazioni giuridiche che l’ordinamento interno assimila a quelle regolate dal principio di sussidiarietà orizzontale il quale sembra trovare sostegno nei corrispettivi principi di solidarietà, universalità ed efficienza del bilancio che vengono utilizzati in sede europea.

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                                          19 febbraio 2015 | Notizie Notizie

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                                            L’appuntamento sarà a Villa San Carlo, nella città di Costabissara. “Terra, cosa nostra?” è il nome scelto per la giornata di formazione socio-politica, che l’Azione Cattolica insieme al Laboratorio Cittadinanza attiva propone per sabato 21 febbraio. L’incontro, aperto al pubblico, ha come obiettivo quello di promuovere la cultura della legalità, della tutela e del rispetto dell’ambiente. Nel corso dei lavori i partecipanti rifletteranno sui temi legati alla corruzione e al malaffare, presentando inoltre le strategie messe in campo e le buone prassi realizzate a livello locale. La giornata permetterà di puntare anche i riflettori sul ruolo educativo e sulla testimonianza che ciascuno è chiamato quotidianamente a dare. Quello della lotta alle attività illecite o illegali è un problema molto sentito nel territorio vicentino. Qui, infatti, è stato promosso anche un accordo di collaborazione per interventi educativi e formativi in relazione a percorsi di cittadinanza, Costituzione e legalità con lo scopo di investire sui giovani e sulla loro formazione, come strumento indispensabile di una rigenerazione sociale fondata sui principi della nostra Costituzione.

                                            Il programma dei lavori

                                            Nel corso della discussione interverranno:
                                            Pierpaolo Romani, ricercatore e coordinatore nazionale di Avviso Pubblico, il quale si occuperà di fare una panoramica, a livello nazionale, su mafia e corruzioni e di parlare di alcune buone azioni intraprese a tal riguardo, come la pratica dell’imprenditoria onesta.
                                            Gianni Belloni, giornalista e coordinatore dell’Osservatorio “Ambiente e legalità” di legambiente Verona; il suo intervento si incentrerà su alcune situazioni di illegalità presenti in Italia partendo da esempi concreti.
                                            Nella seconda parte della giornata verrà proposto un laboratorio partecipato di approfondimento organizzato dall’Osservatorio Civico per la legalità. Infine, due sindaci del territorio vicentino, Giusy Armiletti e Renzo Lotto, proporranno un ulteriore laboratorio sulle modalità di gestione dei beni comuni.

                                            Appuntamento in Via Giuseppe Mazzini, 1
                                            In allegato la locandina dell’incontro

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