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Il 22 febbraio a Bologna presentato il primo regolamento sull’amministrazione condivisa

21 febbraio 2014 | Cantieri Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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    locandina bologna

    Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno, fra le altre cose, anche di amministratori comunali capaci di amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.

     Il progetto Le città come beni comuni www.cittabenicomuni.it ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo auspicabile, ma anche possibile.

    Il progetto, iniziato nel giugno 2012, è stato promosso e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e realizzato dal Comune di Bologna con il supporto scientifico di Labsus-Laboratorio per la sussidiarietà e la collaborazione del Centro Antartide. I risultati del progetto saranno presentati il 22 febbraio prossimo con la partecipazione tra gli altri del ministro Delrio.

    link al programma

     Questa iniziativa ha ricevuto

     MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA
    DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Oggi molti amministratori locali, fra cui il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna,  hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità. Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus www.labsus.org  intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello di amministrazione tradizionale. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione fra cittadini e amministrazioni. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama così proprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

    Partire dalle cose, non dalle regole

    “Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione”. Questo è stato il metodo di lavoro seguito dal progetto di Bologna Le città come beni comuni. Nella fase di avvio nei tre quartieri di Navile, San Donato e Santo Stefano si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie e poi, una volta entrati nella fase operativa, ci sono stati periodici  incontri per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento in modo tale da trarne indicazioni su come andare avanti, correggendo gli errori.

    Un regolamento che migliora nel tempo

    Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, ha redatto il regolamento comunale che disciplinerà la collaborazione fra cittadini e amministrazione. Sottoposto all’esame dei dirigenti del Comune e di giuristi di varie università e infine portato in Giunta per l’approvazione finale, il 22 febbraio il regolamento sarà messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia attraverso il sito di Labsus e altri siti.

    Ogni Comune potrà scaricarlo, adattandolo alle proprie esigenze. Le diverse versioni che man mano saranno elaborate nei vari Comuni saranno a loro volta pubblicate nel sito di Labsus, creando così nel tempo un patrimonio di normative locali a disposizione di tutte le amministrazioni.

    Ufficio stampa:

    Comune di Bologna
    Cristiano Zecchi – 335.1362368 – cristiano.zecchi@comune.bologna.it

    Labsus Laboratorio per la Sussidiarietà
    Fabrizio Rostelli – 339.6059376 – rostelli@labsus.net

    Centro Antartide
    Sara Branchini – 339.8412305 – sara.branchini@centroantartide.it

    Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
    Paola Frontera – 320.4395813 – ufficiostampa@fondazionedelmonte.it

    Qui il video della giornata di presentazione

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      Presentato a Roma il progetto TUTUR

      24 luglio 2014 | Notizie Notizie

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        E’ stato presentato il 26 giugno al Macro di Roma il progetto “Temporary Uses as a Tool for Urban Regeneration” o più semplicemente “TUTUR”.  Si tratta di un percorso di mappatura di tutti quegli edifici e spazi pubblici attualmente dismessi ed inutilizzati ma che invece potrebbero essere restituiti alla comunità, attraverso attività di rigenerazione e riqualificazione urbana. L’obiettivo è quello di sviluppare uno strumento normativo snello che spieghi con parole semplici quali sono le procedure per promuovere il riutilizzo degli spazi pubblici dismessi, velocizzando il processo burocratico. Il progetto è finanziato dall’’Unione Europea e inserito come piano pilota del Programma comunitario URBACT II, finalizzato a promuovere la cooperazione nell’ambito dello sviluppo urbano e a favorire lo scambio di esperienze tra le diverse città europee che ne sono interessate. L’obiettivo è quello di diffondere il concetto di sviluppo urbano integrato attraverso la condivisione di esperienze e buone pratiche. Nel corso della presentazione infatti sono state messe a confronto le varie iniziative di riuso temporaneo messe in pratica dalle diverse città partner del progetto, non solo Roma ma anche Brema in Germania e Alba Iulia in Romania, a cui si devono aggiungere altre città come Milano, Graz e Vienna in Austria, Amsterdam in Olanda, Budapest e Pecs in Ungheria, Novi Sad in Serbia nelle quali già da anni sono partiti progetti simili.

        TUTUR nella capitale

        Nella prima fase del progetto è stata svolta l’attività di mappatura degli immobili abbandonati, a cui hanno partecipato anche i cittadini: grazie al social network CITY-HOUND, creato ad hoc dallo studio T SPOON, è infatti possibile segnalare spazi urbani sottoutilizzati o dismessi. In questo modo si è realizzato un vero e proprio censimento degli spazi inutilizzati. Sempre attraverso il social network sarà possibile creare anche una “mappatura della domanda” e dei possibili usi degli spazi dismessi, contemperando l’esigenza di riqualificazione con quelle che sono le reali esigenze di coloro che vivono il territorio, destinatari finali dell’intero progetto. Il lavoro di mappatura degli immobili è un costante work in progress realizzato anche in collaborazione con le conferenze municipali, come ha spiegato Daniela Patti, una delle responsabili del progetto nella capitale.
        Ad oggi è in corso la seconda fase del progetto, ovvero la realizzazione di uno strumento normativo, una piccolo vademecum per i cittadini e per  la pubblica amministrazione contenente le regole procedurali per le proposte di riuso. Verrà realizzato sia chiarendo le regole già esistenti (e troppo spesso poco note) sia fornendo ai cittadini e alle amministrazioni delle linee guida su cosa bisogna fare per ottenere la possibilità di utilizzare un determinato spazio pubblico, per quali attività e per quanto tempo. A ciò si aggiungeranno altre buone pratiche derivate da esperienze di usi temporanei precedentemente testati in determinate aree pilota del III Municipio.
        Come apprendiamo dalle parole di Daniela Patti, il progetto sta riscuotendo un ampio successo soprattutto tra i cittadini più giovani, attirati dalla possibilità di utilizzare gli spazi dismessi per promuovere attività culturali, esperienze di co-working o iniziative di start-up.
        TUTUR mira a sfruttare al massimo le potenzialità del patrimonio immobiliare della capitale che giace inutilizzato ormai da molto tempo. Attraverso tale progetto Roma cerca di stare al passo con le altre città europee, che hanno fatto della valorizzazione del patrimonio edilizio esistente il settore principale per sperimentare nuove strategie di collaborazione tra cittadini ed amministrazione.

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          In Sicilia, i siti culturali restano aperti grazie ai volontari

          | Beni comuni

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            Ranger

            Il grande patrimonio culturale di cui l’Italia dispone è un prezioso bene comune, tra i più delicati e pregiati. E’ capace di produrre un interesse culturale ma anche turistico per il nostro Paese. La crisi economica e quindi la scarsità di risorse mettono quotidianamente a repentaglio questo grande tesoro a cielo aperto di cui l’Italia gode, per via della incapacità di riservare al patrimonio culturale la cura di cui necessita per essere conservato e valorizzato oggi e per le generazioni future. Le risorse, il tempo e le competenze che i cittadini attivi possono investire in questo settore sono, quindi, particolarmente necessarie e utili.

            Il protocollo di intesa

            Il protocollo d’intesa stipulato in Sicilia tra l’assessorato regionale ai Beni Culturali e le sette associazioni locali va in questa direzione, liberando le energie presenti sul territorio e consentendo ai volontari di coadiuvare e integrare le attività che svolgono gli operatori dei siti archeologici ed essere preziosi alleati della pubblica amministrazione.

            Ciascuno dei sette protocolli d’intesa, identici nei contenuti, stipulati dalle singole associazioni con l’assessorato regionale ai Beni Culturali, prevede la possibilità per le associazioni di stipulare, a loro volta, accordi o convenzioni con le Soprintendenze preposte alla cura e gestione dei beni individuati, mediante i quali regolare il contributo che i volontari daranno per assicurare e sostenere la conservazione del patrimonio culturale.

            “I volontari saranno di aiuto alla pubblica amministrazione e non sostituti”

            “I volontari saranno di aiuto alla pubblica amministrazione e non sostituti” afferma Lorenzo Burgio, Presidente dell’associazione Ranger, una delle promotrici dell’iniziativa. Infatti, il precedente da cui nasce l’idea e la volontà di avviare un dialogo con l’assessorato ai Beni Culturali trae origine da una buona prassi di collaborazione tra volontari e amministrazione, sperimentata dal gruppo del Comune di Aidone (EN) dell’associazione Ranger. L’associazione aveva infatti, negli scorsi anni, stilato una convenzione di servizi con la Sopraintendenza locale, che consentiva la collaborazione dei volontari nei siti culturali. Il protocollo, invece, consente alle associazioni di operare su tutto il territorio siciliano, assicurando una collaborazione più estesa e capillare.

            Si tratta quindi di una vera rivoluzione, destinata a creare anche un concorso di idee e l’emersione di un parco progettuale tra i soggetti coinvolti, stimolando una sempre maggiore collaborazione e partecipazione.

             

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            All’Italia dei beni comuni piace il nostro regolamento


             Scheda caso
            TitoloIn Sicilia, i siti culturali della Regione restano aperti grazie ai volontari
            ChiIl protocollo d'intesa è stato stipulato tra l'assessorato della Regione Sicilia ai Beni Culturali e le associazioni Ranger, Italia Nostra, Unione Nazionale Pro Loco, Legambiente, Archeoclub, Sicilia Antica e Federanziani.
            CosaIl Protocollo d'intesa stipulato con l'Assessorato regionale è stato il frutto di un precedente percorso avviato, negli scorsi anni, con alcune Soprintendenze siciliane. Facendo propria l'esperienza di altre realtà, come quella del Gruppo del Comune di Aidone dell'associazione RANGER, che opera nella zona della Morgantina in provincia di Enna, è stato possibile avviare un dialogo che ha portato al coinvolgimento di altre realtà associative siciliane. Grazie all'Intesa raggiunta, i volontari possono supportare i custodi di gallerie, musei e siti archeologici nello svolgimento delle loro attività.
            DoveIl Protocollo d'intesa è valido in tutta la Regione Sicilia.
            QuandoIl percorso che ha portato alla firma del Protocollo d'intesa è durato circa quattro mesi. Ogni Protocollo stipulato con la singola associazione ha una durata triennale.
            Bene comuneI siti culturali
            Meta-bene comuneTutela delle tradizioni e mantenimento del patrimonio culturale; coesione sociale
            ComeIl Protocollo d’Intesa consente alle singole associazioni firmatarie di stipulare convenzioni con le Soprintendenze preposte alla cura e gestione del bene per il quale l’associazione si propone di cooperare, assieme al personale del sito.
            DestinatariI Protocolli d'intesa e le successive convenzioni che vengono stipulati con le Soprintendenze sono rivolte a tutti i volontari che operano nelle singole associazioni.
            RisorseI Protocolli d'Intesa instaurano tra le parti un rapporto completamente gratuito, non sono quindi previsti compensi nè rimborsi per le spese.
            ReplicabilitàIl modello ha una replicabilità totale in contesti simili
            ReferentiBurgio Lorenzo, Presidente Associazione Ranger
            Fontiwww.associazioneranger.it
            Data23/07//2014
            AutoreErika Munno


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              Una mappatura dei beni confiscati alla mafia grazie ad un master universitario

              23 luglio 2014 | Notizie Notizie

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                Dopo la Liguria, a partire dal 10 luglio, anche l’Emilia Romagna si è dotata di una mappa georeferenziata dei beni confiscati alla mafia sul territorio, attraverso cui è possibile avere informazioni più dettagliate sul bene stesso e sul suo stato. Attualmente la mappa è consultabile da tutti sia sul sito della Regione che sul sito dell’Università di Bologna, partner fondamentale del progetto. Il database con i dati aggiornati è stato infatti realizzato dai partecipati al primo master in “Gestione e riutilizzo dei beni confiscati alle mafie Pio La Torre” coordinato dalla docente Stefania Pellegrini, che ha visto portare a termine, da gennaio a maggio 2014, la ricerca dettagliata della laureata in architettura Federica Terenzi. L’Università di Bologna è stata lungimirante nell’aver organizzato un master così innovativo dal momento che non si tratta di una mera elencazione dei beni sottratti alla criminalità organizzata: l’obiettivo è quello di seguire il bene in tutto il suo percorso, dalla confisca al sequestro, per arrivare al suo riutilizzo. Ricordiamo inoltre che sempre l’Università di Bologna è stato il primo ateneo italiano ad organizzare un corso su mafia e anti-mafia presso la Facoltà di Giurisprudenza. Ciò dimostra l’impegno e l’interesse che l’Unibo manifesta nei confronti di quella che Ennio Sodano, prefetto di Bologna, ha definito “il bubbone del nostro paese che si insidia e prospera” precisando come la corruzione ne costituisca l’anticamera. La portata innovativa di tale progetto è maggiormente apprezzabile se si pensa al fatto che al Nord il problema mafioso viene sottovalutato ed è poco conosciuto, mentre invece proprio una conoscenza ampia e non frammentata del problema è il primo passo per combatterlo. Al master hanno partecipato personalità importanti del settore come ad esempio il magistrato Cesare Vincenti del tribunale di Palermo.

                Una mappa georeferenziata dei beni confiscati

                La mappa è stata realizzata in modo molto intuitivo. Accedendo al sito si apre una cartina politica della Regione con il numero dei beni confiscati per provincia (sono 40 i beni confiscati in Emilia-Romagna: 12 sono a Bologna e provincia, 5 a Modena, 2 a Parma, 1 a Piacenza, 2 a Ferrara, 7 a Ravenna, 3 a Forlì e 8 a Rimini). Cliccando sulle varie città ci si può addentrare nei vari comuni e si può visualizzare una scheda approfondita per ogni bene confiscato che contiene tutte le informazioni riguardanti la confisca, dati catastali, agibilità, se è stato dato in gestione oppure no e quali sono i progetti attivi. A differenza delle mappature precedenti, imprecise e poco attendibili, questa volta i partecipanti al master hanno lavorato approfonditamente per identificare e valutare con maggiore precisione il patrimonio immobiliare a disposizione, soprattutto attraverso i dati messi a disposizione dall’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati alla criminalità organizzata. La mappa vuole essere uno strumento utile soprattutto per gli enti locali, che in questo modo possono con il minimo sforzo consulltare la mappa e progettare politiche di panificazione territoriale mirate avendo un ampia conoscenza delle potenzialità del territorio. Inoltre, come ha spiegato la direttrice del corso, questo lavoro rappresenta uno strumento importante anche per tutti i cittadini e le associazioni che intendano attuare un percorso di riqualificazione territoriale proprio a partire dal riutilizzo di un singolo bene. A questo proposito il giorno della presentazione è stato illustrato anche lo studio sul monitoraggio di un bene specifico, una villa sequestrata al camorrista Vincenzo Busso situata a Berceto in provincia di Parma. Lo studio ha permesso di ricostruire la storia del bene, indicando le varie tappe: dall’iter giudiziario al riutilizzo sociale, dando voce a tutti gli attori coinvolti.
                “Il recupero dei beni confiscati – sottolinea Enrico Fontana, direttore di “Libera Associazioni nomi e numeri contro le mafie” – è un riscatto per la cultura della legalità”.

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                  Felicemente in crisi, il bene comune tutelato dai sentimenti dei cittadini

                  21 luglio 2014 | Notizie Notizie

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                    Il progetto, nato nel 2013 e rigorosamente multidisciplinare, ha come punto focale della sua attività di tutela del bene comune i Seggi delle emozioni, seggi elettorali trasformati in laboratori di cittadinanza, all’interno dei quali gli abitanti di un quartiere si ritrovano per condividere storie, emozioni e bisogni relativi al quartiere stesso, perché la sua identità non vada smarrita. A muovere gli ideatori dell’iniziativa è stata la convinzione che, se si vuole parlare di felicità, non ci si debba limitare a regalare benessere in pillole, ma concentrarsi su come valorizzare il cittadino in quanto tale, così da migliorare la sua qualità di vita, intervenendo sul luogo nel quale vive. Un modo di pensare che, in tempi di crisi di valori ed affetti, potrebbe tornare utile, e che facilmente può essere identificato nelle parole di Ezio Manzini, tra i massimi promotori della ricerca nell’ambito del design sostenibile: “Lavorare dunque generando idee di soluzioni, possibili, individuandole, argomentandole, inserendole in scenari vasti e articolati, presentati in forma visiva, sintetica e potenzialmente partecipativa”

                    Come funziona?

                    Ai partecipanti viene chiesto di identificare tutti questi vissuti in uno dei dodici sentimenti indicati, così da creare una mappatura dei vari quartieri su base emozionale. I passaggi che portano alla realizzazione del progetto, nella loro essenza, prevedono che si ricordi un’esperienza vissuta in una zona della città; che si associ tale esperienza con un sentimento; che si localizzi il sentimento e si metta un timbro sulla mappa; che si racconti all’interno di una scheda, non più elettorale ma valutativa, cosa significa quel sentimento per quel determinato posto; che si unisca la scheda all’interno di un’urna con tutte le altre storie raccontate e che con esse si faccia un’opera di condivisione, in modo da non dimenticarle.
                    Ciò permette di dare vita ad una serie di iniziative parallele ma non meno rilevanti. Si potrà fare tesoro delle testimonianze raccontate, soprattutto quelle dei più anziani, e perciò più preziose, e raccoglierle in una collana di libri; nasceranno inoltre una marea di Musei a cielo aperto, luoghi in cui raccontare cosa significhino, sulla base dei giudizi espressi, quei determinati luoghi per i cittadini; infine, si potranno realizzare delle alternative guide emozionali, una rivisitazione cioè degli itinerari sulla base dei sentimenti.

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                      Comunicare start-up collaborative per i beni comuni sui social media

                      | Cantieri

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                        Locandina_Mantova_24_25_luglio

                        Gli appuntamenti del  24 e del 25 luglio, dal titolo “Comunicare start-up collaborative per i beni comuni sui social media”, avranno la partecipazione di Dino Amenduni,  responsabile dei nuovi media e consulente per la comunicazione politica per l’agenzia Proforma di Bari.
                        Il Laboratorio di co-progettazione per i beni comuni sarà ospitato dal SANTAGNESE10, un’ officina creativa promossa dal Comune di Mantova, nella sede di Via Sant’Agnese, 10.

                        La prima delle due giornate sarà dedicata ad un workshop, dalle ore 14.00 alle 19.00, suddiviso in un primo momento teorico e in una seconda parte volta al trasferimento del toolkit e dellle metodologie di lavoro ai partecipanti.
                        La seconda giornata, dalle ore 9.00 alle 16.00 sarà interamente dedicata al co-working con l’obiettivo si sperimentare la scrittura di un piano di comunicazione di start up collaborative per i beni comuni sui social media e del brief, inoltre ai partecipanti verranno forniti gli strumenti per l’utilizzo degli stress test per mettere alla prova la forza comunicativa delle loro idee.

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                          “18 anni..in Comune!”, la guida aggiornata alla cittadinanza

                          20 luglio 2014 | Notizie Notizie

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                            18_anni_in_comune

                            Nasce nel 2011 dalla volontà dell’allora presidente ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) Graziano Delrio, in sinergia con RETE G2 (associazione di e per le seconde generazioni d’immigrazione) e SAVE THE CHILDREN, la campagna “18 anni..in comune!” e la guida omonima, ora aggiornata e corredata da una lettera di viatico dell’attuale presidente ANCI Piero Fassino a tutti i figli di stranieri nati e cresciuti in Italia. L’obiettivo è quello di spronare tutti i comuni italiani ad intercettare le seconde generazioni residenti perché sappiano che è loro diritto acquisire la cittadinanza italiana al compimento del 18° anno d’età, e conoscano l’iter burocratico per la richiesta di ottenimento della stessa, da inoltrare entro un anno dalla maggiore età all’Ufficio di Stato civile del comune di residenza.

                            Alzi la mano chi non è italiano

                            Il miglior dato disponibile per monitorare l’andamento delle seconde generazioni in Italia si riferisce alle iscrizioni alla scuola dell’obbligo: nel rapporto nazionale “Alunni con cittadinanza non italiana”, a cura del Miur e della Fondazione Ismu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) e riguardante l’anno scolastico 2012-2013, gli alunni in questa condizione giuridica che risultano iscritti sono 786.630 (+4,1% rispetto all’anno precedente), pari ad un’incidenza sul totale dell’8,8% (era l’8,4% l’anno precedente). Da questi dati emerge la forte importanza che i cosiddetti nuovi italiani, ovvero bambini e ragazzi figli di migranti che sono nati e cresciuti in Italia, hanno e avranno nell’assetto del nostro paese. Con la diffusione della guida “18 anni..in Comune!”, si vuole arginare il rischio che corrono i nuovi italiani di perdere l’occasione di acquisire la cittadinanza italiana per disinformazione, distrazione, mancata conoscenza delle strutture a loro disposizione. Infatti in essa vengono segnalate le istituzioni a cui rivolgersi, le motivazioni per cui conviene ottenere la cittadinanza, le leggi di riferimento, la documentazione richiesta, le scadenze da rispettare.

                            Ius sanguinis: una riflessione

                            La legge italiana in materia di cittadinanza è la n°91 del 1992, basata sulla trasmissione per discendenza (ius sanguinis). In riferimento alle seconde generazioni, essa prevede, come illustrato dalla guida “18 anni..in Comune!”, che i figli di stranieri nati e cresciuti in Italia non vengano riconosciuti quali cittadini italiani sino al compimento della maggiore età. Inoltre, l’acquisizione della cittadinanza avverrà solo nei casi di residenza ininterrotta del richiedente in territorio italiano ed esclusivamente entro un anno dal compimento dei 18 anni. Questo, come avevamo messo in evidenza in un nostro editoriale già nel 2009, preclude a coloro che non sono nati in Italia, ma ci sono cresciuti, di aver diritto alla cittadinanza, e costringe i figli di migranti nati e cresciuti in Italia ad un limbo giuridico per tutti i primi 18 anni della loro vita, con conseguenti difficoltà di integrazione e affermazione di loro stessi. I miglioramenti apportabili alla nostra legislazione in materia di cittadinanza e migranti sono ancora molti: da segnalare la campagna lanciata nell’ambito del progetto “L’Italia sono anch’io” per sensibilizzare i vincitori delle elezioni europee 2014 alla creazione di un’Europa aperta, multietnica ed egualitaria.

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                              Ostuni Città Nuova per la gestione condivisa dei beni comuni urbani

                              17 luglio 2014 | Notizie Notizie

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                                ostuni imm

                                L’associazione Ostuni Città Nuova vuole prendersi cura dei beni comuni urbani insieme al Comune e ai suoi cittadini. Per questo motivo ha lanciato una petizione per attivare un’amministrazione condivisa, che faccia riferimento al nostro “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e Amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”. La campagna di raccolta firme verrà illustrata Venerdì 18 Luglio alle ore 20.00, nei locali di corso Vittorio Emanuele, durante la serata che Ostuni Città Nuova organizza per proporre le iniziative politiche e culturali da attivare nei prossimi mesi.
                                Bologna è stata la prima ad adottarlo, dopo di lei lo hanno attivato anche Siena, Ivrea e L’Aquila. Ora segnali d’interesse per il nostro Regolamento sembrano arrivare anche dalla città pugliese di OstuniOstuni Città Nuova punta sulla ricchezza “dei beni funzionali al benessere individuale e collettivo, definibili come beni comuni urbani”. Tra i punti della petizione lanciata dall’associazione si individua infatti la richiesta, rivolta al Consiglio Comunale, di sancire “attraverso la deliberazione di uno specifico Regolamento, la collaborazione tra cittadini e Amministrazione”. La finalità è quella di stabilire i termini di un’azione condivisa che interessi gli spazi pubblici, “per la promozione dell’innovazione sociale e dei servizi collaborativi, per la promozione della creatività urbana, per l’innovazione digitale”. Nel testo viene infine indicato: “A titolo esemplificativo, si propone di far riferimento al “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini ed Amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani” adottato dal Comune di Bologna il 22/02/2014”.

                                L’incontro

                                Durante la serata di Venerdì 18 luglio, si terrà presso i locali di corso Vittorio Emanuele l’illustrazione della campagna di raccolta firme a sostegno di un’amministrazione condivisa per la città. Il presidente di Ostuni Città Nuova, Franco Colizzi, presenterà poi le iniziative che l’associazione intende promuovere nei prossimi mesi (in particolare in merito alle questioni urbanistiche, ambientali, del welfare generativo e del nuovo sviluppo). E’ previsto inoltre l’intervento del nuovo assessore alla cultura Pierangelo Buongiorno e una conversazione aperta sul libro “Dialogo tra il cervello e il suo Io”, insieme all’autore Luciano Peccarisi. La manifestazione si concluderà infine con un buffet popolare. L’associazione invita a partecipare “chiunque voglia conoscere più da vicino Ostuni Città Nuova o semplicemente farsi contagiare dallo spirito della partecipazione e della condivisione civica”.

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                                  Mobilita Palermo: in prima linea per una mobilità sostenibile

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                                    Nel 2010 Mobilita Palermo è diventata un’associazione culturale non profit ed il suo sito è oggi uno degli urban blog più seguiti: 5.023 utenti registrati e una media di 270.000 pagine visualizzate ogni mese. I temi trattati si suddividono in più di 20 categorie diverse: ogni cittadino può aggiornarsi costantemente sullo stato delle infrastrutture per la mobilità, la manutenzione delle aree verdi, le scelte dell’amministrazione comunale a riguardo di piste ciclabili, ZTL, collegamenti ferroviari.

                                    Cittadini e professionisti per un obiettivo comune

                                    La partecipazione di moltissimi cittadini, professionisti, assessori è vitale per Mobilita: tutti sono invitati ad inviare materiale video e audio, commenti, articoli, porre domande a rappresentanti di aziende e istituzioni, avviare dibattiti online. Questi contributi vengono poi visualizzati su una Geomap, che restituisce un quadro istantaneo dei progressi in fatto di mobilità. La collaborazione con personale tecnico per la proposta di soluzioni reali e realizzabili viene preferita agli accordi con rappresentanti politici per garantire l’indipendenza dell’associazione. Di recente l’azienda per la mobilità di Palermo Amat S.p.a. ha scelto Mobilita come partner mediatico per la promozione del biglietto elettronico, iniziativa sperimentale nella direzione di una mobilità sostenibile e innovativa. Mobilita è allora il risultato di un nuovo modo di intendere la cittadinanza, in cui ognuno partecipa attivamente alla vita della sua città, percependo concretamente i cambiamenti dell’area urbana in cui risiede.

                                    Mobilita pluripremiata

                                    Mobilita è tra gli aggiudicatari di due bandi che ne incrementano prestigio e autorità: il primo è il bando regionale APQ “Giovani Protagonisti di sé e del territorio” Azione 7, grazie al quale è nato il progetto D.I.M.M.I. (Decidiamo Insieme Modelli di Mobilità Innovativi), conclusosi a inizio 2012 e volto a finanziare una campagna di sensibilizzazione sull’importanza del trasporto pubblico locale e della mobilità sostenibile, in partnership con Atam S.p.a. e l’Università di Architettura di Palermo. Il secondo riconoscimento è stato conferito al progetto “Muovity – Palermo. Mobilità smart per comunità intelligenti” a seguito del bando “Smart Cities and Social Innovation” indetto dal Miur, grazie al quale si cercherà di creare una rete di mobilità sostenibile per la riduzione delle emissioni CO2, ottimizzare i tempi di percorrenza e ridurre i flussi di traffico urbano.
                                    Dati gli inattesi successi ottenuti, Mobilita ha inoltre aperto un canale web TV attraverso il quale diffondere dibattiti su temi di forte attualità e importanza per il contesto urbano palermitano: mobilità sostenibile, avanzamento cantieri, segnalazioni e criticità. In occasione delle elezioni comunali del 2012 è andata in onda la rubrica “Che programmi hai?” che dava la possibilità ai cittadini di orientarsi con una serie di interviste doppie ai vari candidati.

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                                      Governance multilivello, aperta alle firme la Carta redatta dal CdR

                                      15 luglio 2014 | Notizie Notizie

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                                        comitato-regioni_430x305

                                        Adottata il 3 aprile 2014, la Carta si propone come principio guida per la formulazione di politiche basate, oltre che sul principio di sussidiarietà, che rimane comunque il punto cardine dell’iniziativa, anche su quelli della proporzionalità, della trasparenza, dell’efficienza, della coerenza, dell’apprendimento reciproco e della democrazia partecipativa.
                                        Si tratta di un vero e proprio manifesto politico che, pur non avendo valore vincolante, impegna tutte le autorità ad attuare la governance multilivello nella concezione e nell’attuazione quotidiana delle politiche pubbliche, dando inoltre impulso ad un partenariato di tali istituzioni con attori quali le università, le ONG e i gruppi rappresentativi della società civile.
                                        Ciò significa che tutti, dalle associazioni ai politici, sono invitati a dare il loro sostegno firmando la Carta, nella convinzione che, come affermato dal presidente del CdR Michel Lebrun, “solo agendo insieme, infatti, i soggetti responsabili a ogni livello di governance possono colmare il divario tra l’enunciazione degli obiettivi e la loro realizzazione, facendo sì che l’UE realizzi i suoi obiettivi di crescita sostenibile, creazione di posti di lavoro di qualità e coesione territoriale”.

                                        Cosa prevede la Carta?

                                        Affinché la realizzazione della governance multilivello avvenga, è in primo luogo necessario che i soggetti sopracitati aderiscano, firmando il documento: i firmatari si impegneranno a promuovere la partecipazione attiva dei cittadini e della società civile ai processi politici; ad importare una mentalità più europea nell’apparato politico ed amministrativo nazionale e locale; a creare reti tra i vari organi ad ogni livello, così da rafforzare la cooperazione transfrontaliera; a potenziare lo sviluppo della capacità istituzionale e delle conoscenze tra tutti i livelli di governance.
                                        Di riflesso, aderendo al progetto – il cui modus operandi è basato sulla consuetudine, nel rispetto e nell’attuazione di quei principi a cui la Carta stessa s’ispira - i sottoscrittori godranno di una maggiore visibilità di quelle iniziative da essi promosse e coerenti con quanto contenuto nel documento, ad esempio attraverso la diffusione sul sito web della Carta europea e in occasione di grandi eventi realizzati dagli altri firmatari.
                                        Scopo sostanziale della Carta è quindi quello di tenere maggiormente in conto la legittimità e la responsabilità degli enti locali e regionali, coerentemente con l’essenza del principio di sussidiarietà verticale. In particolare, la Carta si propone dunque di esercitare una pressione politica finalizzata a far applicare e rispettare i valori, i principi e i meccanismi che essa promuove; condividere una comprensione comune della governance multilivello e stimolare l’adesione; presentare e diffondere modelli e buone pratiche di questo tipo di governance possibile.

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                                          Come realizzare la civiltà del dialogo pubblico

                                          | Il punto di Labsus Notizie

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                                            Un Paese moderno non rinuncia a guardare in faccia la realtà e ad affrontare problemi che rischiano di dilaniare la società. Un Paese moderno investe sull’ascolto, sul dialogo, sul confronto trasformativo dei punti di vista. Non lascia che la “partecipazione partecipata” (per lo più dai soliti noti), la rappresentazione di e la concertazione tra interessi (in genere molto ben organizzati) degeneri in scontro sociale, economico ed istituzionale. Un Paese moderno sceglie coraggiosamente di dotarsi di strumenti tecnici e professionalità sofisticate per costruire arene deliberative dove i diversi punti di vista della comunità, anche quelli meno organizzati e non per questo minoritari, anzi, trovino uno spazio di ascolto e dialogo funzionale alla ricerca di una sintesi armonica ispirata da un unico criterio che è la tutela dell’interesse generale, dell’interesse di tutti, non della somma algebrica di interessi privati o pubblici, sociali o politici, economici o associativi. Il metodo che ha ispirato il processo deliberativo che ha condotto alla stesura del Rapporto sul futuro del Teatro Valle sottintendeva tutto questo e merita attenzione almeno pari al merito delle argomentazioni o soluzioni in esso contemplate.

                                            L’idea moderna di società civile nasce quando a un certo punto nella società dell’Ancien Régime della Francia del ‘600-‘700 un gruppo di persone decide di rivendicare la possibilità di scegliere autonomamente cosa pensare dell’arte, della letteratura e del mondo in genere. E per farlo sottolinea la propria distanza sia dalla corte e quindi dal potere politico, sia dalla Sorbonne, e quindi dall’accademia istituzionalmente intesa, sia dai rappresentanti del potere religioso, e quindi dal potere sociale più influente al tempo. È una società in cui si coltiva l’utopia dell’armonia, del saper vivere insieme agli altri, del prendersi il tempo e l’opportunità di ascoltare. È la società al cui interno matura quella che Benedetta Craveri ha definito l’”arte della conversazione“.

                                            La civiltà della conversazione

                                            La Craveri, che della società della conversazione è studiosa, ha scritto che al tempo “il talento di ascoltare era più apprezzato che quello di parlare, e una squisita cortesia frenava l’irruenza e impediva lo scontro verbale. […] Ieri parlare con l’altro significava avere voglia di conoscerlo e di scoprire cose nuove in se stessi con piacere. Oggi mi sembra che quando si sta insieme, e si parla, si rasenti l’autismo. Usiamo la conversazione per auto-gratificarci, per colmare la nostra insicurezza e questo non ci permette né di conoscere il nostro interlocutore, né di divertirci. La regola del conversatore contemporaneo è sopraffare l’altro”.Questo ideale di conversazione, che coniugava la ricerca della verità con la tolleranza e con il rispetto dell’opinione altrui, nasce in spazi privati e ha sempre esercitato una grande attrazione sulla società contemporanea. Esso ha cessato di essere l’ideale di una società intera, è consegnato a un’esistenza elitaria ed è gelosamente coltivato come appannaggio di pochissimi.

                                            Dalla civiltà della conversazione privata alla civiltà del dialogo pubblico

                                            Forse per la prima volta, un decisore politico italiano ha deciso di investire sull’erede contemporaneo di quel metodo e cioè sull’arte dell’ascolto e la civiltà del dialogo pubblico, per affrontare una questione cruciale nella propria agenda. Ci riferiamo alla questione del Teatro Valle. Materiale esplosivo per la politica e per gli interessi economici in gioco, materiale altamente controverso dal punto di vista sociale e culturale. Eppure tre anni di occupazione illegale (per alcuni) o gestione informale (per altri) di uno dei luoghi simbolo della cultura a Roma sono trascorsi senza che alcuna istituzione pubblica o privata si prendesse la briga o avesse il coraggio di abbandonare la sponda su cui era e poteva restare comodamente appollaiata in attesa degli eventi (per esempio una soluzione di ordine pubblico, un abbandono per stanchezza, ecc.).Un’istituzione, l’Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale, ha deciso di affrontare la vicenda come si farebbe in un Paese moderno, rinunciando ad opachi tavoli di lavoro istituzionali o amministrativi, evitando le assemblee accese e “partecipate” o “conflittuali” dove vince chi grida più forte o chi è più organizzato. E ha deciso di aprire un processo pubblico, aperto, trasparente di democrazia deliberativa.

                                            Cos’è la democrazia deliberativa

                                            Un processo deliberativo, non nel senso di decisionale, bensì nell’accezione anglosassone e scientifica di dialogico, diretto all’ascolto ragionato, disciplinato e organizzato dei diversi segmenti sociali, economici e istituzionali che compongono, gestito da esperti di diversa estrazione culturale e disponibili alla trasformazione delle proprie preferenze individuali e dei propri punti di vista di partenza, insomma a cambiare idea di fronte a una soluzione oggettivamente più convincente.La missione assegnata a questi professionisti non era l’assunzione di una decisione e men che meno la delega a dirimere un conflitto. Tutt’altro, il compito assegnato a questi “professionisti della democrazia deliberativa”, che si sono prestati a titolo volontario, è stato dapprima quello di aiutare l’istituzione a concepire e gestire il percorso dialogico e poi di agire da cittadini equipaggiati/attrezzati di competenze tecniche in vista della ricerca di una sintesi armonica dei diversi punti di vista e opinioni (tanto dei soggetti più organizzati e dunque con maggiore capacità di accesso all’ascolto da parte del decisore pubblico, quanto dei gruppi sociali più fluidi e informali e tradizionalmente trascurati proprio per questa loro natura) emerse nel percorso deliberativo. Il tutto con l’ottica di giungerealla definizione di una piattaforma sulla quale fondare il percorso successivo volto alla definizione di una decisione pubblica concepita solo ed esclusivamente nell’interesse generale, di un bene cioè superiore rispetto ai beni pubblici o privati, in un’ottica cioè di bene comune.

                                            Il regolamento di Bologna e il dialogo come metodo di governo

                                            A questo metodo e a questi principi si ispira anche il Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani. Tutte le volte che esiste la necessità di definire tanto nella fase genetica, così come nel corso della vita del rapporto di collaborazione disciplinato dal Regolamento una visione di interesse generale in grado di fondare una scelta pubblica (tradizionalmente assegnata al circuito della democrazia rappresentativa) così come quando è necessario prevenire o superare conflitti potenziali, latenti o attuali nella comunità, il Regolamento suggerisce all’amministrazione il ricorso alla tecnica dell’ascolto, al metodo del dialogo utilizzando procedure di tipo partecipativo o deliberativo (art. 2, comma 1, lett. a), 10 comma 7, art. 16, comma 1). Per le istituzioni pubbliche che vogliano affrontare le sfide della modernità e fondare un nuovo paradigma istituzionale e un nuovo metodo di governo, ponendosi come “registi” o “facilitatori” di risposte condivise, e non come autori solitari di soluzioni di tipo autoritativo o erogativo-prestazionale ai bisogni della collettività, questa strada è imprescindibile. Il dialogo come pietra angolare di questo nuovo metodo di governo affonda le proprie radici nel “federalismo come metodo di governo”, federalismo inteso come strumento di valorizzazione delle autonomie individuali e collettive tenute assieme da un legante comune, l’interesse generale per l’appunto.

                                            Il filo interrotto del dialogo sul Valle e l’arte di distinguere

                                            In un’Italia e in una città come Roma, bloccata dai conflitti e soffocata dalle visioni particolaristiche, atomistiche, parcellizzanti, attenta alla coltivazione della rendita e del piccolo orticello, ci vuole uno scatto in avanti nelle politiche pubbliche. E se questo avvenisse proprio a partire dalla cultura, questo avrebbe un significato ancora più pregnante. Sarebbe il segno di un cambio di paradigma culturale.Superare gli interessi particolari, pubblici o privati che siano, e ragionare in un’ottica di interesse generale, non sprecare questa esperienza, non ripartire da zero, insistere su un percorso che è stato interrotto per motivi contingenti e che, come era stato annunciato, doveva proseguire con unafase di confronto sulla base del Rapporto dopo le fasi deldialogo e della stesura del Rapporto. Quella di proseguire nel percorso deliberativo è forse la scelta più difficile ma anche più affascinante per un decisore politico che non voglia battere la strada sicura e tranquillizzante dell’azzerare tutto per ricominciare daccapo.

                                            Bisogna ricostruire il Paese e rinforzare i legami che lo tengono assieme ripartendo dalla visione di interesse generale che ha ispirato il processo deliberativo sul Teatro Valle.Non c’è sempre bisogno di “rottamare” tutto, per forza.Forse nel nostro Paese bisogna anche recuperare un’altra nobile arte, oltre a quella del dialogo, la nobile arte di distinguere. Questo servirebbe anche a comprendere meglio fenomeni di innovazione sociale come quello del Teatro Valle Bene Comune e ad elaborare una politica pubblica rigorosa ed esigente con tutti gli attori coinvolti in grado di governare la cd. informalità urbana e forse accompagnarlaverso sponde più responsabili, inclusive e rispettose delle regole. Distingue frequenter suggeriva Sant’Ignazio di Loyola!

                                            Leggi il Rapporto sul Futuro del Teatro Valle

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