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Il 22 febbraio a Bologna presentato il primo regolamento sull’amministrazione condivisa

21 febbraio 2014 | Cantieri Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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    locandina bologna

    Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno, fra le altre cose, anche di amministratori comunali capaci di amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.

     Il progetto Le città come beni comuni www.cittabenicomuni.it ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo auspicabile, ma anche possibile.

    Il progetto, iniziato nel giugno 2012, è stato promosso e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e realizzato dal Comune di Bologna con il supporto scientifico di Labsus-Laboratorio per la sussidiarietà e la collaborazione del Centro Antartide. I risultati del progetto saranno presentati il 22 febbraio prossimo con la partecipazione tra gli altri del ministro Delrio.

    link al programma

     Questa iniziativa ha ricevuto

     MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA
    DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Oggi molti amministratori locali, fra cui il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna,  hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità. Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus www.labsus.org  intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello di amministrazione tradizionale. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione fra cittadini e amministrazioni. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama così proprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

    Partire dalle cose, non dalle regole

    “Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione”. Questo è stato il metodo di lavoro seguito dal progetto di Bologna Le città come beni comuni. Nella fase di avvio nei tre quartieri di Navile, San Donato e Santo Stefano si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie e poi, una volta entrati nella fase operativa, ci sono stati periodici  incontri per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento in modo tale da trarne indicazioni su come andare avanti, correggendo gli errori.

    Un regolamento che migliora nel tempo

    Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, ha redatto il regolamento comunale che disciplinerà la collaborazione fra cittadini e amministrazione. Sottoposto all’esame dei dirigenti del Comune e di giuristi di varie università e infine portato in Giunta per l’approvazione finale, il 22 febbraio il regolamento sarà messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia attraverso il sito di Labsus e altri siti.

    Ogni Comune potrà scaricarlo, adattandolo alle proprie esigenze. Le diverse versioni che man mano saranno elaborate nei vari Comuni saranno a loro volta pubblicate nel sito di Labsus, creando così nel tempo un patrimonio di normative locali a disposizione di tutte le amministrazioni.

    Ufficio stampa:

    Comune di Bologna
    Cristiano Zecchi – 335.1362368 – cristiano.zecchi@comune.bologna.it

    Labsus Laboratorio per la Sussidiarietà
    Fabrizio Rostelli – 339.6059376 – rostelli@labsus.net

    Centro Antartide
    Sara Branchini – 339.8412305 – sara.branchini@centroantartide.it

    Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
    Paola Frontera – 320.4395813 – ufficiostampa@fondazionedelmonte.it

    Qui il video della giornata di presentazione

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      L’ebook edito da Treccani sull’uso e l’abuso delle parole nel linguaggio politico

      16 dicembre 2014 | Cultura

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        Alfabeto_parole_politica

        Il tema di fondo dell’ebook riguarda il tentativo della politica di superare, nella comunicazione e nel linguaggio, le vecchie forme di mediazione: parlare direttamente, attraverso blog e social media, significa però anche operare una semplificazione del linguaggio stesso.

        I saggi presenti nell’ebook sono ventuno, compresa l’introduzione curata da Massimo Bray. Tra gli altri, si può citare “La comunicazione politica nell’era dei social media” di Sara Bentivegna, “Governabilità” di Silverio Novelli, “Decisione, decisionismo” dello storico Carlo Galli; “Riforma” di Massimo Carlo Giannini, “Tra fiducia e sfiducia” di Valentina Grassi; “Austerity e Austerità” di Licia Corbolante; “Jobs Act” di Silverio Novelli. Infine “Cambiamento” firmato da Dino Amenduni, responsabile dei nuovi media e consulente per la comunicazione politica, che ha partecipato al laboratorio di co-progettazione “Imprese per i beni comuni” di Mantova. Nel suo saggio, Amenduni si sofferma sul significato della parola cambiamento, prendendo le mosse dalla radice etimologica per approfondirne le applicazioni nazionali e internazionali. In conclusione, afferma che non consiglierebbe l’uso della parola cambiamento a chi vuole comunicare il cambiamento, preferendo l’utilizzo del termine “miglioramento”. Sopratutto, precisa l’autore, “proverei a rivalutare la parola progresso, e in generale a ripartire, anche in Italia, dalla dicotomia progresso versus conservazione, vecchia e mai fuori moda, che permetterebbe agli italiani di capire prima e meglio quando il cambiamento annunciato è vero e quando è invece, e solo, social-gattopardismo”.

        Tra fiducia e sfiducia

        Oltre ad analizzare alcuni dei temi oggi al centro del dibattito politico: Jobs Act, cambiamento, governabilità, i saggi contenuti nell’ebook Treccani approfondiscono anche gli intrecci tra linguaggio e mutamenti della politica contemporanea. In particolare, nel saggio “Tra fiducia e sfiducia” Valentina Grassi affronta la questione della cittadinanza attiva e di come questa stia apportando profondi mutamenti a livello del riavvicinamento delle persone a una politica partecipata: esempio ne è la grande diffusione che sta avendo l’adozione del Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani di Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà.

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          Contro l’usurpazione del capitale sociale da parte delle mafie

          | Il punto di Labsus Notizie

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            Per il rilancio dell’economia in un contesto globalizzato, dove la produzione di beni avviene in paesi con bassissimi costi di produzione, è necessario puntare su quelle attività produttive che valorizzano le peculiarità dei territori, sostengono i processi di innovazione di prodotto e rafforzano la produzione di beni che non possono essere venduti in luoghi distanti da quelli dove vengono prodotti.
            Ma combattere la crisi significa anche liberare l’economia dal giogo imposto dalla criminalità organizzata che ha raggiunto una dimensione economica enorme al punto da rappresentare un ulteriore freno allo sviluppo dei territori. Le mafie esercitano violenza per raggiungere i propri obiettivi illeciti sottomettendo persone, organizzazioni produttive e interi territori, innescando meccanismi viziosi che con l’imposizione del giogo conducono all’impoverimento economico, civile e sociale.

            L’usurpazione del capitale sociale

            Le organizzazioni criminali, per raggiungere i propri obiettivi, si impossessano di un input strategico, il capitale sociale, la cui dotazione ed accumulazione è fondamentale per lo sviluppo economico e civile dei territori. Esse, infatti, deviano per i propri fini il capitale sociale distorcendone le caratteristiche, rendendolo bonding, vale a dire chiuso.
            Il capitale sociale rappresenta, quindi, l’elemento centrale con cui costruire politiche preventive di contrasto alla criminalità organizzata complementari a quelle repressive messe in atto dalle forze dell’ordine e dalla magistratura. La creazione e l’intensificazione di un adeguato processo di accumulazione di capitale sociale ‘puro’ può contribuire alla liberazione dal giogo imposto dalla criminalità organizzata nei territori dove massiccia è la sua presenza, che distorce le regole di funzionamento dei mercati e compromette lo sviluppo sociale ed economico.

            Capitale sociale ‘mafioso’ e capitale sociale ‘puro’

            Un’adeguata dotazione di capitale sociale ‘puro’ può consentire di generare un incremento delle relazioni tra gli individui perché si migliorano “… istituzioni, relazioni e norme che modellano la qualità e la quantità delle interazioni sociali di una società” (Banca Mondiale, 2004). In particolare, poi, esso ha caratteristiche che lo rendono un asset in possesso non solo di un singolo o di più individui, ma che è alla base della struttura delle relazioni tra persone.
            Questa caratteristica lo rende un bene comune, in quanto coloro che partecipano alla sua produzione, vale a dire che partecipano alla realizzazione delle reti fiduciarie, o a quelle strutture relazionali che contribuiscono a diffondere la condivisione per il rispetto di regole comuni, non producono esclusivamente benefici per sé, ma anche per tutti gli altri individui che fanno parte del network.

            Capitale sociale e fiducia

            Esso, inoltre, alla pari del capitale fisico e umano, rappresenta un input della produzione che non si estrinseca in un bene o prodotto tangibile, ma produce, piuttosto, “valori immateriali e simbolici”. Il capitale sociale è poi strettamente connesso alla fiducia perché è in grado di generare tra gli individui “la capacità di riconoscersi e intendersi, di scambiarsi informazioni, di aiutarsi reciprocamente e di cooperare per obiettivi comuni” (Mutti A., 1998).
            Il capitale sociale costituisce, quindi, un input fondamentale per lo sviluppo dei territori e se ne richiede l’accrescimento, il rafforzamento ma soprattutto la sua ri-generazione e ri-appropriazione proprio dove è più forte e incontrastata l’azione delle mafie.
            Una sua diffusione ed accumulazione agisce in termini positivi sulla coesione sociale e, se opportunamente orientato al fine del raggiungimento di un obiettivo di interesse generale, può consentire, come nel caso della lotta alla criminalità organizzata, la generazione di un’azione complementare di prevenzione a quella di repressione, producendo un valore aggiunto più elevato.

            Lo sviluppo locale come obiettivo di interesse generale

            E’ necessario, perciò, individuare ruolo e potenzialità di risorse specifiche e di forme di economia nelle quali la funzione obiettivo non è rappresentata dal mero perseguimento, seppure legittimo, del profitto, ma da una funzione obiettivo che comprende argomenti più ampi, come l’interesse generale, che siano in grado di produrre quei beni pubblici, come il capitale sociale ‘puro’, che rafforzano i percorsi di crescita sana.
            Un obiettivo questo che può essere perseguito sviluppando l’economia sociale come modalità diversa di organizzazione della produzione di beni e servizi con la quale è possibile generare la ricostruzione della coesione sociale, attraverso sentieri di crescita che partano dal basso convogliando per il raggiungimento di obiettivi comuni risorse aggiuntive ed incrementando quei fattori strategici per lo sviluppo locale come la dotazione di capitale sociale ‘puro’.

            L’economia sociale come nuovo modo di fare economia

            Le potenzialità dell’economia sociale possono essere messe in moto grazie al protagonismo dell’impresa sociale, riconosciuta dal legislatore italiano con il d.lgs. 155/2006. Quest’ultima risulta avere caratteristiche identiche all’impresa tradizionale for profit per quanto attiene la struttura, attività e natura di organizzazione economica che combina fattori e li trasforma in beni e servizi da vendere sul mercato. Differisce, invece, per lo scopo per il quale viene realizzato l’output, che nel caso dell’impresa for profit è tipicamente legato al criterio di economicità e massimizzazione del profitto; mentre per l’impresa sociale è rappresentato dalla massimizzazione dell’utilità sociale che deve essere garantita rispettando il criterio di economicità, che ne consente la sopravvivenza e lo sviluppo di lungo periodo.

            Nuove sfide e opportunità per l’economia sociale

            La promozione dell’economia sociale può fornire un utile contributo alla crescita dei territori e alla lotta alle mafie poiché concorre a ri-orientare il consenso sociale che le organizzazioni criminali hanno usurpato, reindirizzandolo al sostegno di percorsi di sviluppo sano e civile che può guidare gli individui a preferire le attività legali a quelle illegali. Lo sviluppo di particolari forme di imprese sociali che agiscano da ricostruttori delle relazioni tra le persone e producano beni e servizi di utilità sociale può rappresentare un interessante percorso, su cui incamminarsi in modo molto più deciso, perché capace di preservare i punti vitali che le mafie attaccano per assoggettare persone, istituzioni e territori.
            Una possibilità che proviene anche dalla legge che impone il riutilizzo sociale dei beni confiscati (L. 109/1996 e d.lgs. 159/2011) che prevede quali concessionari privilegiati proprio le organizzazioni dell’economia sociale e che consente enormi potenzialità nel campo del contrasto alla criminalità organizzata perché in grado di rafforzare proprio quei processi di ri-conversione, ri-costruzione e di ri-appropriazione del capitale sociale trasformandolo in capitale sociale bridging e, cioè, capace di costruire ponti tra le persone e le istituzioni.

            Uno sviluppo dal basso centrato sul protagonismo delle comunità

            Le stesse organizzazioni appartenenti all’economia sociale, si pensi alle associazioni nonprofit, alle cooperative sociali, all’impresa sociale etc., poiché in grado di sostenere reti ed essere sostenute da reti sono, esse stesse, forme di capitale sociale. La diffusione e il sostegno nei territori con bassa dotazione di imprese sociali potrebbe contribuire ad innescare processi di crescita endogeni e in grado di produrre risultati duraturi in termini di coesione sociale e benessere per la comunità. Appare chiaro, quindi, il ruolo del capitale sociale nel generare processi di crescita sociale e virtuosi centrati su percorsi di coesione che partono dal basso, e cioè endogeni, e non imposti ai territori da interventi di policy calati dall’alto, trascuranti le specificità delle comunità locali. Un approccio che punta al coinvolgimento delle comunità e delle Istituzioni e che si ispira alla logica dei modelli di partenariato tra pubblico e privato e dell’amministrazione condivisa.

            Una sfida questa che può essere condotta dall’economia sociale perché orientata a massimizzare un obiettivo di interesse generale, condiviso dalle comunità, per il cui raggiungimento risulta strategica l’individuazione del modello di governance multistakeholder più inclusivo ed efficiente.

            (michele.mosca@unina.it)
            Dipartimento di Scienze Politiche
            Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’
            Irisnetwork

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              Migranti e buona accoglienza, quando l’integrazione inizia dalla partecipazione

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                http://www.spacemetropoliz.com/web/wp-content/uploads/2013/11/locandina-space-metropoliz-716x1024.jpg

                Le tensioni registratesi nelle settimane scorse a Tor Sapienza hanno evidenziato quanto sia debole il tessuto sociale quando manca la collaborazione tra istituzioni, cittadini e immigrati. Per questa ragione è necessario creare un dialogo con le comunità immigrate onde evitare il crearsi di una situazione di esasperazione sociale.
                Il nostro Paese non è caratterizzato solo da episodi di protesta che hanno visto come protagonisti gli abitanti del quartiere contro il centro che ospitava i rifugiati ma sono tanti i progetti che, promossi da volontari o dalle amministrazioni, stanno aiutando i cittadini stranieri ad acquisire capacità e competenze da spendere nella comunità di accoglienza per essere parte attiva della vita cittadina. E’ quella che si potrebbe definire come la “buona accoglienza”, l’accoglienza che guarda in primis alle persone.

                L’accoglienza che funziona

                A Piacenza, ad esempio, l’amministrazione comunale punta a riqualificare interi quartieri popolari grazie alla collaborazione della comunità senegalese, romena e magrebina presente sul territorio. Mentre a Bologna la cooperativa Lai Momo, che gestisce alcune strutture che accolgono migranti (tra cui Villa Angeli a Sasso Marconi), ha promosso la pubblicazione di un libro “Tutta la vita in un foglio. Memorie di richiedenti asilo” in cui i migranti si raccontano e fanno conoscere le loro storie e le motivazioni che li hanno spinti ad abbandonare il proprio Paese.
                A Fermo, nelle Marche, invece, sono molte le iniziative destinate ai circa 80 richiedenti asilo, accolti in un’ala del seminario arcivescovile della città, che prevedono corsi di italiano e stage come agricoltori o giardinieri permettendo così ai migranti non solo di acquisire competenze ma anche di farsi conoscere dai residenti.
                Mentre un diverso approccio all’accoglienza è quello che si sta sperimentando in Brianza, a Terni o a Sesto Fiorentino dove in cambio di un posto letto in mini appartamenti gli ospiti si sono resi disponibili a svolgere mansioni utili alla cittadinanza a titolo volontario, come ad esempio la cura e la manutenzione di giardini pubblici. In particolare a Sesto Fiorentino, grazie ad un accordo tra Caritas e comune, i migranti vengono direttamente coinvolti in attività di cura della città (come la pulizia delle strade, dei fossi e dei giardini) per due ore due giorni alla settimana.

                Un posto “spaziale”

                Di certo non sono mancate le polemiche e la diffidenza dei cittadini nella realizzazione di tali progetti e iniziative lo sanno bene Giorgio de Finis e Fabrizio Boni autori del documentario Metropoliz.
                Metropoliz
                è un progetto nato nel 2009, quando un gruppo di circa 200 persone tra immigrati, persone senza casa, precari e rom hanno occupato un ex-salumificio dismesso da tempo, riqualificandolo e “rendendolo oggi l’unica occupazione a scopo abitativo sul territorio italiano ad integrare i rom in un progetto di autorganizzazione”.
                Anche Metropoliz nasce nella periferia di Roma, anch’esso nel quartiere di Tor Sapienza ed è oggi spazio di incontro e di mediazione culturale aperto alla città intera, ospitando al proprio interno anche un museo, il MAAM - Museo dell’Altro e dell’Altrove, che accoglie installazioni, murales e tante altre opere d’arte.
                Nel documentario De Finis e Boni propongono agli abitanti dello stabile di costruire un razzo per andare a vivere sulla luna, che metaforicamente diventa il luogo di incontro tra la città e Metropoliz.
                Tutti questi esempi, sviluppatisi in contesti anche molto diversi fra loro, sono la prova che una società eterogenea e variegata è possibile, ma è necessario l’impegno di tutti per fronteggiare l’emarginazione; è quindi sicuramente indispensabile, da una parte fornire tutti gli strumenti necessari perché il cittadino straniero possa avere coscienza e conoscenza dei propri diritti e doveri, dall’altra però è necessario promuovere una cultura dell’accoglienza.

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                  Rotatorie in adozione, ad Empoli si può fare

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                    Rotatorie e aiuole in adozione” questa la proposta della Giunta di Empoli, che ha come obiettivo quello di migliorare alcune aree della città. L’idea della giunta è quella di puntare su una forma di collaborazione tra pubblico e privato che vede insieme imprese, società, associazioni e organizzazioni di volontariato per la realizzazione e la manutenzione di una rotatoria o di un’aiuola, in cambio di una forma di riconoscimento come una targa (riconosciuta anche alla eventuale ditta fornitrice di fiori, piante o altre attrezzature necessarie per le attività previste). L’amministrazione sarà però responsabile dell’accertamento dell’adempimento degli obblighi del gestore che non potrà però dare in sub concessione, né totale né parziale, le aree prese in convenzione, pena la risoluzione della stessa. Se il consiglio comunale dovesse decidere di approvare tae proposta, dal punto di vista amministrativo, verrebbero avviate le procedure per l’apertura di un bando pubblico “Adotta una rotatoria”, per l’individuazione degli sponsor e di un apposito regolamento.

                    L’impegno civico per il verde urbano

                    Il sindaco di Empoli Brenda Barnini, ha spiegato a questo proposito come già altri comuni abbiano testato questo tipo di esperienza (come per esempio quello di Monterotondo o quello di Villafranca Padovana), ottenendo tutti risultati molto positivi. Le aiuole presenti sulle rotatorie sono infatti diventate dei veri e propri giardini. Poiché le aree verdi comunali e gli arredi urbani (come i giardini o appunto le aiuole) rappresentano un’attività di pubblico interesse, in quanto appartenenti alla comunità, il sindaco propone di coinvolgere in modo attivo la cittadinanza nell’opera di manutenzione e di salvaguardia dei beni comuni. Si è quindi ritenuto di proporre l’iniziativa a tutti i cittadini, perché gli stessi possano contribuire alla cura della città in cui vivono, migliorando la quantità e la qualità del verde urbano.

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                    Gli Angeli del Bello di Figline e Incisa Valdarno
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                    Le mura di Siena rimesse a nuovo dai cittadini attivi
                    A Napoli e Massarosa risparmi sulle tasse comunali per chi si prende cura della città

                     

                     

                     

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                      Acireale, Delibera comunale sulla cura dei beni comuni urbani

                      | Diritto Norme Regolamenti comunali Regolamento amministrazione condivisa

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                        Il regolamento in questione ha lo scopo di dare attuazione al principio di sussidiarietà orizzontale, presente nell’articolo 118 della nostra Costituzione, dando ad esso maggiore rilievo e rendendolo in tal modo maggiormente operativo, a livello dell’organizzazione dell’amministrazione comunale. Attraverso questo principio, le amministrazioni si impegnano quindi a sostenere e promuovere le azioni dei cittadini, volte a tutelare e a migliorare la qualità dei beni comuni urbani.

                        Analisi del regolamento

                        Il modello scelto dal comune di Acireale è stato, come si è detto sopra, quello della città di Bologna. La particolarità del documento del comune di Acireale, è che riprende quasi tutti i principi presenti nell’articolato bolognese. Le differenze sono solo due. La prima emerge  all’ interno dell’articolo 2, lettera m, ove  si vede come il comune di Acireale, al contrario di quello di Bologna, non riconosca la figura del medium civico come canale di comunicazione tra cittadini e amministrazione. La seconda differenza si può invece ravvisare nell’articolo 11, incentrato sulle proposte di collaborazione. Al comma 6 infatti, il comune siciliano prevede solo la valutazione tecnica da parte degli uffici e dei servizi pubblici coinvolti ed oggetto della proposta, mentre il comune di Bologna prevede oltre a ciò, che le proposte vengano portate all’attenzione del presidente del Quartiere, il quale dovrà esprimere il suo parere in materia. In entrambi i regolamenti il principio di sussidiarietà è supportato dal fatto che i Comuni si impegnano ad agevolare e a dare visibilità alle azioni di rigenerazione dei beni comuni urbani intraprese dai cittadini. Il testo prevede inoltre, sempre a sostegno dei cittadini attivi, delle agevolazioni amministrative, in relazione alle procedure che i cittadini dovranno affrontare per l’ottenimento dei permessi necessari. Queste facilitazioni possono ad esempio consistere nella riduzione dei tempi dell’istruttoria o nella semplificazione della documentazione da presentare.

                        In allegato la delibera comunale.

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                        Dalla teoria del Regolamento sui beni comuni alla pratica dei patti di collaborazione
                        Narni – Delibera Consiglio comunale, 18 settembre 2014, n. 55
                        L’Aquila – Delibera del Consiglio comunale del 25 agosto 2014
                        Ivrea – Delibera Consiglio comunale, 26 giugno 2014, n. 28

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                          Gregorio Arena ha presentato il Regolamento per i beni comuni a Torino

                          15 dicembre 2014 | Cantieri Regolamento amministrazione condivisa

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                            arena beni comuni

                            Quando anche Stato e/o privati sono incapaci di risolvere i problemi del nostro tempo – ma anche solo del nostro vicinato – si registra una naturale ri-articolazione di ruoli e forze, e cause e effetti, con esiti spaziali e sociali estremamente interessanti. In molte realtà locali, una cittadinanza attiva, l’“altra Italia”, non solo esiste, ma è una voce forte e chiara dell’energia potenziale che abbiamo immagazzinato tutti fino ad ora, e che aspetta solo di essere saggiamente utilizzata non in forma contingente, ma strutturale.

                            Liberare energie. Rigenerare Torino” è dunque il titolo di una giornata di riflessione (non è piaciuto nemmeno agli organizzatori chiamarla convegno” ) che si è tenuta giovedì 4 dicembre al Politecnico di Torino, nel Salone d’onore del Castello del Valentino, raramente visto così affollato da persone dall’estrazione più varia e così attivi nella discussione. Ed infatti tutti insieme, relatori e platea, si è animata una riflessione su Torino, città che ha tutte le carte in regola per presentarsi come il primo grande comune italiano in cui cittadini e amministratori collaborano per prendersi cura della propria comunità, dei suoi spazi, degli edifici, del verde pubblico, ma in cui tutte queste pratiche hanno bisogno di un supporto politico ben strutturato, per essere contagiose e inclusive.

                            Gli strumenti tecnico-amministrativi per dar vita a questa rivoluzione almeno nei rapporti fra cittadini e istituzioni sono stati illustrati nella relazione di base da Gregorio Arena, ordinario di Diritto amministrativo presso l’Università di Trento e presidente di Labsus, il Laboratorio per la sussidiarietà, fautore del “Regolamento per i beni comuni”.
                            “Stato, Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (Costituzione, art. 118, ultimo comma): il Regolamento è uno strumento che traduce questo principio in disposizioni amministrative che permettono di “liberare energie” al riparo della norma, per fare in modo che i cittadini attivi possano collaborare con le istituzioni per la cura dei luoghi in cui vivono: cittadini, quindi, intesi dall’amministrazione come portatori di capacità e competenze, e non come semplici utenti.

                            Il contesto torinese

                            Dopo i saluti dei docenti del Politecnico Patrizia Lombardi e Alex Fubini, l’assessore alla Rigenerazione urbana Ilda Curti ha illustrato gli interventi già realizzati a Torino per rigenerare la città, tenendo conto delle prospettive che potrebbero aprirsi nei prossimi anni anche a Torino con l’adozione del Regolamento. Nella tavola rotonda moderata da Daniela Ciaffi, sociologa e urbanista, si sono confrontate differenti prospettive su come promuovere una rigenerazione urbana fondata sul modello dell’amministrazione condivisa e sulla leva del cambiamento: il sociologo Alfredo Mela, che vede come positive forme di istituzione miste; l’amministrazione comunale, con il dirigente del servizio Rigenerazione urbana di Torino Valter Cavallaro, che ha illustrato le iniziative già realizzate dall’amministrazione coerenti con il modello dell’amministrazione condivisa; Bruno Manghi, presidente della Fondazione Mirafiori, che ha sottolineato come questa rivoluzione “dal basso” sia stata anticipata dalle aziende che chiedono da tempo agli operai una vera e propria cooperazione, per fissare problemi e obiettivi condivisi; e Aldo Romagnolli, presidente dell’osservatorio per l’Economia civile, che ha messo in guardia dalla necessità di lunghi tempi di incubazione, necessari per far riconoscere a tutti, sia nella pubblica amministrazione che nelle organizzazioni profit e no-profit, l’inestimabile valore di una innovazione sociale ben progettata.

                            L’anima attiva di Torino

                            Brevi interventi, coordinati da Emanuela Saporito, architetto e ricercatrice presso il Politecnico, hanno poi dato una mappa di alcune fra le molte anime attive in diversi luoghi torinesi: la periferia nord con Federica Ravazzi, del gruppo di Renzo Piano G124, che ha reclamato una manutenzione condivisa da programmare già in fase di progetto; Mirafiori, con la docente del Politecnico ed esperta di crowdmapping Francesca De Filippi, che segnala la straordinaria facilità di risoluzione di problemi quando si mettono in campo le nuove tecnologie; Ianira Vassallo, che osservando quanto avviene alla Cavallerizza, individua nell’ossimoro della negoziazione conflittuale l’opportunità di segnare e vivere uno spazio, donandogli nuova funzione e identità; Anna Rowinski, che ha presentato “via Baltea 3”, una ex tipografia di 900 mq, trasformata da privati in uno spazio aperto e accessibile, in cui le attività produttive e commerciali generano lavoro per due cooperative, sono un punto di informazione alla cittadinanza e offrono una cucina condivisa, un bar sociale, un panificio bio, una scuola di musica e una di teatro, una falegnameria e un ufficio co-working; ed infine OrtiAlti, presentato da Elena Carmagnani, ideatrice con Emanuela Saporito di un’associazione di promozione sociale che realizza e gestisce orti di comunità sui tetti piani di edifici di vario genere tramite il coinvolgimento diretto delle comunità che li abitano o li utilizzano.

                            Un nuovo paradigma tutto italiano

                            Nel tirare le somme della giornata Gregorio Arena ha evidenziato come questo “riprendersi la delega alle istituzioni”, da parte dei cittadini, in tutti gli esempi presentati, è un fenomeno straordinario, che non solo sta già accadendo, ma che per di più accade coinvolgendo le persone in maniera allegra e positiva. Non possiamo pensare di ricostruire una comunità con le risorse economiche e industriali degli anni del dopoguerra, né con gli strumenti normativi figli di un ‘800 mai così lontano. La risposta è nel capitale sociale costituito dalla cittadinanza attiva, che però non deve essere lasciata sola: questi “lampioncini” nella nebbia della passiva accettazione del fato, tipicamente italiana, possono essere messi in rete e illuminare una porzione di spazio sempre meno locale e in modo sempre più sistemico, perché rabbia e rassegnazione lascino il posto a responsabilità e positività, così palpabili nelle occasioni illustrate durante la discussione con la platea. Che “all’italiana” possa scrollarsi di dosso le solite accezioni negative e diventare un paradigma per liberarsi e vivere in modo più equo e umano nelle comunità in risposta alla crisi aumentando resilienza e felicità?

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                              Flussi migratori e protezione internazionale in Italia

                              | Società StranItalia

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                                Rapporto2014

                                Il Rapporto sulla Protezione Internazionale esamina e analizza i flussi migratori e il sistema nazionale di accoglienza suggerendo, inoltre, le linee guida che, in un quadro di multilevel governance, siano in grado di riformare un sistema che ha mostrato segni di frammentarietà e debolezza a tutto svantaggio dei soggetti vulnerabili cui lo stesso è destinato. Il documento si compone di quattro parti, che esaminano, rispettivamente, i rapporti fra Terzo Settore e istituzioni in tema di asilo e accoglienza; il quadro nazionale riferito ai richiedenti protezione internazionale; i soggetti più vulnerabili (vittime di tratta; apolidi; minori non accompagnati) e, infine, il fenomeno delle migrazioni forzate in chiave globale ed europea.

                                Le dimensioni dei flussi migratori in Italia

                                Parlando di flussi migratori, e nello specifico di migrazioni forzate, era da venti anni che non si viveva una situazione dal carattere così numericamente vasto: le stime a livello globale riferite al 2013 parlano di circa 2,5 milioni di persone costrette a migrare forzatamente in cerca di protezione in altri paesi rispetto a quello di origine. I migranti sbarcati in Italia sono, nel corso del 2014, sensibilmente aumentati: oltre 65 mila nei primi sei mesi, a fronte dei 42 mila sbarcati nel corso dell’intero 2013, e dei 13 mila del 2012. L’85.5% degli sbarchi, pari a 56 mila unità, è avvenuto in Sicilia. I migranti provengono essenzialmente da Eritrea e  Siria (che da sole danno origine a circa il 50% dei flussi), quindi Mali, Gambia e Nigeria. In termini di azioni di soccorso, il rapporto sottolinea il ruolo fondamentale svolto dalla Marina Militare, dalla Guardia di Finanza e dalle Capitanerie di porto nell’operazione Mare Nostrum, grazie alla quale nel corso del primo semestre del 2014 è stato possibile prestare aiuto a circa 48 mila migranti. Nel primo semestre del 2014 sono state oltre 25 mila le domande di protezione internazionale inoltrate per la quasi totalità (93%) da uomini provenienti da Mali, Nigeria, Gambia, Pakistan, Senegal, Afghanistan e Ghana. Le strutture predisposte all’accoglienza si differenziano sia per capienza che per funzioni eseguite: la capienza teorica di Centri di Accoglienza (CDA), Centri di primo soccorso e accoglienza (CPSA), Centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA) e Centri di accoglienza straordinaria (CAS) sfiora le 39 mila unità.

                                Solidarietà e giustizia sociale

                                Solidarietà e giustizia sociale rappresentano i principi alla base di ogni sistema politico e sociale interessato da flussi migratori. Questo vale soprattutto nel caso di flussi non derivanti da preferenze autonome, come ad esempio quelle degli skilled migrants in cerca di opportunità professionali in linea con le competenze e i gradi di istruzione raggiunti, ma scaturite, al contrario, da scelte forzate come quelle rappresentate da guerre e persecuzioni di natura politica, etnica o religiosa.

                                Restituire autonomia alla persona

                                Autonomia. È il principio chiave del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR). Una rete capillare composta da Ong, cooperative, ed enti locali, la cui gestione è stata affidata nel 2002 all’ANCI. Il fine del sistema è di accompagnare ciascun rifugiato o richiedente asilo in un percorso di inclusione nel tessuto socio-economico locale, in modo tale da consentire loro il ritorno a una progettualità individuale fondata sul principio di autonomia. Per il triennio 2014-16, risultano finanziati 456 progetti, di cui 367 destinati all’accoglienza di beneficiari appartenenti alle categorie ordinarie, 32 destinati a beneficiari con disagio mentale o disabilità e 57 destinati a minori stranieri non accompagnati. Tali progetti hanno reso disponibili 13.020 posti di accoglienza a cui si aggiungono 6.490 posti aggiuntivi attivati. Gli enti locali titolari di progetto sono stati 415, di cui 375 comuni (compresi ambiti territoriali e sociali, consorzi intercomunali, Società della salute e comunità montane), 30 province e 10 unioni di comuni.

                                Una frammentazione funzionale: l’emergenza umanitaria che diventa “malaffare”

                                Il rapporto mette bene in evidenza come, nonostante lo sforzo congiunto di autorità governative, enti locali e realtà del terzo settore, l’intero “sistema dell’accoglienza” risulti appesantito, dunque rallentato, da un alto livello di frammentazione sia giuridica che relativa agli standard dei servizi erogati. I livelli dei servizi offerti, la diversificazione fra prima e seconda accoglienza, l’eterogeneità dei “luoghi” di accoglienza (CPSA, CDA, CARA, CAS), trasformano la gestione dei flussi migratori, e dei relativi progetti di accoglienza e inclusione, da fenomeno ordinario a evento emergenziale. Proprio questo carattere di frammentarietà ed emergenzialità diventa funzionale a un registro interpretativo completamente differente dei fenomeni migratori: non più il principio della solidarietà, l’etica del soccorso e dell’accoglienza, o la tutela sostanziale di diritti umani inviolabili eppur violati. L’altra chiave di lettura è puramente materialistica, e una vittima di tratta, un perseguitato, una vedova, un minore scampato alla crudeltà della guerra, diventano “merce” il cui valore è fissato: 35 euro pro-capite al giorno. E le singole storie di vita straziate da lacerazioni fin troppo evidenti e difficili da rimarginare, diventano tutte, indistintamente, dei “35”, che moltiplicati per i giorni di permanenza e il numero di unità “ospitate” si trasformano in milioni di euro. Così, alle parole che descrivono il Rapporto, agli intenti dei suoi estensori, dei ricercatori, delle centinaia di persone e di volontari che collaborano nelle strutture di prima e seconda accoglienza, nonché nel ramificato intreccio di uffici amministrativi locali e ministeriali impegnati attivamente e virtuosamente, si affiancano i fatti racchiusi nel “Mondo di mezzo” romano di faccendieri alla Buzzi, o di amministratori alla Odevaine.
                                Proprio per evitare questo vizioso scivolamento di un servizio nobile e dovuto, quale quello dell’accoglienza di stranieri in posizioni di vulnerabilità sociale, il sottosegretario agli interni, Domenico Manzione, riconoscendo che la radice del “malaffare” debba essere rinvenuta nel carattere emergenziale, sottolinea l’importanza del Piano Nazionale sull’immigrazione, il cui scopo è di restituire un carattere di ordinarietà e stabilità alla “questione migratoria”.

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                                  La necessità della riconversione ecologica: nel Lazio una proposta di legge partecipata

                                  12 dicembre 2014 | Notizie Notizie

                                  Condividi la pagina

                                    https://www.google.it/search?q=riconversione+ecologica+lazio&espv=2&biw=1440&bih=762&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ei=sNaKVJ4c6r_KA9GlguAH&ved=0CAcQ_AUoAg#facrc=_&imgdii=_&imgrc=uBfW6uQII9GoJM%253A%3B_KK2weLIQkbr7M%3Bhttp%253A%252F%252Fcomune-info.net%252Fwp-content%252Fuploads%252F2014%252F12%252F10845950_678985125532629_2381745759619452605_n.jpg%3Bhttp%253A%252F%252Fcomune-info.net%252F2014%252F12%252Fluce-notte-riconversione-ecologica%252F%3B960%3B720

                                    Negli stessi giorni in cui una parte delle istituzioni capitoline, Comune di Roma e Regione Lazio – in seguito all’inchiesta della Procura denominata “mondo di mezzo” – piombano in un buio di credibilità quasi assoluta, un barlume di luce si accende nella notte dell’economia laziale, e insieme, l’aspettativa di un’altra politica si attiva proprio in quelle stesse istituzioni: la proposta di legge regionale “Interventi per la Riconversione Ecologica e Sociale”. Le esperienze di auto-recupero OfficineZero e Scup, cooperative e associazioni come Fairwatch ed Action diritti, sindacati come la Cgil Roma e Lazio che assieme a giuristi, rappresentanti di imprese, ad alcuni consiglieri regionali – tra cui Marta Bonafoni, consigliera regionale da tempo impegnata nelle questioni sociali – e sotto lo stretto coordinamento dell’associazione A Sud, hanno elaborato una proposta legislativa declinata sulle specificità del territorio laziale, considerandone, quindi, sia le criticità esistenti, che le esperienze virtuose già nate dalla collaborazione tra associazioni ed istituzioni.

                                    Cosa prevede la proposta

                                    In una regione, il Lazio – come tante in Italia, vedi Basilicata, Campania, Puglia – colpita da una crisi duplice, ambientale ed economica, conseguenza nefasta di quello sviluppo industriale che ne ha segnato profondamente il territorio, si incoraggia, dunque, attraverso una proposta di legge partecipata, la riconversione di alcuni siti produttivi per garantire sia l’orientamento ecologico delle produzioni, che le necessità di natura occupazionale.
                                    La proposta è stata consegnata formalmente dai soggetti promotori il 2 dicembre al Vicepresidente e Assessore Formazione, Ricerca, Scuola, Università della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio, affinché possa essere discussa e votata dal consiglio regionale, divenendo, così, uno strumento legislativo concreto da utilizzare nel processo di riconversione. Una sfida complicata, indubbiamente, che ha fatto propria da diversi anni l’associazione A Sud, che dal 2003 lavora a progetti nazionali ed internazionali sui temi della giustizia ambientale e sociale. Nel 2007 l’associazione ha aperto a Roma il primo centro in Italia dedicato alla ricerca e allo studio dei conflitti ambientali, nei nord e nei sud del mondo, il CDCA, Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali. “A Sud lavora da sempre in collaborazione e sinergia con enti pubblici e attori sociali, con lo scopo di promuovere percorsi partecipati che influiscano positivamente nella definizione delle politiche pubbliche” – spiega a Labsus Laura Greco, ricercatrice, che dell’associazione ne è la presidente. Oltre alla proposta di legge in questione, poi, cita come modello “il percorso partecipato “Deliberiamo Roma”, un coalizione sociale nata sempre lo scorso anno per la presentazione di una delibera di iniziativa popolare per la difesa del patrimonio pubblico della Capitale”. In pratica è già stato stabilito un proficuo dialogo tra l’amministrazione e diverse realtà culturali e sociali capitoline al fine di difendere il patrimonio pubblico in disuso della città da speculazioni immobiliari, al contempo valorizzandolo per restituirlo ai cittadini. Tornando alla redazione di una proposta di Legge per la Riconversione Ecologica delle attività produttive della Regione Lazio, racconta Laura Greco, “è stato messo in moto un meccanismo virtuoso di scambio continuo e interlocuzione tra attori sociali, sindacali, datoriali e il Consiglio regionale del Lazio: un percorso durato un anno e mezzo, coordinato da A Sud, che ha realizzato anche indagini partecipative per misurare il grado di desiderabilità sociale della proposta, portando alla redazione, infine, di un testo inclusivo e completo”. Cosa si può intendere nel Lazio per riconversione ecologica dei territori, è ancora Laura Greco a spiegarlo: “ anche se non esistono nel Lazio vere e proprie iniziative di riconversione di attività produttive che combinino ristrutturazione dei cicli di produzione e formazione dei lavoratori in senso ecologico e sociale, ci sono esperienze che viaggiano in quella direzione, da promuovere e tutelare, quella dei lavoratori di Officine OZ a Roma, per esempio, che recuperando gli stabili della Ex Vagon Lits ex RSI a Roma, hanno implementato attività produttive basate sul riuso e riciclo”. Soprattutto, conclude: “i territori a cui punta la Legge sono le aree regionali estremamente critiche da un punto di vista ambientale (si pensi ad esempio alla Valle del Sacco o all’area di Civitavecchia) su cui bisognerà intervenire, sia attraverso processi di risanamento ambientale, sia incentivando le attività produttive sostenibili”.
                                    La proposta di Legge si compone di dodici articoli ed è rivolta alle imprese in forma societaria, produttiva o di servizi, normalmente attive, che non superino i 250 dipendenti ma anche alle cooperative e alle associazioni che si occupano di tutela dei beni comuni. Alcuni degli strumenti messi a disposizione sono relativi agli acquisti verdi, al sostegno per la ricerca sui temi della sostenibilità e al microcredito. In generale, il campo in cui ricade la proposta di Legge è quello della trasformazione dei prodotti, della modifica nell’uso di materie prime e di fonti energetiche, ma anche in quello della formazione individuale.

                                    Nel Lazio, dunque, grazie soprattutto agli sforzi compiuti negli anni dall’associazione A Sud, si è sulla buona strada per tracciare una mappa necessaria alla “riconversione ecologica” dei suoi territori. Lungo il solco delle teorie di Alex Langer, – che introdusse il termine nel lessico socio-politico nella seconda metà degli anni’80 – ciò che è necessario immaginare oggi è un processo costituente di tipo ecologico, non solo a carattere giuridico, quanto piuttosto culturale e sociale. Perché la conversione ecologica non sia solo evocazione ma in concreto una visione altra della società: la proposta di legge regionale “Interventi per la Riconversione Ecologica e Sociale”, in questo senso, ne traccia la strada.

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                                      Ad Anagni Gregorio Arena illustra il Regolamento per i beni comuni (Guarda il video dell’intervento)

                                      | Cantieri Regolamento amministrazione condivisa

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                                        arena beni comuni

                                        Un incontro rivolto a tutta la cittadinanza nel quale verrà presentato il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni urbani che l’amministrazione di Anagni ha deciso di adottare prendendo come modello il testo approvato dalla giunta bolognese a febbraio 2014. Il Regolamento al quale sta lavorando l’amministrazione laziale (scaricabile dagli allegati) è stato redatto secondo le esigenze e le risorse locali ed è incentrato su interventi di cura volti al recupero, alla protezione e alla gestione di spazi e beni comuni urbani.

                                        Il convegno si aprirà con i saluti del sindaco di Anagni Fausto Bassetta e, dopo l’intervento introduttivo del Presidente del Consiglio Comunale Giuseppe Felli, il professor Gregorio Arena terrà una relazione, nel corso della quale illustrerà come il principio di sussidiarietà possa diventare la piattaforma sulla quale costruire un’alleanza tra cittadini e amministrazioni pubbliche per la cura dei beni comuni.
                                        “Spesso – come spiega Felli – i cittadini hanno sentito e rappresentato il proprio bisogno ad essere coinvolti nella tutela dei beni urbani, ad occuparsi degli spazi pubblici, ma a ciò non poteva darsi attuazione perché mancavano disposizioni regolamentari che lo consentissero. Con l’adozione di questo Regolamento di fatto questi ostacoli verranno eliminati”.

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                                        Il Consiglio Comunale di Bologna approva definitivamente il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni
                                        L’amministrazione condivisa dal punto di vista dell’amministrazione

                                        Per tutti gli aggiornamenti sullo stato di attuazione del Regolamento nei Comuni italiani vai alla sezione dedicata di Labsus

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                                          Presentato lo studio Istat sull’Italia del volontariato

                                          10 dicembre 2014 | Notizie Notizie

                                          Condividi la pagina

                                            volontari

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                                            Sono circa 6,63 milioni coloro che si dedicano ad attività gratuite a beneficio di terzi, 4,14 milioni si impegnano in organizzazioni o in gruppi mentre 3 milioni sono i volontari non organizzati. Lo studio punta i riflettori anche sui profili e le “professioni” svolte dai volontari con un’analisi delle motivazioni che li hanno portati e li portano a svolgere questo tipo di attività.

                                            Le motivazioni del lavoro volontario

                                            Tra i principali motivi spiccano l’impegno a favore dell’ambiente e della comunità (ben il 49,7% ha addotto questa spiegazione), ma troviamo anche chi è spinto dalla voglia di socializzare, è infatti emerso che chi scegli di fare questa esperienza riesce spesso ad allargare le proprie conoscenze. C’è infine chi ha scelto questa strada per il desiderio di mettersi alla prova (17,7%). Hanno contribuito al dibattito alcuni esponenti delle reti nazionali di volontariato che hanno analizzato anch’essi i risultati ottenuti nell’ottica del lavoro volontario e della costruzione della società del benessere. Sono quindi intervenuti tra gli altri: Riccardo Guidi rappresentante della Fondazione Volontariato e Partecipazione e Saverio Gazzelloni direttore centrale delle statistiche socio-demografiche e ambientale, solo per citarne alcuni.
                                            Dagli esiti dell’indagine, armonizzata agli standard internazionali contenuti nel Manuale sulla misurazione del lavoro volontario pubblicato dall’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro), emerge una forte relazione fra volontariato, istruzione e condizione economica. Risultano infatti più impegnati nelle attività di volontariato i giovani (molti dei quali studenti, la maggior parte dei quali laureati), che sono ben il 9,5%, contro il 9,1% degli occupati. A livello territoriale il volontariato risulta maggiormente diffuso al nord, con un primato netto del Trentino Alto-Adige (21,8%), contro l’8,6% registrato al sud. Un’importante caratteristica che pare accomunare chi pratica lavoro volontario è il senso di fiducia, non solo verso gli altri cittadini ma anche verso le istituzioni. Si può dire che le indagini hanno rivelato come ormai il volontariato sia una realtà radicata sul territorio nazionale, una realtà che deve però essere promossa e sostenuta in primis dalle istituzioni, in quanto incarnazione del principio di sussidiarietà. In modo che esso non sia praticato solo dai cittadini più benestanti, ma diventi un rimedio per l’apatia civica.

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