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Il 22 febbraio a Bologna presentato il primo regolamento sull’amministrazione condivisa

21 febbraio 2014 | Cantieri Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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    locandina bologna

    Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno, fra le altre cose, anche di amministratori comunali capaci di amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.

     Il progetto Le città come beni comuni www.cittabenicomuni.it ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo auspicabile, ma anche possibile.

    Il progetto, iniziato nel giugno 2012, è stato promosso e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e realizzato dal Comune di Bologna con il supporto scientifico di Labsus-Laboratorio per la sussidiarietà e la collaborazione del Centro Antartide. I risultati del progetto saranno presentati il 22 febbraio prossimo con la partecipazione tra gli altri del ministro Delrio.

    link al programma

     Questa iniziativa ha ricevuto

     MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA
    DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Oggi molti amministratori locali, fra cui il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna,  hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità. Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus www.labsus.org  intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello di amministrazione tradizionale. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione fra cittadini e amministrazioni. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama così proprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

    Partire dalle cose, non dalle regole

    “Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione”. Questo è stato il metodo di lavoro seguito dal progetto di Bologna Le città come beni comuni. Nella fase di avvio nei tre quartieri di Navile, San Donato e Santo Stefano si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie e poi, una volta entrati nella fase operativa, ci sono stati periodici  incontri per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento in modo tale da trarne indicazioni su come andare avanti, correggendo gli errori.

    Un regolamento che migliora nel tempo

    Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, ha redatto il regolamento comunale che disciplinerà la collaborazione fra cittadini e amministrazione. Sottoposto all’esame dei dirigenti del Comune e di giuristi di varie università e infine portato in Giunta per l’approvazione finale, il 22 febbraio il regolamento sarà messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia attraverso il sito di Labsus e altri siti.

    Ogni Comune potrà scaricarlo, adattandolo alle proprie esigenze. Le diverse versioni che man mano saranno elaborate nei vari Comuni saranno a loro volta pubblicate nel sito di Labsus, creando così nel tempo un patrimonio di normative locali a disposizione di tutte le amministrazioni.

    Ufficio stampa:

    Comune di Bologna
    Cristiano Zecchi – 335.1362368 – cristiano.zecchi@comune.bologna.it

    Labsus Laboratorio per la Sussidiarietà
    Fabrizio Rostelli – 339.6059376 – rostelli@labsus.net

    Centro Antartide
    Sara Branchini – 339.8412305 – sara.branchini@centroantartide.it

    Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
    Paola Frontera – 320.4395813 – ufficiostampa@fondazionedelmonte.it

    Qui il video della giornata di presentazione

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      A Cutigliano (Pistoia) i cittadini lanciano “Ripuliamo il paese”

      30 luglio 2015 | Notizie Notizie

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        Palazzo dei capitani in estate

        Percorrendo la strada statale dell’Abetone, non appena il paesaggio si apre lasciandoci scorgere il crinale appenninico e la caratteristica fisionomia del Libro Aperto, l’antico borgo medievale di Cutigliano ci appare sulla destra, nascosto tra una folta vegetazione. Elegante, aristocratico, ricco di storia, Cutigliano è uno dei borghi più belli della Montagna Pistoiese, e dell’intera Toscana.

        Romano Biolchini, 61 anni, cutiglianese, imprenditore da una vita, è un uomo concreto. Chi lo conosce, soprattutto i giovani del paese, sa bene di poter contare su di lui quando c’è bisogno di un aiuto per il bene di Cutigliano. E’ così che è nata, nell’estate 2014, “Ripuliamo il paese”, l’iniziativa dei cittadini per il decoro di Cutigliano. Promosso da Biolchini e dal Centro Commerciale Naturale di Cutigliano, in collaborazione con il Comune, il progetto ha visto coinvolti 12 volontari lo scorso 22 giugno. I partecipanti, tutti giovani, sono commercianti e imprenditori. I volontari, aiutandosi con gli strumenti messi a disposizione dal Comune di Cutigliano (scope, sacchi etc.) e con gli attrezzi portati da casa, hanno ripulito la bellissima passeggiata panoramica di San Vito. Gli operai del Comune di Cutigliano sono intervenuti in aiuto dei cittadini, recuperando gli sfalci e i rifiuti raccolti lungo il percorso. Anche chi non ha potuto partecipare direttamente ha comunque offerto il proprio contributo: alcuni esercizi commerciali, infatti, hanno offerto il pranzo ai volontari.

        Biolchini immagina un paese accogliente e curato, capace di trasmettere i valori della qualità della vita ai numerosi turisti che, d’estate, salgono a Cutigliano per sfuggire al caldo della pianura: «L’immagine del paese è fondamentale per il turismo, che è la nostra principale attività economica. Dobbiamo guardare al di là del nostro recinto personale se vogliamo creare un vantaggio tangibile per tutti i cittadini». La cittadinanza attiva si lega quindi alle attività economiche. Il decoro diventa componente essenziale dello sviluppo economico e della vivibilità.

        L’unione fa veramente la forza. Il Comune di Cutigliano ha dimostrato di essere un soggetto partecipe, capace di cogliere il forte segnale arrivato dai cittadini. Il vicesindaco Franco Giani (presente alla pulizia della passeggiata di San Vito lo scorso 22 giugno), evidenzia l’importanza della collaborazione con i cittadini: «L’amministrazione comunale è pronta a intervenire per supportare i cittadini che intendono prendersi cura del paese e del territorio. Vogliamo estendere il modello di “Ripuliamo il paese” anche alle frazioni, dove alcuni consiglieri comunali fanno già da collegamento tra i cittadini attivi e l’ufficio tecnico del Comune». Secondo Giani, le numerose associazioni di volontariato si potrebbero prendere cura di un particolare luogo di Cutigliano, o di una delle numerose frazioni.
        “Ripuliamo il paese” non si ferma in vista dell’inizio della stagione turistica estiva. Nei prossimi giorni, infatti, ci sarà un nuovo intervento di pulizia nel centro di Cutigliano.

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          Lampedusa, ferragosto di agricoltura e cultura

          | Notizie Notizie

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            Lampedusa, spiaggia dei conigli

            Nonostante le difficoltà e le importanti responsabilità delle situazioni che si trova quotidianamente ad affrontare, Lampedusa ha dimostrato fino ad oggi di essere forte e capace, all’altezza del ruolo evocato dalla sua nota definizione: porta d’Europa.
            Ed è proprio per la dignità dimostrata che con il progetto Porto l’orto a Lampedusa l’associazione Terra! vuole sostenere questa così accogliente comunità che tanto fa, senza però essere a sua volta adeguatamente aiutata e valorizzata nelle sue qualità e potenzialità.

            In che modo? Mediante la creazione di orti urbani che possano essere funzionali sia in termini sociali, sia ambientali. A partire dalla pulizia e sistemazione dei luoghi destinati alla coltivazione, fino alla coltivazione stessa, tali orti possono, infatti, fortificare, far riemergere e tener saldi i legami del tessuto sociale lampedusano, e al contempo restituire spazi agricoli sempre meno numerosi sull’isola, anche sperimentando nuovi metodi e nuove tecniche di coltivazione, a vantaggio dell’ambiente.

            In particolare, il progetto prevede, per la settimana di ferragosto (8-15 agosto) una serie di incontri e azioni pratiche aperte alla cittadinanza, volti non soltanto alla graduale e comune costruzione degli orti, ma anche alla promozione della conoscenza culturale e ambientale dell’isola, spesso nascosta e dimenticata dietro al peso delle più evidenti responsabilità. Tali eventi vedranno pure il coinvolgimento attivo di persone e associazioni che già agiscono nel terzo settore e nel settore dell’ambiente per preservarlo e valorizzarlo.

            Per maggiori informazioni, lampedusa@terraonlus.it

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            La Carta di lampedusa

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              A Moncalieri dal degrado sorge un Giardino incantato

              28 luglio 2015 | Notizie Notizie

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                Giardino incantato

                Cosa hanno in comune un parrucchiere ed un giardino pubblico abbandonato? Apparentemente nulla. In questo caso, invece, sono legati da una bella storia a lieto fine di cittadinanza attiva.
                Antonio è un parrucchiere di Moncalieri che qualche tempo fa, passeggiando con il figlio e la compagna nelle vie non lontane dal suo salone, notò lo stato di abbandono del parco pubblico di via Cristoforo Colombo. Pensò che fosse un peccato non avere a disposizione delle famiglie uno spazio verde dove rilassarsi e dedicare del tempo alla famiglia. Poco dopo venne a conoscenza del fallimento di un progetto dedicato ai bambini previsto proprio per quell’area, così decise di attivarsi ed iniziare a prendersi lui stesso cura di quello che di lì a poco sarebbe diventato un “Giardino incantato”.
                Si reca in comune, fa sì che la sua attività sia resa ufficiale e possibile e si mette all’opera: comincia a tagliare l’erba, a pulire le vie, insomma, a fare con quello spazio ciò che quotidianamente fa con le persone: lo mette a nuovo.
                La sua iniziativa entusiasma i moncalieresi che, consapevoli delle difficoltà di dare un’effettiva nuova vita al parco a causa della scarsità delle risorse, decidono di contribuire volontariamente a rendere concreta l’idea del parrucchiere: clienti e colleghi sono in prima fila per portare il loro aiuto, c’è chi mette a disposizione il proprio tagliaerba, chi anonimamente lascia fuori dal suo salone delle tavole tagliate su misura per costruire nuove panchine, chi regala la vernice per pitturarle e rifinirle, chi si occupa dei fiori.
                Il progetto di Antonio si rivela un successo, tanto che il risultato dei lavori ha convinto l’associazione “Casa Zoe” a trasformare il parco in un luogo dedicato alle attività per i bambini.
                Oggi il “Giardino incantato” è pieno di vita e dalla sua apertura sono nati un’associazione no profit ed un libro, entrambi col suo nome. Il libro, in particolare, grazie alla vendita nei negozi di Moncalieri (e non solo) permette di raccogliere i fondi per l’acquisto dei giochi da sistemare nel parco, assieme a donazioni di enti e privati cittadini. Sono stati creati anche una pagina facebook, Il Giardino incantato – Enchanted garden ed un blog www.ilgiardinoincantato.eu, che permettono di essere aggiornati sulle iniziative e sugli sviluppi di questo luogo magico.
                Antonio, nel giorno del compleanno del figlio, ispirazione e motivo della sua iniziativa, scrive su facebook una frase che racchiude lo spirito di questo progetto: “Oggi è il compleanno di Andrea, il mio bimbo. E’ per lui che ho deciso di adottare il giardino incantato, perché possa vedere che anche nei momenti difficili, quando la nausea del fallimento ci assale, c’è sempre la possibilità di cambiare le cose, anche attraverso un piccolo progetto come questo.
                Non c’è bisogno di grandi capitali o risorse per cambiare le cose. La volontà di partecipare e contribuire al benessere della collettività può rendere concreta la più magica delle idee.

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                  I migranti come risorsa nella prospettiva dell’amministrazione condivisa

                  | Il punto di Labsus Notizie

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                    Nei manuali di Sociologia delle migrazioni si impara qualcosa di molto distante dal senso comune, perché non è vero che migra chi è povero di risorse. Al contrario, per migrare bisogna avere una marcia in più. Anzi, molte: “Gli immigrati arrivano prevalentemente da paesi che si trovano in una posizione intermedia nelle classificazioni internazionali basate sugli indici di sviluppo umano (comprensivi del reddito pro capite, ma anche di diversi altri indicatori, come i livelli di istruzione, la mortalità infantile, la dotazione di servizi sanitari, ecc.). […] Inoltre, non provengono generalmente dagli strati più poveri del paese d’origine, ma semmai prevalentemente dalle classi medie. […] Devono disporre di buona salute, efficienza fisica, capacità di lavoro. Se si trovano nella necessità di investire risparmi familiari o chiedere prestiti per poter partire, devono poter fare affidamento su una buona reputazione personale” (Ambrosini, 2005, 38-39)

                    Anche sulle questioni migratorie il paradigma bipolare frana: non c’è politica di contenimento che tenga

                    Su un altro punto gli studiosi sono concordi: le politiche di controllo per respingere i flussi migratori, o anche solo per contenerli, sono quasi sempre fallite. Mettendosi nella prospettiva dei migranti, peraltro, la spiegazione è immediatamente più chiara: “[…] Ostacoli legali e burocratici nei confronti delle migrazioni e dell’insediamento sono stati visti non come barriere assolute, bensì soltanto come fattori da tenere in conto nelle strategie personali, nelle reti migratorie e nelle infrastrutture comunitarie” (Castles, 2002, 1145-1146). Il paradigma bipolare, ancora una volta, è fallito e continua a fallire: ogni volta che i governati delegano interamente la questione migrazioni ai governanti, la storia dimostra che questi ultimi non sono praticamente mai stati in grado di affrontare da soli la complessità della questione. Dovrebbe esserci ormai chiaro che occorre trovare un’alternativa alla regolazione solo dall’alto e solo politica dei fenomeni migratori.

                    La terza via, oltre i limiti delle posizioni paranoiche e moralistiche

                    La paura della diversità è una delle più profonde e calcificate ragioni tanto dei pregiudizi reciproci tra popolazioni (“chi non ha le nostre stesse risorse non ha risorse, dunque ci impoverirà”) quanto delle sempre funzionanti retoriche governative improntate alle promesse, costantemente inattese, di respingere i flussi migratori. Secondo Villa e Tognassi (2012) le soluzioni che attuiamo quando si parla di aprire i nostri confini culturali sono due: paranoia da un lato, moralismo dall’altro. Questa contrapposizione vede confliggere chi sostiene che aprirsi significhi indebolirsi contro chi sostiene che significhi invece arricchirsi, contaminandosi. La terza via, secondo questi due psicoterapeuti, esiste e consiste nel vivere davvero l’incontro con chi è diverso. Solo nell’esperienza reale dell’interazione con lo straniero si ha l’opportunità di testare gli schemi che ci siamo costruiti nel tempo, di capire la cultura nella sua dinamicità, quasi prendessimo in mano uno specchio e incontrassimo lo straniero che è in noi. Il rispetto per i migranti passerebbe insomma dalla prova empirica, non da posizioni ideologiche e tanto meno buoniste.

                    L’amministrazione locale di flussi globali: un punto di vista fondamentale ma trascurato

                    Gli studi sulle migrazioni sono per loro stessa natura geopolitici. La letteratura sulle dinamiche migratorie si focalizza sulla conoscenza e l’interpretazione dei flussi a scala globale. In Occidente l’attenzione si è a lungo concentrata sulle politiche nazionali per i migranti e gli studiosi che ritengono che il livello locale sia altrettanto importante sono una minoranza. Tra questi Tiziana Caponio, che attraverso lo studio del gioco fra attori non solo pubblici a Milano, Bologna e Napoli (2006), ha descritto come i comuni in Italia abbiano svolto un ruolo centrale nel governare l’accoglienza agli stranieri, l’accesso ai servizi, le dinamiche di conflitto e/o di integrazione. Anche Hanley, Ruble e Garland (2008) curano un libro in cui raccolgono casi sparsi nel mondo di “città rinegoziate” sostenendo la tesi che le comunità urbane ospitanti non sono così statiche, né i migranti così passivi, come le politiche assimilazioniste sovra-locali sono solite suggerire.

                    Se l’amministrazione è condivisa, il livello locale diventa il luogo delle collaborazioni possibili

                    Chi segue il dibattito sull’amministrazione condivisa sa che l’ipotesi è la seguente: solo attraverso la collaborazione tra soggetti pubblici, cittadini e soggetti del terzo settore si possono affrontare le sfide più complesse della democrazia. Tale proposta teorica è fertile di possibili sperimentazioni a livello locale, che va assunto come livello privilegiato di sperimentazione. Proprio di fronte al complesso tema dei flussi migratori che stanno raggiungendo l’Italia (più per percorrerla che per eleggerla a nuova patria) non ci sono scorciatoie percorribili, per così dire, “in solitaria”. Bisogna trovare insieme il sentiero quando questo è in qualche modo indicato, o tracciarlo per la prima volta quando ancora non esiste. È il caso di dire che siamo di fronte ad una delle più nobili sfide non solo alla nostra democrazia, così come è, ma anche alla democrazia come vorremmo che fosse.

                    Tracce di amministrazione condivisa/1: i coniugi Catambrone salvano 4.000 profughi aiutando lo Stato

                    Nel 2014 Regina e Christopher Catambrone, una imprenditrice di origini calabresi e suo marito, un uomo d’affari italo-americano, decidono di destinare i loro risparmi non al classico investimento immobiliare, bensì a comprare una imbarcazione, due gommoni e alcuni droni che possano servire a salvare vite umane nel Mediterraneo. Il sentiero non era tracciato, lo tracciano loro: iniziano con una collaborazione con Mare Nostrum sulla base di un accordo informale, cooperano con Medici senza frontiere, salvano circa 4.000 profughi e commentano: “C’è molta enfasi attorno a una circostanza che non dovrebbe stupire: noi, da cittadini, aiutiamo lo Stato, gli Stati” (Lauria, 2015).

                    Tracce di amministrazione condivisa/2: a Siracusa la società responsabile si prende cura dei migranti

                    In diverse città italiane si assiste a iniziative della società responsabile locale, che su base volontaria e in modalità di autofinanziamento mettono in rete diverse realtà. A Siracusa, ad esempio, l’associazione Accoglierete “[…] non gestisce un centro di accoglienza, né riceve contributi pubblici, ma offre un servizio di tutela legale, mediazione culturale e accoglienza diffusa ai minori stranieri soli che arrivano sul territorio […] grazie all’attivazione di un gruppo di persone molto preparate in materia, oltre a 150 cittadini che si offrono di fare i tutori e famiglie affidatarie. […] I tutori consentono l’avvio delle pratiche legali necessarie e obbligatorie per legge” (La Delfa, 2014). Barbara Sidoti, ex funzionaria internazionale e tutor, racconta: “La parte che mi piace di più di questo ruolo è quella relazionale. Amo parlare con loro: affrontiamo temi importanti, di religione, di politica, di differenze tra mentalità e costumi, ma parliamo anche delle loro aspirazioni, dei loro sogni. Mi piace vederli aprirsi piano piano al nostro mondo e scoprire quanto diverso sia il loro modo di pensare e di vivere da quello che immaginavo prima di conoscerli” (ibid.).

                    Dalle esperienze pilota sparse in Italia ai patti di collaborazione con i migranti

                    Sarebbe lungo elencare le tante altre tracce di amministrazione condivisa presenti in Italia: le innumerevoli esperienze di accoglienza diffusa in corso da decenni in Puglia, ad esempio, o la straordinaria intelligenza del sindaco calabrese che ha saputo vedere nei migranti la risorsa indispensabile a ripopolare e far vivere Riace (Sasso, 2012). Ma la domanda che vorremmo porre in conclusione a questi ragionamenti è se il Regolamento di Labsus, che sempre più amministrazioni pubbliche italiane stanno adottando, possa funzionare affinché i migranti, al pari dei cittadini italiani, vengano considerati una risorsa.

                    Si possono vivere esperienze pilota insieme a chi è diverso? I patti di Terni.

                    Se l’amministrazione fosse condivisa, come cambierebbe la questione immigrazione? A Terni, città che ha adottato il Regolamento per la cura e la rigenerazione dei beni comuni, è in corso la stipula di tre patti di collaborazione che noi di Labsus consideriamo veri e propri “apripista” rispetto ai temi qui trattati. Li riportiamo di seguito in allegato, precisando che si tratta di bozze, nella speranza che ispirino il maggior numero di soggetti pubblici, del terzo settore e cittadini impegnati nell’obiettivo di vivere esperienze pilota insieme con chi viene da lontano e può aiutarci a migliorare. Basta con paranoie e moralismi: è ora di provare a impostare collaborazioni in cui si formano nuove alleanze (nei patti di Terni soggetti molto diversi si stringono la mano!) e in cui insieme con i migranti (in questo caso ospitati nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) si fanno davvero cose come prendersi cura di alcuni spazi della città e organizzare attività di animazione del territorio.

                    Scarica in allegato le bozze dei patti di collaborazione di Terni sul tema dell’integrazione.

                    Riferimenti

                    LEGGI ANCHE:

                     

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                      C.RE.A. Smart Cities!

                      | Cultura Tesi

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                        cluster

                        È evidente che una città intelligente oggi in Italia non sia e non possa essere questo: è certamente meno anacronistico definire una smart city come una realtà urbana che utilizza nel modo migliore le proprie risorse infrastrutturali ed economiche (poche), territoriali e culturali (molte) per produrre occupazione ed inclusione sociale e per innescare meccanismi virtuosi e processi di rigenerazione urbana, evitando gli sprechi finanziari ed il consumo di risorse limitate, come il suolo.
                        I nuovi modelli di gestione urbana propongono, ormai in tutto il mondo occidentale, sfide di open government, che vedono i cittadini partecipare in prima persona al processo decisionale, evitando di subire passivamente le decisioni imposte dall’alto, con le tradizionali forme di governo top-down.
                        In un’ottica di progressivo miglioramento della qualità della vita i cittadini dovranno diventare “sensori umani” di percezione, per “misurare” la qualità della vita nelle città, fornire idee, esperienze, critiche costruttive, per co-progettare strutture e servizi più funzionali, insieme alle pubbliche amministrazioni.

                        Prima vengono i cittadini intelligenti

                        Prima di cominciare ad immaginare e progettare occorre, però, lavorare sulla costruzione di qualcosa che in molti Paesi europei già esiste: l’idea di bene comune. Una città non è intelligente se l’intelligenza non appartiene in prima istanza a chi la abita e se non è il rispetto a muovere le azioni quotidiane di quelli che in gergo vengono definiti city users, termine che appare descrivere la città come un oggetto da consumare, deturpare, sfruttare, senza dare nulla in cambio.
                        È di certo più sostenibile il termine “cittadino attivo” citato nel Regolamento di Labsus. E questo non è affatto un caso. Accrescere nei cittadini il senso di responsabilità nei confronti del patrimonio comune urbano, che costituisce sì una ricchezza, un diritto di cui godere, ma determina anche il dovere di aver cura dei beni comuni, affinché possano continuare a costituire lo scenario per la vita dei futuri cittadini è l’obiettivo verso cui tendere. C.RE.A! (Clusters RE-think About) Smart cities – Sviluppo di network per il governo condiviso del territorio: proposte per i percorsi partecipati di smart specialization della Puglia” è uno percorso di studio cominciato durante il master “Il progetto della smart city” dell’Università di Firenze, attraverso cui ho provato ad immaginare come la collaborazione tra associazioni di cittadini (i clusters, per l’appunto) e le amministrazioni locali possa influenzare la crescita e la rigenerazione delle città. In particolare mi sono soffermata sulle realtà nate recentemente in Puglia.

                        I clusters

                        I  clusters sono il fulcro della sperimentazione di forme governo condiviso del territorio. Clusters è una parola che significa sostanzialmente la stessa cosa per tutti i campi dello scibile umano in cui viene adoperata: un gruppo di oggetti o soggetti omogenei per qualche caratteristica. Tuttavia il significato che il termine assume in astronomia è di gran lunga il più interessante e può costituire fonte di ispirazione: un cluster è un ammasso stellare, un gruppo denso di stelle, che con tutta probabilità, essendo così vicine, sono nate nello stesso momento dalla medesima nebulosa e quindi hanno all’incirca la stessa età e composizione chimica (fonte: wikipedia, in stile open source). Il termine cluster costruisce quindi una metafora che ha colpito il mio immaginario. In un’idea legata alle mie radici pugliesi ho pensato che come i clusters stellari illuminano il cielo notturno, allo stesso modo i gruppi di cittadini con la propria forza sociale possono risollevare un territorio, “illuminandolo” attraverso la collaborazione per un obiettivo comune.

                        L’esperienza della Puglia

                        In Puglia, anche grazie a politiche nate per tentare di arrestare la già copiosa fuga dei cervelli, sono state attuate alcune iniziative come Principi Attivi o i bandi per i Living Labs. Questo contesto culturale ha prodotto esperienze virtuose strettamente connesse con il territorio: tra queste il gruppo di Pop Hub di Bari ha realizzato un network che si occupa, tramite tecnologie VGI (Volunteered Geographic Information), della mappatura di edifici dismessi, pugliesi e non, al fine di promuoverne e facilitarne la riattivazione. Interessanti sono altre esperienze come quella di Vuoti a Rendere di Gravina in Puglia o di Esperimenti Architettonici di Altamura, che si occupano dell’organizzazione di iniziative per la rigenerazione e ripopolazione dei centri storici, che versano in condizioni di abbandono. Il Regolamento di Labsus può rappresentare per la Puglia, ricca di piccole realtà come quelle appena descritte, un’opportunità di sviluppo, lo strumento per creare un legame tra amministrazioni e cittadini, attraverso la stipula di patti di collaborazione per la gestione dei beni. Alcuni comuni pugliesi hanno già approvato il Regolamento, soprattutto nel brindisino, dove erano presenti associazioni già promotrici di iniziative spontanee di partecipazione dal basso. Questo conferma quanto la presenza dei clusters sul territorio costituisca una base su cui lavorare per creare città davvero attive. Quando le risorse economiche non sono presenti la creatività può costituire un mezzo non solo per migliorare l’ambiente costruito, ma anche per creare occupazione e per migliorare il contesto sociale attraverso un approccio diverso alla gestione del territorio, che passi attraverso il principio di sussidiarietà orizzontale. Si tratta di stravolgere il modo di guardare: una criticità non è semplicemente uno squarcio sul territorio, bensì un potenziale nodo peculiare da cui ripartire per il rilancio dell’intera area su cui esso sorge. Un’amministrazione attenta a questo tipo di politiche di rigenerazione, piuttosto che al consumo di suolo, insieme a dei cittadini attivi, che decidono autonomamente di riappropriarsi degli spazi, come è avvenuto per la Caserma Rossani di Bari, sono gli ingredienti che devono esistere su un territorio per consentire il cambiamento. La Puglia ha buone basi su cui lavorare e crescere, in questo senso.

                        La partecipazione, la collaborazione, l’inclusione sociale, la creatività, la ricerca di vie sempre più istituzionalizzate per operare, come il regolamento e la stipula di patti di collaborazione, è la chiave per costruire un masterplan per rendere più intelligenti, efficienti, amichevoli le città, non solo pugliesi.

                        Scarica in allegato la tesi dell’architetto Cecilia Surace.

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                          Rione Pelizza a Pavia: gli attori locali insieme per la rigenerazione urbana

                          | Beni comuni Rapporti sociali Risorse pubbliche Vivibilità urbana

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                            pelizza (1)

                            In una di queste iniziative, la rigenerazione del parco Martinetti, i cittadini hanno preso parte ad un processo di riqualificazione di uno spazio pubblico, mostrando come la partecipazione, se ancorata ad una domanda del territorio, possa essere un canale privilegiato per promuovere sviluppo locale.
                            Il rione Pelizza di Pavia, situato in una zona periferica della città lombarda, si compone di una zona residenziale a cui si affianca un’area popolare: due realtà tra loro molto diverse dal punto di vista socio-economico. Caratterizzato dalle differenze e contraddizioni che investono buona parte delle periferie contemporanee, il quartiere viene descritto dai suoi abitanti come: “Disgregato, insicuro, senza luoghi né occasioni di aggregazione, senz’anima e senza una vera comunità di cittadini. Diffidente e chiuso, senza comunicazione e senza collaborazione, con crescenti problemi di disagio giovanile, contraddistinto da alcuni luoghi caratterizzati da gravi emergenze sociali”.

                            La coesione sociale diventa motore del cambiamento

                            pelizza (4)Il progetto “Qualcosa di Nuovo sul Fronte Occidentale” nasce proprio dall’esigenza di rigenerare il tessuto sociale urbano attraverso iniziative che, intervenendo sui luoghi del quartiere, puntino a promuovere la coesione sociale e il senso di appartenenza. La cooperativa sociale Centro Servizi Formazione, in accordo con il comune di Pavia e attraverso il finanziamento della fondazione Cariplo, si propone come capofila di un progetto volto alla rigenerazione di alcuni spazi pubblici, attraverso il ripensamento della loro destinazione d’uso assieme ai cittadini, considerati contestualmente come attori e veicoli del cambiamento.
                            Il progetto prende piede nel 2013 e per i tre anni a seguire vedrà coinvolti cittadini, imprese sociali, associazioni, Comune di Pavia e ALER (associazione delle case popolari) in azioni finalizzate allo sviluppo locale ed all’attivazione pubblica nella gestione dei beni comuni.
                            Il processo di ricostruzione e rianimazione, non solo topografica ma anche simbolica del quartiere, verte sulla creazione di una sinergia tra gli attori locali, cittadini, amministrazione, imprese sociali e associazioni, con l’obiettivo di intervenire entro i luoghi della convivenza sociale, favorendo la risignificazione degli spazi pubblici.

                            La rigenerazione del parco Martinetti

                            pelizza (5)Il nuovo parco di via Martinetti, collocato nel rione Pelizza, a nord-ovest della città di Pavia, rappresenta un luogo che per lungo tempo ha vissuto uno stato di degrado e sotto-utilizzo da parte della cittadinanza. Per questo, un’azione del progetto “Qualcosa di Nuovo sul Fronte Occidentale” è stata proprio pensata in funzione di una rigenerazione partecipata del parco, per recuperarne le potenzialità.
                            Principalmente usato per portare i cani a passeggio, il parco è stato per lungo tempo abbandonato all’incuria, nell’indifferenza della popolazione locale. Il progetto di rigenerazione partecipata ha voluto insistere proprio sulla costruzione di una rappresentazione diversa di questo spazio e sulla promozione di comportamenti che ne valorizzassero le risorse. In questo senso, il processo di coinvolgimento della cittadinanza è stato costruito gradualmente sul territorio, attraverso delle azioni volte a stimolare in maniera crescente l’interesse per l’area e la partecipazione pubblica nelle azioni di riqualificazione.

                            Si inizia nella primavera 2014, quando il comune di Pavia ha dapprima installato una recinzione attorno al parco volta a proteggere lo spazio da usi impropri. Poche settimane dopo è stata organizzata una giornata di pulizia del parco e delle zone limitrofe che, oltre al coinvolgimento dei cittadini e delle organizzazioni civiche, ha visto l’azienda municipalizzata fornire il materiale ed il supporto tecnico necessario. Infine, nel luglio dello stesso anno, è stato organizzato un picnic estivo che ha visto partecipare oltre agli organizzatori del progetto, le associazioni di quartiere ed un gruppo di circa trenta cittadini. L’evento, caratterizzato da un clima informale e conviviale, ha dato avvio ad un processo di ripensamento collettivo dello spazio pubblico e dei suoi usi da parte dei cittadini che, in maniera spontanea, hanno cominciato a valorizzarne le potenzialità.

                            Nel corso dell’inverno dello stesso anno sono stati realizzati tre incontri di progettazione partecipata presso una biblioteca locale dove cittadini, associazioni locali e l’amministrazione di Pavia si sono confrontati su desideri, rappresentazioni e possibili utilizzi futuri del parco Martinetti. Uno di questi incontri ha visto protagonisti alcuni bambini del quartiere che, attraverso un laboratorio, hanno preso parte al processo di progettazione partecipata esprimendo le loro attese sulla riqualificazione del parco con il linguaggio del disegno.
                            pelizza (2)L’oggetto di discussione che ha animato questi eventi è stata inoltre la destinazione d’uso dei fondi messi a disposizione dall’amministrazione locale (circa 10.000 euro) per riqualificare l’area, tenendo a mente l’esigenza di promuovere un cambiamento che fosse coerente con le esigenze e le aspettative della cittadinanza. Ne è emersa la volontà di dotare l’area di strutture che rispondessero ad un duplice bisogno di aggregazione della popolazione adulta (aree picnic con tavoli sedie e fontanella) e di svago dei bambini del quartiere (area giochi con scivoli, altalene e dondoli).
                            Gli eventi di concertazione hanno permesso ai cittadini non solo di prender parte in prima persona al processo di ripensamento di uno spazio pubblico ma, attraverso tale coinvolgimento, questi hanno potuto sperimentare nuove modalità di relazione tra loro, con l’amministrazione e le associazioni locali. Ad emergere visibilmente è stata la forte motivazione all’aggregazione che, attraverso il parco Martinetti, si è sviluppata ed articolata proprio attorno al pretesto del lavoro su un luogo “reale”.

                            I cittadini come attori di un processo di cambiamento

                            Programma+17+maggio+validatoA partire dal lavoro sulla riqualificazione del parco Martinetti, diverse aree del rione Pelizza sono state investite da un cambiamento in termini di rappresentazione d’uso da parte della cittadinanza.
                            La biblioteca locale “Bolocan” ne è un chiaro esempio: da luogo poco frequentato e scarsamente valorizzato, è stata resa teatro degli incontri di progettazione partecipata e, da quel momento, la sua immagine è cambiata divenendo un centro di confronto, ospitando inoltre laboratori rivolti ai bambini. Allo stesso modo, il progetto ha stimolato nei cittadini la consapevolezza di potersi pensare come attori dei processi di cambiamento: sono infatti emerse ulteriori domande di riqualificazione partecipata di spazi pubblici vissuti come sotto-utilizzati, quali ad esempio il campo sportivo o il centro anziani del quartiere.

                            Nel caso in esame il processo di progettazione partecipata si è configurato come prodotto di un percorso che ha progressivamente esplicitato e reso cogenti i desideri della popolazione locale, offrendo uno spazio per la costruzione condivisa di un bene comune. Alle spalle del lavoro teso alla cura del bene comune-parco vi è stata una forte spinta esercitata dalle istanze sociali della popolazione. Queste ultime d’altronde, possono esser esse stesse considerate come un bene comune, in quanto vettori del cambiamento e spinta verso la valorizzazione del territorio.

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                              Progettazione partecipata, l’esperienza della ludoteca di Cortona

                              27 luglio 2015 | Notizie Notizie

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                                ludoteca cortona

                                L’idea di realizzare un progetto di apprendimento cooperativo nasce sotto il segno di una fortunata coincidenza e di una nuova esigenza, la ludoteca necessitava infatti di trovare nuovi spazi dato che i precedenti non erano sufficientemente adatti alle esigenze dei bambini. Per questo motivo il servizio è stato trasferito al piano terra di Palazzo Vagnotti, edificio che al primo piano ospita l’Istituto professionale per i servizi sociali “Severini”.
                                Questa coincidenza tra l’indirizzo della scuola cui si intendeva chiedere la disponibilità di locali e il servizio da allestire hanno portato alla conclusione che per realizzare un servizio utile alla comunità fosse necessario coinvolgere gli studenti dell’istituto arrivando così ad individuare come modalità di lavoro quella della progettazione partecipata.
                                L’allestimento dei nuovi spazi per la ludoteca ha portato dunque non solo al miglioramento del servizio stesso offrendo spazi più consoni e confortevoli per i bambini, ma ha anche qualificato positivamente l’ambiente scolastico incentivando percorsi di tirocinio pomeridiano per gli studenti nonché la realizzazione di esperienze formative.
                                Gli studenti coinvolti nel progetto si sono dimostrati entusiasti per la realizzazione di un servizio concreto ed utile per tutta la città e sono stati coinvolti in ogni fase della sua implementazione, dalla fase preliminare attraverso lo studio di piani di fattibilità, costi, normative di riferimento ed autorizzazioni necessarie, fino all’allestimento finale della ludoteca concludendo in questo modo il percorso di apprendimento cooperativo.

                                Progettazione condivisa

                                L’esperienza della ludoteca di Cortona ha rappresentato un percorso condiviso in ogni suo passo, anche per quanto riguarda la progettazione stessa della attività. Gli studenti dell’Istituto “Severini” hanno deciso di chiedere direttamente ai bambini quali fossero le attività che potevano essere realizzate all’interno degli spazi della ludoteca, analizzando le abitudini di gioco degli stessi attraverso la realizzazione di un questionario.
                                Gli studenti hanno quindi realizzato il questionario e lo hanno somministrato ai 58 bambini della scuola dell’infanzia e agli 84 della scuola primaria con il fine di tradurre i desideri dei piccoli intervistati in opportunità e spazi organizzati sulla base di ciò che si ha a disposizione.
                                Il momento della raccolta dati è stato il più emotivamente coinvolgente per gli studenti che hanno partecipato, potendo in questo modo mettere in pratica quanto appreso durante il loro percorso di studi attraverso una condivisione empatica ed emotiva con i giovani.
                                Il servizio di ludoteca ha dunque avuto il merito di coinvolgere l’intera città secondo le diverse fasce di età: dai bambini che usufruiscono del servizio fino ai giovani che si sono adoperati per realizzarlo, ma anche agli adulti e gli anziani che vengono coinvolti nelle attività ludiche, favorendo in questo modo, in un clima fecondo di condivisione umana e sociale, la possibilità del bambino di scegliere, di sperimentare e di creare in libertà ed autonomia.

                                Foto tratta da www.coopathena.org
                                In allegato il documento di progettazione della ludoteca.

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                                  Il Papa, i sindaci e il futuro del pianeta

                                  | Società Sostenibilità

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                                    favelas

                                    L’interesse del Pontefice per i sindaci delle grandi città del pianeta – erano presenti tra gli altri il sindaco di New York, quello di Parigi, Bogotà, Madrid, Roma – recupera uno dei temi portanti del suo pontificato: portare le periferie del mondo al centro del sistema. Le città divengono così la metafora del mondo contemporaneo, capace di produrre sviluppo e ricchezza, ma anche esclusione sociale e indifferenza.
                                    Come ha detto il Pontefice nel suo intervento all’incontro “una delle cose che più si nota quando l’ambiente, la creazione non è curata, è la crescita a dismisura delle città”.  Gli stessi fenomeni migratori non sfuggono a questa dinamica: la gente viene nelle grandi città, “semplicemente perché il mondo rurale non dà loro opportunità”.

                                    Laudato si’: l’alternativa è possibile

                                    L’incontro ha fornito lo spunto per avviare una riflessione sull’enciclica Laudato si’ dedicata da Papa Francesco al recupero del rapporto tra l’uomo e l’ambiente, in quanto, come scrive il Pontefice, “l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale”. Il degrado ambientale amplia a dismisura il divario tra i paesi ricchi e quelli poveri, reiterando la divisione tra un nord ricco, ma povero di risorse e un sud povero, ma ricco di risorse.
                                    “There is no alternative” (la celebre sindrome TINA), sembra essere lo slogan che ha alimentato le scelte politiche negli ultimi decenni. Al contrario secondo il Papa c’è sempre una via alternativa, anche se per percorrerla c’è bisogno di “cambiare il modello di sviluppo globale”, la qual cosa implica riflettere responsabilmente “sul senso dell’economia e sulla sua finalità, per correggere le sue disfunzioni e distorsioni” […] Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso”.

                                    Sussidiarietà: libertà e responsabilità

                                    Nell’individuare il ruolo della politica, l’enciclica richiama il principio di sussidiarietà, “che conferisce libertà per lo sviluppo delle capacità presenti a tutti i livelli, ma al tempo stesso esige più responsabilità verso il bene comune da parte di chi detiene più potere”.
                                    È così che si recupera il senso di una politica “che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi”, perché all’origine della crisi attuale si colloca la sottomissione della politica all’economia e di quest’ultima ai “dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia”.

                                    Impegni per un futuro sostenibile

                                    L’incontro di Roma si è chiuso con una dichiarazione congiunta firmata dal Papa e dai sindaci nella quale i firmatari si impegnano a:

                                    • favorire, nelle città e negli insediamenti urbani, l’emancipazione dei poveri e di coloro che versano in condizioni di vulnerabilità, riducendone l’esposizione a eventi estremi e catastrofi derivanti da profonde alterazioni di natura ambientale, economica o sociale;
                                    • porre fine agli abusi, allo sfruttamento, alla tratta delle persone e ogni forma di schiavitù moderna;
                                    • sviluppare programmi di reinsediamento e integrazione sociale a livello nazionale, al fine di evitare il rimpatrio forzato delle vittime della tratta;
                                    • favorire lo sviluppo di città sempre più socialmente inclusive, sicure, flessibili e sostenibili.

                                    Impegni importanti, ma soprattutto vincolanti, che fanno appello a quell’amore sociale, descritto nell’enciclica, che “insieme all’importanza dei piccoli gesti quotidiani, […] ci spinge a pensare a grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società”.
                                    Il prossimo appuntamento per mantenere gli impegni presi a Roma sarà al Summit sui cambiamenti climatici che si terrà a Parigi a dicembre di quest’anno, con l’augurio che non si risolva in un’occasione sprecata.

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                                      Corte costituzionale, 25 giugno 2015, n. 119

                                      | Corte costituzionale Diritto Giurisprudenza

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                                        La sentenza

                                        Alla corte costituzionale è offerta una nuova occasione per pronunciarsi sul servizio civile nazionale. Questa volta il caso è generato dalla decisione della corte di cassazione di avvalersi dell’art. 363, c. 3, codice di procedura civile, che consente di esercitare la funzione di nomofiliachia a prescindere dall’interesse per la risoluzione del caso di merito. Infatti, la controversia di base originava da un giudizio promosso contro il bando per il reclutamento del contingente dei volontari per il servizio civile ad opera di un cittadino straniero che ne contestava la natura discriminatoria, dal momento che la partecipazione era riservata ai giovani di cittadinanza italiana. Pur ottenendo tanto in primo grado quanto in corte d’appello l’accoglimento del ricorso, l’utilità delle decisioni giudiziarie era nel frattempo venuta meno in ragione del fatto che le prestazioni collegate a tale selezione erano nel frattempo esaurite e lo stesso ricorrente aveva acquisito la cittadinanza italiana successivamente. L’ovvia conseguenza di dover dichiarare l’inammissibilità del ricorso per sopravvenuto difetto di interesse, non ha impedito alla cassazione di voler comunque esprimere una valutazione di diritto sul principio discriminatorio invocato, ritenendo che – in ogni caso – sussistano ragioni di diritto obiettivo da chiarire costituendo la domanda occasione per definire una regola che ponga fine ai contrapposti orientamenti della giurisprudenza fin qui registrati.
                                        Il giudice delle leggi, chiamato in causa per l’impossibilità di dare una lettura conforme a costituzione della norma contestata (art. 3, c. 1, decreto legislativo n. 77 del 2002), ha accolto l’interpretazione della corte di cassazione ritenendo ammissibile il ricorso ed anzi incoraggiando l’istituto del ricorso a fini nomofilattici, dal momento che è “espressione di una giurisdizione che è (anche) di diritto oggettivo, in quanto volta a realizzare l’interesse generale dell’ordinamento all’affermazione del principio di legalità”. In questo modo si realizza la legalità costituzionale “attraverso l’incontro e il dialogo di due giurisdizioni che concorrono sempre (…) alla definizione del diritto oggettivo”. In altre parole, pur essendo la risoluzione della domanda di giustizia inutile per la soddisfazione della pretesa materiale, sussistono comunque ragioni di carattere obiettivo che fanno salva la risoluzione del caso concreto.
                                        Nel merito la corte costituzionale giudica illegittima la norma contestata.

                                        Il commento

                                        Accanto alle ragioni più prettamente processuali già messe in evidenza, la sentenza merita di essere evidenziata per l’apertura agli stranieri del servizio civile nazionale in contrasto con quanto disposto dall’art. 3, c. 1, d. lgs. n. 77 del 2002. Ritiene, infatti, la corte costituzionale che la trasformazione dell’istituto del servizio civile nazionale, divenuto nel corso degli ultimi anni un’organizzazione di servizi per la comunità fondato su base volontaria, consente di ascrivere tale esperienza tra quelle svolte per l’esercizio dei doveri inderogabili di solidarietà verso la comunità di cui si fa parte. È un modo attraverso il quale si può esercitare la difesa della Patria sancita dall’art. 52 cost. senza ricorrere all’uso delle armi, come già ampiamente affermato da giurisprudenza consolidata (cfr. sent. 228 del 2004).
                                        È dunque in questo elemento di appartenenza alla comunità che si esprime attraverso l’impegno sociale solidale che trova legittimazione il diritto degli stranieri, regolarmente soggiornanti, allo svolgimento del servizio civile. La solidarietà, l’impegno concreto per l’utilità generale è quindi un fattore concreto che suggella l’integrazione nella comunità che, dunque, deve trovare incoraggiamento nell’ordinamento giuridico per evitare che si trasformi in un’ingiusta discriminazione. Secondo la corte costituzionale impedire il pieno sviluppo della persona con tali discriminazioni significa sacrificare “il valore del servizio a favore del bene comune” che dunque viene citato per la prima volta quale elemento di integrazione.
                                        Normalmente si tende a pensare che siano i diritti a costituire un ineludibile fattore di integrazione, ma in questo caso assistiamo a un processo contrario: è l’esercizio di un dovere a sostanziare un diritto, ben oltre i limiti definiti dalla stessa legge. Risulta, infatti, interessante notare che l’attribuzione della difesa della Patria alla responsabilità del cittadino ben poteva legittimare margini di discrezionalità del legislatore tesi a definire quali cittadini siano chiamati a tale compito; eppure, il richiamo dei doveri di solidarietà attraverso cui avviene lo sviluppo della persona ha consentito al giudice di applicare direttamente la costituzione provocando un effetto giuridico più limitante nei confronti del legislatore di quanto lo stesso art. 52 sembra riconoscere. Il giudice costituzionale ha collegato direttamente elementi di fatto (la volontà di partecipare a un servizio per la comunità) con la costituzione superando anche i limiti stabiliti dalla legge. La cittadinanza effettivamente praticata prevale su quella legale.
                                        Il servizio civile così, ancora una volta, dimostra una forza potenziale di inclusione che anticipa progressi civili che si spera di non dover attendere ancora per molto per quanto riguarda i cittadini stranieri.

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                                          A Trento i giovani alle prese con smart city e beni comuni

                                          25 luglio 2015 | Notizie Notizie

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                                            Un momento dell'assemblea FuturaTrento

                                            Attraverso questa iniziativa si attiveranno spazi di condivisione per la riflessione partecipata di idee e saranno attuate misure di sostenibilità ambientale e la riqualificazione di alcuni spazi urbani, attraverso forme espressive giovanili legate all’arte e allo sport.
                                            Il progetto è coerente con la programmazione strategica dell’amministrazione comunale e in particolare con il Regolamento sulla collaborazione tra cittadini ed amministrazione per la cura e rigenerazione dei beni comuni urbani, approvato dal Consiglio comunale nello scorso mese di marzo.
                                            futura trentoIl progetto prevede la presenza di numerosi partner oltre al Comune di Trento come: The Hub Trentino-Sudtirol Sc, Fondazione Bruno Kessler, Museo delle Scienze, Unione italiana sport per tutti, Cooperativa sociale Arianna, Tavolo delle associazioni universitarie di Trento, Associazione Giovani della Cassa rurale di Trento, Associazione Orienta e Liceo delle scienze umane ed economico sociale Antonio Rosmini. Lo scorso 30 giugno si è svolto il primo incontro di questa iniziativa.
                                            All’incontro-laboratorio svoltosi nello spazio verde antistante il Muse ed il Palazzo delle Albere hanno partecipato circa 80 giovani che, dopo una presentazione istituzionale a cura degli assessori comunali Maria Chiara Franzoia e Chiara Maule, hanno interagito attraverso la simulazione del processo di creazione e sviluppo di idee.
                                            I partecipanti si sono divisi in sette gruppi sviluppando le sette macro aree di cui si occuperà il progetto: creatività, condivisione, sostenibilità, formazione, accessibilità, innovazione e benessere.
                                            I giovani dai 16 ai 35 anni, a cui il progetto si rivolge, sono chiamati a proporre idee innovative per co-progettare insieme al comune ed ai suoi partner nuove proposte di cura dello spazio urbano con l’obiettivo di sollecitare l’assunzione di responsabilità dei giovani nella cura del bene comune e promuovere la sostenibilità ambientale e sviluppare l’idea di Trento smart city.
                                            La partecipazione verrà stimolata sia attraverso l’organizzazione di eventi  sia attraverso l’interazione online, nella piattaforma digitale futuratrento.it .

                                            La responsabile dell’iniziativa Rosanna Wegher si è detta molto entusiasta dell’avvio dei lavori:
                                            Il progetto sta muovendo i primi passi ma anche se è prematuro poter esprimere valutazioni l’evento del 30 giugno ha visto la partecipazione attiva ed entusiasta di numerosi giovani e ciò fa ben sperare. A breve, verso fine luglio sarà attiva la piattaforma Futuratrento.it, strumento importante del progetto, che sarà presentata nel secondo appuntamento pubblico, previsto per sabato 8 agosto”.

                                            FuturaTrento

                                            Il progetto FuturaTrento ha un compito ambizioso, quello cioè di sviluppare temi come smart city, giovani, cura e uso creativo dei beni comuni, basandosi su alcune parole chiave fondamentali come Creatività, Sostenibilità, Condivisione, Accessibilità, Formazione, Benessere e Innovazione. Tutti prerequisiti indispensabili per portare avanti progetti di questo tipo ed inoltre per sperimentare un metodo di lavoro innovativo sviluppando una narrazione comune basata sul capitale sociale e sulla condivisione partecipata di idee e dialogo costante con i cittadini. Secondo gli obiettivi dei suoi fondatori: “La piattaforma web www.futuratrento.it ha proprio lo scopo di creare uno spazio aperto, sul modello dei media civici, che dovrà essere il luogo privilegiato della proposta, della discussione e della messa a verifica delle idee che emergeranno. Dovrà essere uno strumento riconosciuto come accogliente e utile, e off-line dovrà dotarsi delle articolazioni necessarie a non rimanere confinato in rete senza un collegamento reale con la dimensione comunitaria della città con la quale si propone di interagire”.

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