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Il 22 febbraio a Bologna presentato il primo regolamento sull’amministrazione condivisa

21 febbraio 2014 | Cantieri Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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    locandina bologna

    Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno, fra le altre cose, anche di amministratori comunali capaci di amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.

     Il progetto Le città come beni comuni www.cittabenicomuni.it ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo auspicabile, ma anche possibile.

    Il progetto, iniziato nel giugno 2012, è stato promosso e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e realizzato dal Comune di Bologna con il supporto scientifico di Labsus-Laboratorio per la sussidiarietà e la collaborazione del Centro Antartide. I risultati del progetto saranno presentati il 22 febbraio prossimo con la partecipazione tra gli altri del ministro Delrio.

    link al programma

     Questa iniziativa ha ricevuto

     MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA
    DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Oggi molti amministratori locali, fra cui il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna,  hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità. Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus www.labsus.org  intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello di amministrazione tradizionale. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione fra cittadini e amministrazioni. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama così proprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

    Partire dalle cose, non dalle regole

    “Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione”. Questo è stato il metodo di lavoro seguito dal progetto di Bologna Le città come beni comuni. Nella fase di avvio nei tre quartieri di Navile, San Donato e Santo Stefano si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie e poi, una volta entrati nella fase operativa, ci sono stati periodici  incontri per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento in modo tale da trarne indicazioni su come andare avanti, correggendo gli errori.

    Un regolamento che migliora nel tempo

    Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, ha redatto il regolamento comunale che disciplinerà la collaborazione fra cittadini e amministrazione. Sottoposto all’esame dei dirigenti del Comune e di giuristi di varie università e infine portato in Giunta per l’approvazione finale, il 22 febbraio il regolamento sarà messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia attraverso il sito di Labsus e altri siti.

    Ogni Comune potrà scaricarlo, adattandolo alle proprie esigenze. Le diverse versioni che man mano saranno elaborate nei vari Comuni saranno a loro volta pubblicate nel sito di Labsus, creando così nel tempo un patrimonio di normative locali a disposizione di tutte le amministrazioni.

    Ufficio stampa:

    Comune di Bologna
    Cristiano Zecchi – 335.1362368 – cristiano.zecchi@comune.bologna.it

    Labsus Laboratorio per la Sussidiarietà
    Fabrizio Rostelli – 339.6059376 – rostelli@labsus.net

    Centro Antartide
    Sara Branchini – 339.8412305 – sara.branchini@centroantartide.it

    Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
    Paola Frontera – 320.4395813 – ufficiostampa@fondazionedelmonte.it

    Qui il video della giornata di presentazione

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      Rovereto progetta il welfare del futuro

      13 aprile 2014 | Società

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        Rovereto

        L’interesse verso il capitale sociale trova giustificazione nel fatto che negli ultimi trent’anni la letteratura scientifica ha considerato il capitale sociale sempre più una condizione essenziale dello sviluppo economico e sociale, al pari del capitale naturale, del capitale fisico e del capitale umano. Si è maturata così la consapevolezza che la qualità delle relazioni sociali riveste un ruolo non marginale, talvolta fondamentale nello sviluppo umano ed economico di una società.
        Nello specifico il Piano è finalizzato a mettere in campo progetti innovativi, capaci di contribuire alla costruzione di un welfare che da costo diventa investimento. Per fare questo è necessario promuovere progetti di sviluppo sociale, ossia progetti capaci di produrre un risultato maggiore delle risorse investite ed in cui le risorse utilizzate vengono trasformate in risorse di pubblica utilità. In altre parole, ogni progetto di sviluppo sociale dovrà dimostrare un doppio rendimento: il primo che guarda agli effetti della prestazione erogata sul singolo utente e il secondo che guarda alla capacità del progetto di creare risultati per la comunità e quindi capitale sociale.

        Rigenerare, rendere e responsabilizzare

        Un progetto di sviluppo sociale deve quindi rigenerare, rendere e responsabilizzare. Con questo si intende che un progetto rigenera quando mette a disposizione della collettività le competenze acquisite, rende quando quello che viene messo a disposizione ha un valore economico e responsabilizza quando i cittadini concorrono a realizzare attività a servizio della comunità. Secondo questa logica gli stessi utenti dei servizi sociali che richiedono un aiuto economico, ad esempio, potranno essere invitatati a sottoscrivere un impegno per mettere a disposizione della città le loro capacità e competenze.
        Il Piano, inoltre, sollecita l’adozione di linee metodologiche ispirate al coordinamento con le altre politiche comunali che concorrono al benessere della persona, con particolare riferimento alle politiche del lavoro, della promozione sociale, dell’istruzione, della salute, dell’ambiente, della mobilità, ecc. Da questo punto di vista il Piano è in linea con il processo di revisione degli indicatori del benessere avviato dall’Istat e dal Cnel con il rapporto “Benessere equo e sostenibile” (Bes).

        Le prime esperienze

        Non mancano alcune esperienze già realizzate, che risultano coerenti con i contenuti del Piano, come il progetto “Emergenza freddo” ricollocato presso l’ex casa cantoniera “Km 354” di Via Abetone. In questo caso la Fondazione Comunità Solidale è riuscita a sensibilizzare gli enti locali, le istituzioni, le imprese, la società civile ed in particolare il mondo cattolico, gli stessi senza fissa dimora, i quali hanno messo a disposizione tempo, professionalità e materiali per la sistemazione di questo edificio dove nel periodo invernale hanno trovato accoglienza molte persone senza dimora. Al nutrito gruppo di lavoratori dobbiamo poi aggiungere un altrettanto nutrito gruppo di volontari che hanno dedicato il loro tempo libero per gestire la struttura. Così possiamo affermare che il progetto ha rigenerato poiché le professionalità dei volontari sono state messe a disposizione delle collettività, ha offerto un rendimento in quanto il Comune di Rovereto ha risparmiato una cifra importante nella ristrutturazione dell’edificio (alcune centinaia di migliaia di euro), ha responsabilizzato in ragione della significativo coinvolgimento della comunità. Vi sono poi altri progetti sociali, recentemente attivati, capaci di rispondere in misura più o meno forte alle finalità del Piano, a titolo esemplificativo ricordiamo: il Distretto dell’economia  solidale “Le Formichine”, il Centro aiuto anziani, la Riciclofficina, la spesa a domicilio, il Quartiere solidale del Rione Rovereto Nord, l’Estate a Rovereto sud compiti e laboratori, ecc.

        Verso un nuovo modello di welfare

        Il Piano introduce un importante cambiamento di prospettiva poiché l’intento è  quello di stravolgere la tradizionale politica della redistribuzione delle risorse, oramai non più sostenibile sotto il profilo economico, per introdurre una nuova politica che oltre a ridistribuire si pone l’obiettivo di moltiplicare le risorse attuando interventi che comportano non solo risparmio di spesa ma l’incremento del suo rendimento, grazie a forme di coproduzione che da professionale diventa sociale.

        Ringraziamo l’Assessore ai servizi alla persona e alle politiche familiari del Comune di Rovereto, Fabrizio Gerola per averci segnalato quest’iniziativa e fornito i relativi materiali informativi.

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          La Fondazione di partecipazione Pier Lombardo riqualifica le Piscine Caimi a Milano

          12 aprile 2014 | Beni comuni

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            piscine caimi

            Per queste ragioni nasce la Fondazione Pier Lombardo, la prima fondazione di partecipazione costituita in Italia (nel 1997). Proprio in relazione alla riqualificazione del Teatro Franco Parenti, infatti, la FPL trova le sue origini. Un intento che è quindi prima commemorativo e celebrativo e poi imprenditoriale ed economico.

            Le Piscine Caimi

            L’intima connessione della Fondazione con la struttura del Teatro si riflette e si rifletterà anche nei progetti futuri, in virtù anche della stretta prossimità fisica delle due strutture. Da ultimo quello che sta portando alla riqualificazione delle Piscine Caimi, centro balneare, e bene comune culturale protetto dalla Sovraintendenza, chiuso al pubblico dal 2006 (ultimo anno di gestione della società pubblica Milanosport), che versa in uno stato di profondo degrado. Dopo la fine della concessione pluriennale l’impianto è tornato temporaneamente al Comune. Nel 2012 la giunta comunale ha tuttavia approvato la convenzione con la Fondazione Pier Lombardo per restituire alla città la struttura delle Piscine Caimi.

            L’onere del progetto ammonta a circa tre milioni di euro (somma interamente stanziata dalla FPL) e prevede la riqualificazione dell’impianto sia come struttura sportiva stagionale che come luogo di attività diversificate, artistiche e culturali (anche nei mesi invernali, in stretto collegamento con le attività del complesso teatrale adiacente). L’iniziativa sta permettendo di riconsegnare alla città uno dei luoghi più belli e affascinanti della città, un bene di estremo interesse culturale (sottoposto anche a vincolo artistico) che da sempre ha costituito un polo di forte attrazione per i cittadini di Milano. Come sostenuto dall’attuale vicepresidente della Fondazione, Andree Ruth Shammah: “un luogo che rinasce è un bene per tutti”.

            Una fondazione di partecipazione

            La forte sinergia venutasi a creare nel corso degli anni tra la FPL e il Comune di Milano, è sia la risultante di anni di attività della fondazione come centro di animazione culturale e polo attrattivo della città di Milano, e sia ha sia origini “costitutive” (il Comune rappresenta infatti uno dei soci fondatori della FPL),

            Altra caratteristica della Fondazione Pier Lombardo è proprio quella di essere una fondazione di partecipazione. Questa caratteristica permette di aprire le basi societarie anche a soci privati (in aggiunta ai tre “fondatori”: Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano). Mentre le fondazioni tradizionali infatti sono per lo più costituite da un unico fondatore che ha costituito con una sola erogazione l’intero patrimonio, la Fondazione di partecipazione è caratterizzata da una pluralità di fondatori. Inoltre le  eventuali adesioni non sono necessariamente contestuali all’atto di costituzione, ma possono appunto essere differite nel tempo, essendo prevista la possibilità che ai soggetti originari possano aggiungersene altri. Naturalmente in fine rimane la causa giustificativa per cui la Fondazione viene costituita: deve cioè essere uno scopo di pubblica utilità e viene esplicitato nello Statuto. Una particolarità che è stata per la prima volta, in Italia, introdotta dalla FPL, è rappresentata dal fatto che già nelle intenzioni originarie aveva previsto la possibilità di collaborare con i privati, con i cittadini e con chiunque volesse partecipare alle attività della Fondazione.

             


             Scheda caso
            TitoloLa Fondazione di partecipazione Pier Lombardo riqualifica le Piscine Caimi
            ChiFondazione Pier Lombardo di Milano (prima fondazione di partecipazione italiana). I soci fondatori sono la Regione Lombardia, la Provincia di Milano e il Comune di Milano. La struttura societaria permette, tuttavia, di allargare le basi della fondazione anche a soci privati. La Fondazione costituisce quindi, anche al suo interno, un fulgido esempio di collaborazione pubblico-privato.
            CosaL'oggetto della riqualificazione sono le Piscine Caimi, bene culturale protetto dalla Sovrintendenza di Milano. Dal 2006 la struttura risulta chiusa e versa in un profondo stato di degrado. L'obiettivo è riqualificare il bene in una veste adeguata per svolgere sia funzioni natatorie, ma anche culturali, teatrali e ludiche.
            DoveVia Carlo Botta, 18, Milano, MI, Italia
            QuandoLe Piscine Caimi sono chiuse al pubblico dal 2006 (fine della gestione di Milanosport, società comunale che offre servizi sportivi ai cittadini milanesi). Dall'inizio del 2012 sono stati riaperti i lavori.
            Bene comuneLuogo fisico di incontro e convivialità che viene recuperato e riqualificato (come suggerisce Andree Ruth Shammah, primo Presidente della Fondazione nel '97 e attuale vicepresidente: "Un luogo che rinasce è un bene per tutti").
            Meta-bene comuneCultura, socialità, sport.
            ComeLa Fondazione Pier Lombardo è succeduta alla società Milanosport nella gestione delle Piscine. Attraverso uno stanziamento di 3 mln di euro di risorse, interamente versate dalla FPL, si sta procedendo alla ristrutturazione e alla riqualificazione del bene. Alla Fondazione sarà affidata la gestione dell'intero impianto (la proprietà quindi rimarrà del Comune di Milano).
            DestinatariCittadini di Milano.
            RisorseLo stanziamento dei fondi ammonta a 3 mln di euro (interamente versati dalla Fondazione Pier Lombardo).
            ReplicabilitàLa forte peculiarità dell'iniziativa deriva dalla natura stessa della Fondazione Pier Lomabardo, promotrice del progetto di riqualificazione. La struttura delle fondazioni di partecipazione si sta tuttavia diffondendo in altre realtà.
            Referenti
            FontiIndiretta
            Data06/03/2014
            AutoreFabio Fioravanti


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              Cittadini europei: i guarda spiaggia dell’inquinamento marino

              11 aprile 2014 | Società Sostenibilità

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                spiagge inquinate

                I paesi membri dell’Unione Europea hanno adottato la Marine Strategy Framework Directive (MSFD). Sebbene oggi non esistano dati sufficienti per denunciare l’intera portata dell’inquinamento marino e dei rifiuti sulle spiagge, l’intervento sovranazionale può farci solo immaginare quanto sia già diventato pericoloso il fenomeno, ancora mantenuto in sordina dai media di più grande portata. Un primo intervento possibile è impegnare i cittadini europei tutti a raccogliere informazioni al riguardo. La logica? Il cittadino e i gruppi impegnati in un lavoro di ricerca simile saranno maggiormente motivati e coinvolti, acquistando consapevolezza sull’importanza della questione, proprio perché d’interesse diretto per la propria comunità locale.

                Collezionare i dati sull’inquinamento marino

                Marine LitterWatch (MLW), è questo il nome dello strumento predisposto per raccogliere preziosi dati sui rifiuti presenti sulle nostre spiagge. Può essere utilizzato per creare eventi di monitoraggio e raccolta dati, preziosi per un futuro governo del problema. Mette inoltre a disposizione un sistema per organizzare eventi di vera e propria raccolta, offrendo la App gratuita di supporto alle iniziative di Clean-up, che riusciranno a partire così dai cittadini direttamente interessati.

                Dare potere alla cittadinanza europea

                Marine LitterWatch punta a coinvolgere attivamente le comunità locali e i cittadini già impegnati a vigilare sul fenomeno dell’inquinamento marino, come le associazioni di volontariato e la società civile con le sue iniziative, per fare emergere in tutta la sua portata, la dimensione dell’inquinamento delle spiagge. E vuole coinvolgere nuovi cittadini a farlo. L’obiettivo è proprio quello di rafforzare una cittadinanza attiva, nell’ottica di mettere in relazione network di tutta Europa che collaborino insieme per il benessere del nostro ambiente, per la salvaguardia della salute dei mari, verso il 2020 del “Good Environment Status of Europe’s Seas”.

                Rendiamo il messaggio virale, salviamo la ricchezza e la bellezza delle nostre coste!

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                 Qualità della vita nelle città europee

                Nel cuore delle istituzioni europee parlano di acqua

                 

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                  Nasce “Porto Volontariato”, il social network del non profit

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                    Porto volontariato

                    L’idea di costituire un social network del terzo settore si è avverata per la prima volta in Italia in Toscana. Il progetto voluto da Cesvot e realizzato grazie alla piattaforma uidu.org darà alle varie associazioni non profit che aderiscono un servizio innovativo da sfruttare al meglio. La piattaforma facilita il dialogo con i cittadini e diviene un importante luogo virtuale attraverso cui coordinare le attività. Sarà possibile visualizzare le associazioni presenti sul territorio regionale e le iniziative da queste portate avanti, condividere eventuali appelli, iniziative, avviare raccolte di fondi e conoscere le necessità dell’ente, il numero e le competenze delle persone che ne fanno parte per un’eventuale collaborazione. Tutto questo facilita meccanismi spesso lunghissimi e permette una visione globale del volontariato attivo sul proprio territorio, le onlus possono essere rintracciate per nome, per attività o per geolocalizzazione.

                    Una sfida importante

                    Per le associazioni che aderiranno al progetto si metterà a disposizione un servizio gratuito di orientamento, formazione e consulenza riguardante la comunicazione esterna e l’accoglienza di nuovi volontari. Le richieste di iscrizioni sono già 120: “Porto volontariato” rappresenta una sfida che il terzo settore deve cogliere sfruttando le enormi opportunità rappresentate dal web. Internet è un luogo dinamico e continuamente aggiornato che facilita la divulgazione delle informazioni.
                    È possibile aderire al progetto contattando le delegazioni territoriali di Cesvot oppure il settore delle reti e delle associazioni all’indirizzo mail reti@cesvot.it

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                      Porto L’Orto a Lampedusa, per coltivare il futuro

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                        portolorto

                        Terra di mezzo: questo è, nell’immaginario collettivo, l’isola di Lampedusa. È la porta d’ingresso italiana del continente africano, luogo di meraviglie naturali e di storie che si intrecciano tra speranza e disperazione. “Porto L’Orto a Lampedusa” è il progetto patrocinato da Roma Capitale con il comune di Lampedusa, ideato da “Terra! Onlus” in collaborazione con il circolo Legambiente di Lampedusa “Esther Ada”. Obiettivo dell’iniziativa è quello di riqualificare aree abbandonate attraverso la promozione di una nuova forma di coesione sociale che si realizza tramite il ritorno all’agricoltura, una delle attività prevalenti nell’isola, minacciata dallo sfrenato processo di cementificazione. “Anche un orto urbano può servire per creare aggregazione, per riqualificare un territorio e per fermare la speculazione edilizia – ha detto Fabio Ciconte, presidente di Terra!Onlus – a Lampedusa c’è una comunità che ha fatto tanto in un contesto sociale complesso, crediamo che tutti noi siamo chiamati a dare un riconoscimento all’isola e ai suoi abitanti”

                        Al via la raccolta fondi

                        Il 13 aprile a Roma, presso i Fori Imperiali, si terrà una manifestazione con l’obiettivo di raccogliere i fondi che garantiscano la piena realizzazione del progetto. “Con questo lavoro vogliamo mandare un segnale distinto di quanto Roma sia una città inclusiva, accogliente e che cambia disegno rispetto al passato – ha dichiarato Gianluca Peciola, capogruppo di Sel – il valore del progetto è concreto per creare un ponte con Lampedusa che è una comunità e una casa, un territorio che deve essere vissuto come tale”.  Così la “guardiana d’Europa”, come la chiama Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, potrà forse tornare al suo talvolta celato splendore.

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                          Cons. st., sez. IV, 8 novembre 2010, n.7909

                          8 aprile 2014 | Consiglio di stato e CGA Regione Sicilia Diritto Giurisprudenza

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                            Cons. st., sez. IV, 8 novembre 2010, n.7909

                             

                            La sentenza

                            La vicenda esaminata dal Consiglio di Stato trae origine dall’impugnazione dinanzi al T.A.R. del Lazio della concessione edilizia n. 643 del 30.4.1991 con la quale la Regione Lazio, nell’esercizio dei poteri sostitutivi riconosciutile – data l’inerzia del comune di Roma- , aveva assentito la costruzione di tre palazzine da parte della Società S.P. a r.l. su terreno di sua proprietà ubicato nel comprensorio dell’Acqua Traversa, in Roma.
                            Il titolo edilizio in questione era stato impugnato con ricorso n. 4754 del 1992 dall’associazione “C.V.” e da cittadini abitanti nelle adiacenze, nonché dal comune di Roma con ricorso n. 6706 del 1992. L’adito tribunale accogliendo il ricorso proposto dal comune e dai privati aveva annullato la concessione edilizia in oggetto.
                            Tale sentenza viene così impugnata con l’appello in esame al Consiglio di Stato dalla Società I.T. S.r.l. (subentrata alla Società S.P. a r.l.) deducendo quattro motivi di impugnazione, che il Collegio respinge, con integrale conferma della sentenza emanata dal T.A.R.

                            Il primo motivo addotto dall’appellante è rappresentato dalla tardività dei ricorsi accolti dal T.A.R. sia da parte del comune di Roma, sia da parte dei privati resistenti, ma esso viene disatteso in quanto la parte che eccepisce la tardività del gravame non avrebbe provato in modo rigoroso l’altrui piena conoscenza del provvedimento, da cui decorrerebbe il termine decadenziale per il ricorso; inoltre, essendo ricorsa in tale fattispecie la formazione del silenzio assenso, i privati non sarebbero stati in grado di ricollegare l’avvio dei lavori al rilascio di un titolo formale.
                            Con il secondo motivo l’appellante deduce il difetto di legittimazione al ricorso in capo all’associazione “C.V.”, in quanto non ricompresa nell’elenco delle associazioni a carattere nazionale individuate dal Ministero dell’ambiente ai sensi dell’art. 13 della l. 8 luglio 1986, n.349, come pure quello dei cittadini, i quali non avrebbero collegamento con la zona oggetto del provvedimento. Anche tale mezzo viene disatteso in quanto innanzitutto la norma sopra citata rappresenterebbe un criterio di legittimazione aggiuntivo e non sostitutivo rispetto a quelli già elaborati dalla giurisprudenza per quanto riguarda la azionabilità in giudizio degli interessi diffusi; inoltre, per quanto riguarda i cittadini,  mancando nella fattispecie una prova rigorosa che dimostri il contrario il Collegio considera sussistente il loro collegamento con la zona interessata dalle costruzioni, legittimando di conseguenza tali ricorrenti.
                            Il Collegio respinge inoltre il terzo motivo, secondo cui vi sarebbe applicabilità ai terreni in oggetto della convenzione di lottizzazione R.-A. risalente all’anno 1935, la cui operatività sarebbe però subordinata a delle condizioni che in questo caso non si sarebbero verificate.
                            Infine è infondato il quarto motivo con il quale la Società appellante deduce di avere interesse all’annullamento dell’atto con il quale la Regione aveva sospeso in via cautelare la concessione in attesa della verifica della regolarità della procedura che aveva condotto al rilascio.

                             Il commento

                            La sentenza in esame rileva in questa sede per la parte in cui prevede e definisce come acquisita l’azionabilità in giudizio dei c.d. interessi diffusi riconfermando la tesi più volte ma non sempre sostenuta della legittimazione a ricorrere riconosciuta in capo ad associazioni anche non iscritte nell’apposito elenco ministeriale di cui dell’art. 13 della l. 8 luglio 1986, n.349, nonché dei singoli cittadini legittimati ai sensi dell’art. 10 della legge n.765 del 1967.
                            Tale sentenza si inserisce quindi all’interno del lungo percorso che ha portato nel nostro ordinamento alla tutela di questi diritti, definiti “adespoti”, ma di cui oggi è conclamata la rilevanza grazie soprattutto alle aperture giurisprudenziali che hanno permesso gradualmente di ampliare le figure di legittimazione processuale in particolar modo sulla base del principio di sussidiarietà orizzontale.
                            Con la decisione il giudice ribadisce che il criterio di legittimazione “legale” riconosciuta alle associazioni dalla legge in epigrafe si aggiunge e non si sostituisce a quelli elaborati in precedenza dalla giurisprudenza, quindi ne consegue che le figure legittimate non si esauriscono in quelle espressamente ivi previste, ma che invece “il giudice amministrativo può riconoscere, caso per caso, la legittimazione ad impugnare atti amministrativi incidenti sull’ambiente ad associazioni locali (indipendentemente dalla loro natura giuridica)”, purché perseguano fini di tutela ambientale statutariamente ed in modo non occasionale e che abbiano adeguato grado di rappresentatività e stabilità nell’area in cui sarebbe situato il bene che si assume leso.
                            Il Collegio si pronuncia altresì sulla legittimazione dei cittadini, ovvero dei soggetti singoli, qualora vi sia la presenza dell’elemento differenziante della vicinitas, cioè del collegamento con la zona oggetto del provvedimento, che nella fattispecie è assunto sussistere in base alle residenze dichiarate da tali soggetti e mancando una specifica contestazione che dimostri il contrario. I cittadini sono quindi riconosciuti diretti portatori di quegli interessi la cui tutela  era storicamente esclusivo appannaggio degli enti pubblici e che si intendeva dovesse essere in qualche modo filtrata attraverso l’interposizione di tali enti legittimati.
                            Il riferimento a tale elemento pare però sovrabbondante dato che, se nella logica seguita dal Collegio, parrebbe necessario ai fini dell’estensione a tali soggetti della legittimità a ricorrere, in realtà esso introduce un articolo, l’art. 10 della legge n.765 del 1967, che invece non prevede requisiti alcuni per il ricorso (“Chiunque può prendere visione presso gli uffici comunali, della licenza  edilizia e dei relativi atti di progetto e ricorrere contro il rilascio della licenza edilizia in quanto in contrasto con le disposizioni di leggi o dei regolamenti o con le prescrizioni di piano regolatore   generale  e dei piani particolareggiati di esecuzione”).
                            Se è dunque vero che in questa sede il Collegio ribadisce il superamento dell’interpretazione della esclusiva legittimazione a ricorrere delle associazioni iscritte all’albo ministeriale, per quanto attiene alla legittimazione processuale dei cittadini pare finalmente opportuno abbandonare la storica impostazione restrittiva della giurisprudenza sulla possibilità di “chiunque” di tutelare gli interessi diffusi, valorizzando così appieno l’iniziativa dei “singoli”, cui fa espresso riferimento l’art. 118, ultimo comma, Cost., anche nella funzione di controllo dell’attività dei pubblici poteri.

                             

                            LEGGI ANCHE:

                            Tar Lombardia, Milano, 22 ottobre 2013, n. 2336

                            Tar Lombardia, Brescia, sez I, 28 novembre 2013, n.1028

                            Tar Lombardia, Brescia, sez. I, 15 luglio 2013, n. 668

                            Tar Puglia, Bari, 5 dicembre 2013, n. 1642

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                              All’Italia dei beni comuni piace il nostro regolamento

                              | Il punto di Labsus Notizie

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                                Tutti lo cercano, tutti  ne parlano …. il regolamento sull’amministrazione condivisa è diventato “famoso”… o quasi! Basta scorrere la rassegna stampa per vedere la risonanza che ha avuto la sua presentazione sui giornali, alla radio, in televisione, suscitando ogni volta un interesse altissimo, come dimostrano anche gli accessi al nostro sito.

                                Ma se ne parla anche sui social media, in incontri con associazioni del Terzo settore, in seminari ristretti e in convegni, persino al congresso nazionale di Federnotai! Noi stessi siamo rimasti sorpresi dall’interesse suscitato. Solo ora ci stiamo rendendo conto del fenomeno che abbiamo messo in moto…. è come se avessimo dato risposta ad una domanda di partecipazione fino a quel momento inespressa.

                                Centinaia di richieste

                                Lo dimostrano anche le lettere che riceviamo. Dal 22 febbraio, quando è stato presentato a Bologna e pubblicato sul sito di Labsus,  è stato scaricato da 2.000 persone, di cui circa 600 amministratori locali. E da allora è stato un susseguirsi di mail con centinaia di richieste riguardanti l’adozione del regolamento, la sua applicazione, i suoi effetti. Ma anche richieste pratiche (come si può realizzare un progetto di manutenzione nel quartiere?) e segnalazioni di esperienze esemplari di cura condivisa dei beni comuni. Insomma, un’Italia finora silenziosa, l’Italia dei beni comuni, che comincia a farsi sentire.

                                Il problema delle sanzioni

                                Dietro il successo del regolamento c’è dunque evidentemente un fortissimo bisogno di partecipazione alla vita pubblica attraverso gesti concreti. Ma c’è anche un altro problema, quello messo in luce da Daniela Ciaffi quando dice: “Bologna mette nero su bianco 36 articoli e crea un precedente esplosivo, perché risolve un dilemma alla base della partecipazione, il seguente: scendo a far due passi e vedo una panchina vandalizzata, cosa faccio? Se lo dico a un paio di miei vicini di casa, facciamo una colletta per comperare un barattolo di vernice e un pennello, ci mettiamo al lavoro: siamo dei fuori legge! La panchina è un bene comune e nessun cittadino può trattarlo come se fosse proprio. Che diritto ho io con i miei vicini di casa di scegliere una vernice di un colore piuttosto che di un altro? Certo, l’abbiamo dipinta per fare una buona azione. Ma non importa. Le regole sono regole (e magari quel verde bile al resto del quartiere non piace)“.

                                Il problema in sostanza sono le regole vigenti, che vedono nei cittadini attivi degli intrusi da sanzionare se si azzardano ad uscire dal ruolo di amministrato e di utente.

                                Dunque da un lato il desiderio di prendersi cura dei beni comuni presenti sul proprio territorio, dall’altro il problema delle sanzioni derivanti dall’applicazione di regole pensate per un altro tipo di rapporto fra amministrazioni e cittadini. Il regolamento rappresenta la soluzione per entrambi questi profili e questo è certamente uno dei motivi dell’interesse che ha suscitato.

                                Il cuore è la collaborazione

                                Ma ci sono anche altri motivi, prosegue Daniela Ciaffi “… il Regolamento parla di “collaborazione” tra noi e voi: come collaborate?
 Perché questa è la novità. Città e cittadini attivi insieme sulla co-mobile (col-laborazione, co-progettazione, co-gestione, co-ordinamento, con-divisione) a quattro marce. Prima: la cura occasionale. Seconda: la cura costante. Terza: la gestione condivisa. Quarta: la rigenerazione. Così le definisce il Regolamento. Destinazione: spazi pubblici, dove per spazi pubblici s’intendono aree verdi, piazze, strade, marciapiedi e altri spazi pubblici o aperti al pubblico, di proprietà pubblica o assoggettati ad uso pubblico. I principi generali aprono a una ventata di aria nordeuropea introducendo concetti inaspettati come la fiducia reciproca e l’informalità: l’amministrazione assicura flessibilità e semplicità nella relazione (affermazioni seguite dagli ovvi purché)”.

                                Questo è infatti il punto essenziale, ciò che caratterizza il regolamento dal punto di vista teorico e di conseguenza anche pratico: il patto di collaborazione. Il cuore del regolamento è infatti la collaborazione fra cittadini e amministrazioni, fondata su principi come la fiducia reciproca, la trasparenza, la responsabilità, l’apertura, l’informalità e l’autonomia dei cittadini. Sembra di sognare… eppure si tratta di un regolamento approvato dalla Giunta di un comune importante e con una solida tradizione amministrativa come Bologna dopo un lungo e approfondito iter che ha visto la partecipazione di dirigenti comunali, giuristi e associazioni cittadine.

                                Una rivoluzione per persone normali

                                Il patto di collaborazione è l’istituto giuridico che traduce in disposizioni di livello amministrativo il principio costituzionale di sussidiarietà. Detto in altri termini, è il motore del modello dell’amministrazione condivisa, ciò che rende strutturale e non episodico questo nuovo modo di amministrare.
                                Il regolamento legittima sul piano tecnico-giuridico l’idea che si possa amministrare non soltanto “per conto dei”, ma anche “insieme con” i cittadini e che lo si possa fare fidandosi reciprocamente, scambiandosi informazioni, sulla base di un rapporto leale di collaborazione finalizzato a risolvere insieme i problemi della comunità…. in Italia, oggi, questo è rivoluzionario.
                                E forse proprio per questo il regolamento piace così tanto, perché indica una strada mai percorsa prima, ma non per questo utopistica, anzi, concretamente praticabile da persone normali, con vite normali, che non vedono l’ora di rimboccarsi le maniche per cambiare in meglio le proprie vite, al tempo stesso divertendosi e rafforzando i legami di comunità.

                                Ringraziamenti

                                Il regolamento sull’amministrazione condivisa è il risultato di un lavoro durato oltre due anni nell’ambito del progetto “Le città come beni comuni”, realizzato grazie ad una partnership che ha funzionato perfettamente e quindi replicabile anche in altre città.
                                Il Comune di Bologna ha dato il sostegno politico e amministrativo, la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna il sostegno economico, il Centro Antartide il supporto sul territorio e Labsus ha avuto la responsabilità della direzione scientifica dell’intero progetto.
                                Dietro queste istituzioni e associazioni ci sono però delle persone, uomini e donne che per mesi hanno lavorato insieme ad un bel progetto, con uno spirito di collaborazione e di fiducia reciproca che dimostra come sia vero che il mezzo è già il fine. Un regolamento il cui cuore è la collaborazione fra cittadini e amministrazione non poteva  infatti nascere in altro modo.

                                Quando il 22 febbraio a Bologna insieme con il Sindaco ho presentato il regolamento dissi che avrei voluto ringraziare tutti coloro che avevano partecipato al progetto ma, essendo tanti e non potendolo fare a voce quel giorno, lo avrei fatto sul sito di Labsus.

                                E dunque grazie al Sindaco Virginio Merola, all’assessore Luca Rizzo Nervo ed a tutti i membri della Giunta: Andrea Colombo, Amelia Frascaroli, Patrizia Gabellini, Silvia Giannini, Matteo Lepore, Riccardo Malagoli, Nadia Monti, Marilena Pillati, Alberto Ronchi, che hanno sostenuto politicamente il progetto e infine hanno approvato il regolamento, dimostrando sensibilità politica e apertura all’innovazione.

                                Grazie ai presidenti dei quartieri Daniele Ara, Simone Borsari, Nicola De Filippo, Roberto Fattori, Virginia Gieri, Ilaria Giorgetti, Elena Leti, Milena Naldi, Vincenzo Naldi, che hanno anch’essi saputo accogliere positivamente la carica innovativa del progetto.

                                Grazie all’amico Marco Cammelli, presidente della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, che ha sostenuto il progetto non soltanto economicamente, ma anche con i suoi consigli e la sua esperienza. E grazie anche a Massimiliano Gollini, interlocutore attento e sensibile nella Fondazione.

                                Grazie a Giacomo Capuzzimati, Direttore generale del Comune, il cui convinto sostegno fin dall’inizio è stato determinante per il successo del progetto e grazie anche ad Enzo Aldrovandi, Fabio Andreon, Giancarlo Angeli, Christian Baraldi, Giuliano Barigazzi, Pierangelo Bellettini, Sonia Bellini, Stefano Bigi, Alessandra Biondi, Lara Bonfiglioli, Maria Grazia Bonzagni, Gianluigi Bovini, Francesca Bruni, Raffaela Bruni, Mauro Cammarata, Antonio Carastro, Giulia Carestia, Cleto Carlini, Nadia Cattoli, Franco Chiarini, Berardino Cocchianella, Andrea Cuzzani, Ilaria Daolio, Donato Di Memmo, Carlo Di Palma, Roberto Diolaiti, Paolo Draghetti, Francesco Evangelisti, Manuela Faustini, Mauro Felicori, Maurizio Ferretti, Daniela Gemelli, Giovanni Giglio, Giovanni Ginocchini, Sandra Gnerucci, Anita Guidazzi, Leda Guidi, Anna Rita Iannucci, Federica Legnani, Chiara Manaresi, Gianfranco Maraniello, Manuela Mattei, Romano Mignani, Marika Milani, Maristella Milani, Maria Adele Mimmi, Andrea Minghetti, Davide Minguzzi, Felice Monaco, Eric Montanari, Claudio Paltrinieri, Osvaldo Panaro, Miriam Pompilia Pepe, Eno Quargnolo, Patrizia Rigosi, Claudio Savoia, Maria Grazia Tosi, Maria Pia Trevisani, Luca Uguccioni, Giuseppina Zambelli, Samantha Zebri.

                                Grazie a Maria Teresa Rosito e Fabrizio Rostelli di Labsus ed a Cristiano Zecchi del Comune per aver contribuito con le loro competenze in materia di comunicazione al successo di un progetto in gran parte fondato sulla comunicazione.

                                Grazie alle Soprintendenti Carla Di Francesco e Paola Grifoni, che hanno saputo trovare un punto di equilibrio fra la tutela dei beni culturali ed il ruolo dei cittadini attivi ed a Manola Guerra, Franca Iole Pietrafitta, Antonella Pomicetti e Andrea Sardo.

                                Grazie a Giorgio Bolego dell’Università di Trento, Marco Bombardelli dell’Università di Trento, Carlo Borzaga dell’Università di Trento, Paola Chirulli dell’Università di Roma Sapienza, Fulvio Cortese dell’Università di Trento, Matteo Cosulich dell’Università di Trento, Gianni De Martin della Luiss di Roma, Daniele Donati dell’Università di Bologna, Luca Di Lucia dell’Università di Salerno, Fabio Giglioni dell’Università di Roma Sapienza, Mauro Renna dell’Università Cattolica di Milano, Luciano Vandelli dell’Università di Bologna, amici e colleghi delle cui preziose osservazioni alla bozza del regolamento abbiamo fatto tesoro.

                                Un ringraziamento particolare va ai componenti del gruppo di lavoro che hanno materialmente redatto il regolamento: Donato Di Memmo, Chiara Manaresi, Antonio Carastro del Comune e Christian Iaione di Labsus che, con il coordinamento di chi scrive, ne hanno discusso con passione e competenza ogni singola riga, in lunghe ma stimolanti giornate di lavoro.

                                Infine, nell’ambito della società civile grazie a Giampiero Mucciaccio, Sara Branchini e Marco Pollastri del Centro Antartide che hanno garantito l’indispensabile rapporto con i quartieri e i cittadini di Bologna, fra cui Alessi Roberto, Aloi Lidia Fortunata, Barbieri Dino, Bastiani Federico, Bedussi Francesco, Benassi Cristina, Benetti Andrea, Berti Nara, Bertocchi Anna Pia, Bertocchi Alberto, Bertocco Elena, Bertuzzi Gabriele, Bianconi Giordano, Bonfietti Daria, Bortolotti Chiara, Brandalesi Nadia, Bregoli Sonia, Calzati Claudia, Casolari Rita, Castello Silvana, Cavallini Sandra, Ceccarelli Paolina, Cerfogli Duccio, Correggiari Attilia, Costa Domenico, Crisigiovanni Giulio, Cuoghi Saverio, Dall’Olmo Katia, D’Amore Giosi, Dell’Erba Laila, Facchini Andrea, Farati Antonietta, Fazzioli Patrizia, Finelli Giulia, Florio Vincenzo, Fontanesi Adriano e Alcide, Fucili Maria Pia, Gaffarelli Emanuela, Gianninoni Anna Rosa, Gigante Patrizia, Groppoli Pierpaolo, Ladavas Elisabetta, Lamberti Raffaella, Lang Fabian, Lega Mario, Locritani Grazia, Lucarelli Aurora, Lussu Francesca, Magli Marco, Mastroemi Emy, Mauri Fabio, Menegatti Sonny, Nardaccione Luigi, Narroni Monica, Negash Siid, Ngindajap Julie, Nokam Togue Gilbert, Ntchanji Foumba, Palazzoli Rita, Panzacchi Maria Grazia, Paolozzi Federica, Parenti Giuseppe, Perilli    Vincenza, Quadrelli Luciano, Ragonesi Cristina, Rametta Paola, Romoli Carla, Rondoni Emanuela, Ruffilli Isa, Maurizio Sansoni, Sagone Simona, Salcerini Leonardo, Salis Gonario, Sarti Marco, Scala Deanna, Solis Ana Maria, Spallina Francesco, Stivani Alessandra, Tagliani Mauro, Veronesi Gilberto, Wabo Cyrille, Zappulla Idria.

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                                Guarda il video integrale della presentazione del regolamento a Bologna il 22 febbraio.

                                Leggi la rassegna stampa del progetto.

                                Guarda il video sintesi “Un tesoro nascosto”.

                                Scarica il Regolamento.

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                                  Imprese e giovani, insieme per la rigenerazione urbana

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                                    Mantova

                                    Il bando “Imprese dirette per la rigenerazione urbana condivisa del patrimonio culturale” è un progetto promosso dal Comune di Mantova in collaborazione con la Camera di Commercio e l’azienda speciale for.MA che ha l’intento di avviare una serie di progetti di valorizzazione e rigenerazione urbana condivisa attraverso la cooperazione di imprese e collettività. L’idea è quella di proporre un’impresa che sia in grado di dialogare con i cittadini e con il terzo settore e che sia capace di collaborare per la cura del territorio, considerato un bene comune. Tutto questo è possibile coinvolgendo in primo luogo la creatività giovanile come motore dello sviluppo socio-economico. La Camera di Commercio di Mantova, con il presente bando, ha deciso di stanziare 20 mila euro per il riconoscimento di contributi a fondo perduto a favore della costituzione di reti di micro e/o piccole medie imprese. Come affermato sul bando stesso, all’interno del sito di Labsus è possibile reperire, ai fini della candidatura al progetto, una casistica di azioni e progetti di amministrazione condivisa dei beni comuni.

                                    Un progetto più ampio

                                    Questa nuova iniziativa si inserisce in realtà nel più ampio progetto “Imprenditrici in rete per (ri)costituire e crescere nell’identità territoriale” da cui è derivato successivamente anche l’evento “Giovani per la valorizzazione del centro storico”. I progetti hanno riscosso un importante successo, la collaborazione tra imprese e giovani cittadini si è formata sulla base del principio costituzionale di sussidiarietà orizzontale, uno strumento di innovazione istituzionale in grado di cogliere le attuali trasformazioni economiche e sociali. Nel concreto, il precedente bando “giovani per la valorizzazione del centro storico” consentirà a 10 ragazzi di lavorare con le imprese del territorio per rilanciare il centro di Mantova. Il binomio messo in campo da queste proposte sembra perfetto, da un lato la possibilità di prendersi cura del proprio territorio e dall’altro l’energia giovanile. Le domande di contributo per il bando possono essere presentate dal giorno della pubblicazione del bando fino al 30 settembre 2014. I criteri di valutazione delle proposte riguarderanno diversi aspetti, dall’innovatività, all’originalità, alla fattibilità.

                                    In allegato il testo del bando.

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                                      Arte, paesaggio e ambiente vittime dell’incompiutezza della Costituzione

                                      7 aprile 2014 | Cultura

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                                        I quattro saggi che danno corpo a questo libro ruotano attorno al fatto che elementi come ambiente, paesaggio e cultura furono annoverati dai nostri costituenti come principi fondamentali e che, a oggi, risultano accantonati nel dimenticatoio.

                                        La mercificazione che li ha contraddistinti negli anni ne ha infatti inevitabilmente declassato il valore e la conseguente proprietà comune, collettiva.

                                        Nella lettura ci si affida, rispettivamente, alle parole di uno storico dell’arte, di un archeologo, di un giurista e di una giovane storica per cercare di comprendere origini, aneddoti e futuro di un articolo (il nono della nostra Carta) costretto a fungere da emblema dell’attuazione dell’epiteto che Calamandrei affibbiò alla Costituzione.

                                        Il paesaggio, l’ambiente e l’arte del nostro Paese, divenendo mero strumento per giungere a sempre crescenti profitti, hanno spostato l’attenzione esclusivamente al nodo della proprietà che li riguarda, obnubilando invece quel concetto di tutela e custodia, utile a garantirne un “godimento” costante da parte dell’intera collettività mondiale. Il già citato articolo 9 parla infatti di “promozione” e “tutela” non già di “proprietà” e “vendita”; che arte, ambiente e paesaggio debbano svolgere una funzione è fuor di dubbio; ma è altrettanto fuor di dubbio che questa non possa ridursi a mero arricchimento delle casse dello Stato e che debba essere invece ben incanalata su binari che la identifichino come “suprema funzione estetica e civile”, così come sancito dalla Carta fondamentale. A renderne inapplicato il contenuto sono stati i “cavalli di Troia” che portano il nome di “valorizzazione”, “fruizione” e “gestione” che nascondevano invece ben altri fini, volti ad abbattere il principio della pubblica tutela.

                                        Si ritorna a raccontare gli esempi forniti dall’Antica Roma e dalla Repubblica di Venezia, baluardi nel pubblico mantenimento delle opere d’arte, per poter comprendere le parole che Tomaso Montanari (autorevole storico dell’arte) offre nel primo saggio: “Il patrimonio artistico è un valore alternativo al mercato, a esso irriducibile”.

                                        La fotografia che Salvatore Settis, celebre archeologo già direttore della Normale di Pisa, invia al lettore racconta di un paesaggio italiano storpiato da milioni di metri cubi di cemento, gettato senza pietà sulle nostre terre e che, più che in ogni altro paese europeo, ha ridotto sempre più la superficie boschiva e colturale a disposizione della collettività.

                                        Paolo Maddalena (magistrato, vice presidente della Corte costituzionale) si concentra sul tema dell’ambiente come bene comune, raccontando con magistrale lucidità, il destino cui è condannato il genere umano stretto fra il “credere alle virtù del capitalismo” e la “necessità di imporre limiti al suo funzionamento”.

                                        Chiude l’opera il saggio di Alice Leone, ricercatrice in storia contemporanea alla Normale di Pisa, che offre un resoconto dettagliato sulla nascita dell’articolo 9 e l’importanza che colsero i costituenti e che spinse loro a collocarne il contenuto proprio tra i principi fondamentali della nostra Carta.

                                        Non può dunque non ribadirsi l’idea che si leva da queste pagine che ci ricorda l’importante ruolo sociale ed educativo che l’arte può svolgere. La tutela dei beni comuni, anche ad opera della collettività stessa, garantirà senza dubbio l’educazione e il rispetto dei pubblici beni, fornendo quindi una spinta decisiva nella trasmissione delle regole del quieto vivere collettivo.

                                        Si evince dunque la necessità di fare tesoro delle parole del più volte citato Bianchi Bandinelli che già nel 1947 ricordava ai costituenti di “non lasciare che la potestà di tutela, di interesse nazionale, scivoli dallo Stato centrale alle Regioni” abbandonando definitivamente quella che, in questo caso, appare una vana rincorsa ad un’inutile sussidiarietà verticale che risulta decisamente controproducente.

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                                          Protocollo di intesa a Messina: insieme per i beni comuni

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                                            palazzo_zanca_quimessina

                                            Le amministrazioni per i beni comuni: è questa una delle grandi scommesse di questi anni che trova conferma nelle tante iniziative promosse da associazioni e comuni al fine di incentivare sempre di più la democrazia partecipata. È quanto è accaduto a Messina, in Sicilia, dove la Giunta Accorinti ha di recente approvato all’unanimità un protocollo d’intesa per la regolamentazione dei beni comuni. In occasione delle Giornate dei Beni Comuni e delle istituzioni partecipate, celebrate il 4 e il 5 aprile presso Palazzo Zanca, sede del Municipio della città siciliana, il protocollo è stato inoltrato alle amministrazioni comunali.
                                            Come evidenziato nella delibera, il protocollo mira altresì alla “trasparenza costituzionale, la difesa ambientale e la difesa delle forme di partecipazione dei cittadini alle scelte amministrative delle democrazie municipali”.

                                            Democrazia partecipata: nuovi orizzonti

                                            L’ampliamento della partecipazione democratica nonché della tutela ambientale e dei beni comuni sono stati pilastri portanti della campagna elettorale di Renato Accorinti: centrale diviene quindi “la definizione di proposte costituzionali che a livello locale possano rispondere all’esigenza sempre più diffusa nella società di rendere trasparente e partecipata la gestione dell’amministrazione urbana”. Nella delibera, inoltre, si legge chiara la volontà che le amministrazioni si facciano “garanti di politiche volte alla salvaguardia e alla promozione delle pratiche di autogestione della cittadinanza attiva”. È un passo importante quello compiuto dalla Giunta Accorinti e dalla città siciliana, che muove sempre più verso quella condivisione e tutela che tutti i comuni dovrebbero garantire. L’iniziativa, come tante altre che muovono in questa direzione, si spera possa fare da faro per altre amministrazioni nella via della tutela e della promozione della democrazia partecipata e dell’amministrazione condivisa. Proprio su tale impulso, tra l’altro, il 22 febbraio a Bologna è stato presentato un Regolamento per la cura condivisa dei beni comuni con lo scopo di fornire alle amministrazioni locali un valido supporto nella gestione del rapporto con i cittadini e concretizzare, finalmente, quell’essenziale sistema di collaborazione all’interno della comunità.

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