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Il 22 febbraio a Bologna presentato il primo regolamento sull’amministrazione condivisa

21 febbraio 2014 | Cantieri Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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    locandina bologna

    Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno, fra le altre cose, anche di amministratori comunali capaci di amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.

     Il progetto Le città come beni comuni www.cittabenicomuni.it ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo auspicabile, ma anche possibile.

    Il progetto, iniziato nel giugno 2012, è stato promosso e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e realizzato dal Comune di Bologna con il supporto scientifico di Labsus-Laboratorio per la sussidiarietà e la collaborazione del Centro Antartide. I risultati del progetto saranno presentati il 22 febbraio prossimo con la partecipazione tra gli altri del ministro Delrio.

    link al programma

     Questa iniziativa ha ricevuto

     MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA
    DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Oggi molti amministratori locali, fra cui il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna,  hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità. Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus www.labsus.org  intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello di amministrazione tradizionale. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione fra cittadini e amministrazioni. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama così proprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

    Partire dalle cose, non dalle regole

    “Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione”. Questo è stato il metodo di lavoro seguito dal progetto di Bologna Le città come beni comuni. Nella fase di avvio nei tre quartieri di Navile, San Donato e Santo Stefano si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie e poi, una volta entrati nella fase operativa, ci sono stati periodici  incontri per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento in modo tale da trarne indicazioni su come andare avanti, correggendo gli errori.

    Un regolamento che migliora nel tempo

    Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, ha redatto il regolamento comunale che disciplinerà la collaborazione fra cittadini e amministrazione. Sottoposto all’esame dei dirigenti del Comune e di giuristi di varie università e infine portato in Giunta per l’approvazione finale, il 22 febbraio il regolamento sarà messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia attraverso il sito di Labsus e altri siti.

    Ogni Comune potrà scaricarlo, adattandolo alle proprie esigenze. Le diverse versioni che man mano saranno elaborate nei vari Comuni saranno a loro volta pubblicate nel sito di Labsus, creando così nel tempo un patrimonio di normative locali a disposizione di tutte le amministrazioni.

    Ufficio stampa:

    Comune di Bologna
    Cristiano Zecchi – 335.1362368 – cristiano.zecchi@comune.bologna.it

    Labsus Laboratorio per la Sussidiarietà
    Fabrizio Rostelli – 339.6059376 – rostelli@labsus.net

    Centro Antartide
    Sara Branchini – 339.8412305 – sara.branchini@centroantartide.it

    Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
    Paola Frontera – 320.4395813 – ufficiostampa@fondazionedelmonte.it

    Qui il video della giornata di presentazione

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      Angeli del fango? No, cittadini attivi

      21 ottobre 2014 | Notizie Notizie

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        Genova - alluvione - 07 11 2011

        Erano le 23:30 circa del 9 ottobre quando, a seguito di forti precipitazioni, esonda il torrente Bisagno. Da quel momento la situazione è fuori controllo, esondano anche altri torrenti, le acque invadono strade, cantine, negozi, trascinano le auto parcheggiate. Diverse famiglie vengono evacuate, e un uomo perde la vita annegato nella piena di acqua, fango e detriti dello stesso torrente che alimentò quella del Fereggiano nel 2011, causando la morte di sei persone. Se fosse successo di giorno, denunciano in molti, la tragedia sarebbe stata ben peggiore.

        Il fango e la meglio gioventù

        “Nel 1970 un’intera generazione si trovò a vivere una straordinaria avventura di solidarietà e di libertà. Il simbolo di quei giorni era l’impronta di una manata sporca di fango che i ragazzi si davano vicendevolmente sulle magliette” ricordava Massimo Razzi su Repubblica il 4 novembre del 2011. E proprio in quei drammatici giorni del post-alluvione nasceva la pagina Facebook degli Angeli del fango: “i ragazzi di Genova ci dimostrano che il mondo può cambiare” recita l’incipit informativo. Anche grazie a questa pagina, molti volontari, tra cui ragazzi giovanissimi, si sono coordinati al meglio per poter mettere a disposizione le proprie forze nel difficile post-alluvione. La pagina non solo ha permesso di condividere gli appelli della Protezione Civile e le comunicazioni ufficiali del Comune e dei Municipi, ma ha anche, significativamente, consentito l’autorganizzazione di volontari e privati cittadini, favorendo l’incontro tra disponibilità da una parte e richieste di aiuto dall’altra.

        #orabasta: non chiamateci Angeli

        Si sono svegliati presto nonostante le scuole chiuse, jeans negli stivali e via, alla ricerca di strumenti per dare una mano a spalare. E se in Comune sono finite le pale, fa niente, si useranno le mani, “l’importante è esserci” e darsi fa fare. In tantissimi erano in fila per ripulire il Museo di Storia Naturale, un luogo che definire emblematico in questo caso è dire poco: la dimora cittadina della conoscenza bene comune, per di più della conoscenza della natura, inondata e infangata. I danni stimati ammontano a 1 milione e 100 mila euro: la piena del Bisagno ha allagato il piano fondi, mettendo fuori uso le attrezzature scientifiche, danneggiato gli impianti e i serramenti interni ed esterni. Come dichiarato dall’Assessore comunale alla Cultura e al Turismo, Carla Sibilla, il lavoro dei ragazzi, insieme a quello dei dipendenti e dei tecnici, è stato determinante, tanto da consentire la riapertura del Museo in tempi record, nonostante la mole dei danni subiti. Questi giovani cittadini attivi e responsabili dimostrano di aver compreso il loro ruolo di custodi della cultura intesa come bene della comunità, necessario e da preservare. 

        Aldilà dell’impegno e della buona volontà, a lasciare ancor più positivamente colpiti è forse la consapevolezza e il senso di responsabilità di questi giovani volontari. “Non chiamateli Angeli del fango, perché questi ragazzi sono arrabbiati” dichiara una ragazza volontaria sulla rivista Wired. “La necessaria solidarietà non ci deve far dimenticare le precise responsabilità politiche di una situazione intollerabile”, si legge ancora nel comunicato sulla pagina Facebook “La meglio gioventù – solidarietà attiva alle zone alluvionate”, in cui si chiede lo «stop alle grandi opere inutili e dannose» e interventi di «messa in sicurezza del territorio». E il corteo apartitico indetto per oggi, con le richieste di certezza dei rimborsi in tempi brevi, finanziamenti garantiti dal Comune a tasso agevolato a favore degli alluvionati, moratoria delle imposte, dimissioni della giunta regionale, comunale e dei dirigenti Arpal, sfilerà sotto un unico grande slogan: #orabasta.

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          Al via la terza edizione di Labgov alla LUISS di Roma

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            MARCHIO_LABGOVcolore_DEF

            L’evento di apertura delle attività di LabGov per l’a.a. 2014/2015 si terrà il 23 Ottobre dalle h 10.00 alle h 12.30 presso la sede LUISS di Viale Romania 32 (Aula Toti).  Con questo evento Labgov, il laboratorio nato dalla collaborazione tra Labsus e Luiss, avvierà ufficialmente i lavori per l’anno accademico 2014/2015 e presenterà le attività del nuovo ciclo di progetti, alla presenza di notevoli esperti, specialisti accademici e brillanti professionisti nell’ambito dei beni comuni.

            Il territorio come bene comune

            Nell’a.a. 2014-2015 oggetto di analisi e sperimentazione di Labgov sarà la green governance intesa come tecnologia sociale, economica, istituzionale e giuridica applicata ai beni ambientali e paesaggistici, al territorio, agli stili di vita. Questi beni e la loro tutela o cura verranno riletti alla luce dei principi e delle tecniche tipiche della governance dei beni comuni, al fine di giungere alla costruzione di formule collaborative per la cura e rigenerazione di risorse fondamentali per il benessere individuale e collettivo, come l’ambiente, il paesaggio, il cibo che possono essere fonte di nutrimento, sostentamento, sviluppo, cultura, progresso. Lo scopo ultimo del LabGov sarà quello di riflettere, elaborare e applicare una strategia di governance idonea a configurare il “territorio come bene comune” e per questo motivo il laboratorio si concentrerà sui seguenti ambiti di studio e ricerca: “ambiente, agricoltura, alimentazione”.

            Il programma dell’evento

            Il Direttore Generale Dott. Lo Storto aprirà l’evento con i saluti istituzionali, introducendo così l’incontro e gli ospiti. Il Prof. Gregorio Arena, Presidente di Labsus, parteciperà all’evento con un intervento sull’amministrazione condivisa dei beni comuni. Interverranno inoltre il Prof. Leonardo Morlino, Prorettore alla Ricerca Luiss, con un intervento sulla  governance dei beni comuni e sulla qualità della democrazia in Italia, la Dott.ssa Maria Letizia Gardoni, Presidente Coldiretti Giovani Impresa che affronterà il tema della responsabilità dei giovani imprenditori agricoli per la bellezza e il territorio dell’Italia e il Dott. Paolo Verri, Direttore Padiglione Italia di Expo 2015. Il Prof. Christian Iaione, Coordinatore di  LabGov esporrà l’oggetto e il metodo di Labgov 2015.

             

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              L’attuazione del Regolamento sull’amministrazione condivisa a Bologna

              | Il punto di Labsus Notizie

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                Ad alcuni mesi dall’approvazione da parte del Consiglio Comunale (maggio 2014), proviamo a fare il punto sul grado di avanzamento del processo per l’attuazione del Regolamento a Bologna, la città in cui il Regolamento è nato.
                Intanto occorre mettere in evidenza come il tentativo di dettare una cornice normativa per la disciplina delle esperienze di collaborazione tra cittadini e amministrazione abbia suscitato un grande interesse, dentro e fuori la nostra città. Il Comune, infatti, ha ricevuto numerosissime richieste di supporto da parte di altre amministrazioni, grandi e piccole, interessate all’approvazione del Regolamento. Ciò, oltre a riempirci di orgoglio, ci carica inevitabilmente di una grande responsabilità nel proseguire il percorso avviato, traducendo i contenuti del regolamento in esperienze concrete di collaborazione e quindi in prassi amministrativa.

                Un Regolamento da subito a disposizione dei cittadini

                La prima scelta cui ci siamo trovati di fronte era se rendere immediatamente operativo il Regolamento sull’amministrazione condivisa oppure farlo solo dopo aver dettagliatamente analizzato e conseguentemente gestito tutte le sue ricadute di carattere giuridico e organizzativo. La decisione è stata nel senso di partire fin da subito ad utilizzare il Regolamento, mettendolo a disposizione dei cittadini. A tal fine lo scorso luglio è stato emanato un avviso pubblico con il quale i cittadini sono stati sollecitati ad inviare al Comune le loro proposte di collaborazione.
                L’avviso, in sintonia con le previsioni regolamentari, è rivolto all’ampio novero dei soggetti che, ai sensi dell’art. 4, possono assumere la qualità di “cittadini attivi” ed è costruito proprio secondo quei principi – informalità, fiducia reciproca, unicità dell’interlocutore, pubblicità etc. – chiamati ad informare la relazione con il cittadino. Le proposte, in linea con la definizione aperta di “beni comuni urbani” di cui all’art. 2, non devono riferirsi a luoghi, situazioni od esigenze predeterminati dal Comune, essendo rimessa ai cittadini la possibilità di individuare liberamente l’oggetto del loro impegno. Quanto infine alle forme di sostegno, vengono rese disponibili tutte quelle previste dal Regolamento: la loro puntuale individuazione e determinazione è demandata alla fase di confronto che, partendo dalla proposta dei cittadini e passando attraverso le valutazioni del Comune, porta alla sottoscrizione del patto di collaborazione.

                Come si costruisce un patto di collaborazione

                Attraverso questo canale sono già pervenute al Comune diverse proposte di collaborazione, alcune ancora in fase di approfondimento, altre già recepite nei patti. Altri patti sono stati costruiti per regolare proposte con cui il comune era comunque alle prese.
                Sono dunque già diversi i patti di collaborazione sottoscritti e altri stanno per tagliare il traguardo. Si va da esperienze di riqualificazione di piccoli contesti urbani attraverso interventi di rimozione del vandalismo grafico da muri e serrande alla cura di aree verdi; dalla costruzione e gestione di una bacheca di strada ad interventi migliorativi dell’area scolastica da parte dei genitori, etc.

                Abbiamo inoltre rilasciato il primo esempio di quelle che l’art. 29 definisce ipotesi di collaborazione predefinite. Si tratta, in particolare, della possibilità per i cittadini di procedere ad interventi di rimozione del vandalismo grafico da muri e serrande, in conformità a quanto previsto nel protocollo tra Comune e Sovrintendenza sottoscritto contestualmente alla presentazione del Regolamento il 22 febbraio scorso.
                Attraverso un form online il cittadino comunica luogo, data e caratteristiche dell’intervento, impegnandosi a rispettare le modalità operative definite dal Comune. La compilazione del form è l’unico adempimento richiesto: ciò semplifica significativamente l’impatto burocratico della procedura.

                L’amministrazione analizza gli effetti dell’attuazione del Regolamento

                Come si diceva, dunque, abbiamo iniziato ad usare il regolamento, gradualmente, almeno nelle sue parti per così dire autoapplicative.
                Parallelamente è stato però avviato il lavoro di analisi per dare attuazione “strutturale” al Regolamento. A tal fine è stato costituito un gruppo di lavoro intersettoriale che, sotto il coordinamento della Direzione Generale, è incaricato di identificare le ricadute poste dall’attuazione del Regolamento e di individuare le azioni conseguenti.
                Il gruppo, che vede la partecipazione dei ruoli chiave dell’amministrazione, è chiamato in particolare a raggiungere i seguenti risultati: migliorare la cultura organizzativa verso la modalità dell’amministrazione condivisa; definire i ruoli delle strutture dell’amministrazione chiamate a gestire la relazione con i cittadini attivi; definire le procedure attraverso le quali acquisire e istruire le proposte di collaborazione e monitorarne l’attuazione; diffondere, attraverso efficaci forme di comunicazione, il Regolamento e i risultati raggiunti.

                Il gruppo ha identificato 4 macroaree di analisi, affidando ciascuna di esse ad un sottogruppo tematico, composto in modo da prevedere la partecipazione degli uffici comunali più direttamente coinvolti in relazione al tema.
                In sintesi le aree individuate sono:
                a) aspetti giuridici, in cui rientrano ambiti e schemi di “patti di collaborazione”; problematiche assicurative; risorse e forme di sostegno; allineamento/verifica con gli altri regolamenti dell’amministrazione.
                b) aspetti organizzativi, in cui rientrano le fasi procedimentali: flusso di ingresso, fasi interne, tempi e responsabilità; rapporti tra i servizi; formazione.
                c) Comunicazione interna ed esterna, in cui rientrano tematiche inerenti la comunicazione interna ed esterna del regolamento e delle fasi di attuazione, oltre all’individuazione degli strumenti e delle relative modalità operative e gestionali necessari alla promozione e allo stimolo della partecipazione attiva.
                d) Rendicontazione civica, in cui rientrano modalità e strumenti per la rendicontazione della visibilità/efficacia complessiva del progetto oltre che per la valutazione del capitale sociale generato anche in relazione a tutti i progetti/interventi messi in opera dalle varie articolazioni comunali.
                I gruppi completeranno la loro analisi entro la fine di ottobre: i risultati verranno poi validati e recepiti dall’amministrazione.

                Soluzioni amministrative nuove

                Il processo di attuazione del Regolamento presenta numerosi elementi di complessità, sia perché presuppone la graduale e capillare acquisizione dei suoi contenuti da parte di tutti gli uffici, sia perché alcune delle sue previsioni – in particolare quelle che aprono alla collaborazione anche con gruppi informali – ci mettono di fronte a situazioni nuove che richiedono soluzioni amministrative nuove.
                Man mano che il Regolamento viene utilizzato ci pone esigenze concrete di carattere interpretativo o amministrativo. Stiamo cercando di mettere a frutto tali esperienze per consolidare le soluzioni che stiamo sperimentando ma anche per capire se, alla prova dei fatti, il regolamento approvato necessita di eventuali aggiustamenti.

                Donato Di Memmo Responsabile Ufficio Promozione della cittadinanza attiva – Comune di Bologna

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                Per tutti gli aggiornamenti sullo stato di attuazione del Regolamento nei Comuni italiani vai alla sezione dedicata di Labsus

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                  Chi ha detto che “senza proprietà non c’è libertà?”

                  | Cultura

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                    9788858113998

                    Ugo Mattei, già noto per le sue battaglie referendarie per i beni comuni e per il sodalizio stretto con  Sefano Rodotà, ha deciso di sposare il progetto di Laterza di collezionare una serie di saggi che mettono in discussione numerosi dogmi della civiltà contemporanea.

                    Ripercorrendo la storia di quella proprietà che da “privata” è divenuta “privante”, l’autore analizza il percorso intrapreso dal capitalismo moderno; dalle enclosures britanniche al fenomeno del land grabbing, la cultura occidentale ha avviato un percorso unilaterale che, grazie al prezioso aiuto del polivalente ombrello della globalizzazione, ha condotto i cittadini dei vari continenti ad obbedire ad una logica di mercato che mai si sognerebbe di mettere in dubbio un principio che ha finito per obbligare i rappresentati di tutto il mondo ad obbedire alle regole che ne derivano.

                    E’ interessante l’analisi dell’autore che offre una panoramica vasta ed originale, elencando le difficoltà che sono costretti ad affrontare, gli abitanti del cosiddetto Terzo mondo ed anche, la vera novità sembra essere questa, i più abbienti. Quest’ultima categoria è inconsapevole dei vincoli che limitano di fatto la loro tranquilla vita di proprietari. Il paragone fra gli indiani d’America, privi perfino della conoscenza del termine proprietà e vittime delle conquiste europee, e i paria indiani costretti a cedere i loro “possedimenti” alle multinazionali della risorta Asia capitalista, appare quanto mai appropriato.

                    Vietato parlarne, vietato opporsi, vietato financo “guardare dentro il vaso di Pandora pieno di contraddizioni della modernità” e intavolare una discussione che sappia se non altro contestare un principio che, alla luce dei fatti, appare quanto meno fallimentare.

                    “Preoccupa più la debolezza della critica alla proprietà privata che la forza di quest’ultima”, afferma Mattei nelle prime pagine del suo ultimo lavoro. Nessuno sa più ricondurre alla proprietà privata quella distruttiva potenza privante che garantisce, sempre e comunque, il godimento di un bene a qualcuno a discapito di altri.

                    Una legge del più forte, palesemente truccata, che mette sul piatto del vincitore un premio che non può che apparire sproporzionato: la libertà.

                    Una libertà fittizia, taroccata, obsoleta che soddisfa i vizi ed i lussi di una minima percentuale di “Bill Gates di turno”, promettendo la menzogna di un godimento fruttuoso all’enorme esercito dei piccoli proprietari. E’ stato facile per i difensori del liberismo a 360° tacciare di illibertà i critici di quel sistema; Mattei spiega invece con maestria come sia opportuno ascoltare, tra gli altri, Amartya Sen per capire che se di illibertà si deve parlare, queste ultime sono le figlie più che legittime di quella che l’autore definisce una proprietà privata e privante.

                    Le cause vanno senza dubbio ricondotte alla crisi culturale e antropologica che dalla fine degli anni ’70 ad oggi ci ha obbligati ad un ritorno forzato alle leggi e alle dinamiche romantiche che, com’è noto, hanno consentito all’egoismo di ergersi a valore fondante. Quella di Mattei però non appare come una critica serrata all’Art. 42 Cost. ed ai suoi simili, bensì un attacco nei confronti della convinzione che impone di poter mettere in discussione qualsiasi principio, escluso il concetto liberale di proprietà. Quest’ultima, infatti, va a collocarsi nel folto gruppo di benefici garantiti  dall’imperialismo occidentale, a discapito perenne delle colonie meridionali.

                    Nella storia del capitalismo mondiale “la proprietà privata ha sempre svolto il ruolo di carnefice delle libertà”. Una proprietà spesso confusa con l’accumulo di cui, ad oggi, non sembra nutriamo un forte bisogno ma che anzi si trasforma in un obbligo che, un giorno o l’altro, ci renderà consapevoli della necessità di confutare Fukuyama ed i suoi seguaci; un domani in cui sarà inoltre concesso di comprendere che le alternative esistono, i dubbi sono legittimi e che, loro malgrado, forse, non moriremo capitalisti.

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                      Tar Puglia, Bari, 14 gennaio 2013, n. 48

                      20 ottobre 2014 | Diritto Giurisprudenza Tar

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                        cane


                        La sentenza

                        La controversia qui in oggetto è sorta per la contestazione mossa da un’associazione volontaria a tutela degli animali che reclama il riconoscimento della titolarità di una concessione di servizio pubblico per lo svolgimento di attività di custodia e riparo di cani e il mancato pagamento dell’onere relativo da parte del comune, nonché in via subordinata il pagamento dell’indennità per indebito arricchimento. La controversia, che presenta profili di interesse per la natura della domanda giurisdizionale rivolta al giudice amministrativo, rileva qui però per le motivazioni utilizzate dal giudice per respingere l’eccezione di legittimazione attiva sollevata dai resistenti (era controinteressato anche un consorzio).
                        Il giudice, richiamando espressamente la sentenza Tar Puglia, Bari, 9 gennaio 2003, n. 21, respinge tale eccezione in considerazione del fatto che, alla luce di una complessa legislazione regionale a sua volta di attuazione della legge 281 del 1991, l’associazione ricorrente risulta riconosciuta e iscritta in un albo regionale che la abilita a svolgere attività di tutela con particolare riguardo per gli animali di affezione. Tale riconoscimento formale, sebbene alla lettura testuale delle disposizioni normative, non abilita l’associazione anche alla legittimazione processuale, pone l’associazione in una condizione differenziata dagli altri soggetti e, anche per il sostegno del principio di sussidiarietà orizzontale, la legittima a svolgere tale funzione anche in sede processuale.

                         Il Commento

                        La sentenza si iscrive nell’ampio indirizzo giurisprudenziale che si avvale del principio di sussidiarietà orizzontale per risolvere le domande pertinenti alle eccezioni di legittimazione processuale attiva. Nello specifico, richiamando i relativi passaggi della già citata e omologa sezione del tribunale pugliese, il principio è servito per rafforzare un’interpretazione avanzata della legittimazione processuale sulla base del riconoscimento formale di tali associazioni. Si vede, infatti, che il giudice, rilevata la non esclusiva attribuzione ai soli comuni della gestione di servizi di custodia di animali di affezione, ricava dal riconoscimento formale della ricorrente, ottenuto per mezzo di iscrizione ad apposito albo regionale, gli elementi soggettivi di differenziazione dalla platea indiscriminata dei soggetti privati con analoghe caratteristiche e, ancorché tale iscrizione per legge non autorizzi la legittimazione processuale attiva, tale risultato è comunque ottenuto per un’interpretazione evolutiva.
                        A contribuire alla progredita lettura dei dispositivi di legge è dunque anche il principio di sussidiarietà orizzontale che agisce quale criterio di supporto ai criteri consueti di differenziazione soggettiva che il giudice utilizza. Ancora una volta, dunque, al principio di sussidiarietà viene attribuita quella forza propulsiva, riconosciuta da un noto parere del Consiglio di stato, 1 luglio 2002, n. 1354, che permette un’applicazione del diritto che va oltre il mero testo formale delle leggi.

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                          Economia Sociale: leva di sviluppo e ben-essere

                          | Società

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                            economia sociale

                            L’economia sociale si presenta come una leva prioritaria di sviluppo dei territori, strategica nel riformulare percorsi di sviluppo dei Paesi europei e dell’Italia perché i soggetti che operano in tale settore godono della “loro capacità di coniugare la dimensione economica ed imprenditoriale con quella di natura sociale“. Un meccanismo che consente di costruire “reti di relazioni anche comunitarie, sia tra organizzazioni e singoli cittadini che con istituzioni di altro genere, ed in grado di contribuire alla competitività dei territori proprio attraverso l’incremento dei livelli di capitale sociale.

                            Cosa si intende per economia sociale

                            Economia sociale è l’insieme di tutte quelle organizzazioni che esercitano attività non a scopo di lucro (no profit) e cioè tutte quelle imprese sociali che producono sì ricchezza ma il cui scopo ultimo non è la distribuzione del profitto tra i soci quanto invece reinvestono nuovamente per la produzione di beni o servizi che soddisfino l’interesse generale, della società, per l’appunto. Sebbene non esista una definizione generale e univoca a livello comunitario, sono tutti concordi nell’affermare che l’economia sociale sia composta da un gruppo di soggetti che operano favorendo la partecipazione democratica, coerentemente con gli obiettivi del proprio statuto, sotto il principio della reciprocità e che in un senso più ampio vada definendo un tipo di economia improntata a rimuovere le distorsioni generate dal mercato sul piano distributivo.
                            Le imprese sociali sono ben il 10 % delle imprese europee e  presentano dei numeri in costante crescita: quasi 3 milioni di unità nell’UE a 27, poco più di 14 milioni di dipendenti e 103 milioni di volontari attivi nelle organizzazioni no profit. La Commissione Europea stima dal 2002 al 2010 l’incremento dei posti di lavoro  da 11 a 14,5 milioni riferibile al settore e identifica l’economia sociale come un fattore strategico contro la disoccupazione.

                            Il valore aggiunto

                            Analizziamo quali siano le determinanti che caratterizzano le imprese che operano nel settore e che connotino l’economia sociale come motore del valore aggiunto prodotto:

                            1. Creazione di coesione sociale, dimostrando una correlazione positiva diretta tra risorse umane impiegate nel settore no profit (ogni mille abitanti) e ricchezza prodotta sul territorio (0,87 dell’indice Breavis – Pearson);
                            2. Politiche condivise con le istituzioni pubbliche, nel senso che emerge in generale la capacità delle politiche in partnership pubblico/privata “non solo di rendere maggiormente efficienti ed efficaci i servizi di pubblica utilità, ma anche di individuare ed erogare servizi in campi nuovi e aggiuntivi”;
                            3. Innovatore sociale, poiché gli attori che operano nel settore dell’economia sociale spesso rispondono a bisogni cui il settore pubblico o privato non sopperiscono, determinando la capacità molto diffusa di dare risposte innovative, efficienti e sostenibili, producendo valore diffuso per l’intera società piuttosto che orientando vantaggi verso singoli individui;
                            4. Fattore di competitività nei territori, perché alla economia sociale e al valore aggiunto da essa prodotto (in termini ambientali, culturali, sociali ed economici) corrispondo migliori livelli di benessere diffuso nelle comunità, offrendo più alti incentivi alla competitività delle imprese e allo sviluppo grazie all’interazione sistemica che si innesca;
                            5. Resilienza alle difficoltà del ciclo economico. I dati del Censimento dell’Industria e dei Servizi e delle Istituzioni Non Profit mostrano come in Italia le organizzazioni dell’economia sociale rappresentino il 7,5% del totale delle organizzazioni economiche, occupando più di 2 milioni di persone (il 10% del totale della forza lavoro).

                            La stessa Strategia Europa 2020 auspica la crescita dell’economia sociale, predisponendo strumenti e compiti chiave nella produzione di innovazione e per la creazione di occupazione, riconoscendo l’enorme potenziale che ha dimostrato in termini di coesione territoriale e valore aggiunto (culturale, sociale, economico, istituzionale).

                            In allegato il quaderno “Economia Sociale: leva di sviluppo e ben-essere”

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                              Puglia: dalla Regione un piano per i neet

                              19 ottobre 2014 | Notizie Notizie

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                                bollentispiritipuglia

                                Un’iniziativa promossa dall’Assessorato alle Politiche Giovanili e alla Cittadinanza Sociale della Regione Puglia, “un percorso intensivo di apprendimento finalizzato a formare degli operatori di politiche giovanili, per formare nuove figure professionali dedicate all’attivazione di progetti per lo sviluppo locale, e l’animazione di comunità, attraverso il coinvolgimento dei giovani neet”, così si legge nell’avviso che pubblicizza la seconda edizione della “scuola bollenti spiriti”, che si svolgerà nuovamente a Taranto, da novembre 2014 a gennaio 2015. Aperta a tutti i cittadini italiani e stranieri residenti in Puglia, di età compresa tra 18 e 35 anni, la scuola affronterà, tra le altre cose, i nodi della rigenerazione urbana e dell’imprenditoria sociale, cercando di potenziare l’efficacia delle politiche pubbliche rivolte ai giovani, in particolare, ai cosiddetti neet (not in education, employment or training) cioè quella fascia di popolazione compresa i 15 anni e i 29 anni che non lavora e nemmeno risulta inserita in un percorso di istruzione e formazione. Dalla Regione Puglia, dunque, un piccolo piano e insieme un segnale concreto per tentare di risolvere, in parte, un’emergenza che è europea. “Di quella generazione che forse per la prima volta nella sua storia, (dell’Europa), sta peggio di quella che l’ha preceduta”.

                                Una generazione di giovani innovatori

                                Un bilancio iniziale della prima edizione Labsus ha provato a tracciarlo attraverso una lunga conversazione con Michele Lojacono, giovane architetto, uno dei tutor d’aula della scuola, e fondatore di Labuat, acronimo di Laboratorio Urbano Architettura Taranto, associazione culturale che promuove e sperimenta nuove forme di tutela e gestione partecipata del patrimonio urbano, con particolare attenzione alla valorizzazione del patrimonio culturale diffuso nella città vecchia di Taranto, che è messo continuamente a rischio dai crolli strutturali, e dall’incuria istituzionale. “Il progetto di turismo sociale, tra quelli elaborati dalla scuola, è sicuramente tra i più interessanti sia perché guarda in una prospettiva futura e sia perché riconosce un processo di gestione partecipata dei beni culturali già esistente in città”, ci spiega Lojacono, facendo riferimento a quell’esperienza che considera già un laboratorio di buone pratiche, ovvero la “cura spontanea” della chiesa di Sant’Andrea degli Armeni, un’unica sala rettangolare di epoca rinascimentale nel cuore del centro storico di Taranto “che oggi ci racconta una storia di rigenerazione urbana” prosegue il fondatore di Labuat, “quella, cioè, di cui sono protagonisti alcuni residenti e qualificati operatori culturali che condividono la chiave della chiesa ed insieme ad essa le responsabilità di tenere quel posto pulito e accogliente, pronto ad essere aperto al primo visitatore o curioso che lo richieda”. Dopo che per decenni la chiesa è stata chiusa, colpevolmente, ora qui dentro si producono i contenuti di quella che presto diventerà un’applicazione per smartphone e tablet, un’audioguida della città vecchia che sarà disponibile in francese, arabo, russo, persiano e armeno. “Ma non è l’elenco delle attività da loro svolte ad essere importante”, conclude Michele Lojacono, “quanto la rete di relazioni e di saperi messi che possono incrociarsi nei progetti di natura collettiva; e lo scopo della scuola è proprio quello di mettere in connessione queste energie, che altrimenti sarebbero latenti”. “In Puglia è nata una generazione di giovani innovatori” racconta invece Roberto Covolo, esperto di rigenerazione urbana e coordinatore della Scuola di Bollenti Spiriti. “Qui sono sorte, solo grazie al programma Principi Attivi, circa 600 tra associazioni, cooperative e imprese giovanili. Alcune tra queste esperienze hanno ottenuto risultati di assoluta eccellenza a livello nazionale e internazionale. C’è stato un notevole interesse, da parte delle istituzioni e del mondo delle imprese, a livello sia locale, che nazionale, verso i progetti di innovazione dal basso ideati e realizzati da giovani pugliesi nel campo della tutela e valorizzazione del territorio, dell’economia della conoscenza e dell’inclusione sociale. Ovvio che non basta – prosegue Covolo – occorre ideare ancora altri dispositivi di welfare che considerino i giovani non soltanto come destinatari di politiche pubbliche, bensì come risorsa, come parte attiva di un processo di cambiamento socio-culturale e di innovazione, del territorio e delle comunità che lo abitano. La stessa scelta di localizzare la scuola nella città vecchia di Taranto va in quella direzione”. E laddove, come ha scritto Adriano Sofri, “la cupezza grava sulla città come la nuvolaglia perenne dell’Ilva” (e dell’Eni, della Cementir, dell’Arsenale) è già tanto riuscire ad immaginarselo.

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                                  Lunedì 20 ottobre Gregorio Arena in diretta a TV2000 (canale 28 digitale terrestre)

                                  | Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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                                    televisione

                                    “Siamo Noi” è un programma giornalistico, ideato da Alessandro Sortino e condotto in studio da Massimiliano Niccoli e Gabriella Facondo, che racconta storie reali ed emblematiche per descrivere  l’Italia e gli italiani di oggi, e nel contempo d’azione, per combattere il senso d’impotenza e la rassegnazione prodotti dalla realtà della crisi in cui ci sembra inesorabilmente di sprofondare.
                                    In ciascuna puntata: dialogo in studio con gli ospiti (persone “comuni” e rappresentanti del mondo delle istituzioni e della cultura), reportage e collegamenti “sul/dal  territorio”, testimonianze che investono problemi concreti e apparentemente senza soluzione (la perdita del lavoro, le difficoltà del precariato, l’impoverimento, difficili relazioni familiari…). Se ne cerca, in positivo, una possibile via d’uscita, tutti insieme, coinvolgendo protagonisti e pubblico e suggerendo un nuovo approccio: (ri)mettersi in gioco, fare rete, contare sugli altri e sentirsi parte di una ritrovata comunità.

                                    Nella prima puntata verranno affrontati i concetti di “cittadinanza attiva” e di “bene comune” perché questo sarà uno dei temi che la trasmissione seguirà durante tutto l’anno tramite interviste, approfondimenti e servizi realizzati documentando le realtà che hanno iniziato ad attivarsi portando a risultati positivi nelle comunità territoriali.

                                    Saranno ospiti in studio oltre a Gregorio Arena, Don Francesco Soddu, Riccardo Bonacina, Odile Robotti, Fausto Iaccheri.

                                    Per tutti gli aggiornamenti sullo stato di attuazione del Regolamento nei Comuni italiani vai alla sezione dedicata di Labsus

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                                      Il Comune di Narni approva il Regolamento sui beni comuni urbani

                                      18 ottobre 2014 | Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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                                        narni

                                        Per meglio comprendere le motivazioni che hanno portato il Comune di Narni a compiere questo passo, Labsus ha posto qualche domanda al propositore del Regolamento, l’assessore alle Politiche ambientali Alfonso Morelli.

                                        Assessore, cosa l’ha spinta a proporre il Regolamento al suo Comune?

                                        Ci ha spinti il fatto che il territorio narnese è già ricco di esperienze di volontariato, in più abbiamo una rete di centri civici nelle frazioni, per cui già esistono molte associazioni che si prendono cura degli spazi pubblici. Negli ultimi anni questa attenzione per i centri civici è calata nel senso che è stata un po’ lasciata alla relativa associazione mentre abbiamo notato che c’era bisogno di un rapporto più forte perché c’è bisogno di uno scambio continuo. Venendo a conoscenza di questo Regolamento lo abbiamo preso come esempio e lo abbiamo adottato per rilanciare il mondo del volontariato e per rafforzare la fiducia tra istituzioni e cittadinanza.

                                        I suoi colleghi come hanno accolto la proposta?

                                        Noi abbiamo adottato il regolamento tramite proposta di Consiglio e non di Giunta ed è stata approvata in modo unanime.

                                        Ha in mente un ambito particolare di applicazione, un punto di partenza insomma?

                                        Come assessore che ha proposto il Regolamento – ho la delega alle Politiche Ambientali – ho da poco fatto il nuovo piano di gestioni dei rifiuti. Ci saranno trasformazioni importanti nella gestione e nella raccolta e quindi o c’è una collaborazione spinta da parte di tutti oppure questi risultati non si raggiungono. L’idea era associare a questo Regolamento iniziative che possano andare a migliorare il sistema e affrontare il tema ecologico. Già abbiamo in mente diverse iniziative e tramite la rete dei centri civici vorremmo specializzare ognuno di essi in un ambito particolare. La base è interessante perché parliamo di un territorio abbastanza vasto, con diciotto frazioni, per cui rimane fondamentale un decentramento partecipato.

                                        Assessore, lei ha anche la delega alle Politiche Giovanili. Visto che uno dei punti forti di Narni è diventata l’Università, e dunque gli studenti, oltre ad aver favorito, direttamente e indirettamente, lo sviluppo economico e turistico del Comune, come pensa di coinvolgerli attivamente in questo ambizioso progetto?

                                        Il percorso sarà di divulgazione del Regolamento perché appunto serve informare e informarsi. L’idea è di coinvolgere chiunque sia presente e abbia a cuore il territorio narnese. Infatti, per quanto riguarda le Politiche Giovanili, noi abbiamo un programma, che approveremo e divulgheremo a breve, di nome “Onda Nuova – Piano Locale Giovani”, dove coinvolgeremo i giovani dai 14 ai 35 anni, quindi compresi gli studenti universitari. Saranno programmi integrati: il Piano Locale Giovani si legherà benissimo con il Regolamento e insieme, a loro volta, legheranno benissimo con l’altro piano che abbiamo studiato per le Politiche Energetiche. Sono tre settori di progettazione e co-progettazione che si intrecciano e dove i soggetti, compresi gli studenti, verranno tutti coinvolti. Sono strumenti che presentano un’occasione, no?

                                        E noi la prendiamo al volo.

                                        Già, servirà a far emergere eccellenze e a dare spazio e possibilità ai giovani. Mai come in questo caso, l’Università è uno dei settori fondamentali del nostro comune.

                                        Ringraziamo l’assessore Morelli per la disponibilità e attendiamo impazienti il risultato della sua opera.

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                                          Vecchie stazioni ferroviarie cedute in comodato d’uso gratuito

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                                            imagestr8tr6

                                            In questi anni Ferrovie dello Stato ha deciso di cedere le vecchie stazioni ferroviarie in comodato d’uso gratuito a enti locali, associazioni di volontariato e no profit a patto però che queste si occupino della manutenzione e che organizzino attività socio-culturali, turistiche ma anche imprenditoriali e commerciali. Sono ammessi una grande varietà di progetti purché siano connessi alla riqualificazione dei locali concessi in comodato d’uso e contribuiscano al benessere delle comunità rafforzandone soprattutto i legami sociali. Il progetto di Ferrovie dello stato si inserisce in una più ampia tendenza europea che vede la maggior parte delle imprese ferroviarie impegnate in progetti di riqualificazione dei propri patrimoni immobiliari. Lo scopo è quello di favorire all’interno dei propri locali tutte quelle attività che possano giovare al benessere dei cittadini e anche all’ambiente. L’attenzione di Ferrovie dello stato per la conservazione e lo sviluppo del territorio italiano viene alla luce anche dal momento che molti binari dismessi e inutilizzati sono diventati percorsi naturalistici da percorrere a piedi o in bici.

                                            Le Stazioni “Impresenziate”

                                            Si tratta per esattezza non solo di vecchie stazione ormai abbandonate ma anche di stazioni cosidette impresenziate, ovvero gestite a distanza via internet che risultano quindi semi abbandonate poiché la presenza fisica del personale ferroviario non è necessaria. Le Ferrovie dello stato hanno pubblicato una lista che comprende circa 1700 stazioni di cui 480 sono già state assegnate. Tra queste ci sono luoghi incantevoli e dalle grandi potenzialità come la stazione di Roma-Casilina, stazioni poco distanti da Susa e dal mare di Sardegna e Sicilia.
                                            Per citare un esempio fortunato, la stazione di Ronciglione è stata affidata all’associazione “Cuore di Mamma” che l’ha trasformata in una casa di accoglienza per le famiglie di bambini affetti da malattie oncologiche.

                                            Greenways

                                            Altro progetto portato avanti da Ferrovie dello stato insieme al Ministero dell’ambiente è quello delle Greenways, ovvero la volontà di trasformare circa 3000 km di binari dismessi in percorsi verdi e piste ciclabili accessibili a tutti. Questo progetto ha una duplice valenza. Oltre alle conseguenze positive sul turismo ambientale potrebbe avere effetti positivi anche sulla mobilità lenta. Potrebbe rendere più agevoli e più gradevoli i piccoli spostamenti tra casa, scuola e lavoro. Un importante progetto di questo genere si sta tentando sulla linea non più utilizzata Roma – Cesano.

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