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Il 22 febbraio a Bologna presentato il primo regolamento sull’amministrazione condivisa

21 febbraio 2014 | Cantieri Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

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    locandina bologna

    Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno, fra le altre cose, anche di amministratori comunali capaci di amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.

     Il progetto Le città come beni comuni www.cittabenicomuni.it ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo auspicabile, ma anche possibile.

    Il progetto, iniziato nel giugno 2012, è stato promosso e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e realizzato dal Comune di Bologna con il supporto scientifico di Labsus-Laboratorio per la sussidiarietà e la collaborazione del Centro Antartide. I risultati del progetto saranno presentati il 22 febbraio prossimo con la partecipazione tra gli altri del ministro Delrio.

    link al programma

     Questa iniziativa ha ricevuto

     MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA
    DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Oggi molti amministratori locali, fra cui il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna,  hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità. Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus www.labsus.org  intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello di amministrazione tradizionale. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione fra cittadini e amministrazioni. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama così proprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

    Partire dalle cose, non dalle regole

    “Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione”. Questo è stato il metodo di lavoro seguito dal progetto di Bologna Le città come beni comuni. Nella fase di avvio nei tre quartieri di Navile, San Donato e Santo Stefano si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie e poi, una volta entrati nella fase operativa, ci sono stati periodici  incontri per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento in modo tale da trarne indicazioni su come andare avanti, correggendo gli errori.

    Un regolamento che migliora nel tempo

    Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, ha redatto il regolamento comunale che disciplinerà la collaborazione fra cittadini e amministrazione. Sottoposto all’esame dei dirigenti del Comune e di giuristi di varie università e infine portato in Giunta per l’approvazione finale, il 22 febbraio il regolamento sarà messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia attraverso il sito di Labsus e altri siti.

    Ogni Comune potrà scaricarlo, adattandolo alle proprie esigenze. Le diverse versioni che man mano saranno elaborate nei vari Comuni saranno a loro volta pubblicate nel sito di Labsus, creando così nel tempo un patrimonio di normative locali a disposizione di tutte le amministrazioni.

    Ufficio stampa:

    Comune di Bologna
    Cristiano Zecchi – 335.1362368 – cristiano.zecchi@comune.bologna.it

    Labsus Laboratorio per la Sussidiarietà
    Fabrizio Rostelli – 339.6059376 – rostelli@labsus.net

    Centro Antartide
    Sara Branchini – 339.8412305 – sara.branchini@centroantartide.it

    Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
    Paola Frontera – 320.4395813 – ufficiostampa@fondazionedelmonte.it

    Qui il video della giornata di presentazione

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      A Montalto (Cosenza) i migranti insegnano l’inglese ai cittadini

      1 luglio 2015 | Notizie Notizie

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        migranti

        A Montalto, in provincia di Cosenza, nasce il progetto “Le note dell’accoglienza”: Mosa e Mohamed, due giovani afghani, ospiti nel centro Sprar (il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) si sono offerti di tenere un corso di lingua inglese per i cittadini che li hanno accolti.
        L’idea di realizzare questo progetto per i cittadini è nata direttamente dai rifugiati che volevano ricambiare l’accoglienza ricevuta dalla comunità che li ospita, rendendosi utili per i cittadini.

        I migranti coinvolti

        giornata mondiale del rifugiato

        giornata mondiale del rifugiato

        Uno è un ingegnere meccatronico, che ha studiato e vissuto in Norvegia molti anni, l’altro è diplomato in un istituto professionale. Entrambi in fuga dal loro paese, sono approdati in Calabria, dove ad accoglierli è stata la struttura gestita dall’associazione “Promidea“. Per dimostrare la loro gratitudine al territorio che li ospita, hanno proposto all’associazione di tenere un corso d’inglese, completamente gratuito, indirizzato a tutta la popolazione, dai diciotto anni in su. Autonomamente, hanno individuato il manuale che useranno per tenere il corso.
        Questo corso è uno scambio” ci spiega Elisa De Nardo, educatrice e responsabile dell’équipe che gestisce lo Sprar. “Per i migranti è un’occasione di avvicinarsi ai cittadini montaltesi, perché oggi il dialogo è limitato alle iniziative o a incontri sporadici. In più gli permette di soddisfare il loro bisogno di sentirsi utili alla comunità che li ha accolti. Ai montaltesi permette di conoscere più da vicino i nostri ospiti e di imparare una lingua molto utile“.

        L’obiettivo del corso, che conta già parecchi iscritti nella popolazione di Montalto, è quello di consentire alle persone di comunicare. Pertanto, si è pensato di partire subito dalla conversazione e dalla simulazione di scene di vita quotidiana, per poi spiegare le regole basilari della grammatica inglese. Il corso si terrà tre volte a settimana, per due ore a lezione, presso l’istituto “Santa Rita”, di Montalto Uffugo.

        L’azzociazione che ha promosso l’iniziativa

        L’associazione Promidea, che ha contribuito alla realizzazione di questo progetto, non gestisce un centro collettivo, ma ha preferito una formula diversa. “Per facilitare l’integrazione abbiamo scelto gli appartamenti. Così i migranti, in gruppi di quattro, vivono in ogni abitazione. I nostri ospiti sono una trentina“, afferma Elisa De Nardo. “Gestiscono autonomamente le pratiche di vita quotidiana. Gli diamo anche un contributo per fare la spesa, perché cerchiamo di favorire il processo d’integrazione nella comunità, tenendo conto dei loro bisogni e delle loro aspettative”.
        Gli appartamenti prendono il nome da varie opere liriche, in memoria di Ruggero Leoncavallo, compositore noto ai montaltesi. Un modo per mettere in contatto i migranti con la memoria della popolazione locale e fornire spunti di conversazione.
        Gli ospiti arrivano dalla Somalia, dalla Nigeria, dal Ghana, dall’Afghanistan, dal Pakistan e dall’Iraq. Alcuni di loro hanno profili molto alti di scolarizzazione. Ci sono anche tre nuclei familiari e tre bambini sono nati proprio durante la permanenza nel centro, rendendo l’esperienza di “Promidea” ancora più forte.

        Intervista a Elisa De Nardo, responsabile del progetto

        Da quanto tempo i migranti risiedono nel vostro comune?

        Il Comune di Montalto Uffugo è entrato a far parte della rete degli enti locali dello SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che garantiscono, a livello territoriale, interventi di accoglienza integrata ai richiedenti e ai titolari di protezione internazionale, nel mese di febbraio 2014. Dall’avvio a oggi, il progetto territoriale – denominato “Le note dell’accoglienza” in considerazione della tradizione storico-culturale del paese stesso –  ha accolto complessivamente 39 persone, tra cui Mosa e Mohammad, i due migranti che stanno realizzando il corso d’inglese. Entrambi sono di origine afghana e hanno rispettivamente 28 e 22 anni. Simile è anche la loro storia: hanno lasciato il Paese natio da piccoli e vissuto in altri Stati europei prima che venisse loro riconosciuta la protezione internazionale in Italia.

        Pensa che questo corso abbia favorito l’integrazione?

        L’integrazione dei migranti nel contesto di accoglienza è uno degli obiettivi principali dei progetti territoriali dello SPRAR. Quanto il corso di inglese possa contribuire a migliorare la capacità di interazione con il territorio è ancora presto per dirlo, essendo lo stesso iniziato da poco più di una settimana. Sicuramente ha già raggiunto l’obiettivo di aumentare le possibilità e le occasioni di incontro, conoscenza e scambio, fra i beneficiari ospiti e i cittadini del luogo. Così come può dirsi raggiunto l’obiettivo di rendere i migranti protagonisti attivi del loro percorso di accoglienza, che è l’altro fine ultimo a cui devono tendere i progetti territoriali. Al centro del sistema dello SPRAR, infatti, è collocata la persona accolta, considerata non beneficiaria passiva di interventi predisposti in suo  favore, ma artefice e protagonista attiva del percorso di integrazione.

        Che riscontro ha avuto l’iniziativa presso i cittadini?

        I cittadini hanno mostrato interesse e grande partecipazione: ventisette iscritti e c’è già una lista di interessati a una eventuale seconda edizione del corso, tra cui sei bambini. Sono stati gli stessi migranti docenti a stabilire il numero massimo dei partecipanti, in modo da favorire maggiormente il processo di apprendimento. Le lezioni andranno avanti sino a fine luglio, con cadenza tre volte a settimana per due ore ciascuna.

        Come è andata la prima lezione, chi ha partecipato?

        La prima lezione è coincisa con la celebrazione della Giornata Mondiale del Rifugiato, istituita nel 2000 come occasione per ricordare la condizione di milioni di persone in tutti i continenti costrette a fuggire dai loro Paesi e dalle loro case a causa di persecuzioni, torture, violazioni di diritti umani, conflitti.  Nella rete dello SPRAR, per la celebrazione della Giornata del Rifugiato, quest’anno si è puntato sulla realizzazione e narrazione di iniziative positive di collaborazione tra cittadini e beneficiari dei progetti territoriale, il cui filo conduttore è stato “IO SO(G)NO IN ITALIA”. A Montalto Uffugo abbiamo allora pensato di celebrarla con l’avvio del corso di inglese: “Io qui a Montalto Uffugo SONO ospite di un progetto di accoglienza. Io da qui SOGNO di ricostruire la mia vita. Io SONO qui e non voglio sentirmi un peso. Io SOGNO che l’accoglienza sia sempre per tutti scambio e arricchimento reciproco”: queste le parole scritte sulla locandina dell’iniziativa.
        Quanto agli attuali partecipanti, sono tutti del luogo; alcuni sono studenti universitari, altri liberi professionisti (come due avvocati), un’estetista, un’infermiera, una sociologa, un lavoratore in mobilità; l’età è varia, da giovanissimi a signori prossimi alla pensione. C’è chi ha già avuto modo di avvicinarsi alla lingua inglese e chi si cimenta per la prima volta.

        Quali competenze possiedono i migranti che si sono offerti di insegnare?

        Mosa è laureato in ingegneria meccatronica, titolo che ha conseguito in Norvegia. Ha già avuto esperienza come docente di lingua inglese proprio nel Paese del Nord Europa. Mohammad, invece, è alla sua prima esperienza da formatore. È diplomato presso un istituto professionale e ha un’esperienza lavorativa come tappezziere. Oltre all’inglese, parlano l’italiano, l’arabo, il tedesco e il persiano.

        Il progetto è nato da Promidea, il comune o altre associazioni hanno collaborato in qualche modo?

        L’idea di realizzare un corso di inglese gratuito per i cittadini di Montalto Uffugo è nata, in realtà, da Mosa e Mohammad, e dal loro bisogno di sentirsi “utili” e ricambiare l’accoglienza ricevuta dalla comunità che li ospita. L’idea è stata accolta favorevolmente ed è stata realizzata dal Servizio Centrale, che con i suoi referenti fornisce assistenza tecnica e supporto nella realizzazione dei progetti territoriali della rete dello SPRAR, dal Sindaco e dall’amministrazione comunale di Montalto Uffugo, che è l’ente titolare del progetto, e della Cooperativa Promidea che è l’ente gestore.

        Foto Redattore sociale

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          Il Comune di Roma affida ai cittadini il Parco delle Mura Latine

          30 giugno 2015 | Notizie Notizie

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            mure aureliane porta metronia

            Con la delibera 622 del 22/05/2015 del Comune di Roma i cittadini potranno prendersi cura della zona verde del Parco delle Mura Latine organizzandosi per portare a termine attività di riqualificazione su un territorio finora lasciato all’incuria.
            Il progetto del Comitato prevede la riqualificazione del parco attraverso un lavoro di pulizia e manutenzione che comprende dal taglio delle siepi alla raccolta dei rifiuti.
            Secondo le dichiarazione della presidente del comitato Annabella D’Elia: “lo scopo di tale iniziativa è sia riqualificare sia migliorare quest’area verde in quanto durante la sua progettazione non si tenne conto delle reali esigenze provenienti dai cittadini e dal quartiere e non si pensò alla costruzione di un’area attrezzata per i bambini o un’area dedicata ai cani”.
            Inoltre, attraverso l’aiuto di tutti i cittadini coinvolti, si vogliono creare i presupposti per lo sviluppo di una coscienza collettiva sul tema della tutela dell’ambiente urbano e sulla cura dei beni comuni per il benessere della collettività.

            Chiamata all’azione

            Gli appuntamenti di riqualificazione dell’area verde sono stati finora due e si sono svolti con buoni risultati grazie al contributo dei volontari e dell’AMA (Azienda Municipale Ambiente) che ha fornito i sacchetti per la raccolta dei rifiuti e si è occupata di provvedere allo smaltimento.
            Il 2 luglio alle ore 19.30 è in programma un terzo incontro allo scopo di organizzare i turni per la manutenzione durante l’estate, coordinare i volontari ed aumentare la partecipazione dei residenti al progetto. Il coinvolgimento e la disponibilità dei cittadini infatti sono aspetti fondamentali per la riuscita di questo tipo di iniziative anche per quanto riguarda la raccolta di materiali da poter poi utilizzare.

            L’impegno sul territorio

            Il Comitato Mura Latine è molto attivo nel quartiere ed ha intrapreso da tempo anche altre iniziative per lo sviluppo e la tutela del territorio dato che la zona è al centro del monitoraggio dei residenti anche a causa dei protratti cantieri della Metro C. Tra le iniziative realizzate c’è stata la forte mobilitazione e la raccolta firme per la costruzione della rotatoria in Porta Metronia, la partecipazione al progetto di riqualificazione del mercato di Piazza Eripo oltre all’aver organizzato passeggiate interattive e visite guidate sotto le Mura Aureliane.

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              “Dall’alto”, “Dal basso” o “Di lato”?, la Call della Biennale dello spazio pubblico

              | Notizie Notizie

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                unnamed

                Seppur in forme diversificate dal passato, la marginalità urbana esiste ancora. In tal senso, in simili contesti, lavorare per e sullo spazio pubblico può essere determinante. Lo spazio pubblico, infatti, è un possibile ambito di promozione dell’equità urbana, poichè esso può diventare il luogo di espressione del “conflitto creativo”, spazio fisico e sociale di confronto democratico tra le multiple identità degli attori coinvolti. La ‘sfera pubblica’ come entità complessa, luogo del confronto e del conflitto, modellato e gestito da attori diversi in modo più o meno informale o legittimo, è sicuramente una chiave di lettura valida sulla quale indagare processi di recupero e rigenerazione.

                Marginalità e spazio pubblico

                mostra 3Lasciare aperta la nozione di “marginalità”, senza circoscriverla in una definizione data, dà spazio a un’ampia interpretazione del termine: questo è stato il presupposto delle attività organizzate in occasione della III Biennale dello Spazio Pubblico con gli studenti del secondo anno del Corso di Progettazione Urbanistica 1-A – Facoltà di Architettura, Sapienza Università di Roma. Nel corso dell’attività del semestre sono state sviluppate descrizioni, interpretazioni, proposte progettuali per 24 aree marginali o di margine all’interno del territorio della città di Roma. Allo stesso tempo, mediante il lancio di una Call for practices internazionale – dal titolo “Dall’alto”, “Dal basso” o “Di lato”? Bilanci e prospettive per gli interventi urbani per lo spazio pubblico in aree di margine – è stato possibile raccogliere progetti realizzati o in via di realizzazione dai quali poter trarre ipotesi interpretative, indicazioni e suggerimenti per l’intervento.
                Sono emerse così, come “marginali” non solo quelle aree geograficamente periferiche rispetto a una o più polarità – ad esempio in termini di disponibilità e qualità dei servizi – ma anche quelle caratterizzate da una condizione di perifericità più “sociale” e meno “radicata” al suolo.

                “Dall’alto”, “Dal basso” o “Di lato”?

                Attraverso questi materiali si è tentato di costruire una possibile definizione/descrizione di aree “di margine” non necessariamente e/o non solo marginali, a partire dai contesti reali, al fine di innovare e potenziare le forme di intervento con l’intenzione di approfondire, allo stesso tempo, tre approcci corrispondenti a tre prospettive di ricerca di dottorato in corso (espresse dal claim “dall’alto”, “dal basso”, “di lato”).
                In sintesi, si sono volute indagare le possibili modalità di intervento: “top down” (strategie, policies e progetti messi in campo dalle pubbliche amministrazioni); “bottom up” (forme di auto-organizzazione dal basso, attivazione di processi inclusivi responsabili e partecipativi sollecitati dalle effettive richieste locali); “cross cutting” (varie forme di partenariato pubblico privato, iniziative di rigenerazione urbana promosse da attori privati di varia natura, investitori o soggetti del terzo settore). L’obiettivo era quindi quello di contribuire alla realizzazione di una base conoscitiva – arricchita mediante seminari, mostre e dibattiti – che ci ha consentito di mettere in connessione diretta la ricerca con le esperienze dei professionisti, degli operatori e dei cittadini e di maturare una riflessione sulle aree marginali e, più in generale, sulla città contemporanea.

                “Dall’alto”, “Dal basso” e “Di lato”!

                Dal lavoro svolto è emersa la ricerca dell’interazione tra diversi tipi di stakeholder e, quindi, tra diversi tipi di prospettive entro una condizione che sempre più richiede interventi che favoriscano trasformazioni complesse, articolate e coordinate. In tal senso, le pratiche selezionate rispondono a queste caratteristiche e indicano strategie per intervenire non solo nello spazio pubblico inteso come spazio aperto ma, più in generale, su luoghi, costruiti o meno, spazio delle relazioni fische e sociali che costituiscono la sfera pubblica. Gli interventi premiati hanno interessato la rigenerazione di parti di città attraverso l’approccio sinergico a piazze, aree verdi abbandonate e recuperate, edifici militari riconvertiti da cooperative sociali, spazi pubblici frammentati ricuciti con interventi integrati.

                Prospettive

                Gli esiti del lavoro svolto in questi mesi verranno raccolti e ulteriormente approfonditi attraverso una pubblicazione di carattere scientifico. Al fine di dare seguito al lavoro sono previsti, tra settembre e ottobre, a Roma, ulteriori esposizioni e nuovi incontri che daranno modo di contribuire a rafforzare le conoscenze sul tema oltre che di proseguire i dibattiti e le riflessioni avviate nel mese di Maggio. Per queste occasioni stiamo continuando a raccogliere esperienze e contributi attraverso il sito, costantemente in aggiornamento, urbapract.wordpress.com.

                Autori

                Irene Amadio
                PhD student, Dottorato in Pianificazione, Design e Tecnologia dell’Architettura, Dipartimento di Pianificazione, Design, Tecnologia dell’Architettura, Università La Sapienza di Roma
                irene.amadio@uniroma1.it

                Camilla Ariani
                PhD student, Dottorato in Pianificazione, Design e Tecnologia dell’Architettura, Dipartimento di Pianificazione, Design, Tecnologia dell’Architettura, Università La Sapienza di Roma
                camilla.ariani@uniroma1.it

                Giulia Bortolotto
                PhD student, Dottorato in Pianificazione, Design e Tecnologia dell’Architettura, Dipartimento di Pianificazione, Design, Tecnologia dell’Architettura, Università La Sapienza di Roma
                giulia.bortolotto@uniroma1.it

                Daniela De Leo
                PhD, ricercatrice in Urbanistica e docente di “Progettazione urbanistica”, Facoltà di Architettura Università “La Sapienza” di Roma.
                daniela.deleo@uniroma1.it

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                  Piazza Verdi a Bologna: imparare lavorando

                  29 giugno 2015 | Beni comuni Integrazione Rapporti sociali Sviluppo della persona Vivibilità urbana

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                    P.zza Verdi

                    Il comitato “Piazza Verdi” basa le proprie attività su iniziative di rigenerazione urbana, operando per garantire manutenzione e cura, laddove necessario. Per risolvere le emergenze insidiatesi nell’area interessata il comitato si pone come obiettivo anche quello di riportare la città a riconsiderare il valore della coesione sociale. Superare l’individualismo operando per la riqualificazione urbana è quindi il perno sul quale si posa il progetto “Piazza Verdi Lavoro”.

                    A piazza Verdi un percorso di risanamento sociale

                    Il comitato opera dal 1999 nella zona universitaria, nel cuore di Bologna: il suo obiettivo è stato fin da subito quello di far fronte alla questione sociale che da tempo interessa la città. Ad oggi i soggetti che vivono la zona sono studenti, residenti, lavoratori, ma anche giovani senza tetto, extracomunitari in condizioni di disagio e dipendenti da alcool o droghe. Per raggiungere un equilibrio tra chi vive e popola questa area è nato il progetto “Piazza Verdi lavoro”. Presentato nel 2008 dallo stesso comitato al Comune di Bologna, il progetto ha ottenuto un finanziamento per la realizzazione grazie all’accordo con: le associazioni studentesche “L’Altra Babele” e “Terzo Millennio”, “Amici di Piazza Grande”, la cooperativa “La Rupe”, “Hera” e la chiesa di San Giacomo Maggiore; al finanziamento hanno contribuito inoltre la Regione Emilia Romagna e la Fondazione del Monte.

                    L’obiettivo che il comitato si è posto e porta avanti è orientato alla riqualificazione urbana attraverso la formazione-lavoro, per persone rientranti nella categoria fasce-deboli e per chiunque voglia parteciparvi. Compito dell’associazione è infatti quello di progettare e realizzare iniziative volte a migliorare le relazioni fra le persone, sostenere percorsi lavorativi e formativi per chi è privo di lavoro, promuovere la produzione di cultura da parte dei soggetti presenti nella zona universitaria e combattere fenomeni di criminalità, migliorando il senso di sicurezza dei cittadini.

                    Sulla via della collaborazione

                    Si sviluppa così un progetto che da un lato contribuisce alla cura e alla tutela dei beni comuni e dall’altro s’impegna in un percorso di sviluppo della persona, migliorando così la qualità urbana e sociale attraverso la cultura, l’ambiente e il lavoro. La formazione-lavoro attivatasi ha operato per un’acquisizione effettiva di competenze da parte dei soggetti svantaggiati, per quanto riguarda numerose attività socialmente utili. Opportunamente preparati con corsi di formazione, i partecipanti eseguono lavori con materiali adatti ai vari contesti strutturali, si rendono in questo modo partecipi alle attività di decoro urbano, rimozione graffiti, tinteggiatura, riparazione intonaci, pulizia e manutenzione di portici e luoghi pubblici, garantendo non solo professionalità ma anche il rispetto delle norme di sicurezza.

                    La scelta di tale progetto non considera dunque soltanto la dimensione della cura di beni comuni, ma anche la dimensione sociale di queste micro-comunità. Molti dei partecipanti infatti hanno preso contatti con altre associazioni, con i servizi sociali e con altre realtà lavorative, riuscendo talvolta a ricostruirsi un nucleo familiare. Lavorare allora diventa una vera e propria occasione anche per chi ha poche aspettative e speranze, e che, grazie a questo progetto, riceve una grande opportunità. Piazza Verdi non è più dunque solo zona universitaria, ma anche un luogo simbolo della città, in grado di accogliere tutti in modo attivo e partecipato.

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                     Scheda caso
                    TitoloPiazza Verdi a Bologna: imparare lavorando
                    ChiIl comitato "Piazza Verdi", appoggiato dalle associazioni studentesche "L’Altra Babele" e "Terzo Millennio", dall’associazione "Amici di Piazza Grande", dalla cooperativa "La Rupe", da "Hera" e dalla chiesa di San Giacomo Maggiore, ha attivato il piano "Piazza Verdi-Lavoro".
                    CosaIl comitato si è interessato al problema sociale che da tempo preoccupa le zone della città, specie quella universitaria, sempre più afflitte da degrado. Le persone coinvolte, in questo caso indigenti, svolgono attività lavorative utili al miglioramento degli spazi urbani e viene loro data l'opportunità di ricoprire un ruolo sociale significativo.
                    DoveBologna, Piazza Verdi.
                    QuandoIl Comitato è attivo dal 1999, il progetto dal 2008 a oggi.
                    Bene comuneSviluppo della persona, valorizzazione del patrimonio, decoro urbano.
                    Meta-bene comuneCoesione sociale.
                    ComeOffrendo attiva partecipazione ai soggetti deboli, attuando iniziative e riscoprendo il valore delle relazioni sociali.
                    DestinatariTutti i cittadini, in particolare quelli delle fasce deboli.
                    RisorseFondi da parte di: Comune di Bologna, Regione Emilia Romagna e Fondazione del Monte.
                    ReplicabilitàIn qualsiasi realtà in cui è possibile collaborare con associazioni e cittadini.
                    ReferentiOtello Ciavatti, presidente del comitato.
                    FontiLink alla pagina web: http://www.valorelavoro.com/piazzaverdilavoro/?page_id=32302
                    Data15/02/2015
                    AutoreEleonora Tabellini


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                      Economia del bene comune e gestione dei servizi di pubblica utilità

                      | Il punto di Labsus Notizie

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                        Ogni fabbrica dismessa è la “risulta” di una certa specie di economia di mercato, che chiamiamo capitalismo occidentale, diffusosi in questa parte del mondo nel corso del XIX secolo. L’attore principale degli scambi di mercato in cui si realizza simile modello di sviluppo è la società di capitali, la quale svolge attività economica, di norma a fine di lucro (salvo espressa deroga statutaria) e all’insegna dell’efficienza, cioè del raggiungimento degli obiettivi minimizzando i costi e le risorse impiegate.

                        Ma siamo davvero certi che l’efficienza sia l’unico criterio di giudizio per valutare un’attività? Abbiamo dati empirici a conferma che la crescita incrementi il benessere delle persone? In realtà abbiamo elementi a sostegno dell’esatto opposto.
                        Ulteriore tratto tipico dell’agire delle società di capitali è che le comunità ne restano estranee, nel senso che ne rimangono “al di fuori”.
                        Già la Costituzione repubblicana del 1948 individua, all’art. 43, due tipologie di comunità chiamate a svolgere attività economiche in luogo delle società commerciali: le comunità di lavoratori e le comunità di utenti, potenziali assegnatarie della gestione di servizi pubblici essenziali, quali l’erogazione dell’acqua e dell’igiene urbana connessa al ciclo dei rifiuti.

                        Ebbene, nell’operatività delle società di capitali, i lavoratori, così come i consumatori-utenti (a seconda della tipologia dell’attività svolta dall’entità societaria), sono soggetti esterni, che subiscono le decisioni dell’impresa, quali meri destinatari. I processi decisionali sono, infatti, dominati dagli interni, cioè gli azionisti, detentori della proprietà.

                        L’impresa capitalistica deve infatti univocamente ricercare il valore per l’azionista (il c.d. fair value). Se allora questo diviene il principale compito – o addirittura l’unico compito – dell’impresa, quando l’azionista ha raggiunto la massima soddisfazione possibile alle contingenti condizioni di mercato, si chiami Fiat, Vaccari o Olivetti, l’impresa for profit può finire la sua missione e lasciare un vuoto, che è stato definito in sociologia “spaesamento” (l’espressione è di G. Borelli, La comunità spaesata. Quattordio, la parabola di un paese industriale, Roma, Contrasto, 2015), a parere di chi scrive da intendersi, in ossequio all’etimologia della parola, come mancanza del paese: l’assenza prende così il posto del villaggio industriale. La massima tensione verso la crescita non genera benessere. Da qui le problematiche giuridiche, economiche, ma anche sociologiche da affrontare per superare tale disagio e coinvolgere i cittadini nella “rigenerazione”/riappropriazione dei luoghi.

                        Il ruolo centrale delle comunità nell’economia del bene comune

                        È ormai noto che il mercato, in cui si radica il modello di sviluppo capitalistico di cui si è detto sopra, non sia un luogo naturale, ovvero, un Eden preesistente al diritto. Il mercato, infatti, non esiste senza regole del gioco: norme giuridiche a disciplina di una partita in cui si consuma lo scambio di beni o servizi dietro il pagamento di un prezzo.
                        In quest’ottica, l’economia sociale e solidale non rappresenta una fuga dall’economia o dal mercato, ma semplicemente la sottoposizione del mercato a regole giuridiche diverse, nel senso di alternative rispetto a quelle che si applicano all’economia capitalistica dove gli operatori agiscono – tendenzialmente – per fine di lucro.

                        L’economia sociale e solidale mira al perseguimento del bene comune e non solo allo scambio (perpetrato dagli operatori economici) e alla redistribuzione (garantita – almeno in teoria – dallo Stato). Detto raggiungimento del bene comune è rimesso all’operatività dei principi di reciprocità e democrazia.
                        La reciprocità implica che un soggetto agisca a favore di un altro non per la pretesa di una ricompensa ma per l’aspettativa che anche un altro soggetto in futuro agisca a suo favore, direttamente, o indirettamente, cioè agendo a favore di quello stesso interesse comune.

                        Inoltre, l’economia sociale s’incentra sul paradigma della democrazia. Mentre il settore for profit è fondato sullo schema proprietà/azionista/decisore e manager/agente/esecutore, nel quale i cittadini consumatori diventano un tutt’uno, meri destinatari esterni di scelte cui non partecipano, l’economia del bene comune mira, invece, al coinvolgimento dei lavoratori e dei beneficiari dell’attività svolta (in genere utenti dei servizi), i quali sono chiamati a gestire insieme, dall’interno.

                        Si pensi, ad esempio, come questo nuovo canone di sviluppo economico proteso al bene comune, possa venire ben applicato nella gestione del settore dei rifiuti, ed in specie, nell’ambito dell’attività di raccolta differenziata, dove, al contrario, i più – Unione europea in testa – propinano il differente modello dell’economia circolare, che non a caso conosce il supporto entusiastico di importanti società multinazionali. L’economia circolare è incentrata sulla riformulazione dei processi di produzione in modo da assicurare il minimo scarto, attraverso il costante riutilizzo e reintroduzione “circolare” delle materie nei processi produttivi: “i rifiuti di qualcuno diventano, così, le risorse di qualcun altro”.
                        Simile modello resta quindi ancora una volta incentrato esclusivamente su ruolo e potere decisionale determinante delle imprese, ispirate al profitto e protese ad educare i consumatori ad accettare le nuove tipologie di prodotti.

                        Proprio questo aspetto genera forti perplessità, rendendo attuale la necessità di riscoprire il ruolo delle istituzioni pubbliche, soprattutto degli enti locali, per coinvolgere i portatori d’interesse, cioè la collettività e gli utenti, rendendoli soggetti attivi che non subiscano più le scelte assunte da un’entità terza (costantemente ispirata all’ottica dell’efficienza, che non può essere il fine ultimo di ogni attività), ma che operano, per utilità reciproca, garantendo la gestione delle risorse per l’utilità collettiva del gruppo cui appartengono.
                        In quest’ottica, l’economia sociale e solidale (o economia del bene comune che dir si voglia) rappresenta un’innovazione economica, che diventa innovazione sociale e poi innovazione giuridica.

                        Cosa può fare il diritto per assecondare i mutamenti suggeriti da questa dottrina economica?

                        Sotto il profilo giuridico, un bene, oltre che privato, può essere pubblico, o privato ad uso pubblico, a dimostrazione che la gestione di beni non per fini di lucro, ma di reciproca soddisfazione, non presuppone che i beni modifichino il loro status giuridico divenendo per legge beni comuni. Ciò che conta è la gestione per la soddisfazione dell’interesse generale.

                        È utile allora individuare gli strumenti giuridici idonei a consentire la realizzazione di tale interesse. Chi scrive esclude che possa essere rimesso il tutto all’economia civile, cioè all’impresa sociale, per arginare ciò che da taluni è temuto come centralismo di Stato o comunque della sfera pubblica; anche perché solo con il coinvolgimento del soggetto pubblico l’economia civile potrebbe fare un salto “quantitativo”. Inoltre, anche quegli economisti che ritengono necessario escludere l’intervento pubblico, sembrerebbero contraddirsi quando invocano il finanziamento pubblico dell’economia sociale, a dimostrazione di come quest’ultima non possa prescindere dall’aiuto dello Stato. Occorre piuttosto chiedersi come possa il pubblico potere favorire questo cambio di paradigma negli scambi.

                        Diversi sono gli strumenti, oltre al già citato finanziamento pubblico, ricordiamo: la tutela dell’interesse generale, attraverso nuove categorie giuridiche; il ruolo dell’amministrazione condivisa; il citato coinvolgimento dei lavoratori/utenti nella gestione delle imprese. Quest’ultimo obiettivo può realizzarsi attraverso il partenariato, grazie a società partecipate da enti pubblici e privato sociale, fra cui rientrano le società cooperative di comunità, già introdotte in alcune regioni (Liguria, v. Lr n. 14/2015 e Puglia, v. Lr n. 23/2014), di cui sono soci necessari gli appartenenti alla comunità cui è rivolta l’attività e soci eventuali gli enti pubblici. La cooperativa di comunità, soggetto privilegiato del finanziamento pubblico, ha la “finalità di migliorare le condizioni economiche e sociali della comunità locale, attraverso la cooperazione fra i cittadini che la costituiscono”, anche allo scopo di dare loro prospettive di lavoro, consistenti, quindi, nella gestione di servizi fruiti dai medesimi.

                        Viene allora da chiedersi perché nell’ennesima riforma dei servizi pubblici locali (art. 14 ddl n. 1577) attualmente in discussione in parlamento, invece di riproporre il modello della gestione for profit, in violazione della volontà referendaria, il legislatore non provi a prendere spunto dalle straordinarie potenzialità di questo nuovo paradigma della reciprocità, per il perseguimento del bene comune, inglobando nella gestione lavoratori e utenti, o per lo meno ammettendo espressamente, tra le forme gestionali, tale possibilità del “fare insieme”.

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                          Labsus partecipa al Festival Internazionale dei beni comuni a Chieri l’11 luglio

                          | Cantieri Notizie

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                            Un festival di respiro certamente internazionale, ma con un focus ai beni comuni locali.
                            AREA – Festival Internazionale dei Beni Comuni
                            ha proprio questo come intento: partecipando e analizzando le prospetttive diverse del bene comune, anche attraverso l’arte e lo spettacolo, è possibile capire tutti gli aspetti dei beni comuni, dalla proprietà agli usi possibili, partendo dal territorio locale fino a giungere appunto all’ambito internazionale.
                            Non soltanto relatori provenienti dai più importanti ambiti culturali e scientifici nel programma del festival (leggi qui), ma anche la partecipazione di tutti i maggiori attivisti europei dei movimenti sociali per i beni comuni, come anche le piccole associazioni locali, fondamentali per un confronto e uno scambio di idee e pratiche necessarie per rafforzare un movimento e una spinta internazionale verso una maggiore sensibilizzazione alla cura dei beni comuni. Ad un appuntamento così importante non poteva di certo mancare Labsus, che sarà protagonista della terza giornata del Festival: sabato 11 luglio alle ore 10,00 presso il Chiostro Sant’Antonio di Chieri. Tema dell’incontro: il Regolamento comunale per la cura e la gestione dei beni comuni urbani realizzato da Labsus che, a parere di molti, ha causato una vera e propria rivoluzione dolce capace di trasformare il concetto di ente locale attraverso un rapporto atipico tra governanti e governati nei nostri comuni. Relatori della mattinata piemontese saranno il nostro presidente Gregorio Arena e due componenti del direttivo di Labsus Pasquale Bonasora e Daniela Ciaffi, insieme a Fabio Ragonese.

                            Sarà un’ulteriore occasione per Labsus per promuovere l’attenzione verso la cura e la gestione dei beni comuni attraverso l’attuazione del principio della sussidiarietà orizzontale presente nella nostra Costituzione: una sorta di antipasto rispetto a quello che avverrà nell’autunno prossimo con la prima scuola per la gestione dei beni comuni, realizzata insieme ad Euricse e all’Università di Trento.

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                              Ritorna a Ponza l’iniziativa “Un Volontario per Amico”

                              28 giugno 2015 | Notizie Notizie

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                                isola-di-Ponza

                                Anche quest’anno il Comune di Ponza permette a 4 volontari a settimana di godere delle bellezze che l’isola offre in cambio di un contributo, che consiste nell’affiancare i dipendenti Pro-loco nello svolgimento delle proprie attività di pulizia e cura delle spiagge, bordi delle strade e sentieri, o ancora riordino dopo manifestazioni locali e pulizia di siti archeologici.
                                Il progetto “Un volontario per amico”, che ha una durata di sei mesi e si concluderà il prossimo 9 ottobre, occupa ciascun volontario per 6 ore e 40 minuti al giorno; oltre all’alloggio messo a disposizione ad ognuno verrà fornito un kit ecologico contenente tutto il necessario per la buona riuscita del progetto ed un cappellino di riconoscimento. Tutti i partecipanti riceveranno prima di tornare a casa un diploma di partecipazione.

                                Un modo alternativo di fare vacanza

                                Al termine del proprio servizio giornaliero ciascuno potrà godere delle bellezze dell’isola e partecipare alle attività organizzate durante la stagione turistica. Sono a carico dei partecipanti le spese di vitto e viaggio.L’unico requisito per partecipare all’iniziativa è la maggiore età, tutte le richieste devono pervenire alla Pro Loco con almeno 10 giorni di anticipo rispetto alla data d’arrivo.
                                L’originalità di questa iniziativa merita rilevanza: il modello può essere facilmente replicato altrove e l’unicità sta nel fatto che l’azione di ciascun partecipante permette nel futuro una tutela del patrimonio naturale del tutto sostenibile in quanto i costi a carico dell’amministrazione e dei cittadini sono ammortizzati dall’azione diretta dei partecipanti.
                                Nella sua semplicità questa iniziativa evidenzia come in questo particolare momento essere cittadini attivi non solo ripaga in termini di vivibilità, ma addirittura conviene. Offrendo la possibilità di visitare un’isola bellissima, quale quella di Ponza, in un modo del tutto nuovo e originale.
                                Non resta che seguire l’esempio dei 4 giocatori della squadra di rugby di Cologno Monzese, che hanno preso parte al progetto la scorsa edizione, e candidarsi per essere i prossimi volontari e vivere le bellezze che Ponza promette.

                                Ogni altra informazione è disponibile sul sito della Pro-loco.

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                                  La cassetta degli attrezzi del perfetto fundraiser

                                  27 giugno 2015 | Cultura Recensioni

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                                    Il volume è una vera e propria cassetta degli attrezzi per chi vuole fare fundraising e people raising per le organizzazione del non profit. Il testo è stato scritto a più mani da un gruppo di studiosi ed esperti: Luciano Zanin appunto, insieme a Michela Zaffonato, Davide Moro, Laura Lagli, Paolo Duranti, Bernardino Casedei e Martina Visentin. Questo manuale del fundraiser nasce nell’ambito del LISES – Laboratorio per l’Inclusione e lo Sviluppo Educativo e Sociale, la collana diretta da Vincenzo Salerno che fa capo al Corso di Laurea triennale in Scienze dell’Educazione – Educatore Sociale dello IUSVE (Istituto Universitario Salesiano Venezia). L’obiettivo del LISES è quello di studiare e analizzare il mondo del terzo settore fornendo anche gli strumenti necessari al non profit per affrontare al meglio le sfide e i cambiamenti sociali ed economici in corso. E per questo motivo arriva un intero volume dedicato al fundraising e people raising, ossia alla raccolta di fondi e alla mobilitazione di volontari, che possano supportare l’attività dell’organizzazione non profit per il raggiungimento della propria missione sociale. Si tratta di uno degli aspetti che molto spesso vengono ignorati o poco curati all’interno delle numerose attività portate avanti dalle organizzazioni non profit, ma che rappresenterà sempre di più un fattore strategico e di sostenibilità nel lungo periodo. Infatti la diminuzione delle risorse pubbliche sta spingendo le organizzazioni non profit a dover immaginare nuovi modelli e servizi che possano consentire di creare una nuova relazione con i propri donatori, sostenitori e destinatari. Gli autori ricordano infatti che la prima regola del fundraising è “le persone donano a persone per aiutare persone”. Questa visione fortemente umanista è forse l’aspetto più interessante del volume, che tiene sempre ben in mente al lettore che oltre a tecniche e strategie, il centro dell’attività del fundraising è la relazione.

                                    Il community fundraiser

                                    Gli autori propongono un nuovo approccio alla figura del fundraiser. Esso non deve essere soltanto un esperto di marketing che applica sterilmente le tecniche e le strategie convenzionali. L’aspetto più importante, soprattutto per le organizzazioni non profit che hanno una missione sociale da compiere, è che il fundraiser deve essere un vero e proprio acceleratore di processi innovativi di organizzazioni e sistemi. A questo si ricollega tutto il fenomeno dell’innovazione sociale, ossia della creazione di “nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che rispondono a bisogni sociali e creano nuove relazioni e collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono ‘buone’ per la società ma che allo stesso tempo migliorano la capacità di agire della società” (Murray et al. 2010). Le organizzazioni non profit hanno al loro interno un enorme capitale non monetario, che è il capitale sociale e relazionale, una risorsa scarsamente disponibile nella nostra società e di cui tutti vanno alla ricerca. Come giustamente fanno notare gli autori, la stessa pubblicità ormai non mira più a vendere solo un prodotto, bensì un’emozione, una relazione, un senso di identità. Le organizzazioni non profit sono ricche di tutto questo, devono solo saperlo comunicare. La comunicazione, dal latino cum (insieme) e munis (ufficio) significa propriamente “comune” e “condiviso”. Il fundraiser quindi tramite la comunicazione mette in comune e condivide il valore intrinseco dell’organizzazione non profit. Si fa creatore di reti e relazioni e mette in comune il capitale non monetario dell’organizzazione non profit per consentirle di raggiungere la propria missione sociale. Tutto questo è possibile grazie allo speciale legame che si crea tra il donatore che ha un bisogno/desiderio di donare e il beneficiario che ha invece bisogno di aiuto per cambiare la propria situazione. Gli autori mettono in evidenza come l’attività di fundraising sia da affrontare in maniera molto professionale e con le adeguate risorse in termini di competenze professionali dedicate. Nonostante questo, visto anche il panorama italiano composto perlopiù da piccole e piccolissime organizzazioni, ogni presidente di associazione o dirigente di cooperativa sociale dovrebbe avere un bagaglio di conoscenze sulle principali strategie di fundraising, sulle tecniche maggiormente utilizzate e le norme che ne regolano il funzionamento in Italia. Gli autori invitano ad immaginare un futuro nel quale le organizzazioni non profit, superati i pregiudizi molto spesso dannosi nei confronti del denaro, possano serenamente praticare il fundraising in questa nuova accezione, creando reti e relazioni, avviando collaborazioni a livello locale, e vivendo il territorio come una risorsa comune, con l’obiettivo di aiutare e sostenere i più deboli, nell’ottica di fare impresa sociale seguendo i principi della sussidiarietà orizzontale.

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                                      Oasis Game: come realizzare un sogno collettivo in sette passi

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                                        oasis

                                        L’Oasis Game è uno strumento di mobilitazione collettiva per il raggiungimento di un obiettivo comune composto dai seguenti sette passi:
                                        L’OSSERVAZIONE APPREZZATIVA: il primo passo prevede la capacità di riconoscere la bellezza dell’ambiente e della comunità che ci circonda scoprendone in questo modo le infinite possibilità ed i punti di forza.
                                        L’AFFETTO: il secondo passo consiste nel creare dei legami e coltivare delle relazioni affettive all’interno della comunità.  Attraverso l’ascolto e la messa in mostra dei propri talenti si favorisce empatia con il prossimo e si sviluppano le capacità necessarie per portare avanti un lavoro collettivo.
                                        Il SOGNO: il sogno inteso come spinta per il cambiamento, significa pensare a ciò che vorremmo realizzare e attivarsi per renderlo possibile.
                                        LA CURA: dalle singole idee nasce un sogno collettivo di cui bisogna tener cura attraverso una pianificazione attenta di strategie e progetti volti a soddisfare le aspettative di tutti.
                                        IL MIRACOLO/L’AZIONE: in questa fase si passa all’azione realizzando finalmente il sogno comune grazie al contributi e le capacità di tutti i partecipanti.
                                        LA CELEBRAZIONE: in questa fase avviene il riconoscimento e il ringraziamento per il contributo di ognuno al risultato collettivo.
                                        LA RI-EVOLUZIONE: l’ultimo passo è quello che guarda al futuro aprendo ad un nuovo ciclo di sfide, sogni e trasformazioni da portare avanti collettivamente.

                                        L’Oasis Game arriva in Puglia

                                        Questa metodologia di lavoro dal Brasile ha raggiunto l’Italia e precisamente il comune di Ceglie Messapica in provincia di Brindisi dove, grazie all’intervento dei cittadini e dell’associazione Comunitazione, è stato possibile riqualificare due spazi verdi del quartiere Abbasc’ a Menele costruendo anche un’area giochi per i bambini.
                                        Giulio Ferretto di Comunitazione ci ha spiegato come si sono svolti i lavori:

                                        Come nasce il vostro progetto?
                                        Comunitazione nasce grazie ai finanziamenti del bando Principi Attivi della regione Puglia, lo scopo era quello di sperimentare nuove modalità di comunicazione che portassero alla riscoperta delle relazioni umane. Partendo da questa idea abbiamo realizzato un percorso di formazione che poi portasse ad un intervento di riqualificazione su un quartiere periferico di Ceglie. Lo scopo principale era creare comunità e per farlo abbiamo utilizzato come mezzo la riqualificazione partecipata applicando la metodologia di lavoro Oasis che rispondeva molto bene alle nostre esigenze.

                                        Come si è svolto il vostro percorso e qual è stato il momento più significativo?
                                        Sul quartiere abbiamo applicato tutti i passi previsto dalla metodologia Oasis, abbiamo iniziato a conoscere le persone realizzando interviste e cominciando in questo modo a capire quali fossero le bellezze nascoste all’interno del quartiere e cercando gli spazi a cui dare valore. Abbiamo inoltre chiesto agli intervistati quali fossero le loro passioni allo scopo di organizzare la festa dei talenti cioè un’occasione in cui le persone possono mostrare agli altri cosa amano fare. Secondo la nostra esperienza la condivisione delle proprie passioni crea un’empatia molto forte ed una immediata relazione con le persone, cioè il passaggio fondamentale per realizzare poi un progetto di questo tipo. Per noi era molto importante stabilire delle relazioni con il quartiere ed il nostro progetto difatti è durato un mese, quando la metodologia originaria ne prevede l’attuazione in circa una settimana.

                                        Qual è stata l’accoglienza del quartiere per questo tipo di progetto?
                                        Non è stato facile entrare in relazione con gli abitanti del quartiere dato che nessuno di noi era originario di Ceglie, per questo abbiamo collaborato con un’associazione musicale che operava già da tempo sul territorio. Per noi fondamentale è stato spiegare nel dettaglio cosa saremmo andati a realizzare e quando, spargendo programmi un po’ ovunque per rassicurare chi avesse voluto partecipare. Dopo questo primo momento la partecipazione è stata molto forte e sentita durante tutto il percorso: dalla raccolta di idee fino alla celebrazione finale, un momento molto bello per tutti.

                                        Dopo questa esperienza positiva quali sono i prossimi progetti?
                                        Come associazione il sogno è quello di portare la metodologia Oasis in giro per l’Italia, dato che è stata applicata per la prima volta proprio qui mentre in Europa è già stata applicata con successo in Olanda, Inghilterra, Spagna. Per questo stiamo realizzando un crowdfunding per permetterci di partecipare alla formazione che si terrà a luglio in Brasile. Inoltre, dopo questa esperienza positiva abbiamo instaurato una bella relazione con l’amministrazione di Ceglie che ha supportato il nostro progetto e con la quale abbiamo in programma di intraprendere il percorso per adottare il Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani.

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                                          Corte cost., 18 luglio 2013, n. 203

                                          | Corte costituzionale Diritto Giurisprudenza

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                                            help-164755_1280

                                            La sentenza

                                            La Corte costituzionale, con sentenza 18 luglio 2013, n. 203, si pronuncia in merito alla questione di legittimità costituzionale dell’art. 42, comma 5 del d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151, presunto in contrasto con gli artt. 2, 3, 4, 29, 32, 45 e 118, quarto comma, della Costituzione.
                                            La questione viene promossa dal nipote per il diritto all’assistenza nei confronti dello zio convivente, il quale si era visto annullare, da parte dell’Amministrazione responsabile del provvedimento, lo stato di collocazione in congedo straordinario.
                                            Ai sensi dell’art. 42 del decreto de quo, il congedo spetta, infatti, ai familiari individuati secondo un rigido ordine di priorità prestabilito e cioè, gerarchicamente, al coniuge convivente, al padre o la madre (anche adottivi), a uno dei figli conviventi, a uno dei fratelli o sorelle conviventi.
                                            Il Giudice rimettente – nel caso di specie, il Tar Calabria, sezione staccata di Reggio Calabria – prospetta, pertanto, due questioni in via gradata.
                                            La prima mira ad una declaratoria di illegittimità costituzionale della disposizione nella parte in cui, in assenza di altri soggetti idonei, non consente ad altro parente o affine convivente di persona con handicap in situazione di gravità di poter fruire del congedo.
                                            La seconda, in via subordinata, tende ad includere nel novero dei soggetti titolati alla fruizione del congedo, sempre in assenza di altri familiari idonei a prendersi cura della persona con disabilità grave, l’affine di terzo grado convivente.
                                            A detta della Consulta, la prima questione non può essere considerata ammissibile in ragione del fatto che esigerebbe una pronuncia volta ad introdurre nella disposizione impugnata una previsione di chiusura, di contenuto ampio e indeterminato, in quanto mirante ad estendere la fruibilità del congedo straordinario ad una platea indefinita di soggetti.
                                            Quanto alla seconda questione, invece, il giudice costituzionale ne dichiara l’ammissibilità e la fondatezza, sancendo così l’incostituzionalità della norma censurata nella parte in cui non include nel novero dei soggetti legittimati a fruire del congedo straordinario l’affine entro il terzo grado convivente – nonché, gli altri parenti e affini più prossimi all’assistito, comunque conviventi ed entro il terzo grado.

                                            Il commento

                                            La sentenza in commento merita qui di essere annoverata nell’alveo di quelle pronunce giurisprudenziali che hanno segnato un momento di grande portata innovativa e di rilevanti ricadute pratiche nella storia normativa degli strumenti di politica socio-assistenziale.
                                            Ad essere stati toccati sono infatti due principi fondamentali cui l’ordinamento italiano riconosce una rinomata solennità e, cioè, la tutela della salute psico-fisica del disabile e la valorizzazione delle relazioni di solidarietà interpersonale e intergenerazionale, di cui la famiglia costituisce esperienza primaria.
                                            Già da tempo, infatti, la giurisprudenza della Corte si è impegnata a chiarire che una tutela piena della salute psico-fisica del disabile postula, oltre alle necessarie prestazioni sanitarie e di riabilitazione, anche la continuità delle relazioni costitutive della personalità umana e l’adozione di interventi di sostegno alle famiglie, tra i quali si colloca anche il congedo in esame (Corte cost., 16 giugno 2005, n. 233; Corte cost., 8 maggio 2007, n. 158; Corte cost., 30 gennaio 2009, n. 19).
                                            Tuttavia, la norma censurata (art. 42, comma 5 del d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151), così come attualmente formulata, omette di considerare altre situazioni che impediscono l’effettività dell’assistenza e dell’integrazione del disabile nell’ambito di un nucleo familiare in cui incorrono le stesse esigenze solidaristiche che l’istituto in questione è deputato a soddisfare. La disposizione appellata, infatti, delimitando in modo rigido la sfera soggettiva d’intervento a favore del componente debole della famiglia, finisce coll’apparire in contrasto con gli articoli 2, 29 e 32 della Costituzione. Proprio da una lettura congiunta dei tre articoli costituzionali emerge, invece, una legittimazione che deriva tanto dal dovere di solidarietà, che vincola comunitariamente ogni congiunto, quanto dal relativo diritto del singolo di provvedere all’assistenza materiale e morale degli altri membri, e in particolare di quelli più deboli e non autosufficienti, secondo le proprie capacità.
                                            È proprio in nome di questa linea interpretativa delle disposizioni costituzionali poste a tutela della salute che la Corte ha, nel corso degli anni, operato un ampliamento della platea di soggetti aventi diritto al congedo retribuito. Ultimo ampliamento, appunto, quello attuato, con sentenza 18 luglio 2013, n. 203, a favore degli affini di terzo grado conviventi.

                                            L’istituto del congedo e il principio di sussidiarietà orizzontale

                                            Il riempimento della lacuna legislativa in materia di congedi passa anche dalla “chiamata in gioco” di un altro principio costituzionale, il principio di sussidiarietà orizzontale ex art. 118, co. 4, Cost. La disposizione aspira infatti a potenziare il ruolo e l’attività delle formazioni sociali, tra cui senz’altro è da ritenersi inclusa la famiglia, che in presenza di specifiche condizioni ed esigenze concrete, opera, in qualità di corpo intermedio, tra lo Stato e l’individuo. L’art. 118 della Costituzione, letto in combinato disposto con l’art. 29 Cost., deve perciò indurre a valorizzare la famiglia non più come gruppo ristretto e isolatamente considerato (c.d. famiglia nucleare), ma come nucleo sociale che si relaziona all’esterno, anche con le istituzioni pubbliche, e diviene strumento di attuazione di interessi generali, quali il benessere della persona e l’assistenza sociale. La famiglia, infatti, rientra ormai, a pieno titolo, in quella prospettiva sussidiaria e dinamica che è andata rafforzandosi a partire dalla riforma del Titolo V della Costituzione.

                                            Le due colonne e l’architrave

                                            Ritorna così l’immagine della famosa architrave (ben illustrata altrove su questa Rivista), sostenuta da due colonne. L’architrave rappresenta l’interesse generale nel quale rientra, per diretta assonanza con l’art. 3, co. 2, Cost., la piena realizzazione dell’essere umano. A sorreggere l’architrave sono poi le due colonne, della solidarietà e della sussidiarietà. Se dunque per ‘solidarietà’ si intende un processo, e non quindi un’attesa, a cui contribuiscono diversi soggetti e se il principio di sussidiarietà è quello che dà voce ad energie e risorse di cittadini e formazioni sociali, si può concludere che è la famiglia, nel caso de quo, a rappresentare il paradigma solidale e sussidiario volto alla realizzazione di quell’interesse generale che è la pienezza della persona e l’affermazione della sua dignità come individuo unico e irripetibile.

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