Articolo in evidenza

Il 22 febbraio a Bologna presentato il primo regolamento sull’amministrazione condivisa

21 febbraio 2014 | Cantieri Notizie Notizie Regolamento amministrazione condivisa

Condividi la pagina

    locandina bologna

    Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno, fra le altre cose, anche di amministratori comunali capaci di amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini come portatori di competenze e capacità preziose per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.

     Il progetto Le città come beni comuni www.cittabenicomuni.it ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo auspicabile, ma anche possibile.

    Il progetto, iniziato nel giugno 2012, è stato promosso e sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e realizzato dal Comune di Bologna con il supporto scientifico di Labsus-Laboratorio per la sussidiarietà e la collaborazione del Centro Antartide. I risultati del progetto saranno presentati il 22 febbraio prossimo con la partecipazione tra gli altri del ministro Delrio.

    link al programma

     Questa iniziativa ha ricevuto

     MEDAGLIA DI RAPPRESENTANZA
    DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Oggi molti amministratori locali, fra cui il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna,  hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità. Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus www.labsus.org  intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello di amministrazione tradizionale. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione fra cittadini e amministrazioni. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama così proprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

    Partire dalle cose, non dalle regole

    “Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione”. Questo è stato il metodo di lavoro seguito dal progetto di Bologna Le città come beni comuni. Nella fase di avvio nei tre quartieri di Navile, San Donato e Santo Stefano si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie e poi, una volta entrati nella fase operativa, ci sono stati periodici  incontri per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento in modo tale da trarne indicazioni su come andare avanti, correggendo gli errori.

    Un regolamento che migliora nel tempo

    Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, ha redatto il regolamento comunale che disciplinerà la collaborazione fra cittadini e amministrazione. Sottoposto all’esame dei dirigenti del Comune e di giuristi di varie università e infine portato in Giunta per l’approvazione finale, il 22 febbraio il regolamento sarà messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia attraverso il sito di Labsus e altri siti.

    Ogni Comune potrà scaricarlo, adattandolo alle proprie esigenze. Le diverse versioni che man mano saranno elaborate nei vari Comuni saranno a loro volta pubblicate nel sito di Labsus, creando così nel tempo un patrimonio di normative locali a disposizione di tutte le amministrazioni.

    Ufficio stampa:

    Comune di Bologna
    Cristiano Zecchi – 335.1362368 – cristiano.zecchi@comune.bologna.it

    Labsus Laboratorio per la Sussidiarietà
    Fabrizio Rostelli – 339.6059376 – rostelli@labsus.net

    Centro Antartide
    Sara Branchini – 339.8412305 – sara.branchini@centroantartide.it

    Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
    Paola Frontera – 320.4395813 – ufficiostampa@fondazionedelmonte.it

    Qui il video della giornata di presentazione

    Condividi la pagina

      “Un’ora per ripulire lo stadio” a Castellaneta (TA)

      29 agosto 2014 | Notizie Notizie

      Condividi la pagina

        769b00b1ac8a825dda9a097a96ed7078_XL

        A Castellaneta, in provincia di Taranto, c’è chi si è stancato di vedere lo stadio De Bellis stracolmo di rifiuti e abbandonato a se stesso. Si tratta dei volontari della società di atletica Club Runner che, stufi di attendere con le mani in mano i tempi incerti per l’inizio dei lavori di ristrutturazione dell’impianto, hanno deciso di rimboccarsi le maniche ed accogliere l’appello fatto da Agostino De Bellis, consigliere comunale nonché promotore dell’iniziativa “Un’ora per il nostro stadio“.
        L’invito è rivolto non solo ai volontari del Club Runner ma soprattutto a tutti coloro che frequentano lo stadio, gli amanti dello sport e alla cittadinanza intera. In molti si sono presentati lo scorso luglio davanti alla porte dello stadio per rispondere all’appello lanciato da De Bellis. Armati di guanti, palette, scope e buste della spazzatura i volontari hanno organizzato un vero e proprio blitz in via Spinelle.

        Insieme per lo stadio

        E’ stata ripulita la zona della tribuna, sono state rimosse le erbacce lungo la pista di atletica, sono state raccolte decine di buste della spazzatura ed altri materiali ingombranti, sono stati posizionati nuovi cassonetti dei rifiuti con la speranza che questa volta vengano utilizzati. Inoltre l’operazione di pulizia è stata completata dall’intervento degli operatori comunali che hanno estirpato le erbacce lungo tutto il perimetro dello stadio e dagli operatori incaricati dai dirigenti della locale squadra di calcio che si sono occupati del manto erboso. L’iniziativa è stata utile, oltre che per verificare il reale stato di abbandono dello stadio, anche per constatare quali fossero le sue potenzialità. I volontari infatti sostengono che in alcuni spazi non utilizzati dello stadio potrebbe sorgere una palestra oppure un altro spogliatoio dal momento che gli allacci per luce ed elettricità sono già presenti. Costruire insieme all’amministrazione locale una collaborazione proficua nell’interesse di tutta la cittadinanza per il recupero di spazio comune è stato l’obiettivo dell’iniziativa che punta, inoltre, ad accelerare le operazioni di ristruttarazione dello stadio.

        LEGGI ANCHE:

        Condividi la pagina

          Roma sei mia non si ferma al municipio I

          27 agosto 2014 | Notizie Notizie

          Condividi la pagina

            “Amministrare una città come Roma è esercizio complicato, serve la collaborazione e la condivisione di tutti”. Così Dario Nanni sottolinea l’importanza dell’estensione a tutti i municipi della gestione delle richieste da parte di privati di voler contribuire alla riqualificazione e alla manutenzione della loro città nell’ambito dell’iniziativa Roma sei mia.
            “La partecipazione e la condivisione delle scelte con i cittadini è uno dei nostri obiettivi primari” aggiunge il minisindaco Alfonsi, e la strada scelta per perseguire tale scopo sembra essere quella giusta, dato il successo dell’iniziativa riscontrato nel municipio I, dove sono già pervenute 15 richieste di intervento da parte di privati.

            Roma sei mia, ovvero di ogni cittadino

            Roma sei mia ha interessato inizialmente il solo territorio del municipio I e vuole essere uno strumento a disposizione dell’amministrazione municipale per favorire processi partecipativi e di partenariato tra cittadini finalizzati al miglioramento funzionale ed estetico di spazi urbani ed edifici pubblici, garantendo un risparmio della spesa per la realizzazione di opere di pubblico interesse. Le proposte di intervento possono essere avanzate da soggetti privati (persone fisiche o giuridiche), associazioni senza fini di lucro o soggetti pubblici (quali associazioni, cooperative sociali, comitati di quartiere, condomini, imprese pubbliche e private, organi di diritto privato, pubblico o di rilevanza pubblica) che si faranno carico delle spese per la messa a punto dell’intervento di manutenzione o riqualificazione una volta approvato sia dalla Giunta sia dalla Commissione tecnica incaricata di accertare l’interesse pubblico dell’opera proposta. Il bene oggetto dell’ntervento rimane rigorosamente a servizio della collettività e non viene in alcun modo privatizzato. Roma sei mia predispone un iter semplificato e velocizzato rispetto al precedente; la pubblicazione di un Avviso pubblico sul sito del Comune di Roma per richiamare l’attenzione della cittadinanza desiderosa di attivarsi e di tutte le proposte pervenute, anche quelle non accettate, garantisce la trasparenza del processo.

            Il principio di sussidiarietà al centro

            Roma sei mia promuove la partecipazione dei cittadini alla cura del territorio e rende più concrete le decisioni prese dall’amministrazione municipale verso le reali esigenze della città. Molti sono i progetti in cantiere, a cominciare dal rifacimento del muro che sorregge la quercia del Tasso, che verrà finanziato dall’ospedale Bambin Gesù. Daniele Torquati, presidente del XV municipio, e Stefano Cavini, assessore ai lavori pubblici, si dicono molto soddisfatti per l’opportunità che viene data a tutti i municipi di selezionare e avviare in autonomia gli interventi che verranno proposti e che faranno di Roma una città rinnovata grazie alla partecipazione degli stessi cittadini.
            Agevolare e “favorire” i cittadini volenterosi a partecipare alle opere di manutenzione e riqualificazione di spazi urbani ed edifici pubblici sulla base di un regolamento preciso significa supportare il principio di sussidiarietà espresso nella Costituzione.

            LEGGI ANCHE:
            Roma sei mia! Riconquistando la capitale
            “Roma sei mia”: cittadini in campo per riqualificare la città
            I colori dei diritti: un progetto di riqualificazione per il Nido Marsili

             

            Condividi la pagina

              Si può essere “contro il non profit”?

              26 agosto 2014 | Recensioni Senza categoria

              Condividi la pagina

                73059_De Mauro0904 sovracc.qxd

                Da Giovanni Moro, presidente emerito di Cittadinanzattiva, sarebbe stato difficile aspettarsi un attacco serrato nei confronti di non profit e terzo settore. Le necessità editoriali e di marketing hanno però imposto al lettore un’attenzione impulsiva nei confronti di un titolo che, come nel caso già trattato de “Il lato oscuro della sussidiarietà”, funge solo da calamita ma che poi nasconde un saggio che non condanna ma indaga e, con coraggio, pone al centro dell’attenzione quanto omesso fino ad oggi, da addetti ai lavori e non.

                Gli equivoci

                La tesi di Moro muove verso quel mondo, quello “spazio protetto di azione in cui un po’ tutto è possibile, dai ristoranti alle palestre, dalle cliniche alle polisportive”; il non profit mondiale ha goduto negli anni della rendita fornitagli da quell’aurea di benevolenza che ne accompagnava ogni singola azione, dimenticando di compiere le opportune differenziazioni.
                Il problema cresce e si diffonde da anni, figlio di una mancata conoscenza di base (che millanta origini medievali del fenomeno, quando si parla di un trend poco più che quarantennale) e di quella estesa convinzione che ne fa un “magma indistinto”, un fascio indifferenziato di erbe, benigne o nocive che siano.
                Il non profit gode di quei parametri entro i quali la vita è più semplice, agevolata, cullata tra pressione fiscale ridotta e burocrazia meno oppressiva, e orgogliosi di un pregiudizio consolidato che ne fa un fenomeno, sempre e comunque, positivo.

                Ciò che ha condizionato questo trend è stata la confusione con la quale si è gestito un fenomeno che ha assunto sempre più importanza, andando a far lievitare i contributi apportati ai PIL nazionali; una confusione rivelatasi letale quando accanto alle mense per i poveri ed alle cooperative di disabili, sotto il grande e variegato ombrello del non profit sono andati ad aggiungersi, per esempio, associazioni che di non profit hanno veramente poco: parliamo di società del calibro di Real Madrid o Barcellona. E’ andata perdendosi, mai come in questo caso, la mission iniziale, quel nobile principio che faceva del non profit una terza via, incuneatasi prepotentemente tra i pilastri dell’economia moderna che portano i nomi di Stato e Mercato.

                Il non profit “economizzato”

                L’”economizzazione” del fenomeno è andata invece a minare proprio le fondamenta del terzo settore, snaturando ogni suo proposito benevolo: “il mondo guarda oltre il PIL, ma il non profit è invece considerato rilevante proprio in quanto può accrescerlo”, sostiene l’autore.
                E’ un’inusuale sineddoche a caratterizzare il non profit italiano, diffusasi nell’opinione pubblica a causa di quella convinzione accresciutasi che sa caratterizzare il “tutto” grazie ai segnali positivi che giungono dal brillante operato di una “parte”, non importa se infinitesimalmente piccola.
                E’ l’inconsapevolezza ad accompagnare una perseveranza nell’errore che dura da decenni; l’illusione di un “capitale sociale buono in sé”, sempre e comunque. Che sia dispotico o accogliente, che sia egoista o che punti ad arricchire il senso di un destino comune. All’interno della “Babele del non profit”, i professionisti del terzo settore hanno saputo tracciare astute scorciatoie ed hanno per sempre abbandonato i vincoli imposti a tutte le imprese private.

                L’ovvia conseguenza, inevitabile deriva di un andazzo infetto, è stata quella di precipitare in uno scetticismo serrato che ha portato alla critica costante nei confronti di tutto l’operato non profit; un ribaltamento di quella sineddoche che oggi porta ad oscurare e a dubitare del “tutto”, a causa dei vizi e delle magagne della “parte”.

                Quale futuro?

                Giovanni Moro non offre soluzioni certe né indica sentieri sicuri da percorrere. A lui va il merito di aver sollevato un problema che, a suo dire, “è sulla scrivania di tutti gli addetti ai lavori”; un problema che però questi ultimi continuano a nascondere sotto ad un tappeto diventato ingestibile.

                Dalle pagine finali si percepisce il sentimento che spinge l’autore nel portare a malincuore alla luce i difetti di un sistema di cui egli stesso fa parte con passione. Una passione che, come consuetudine in una società alla ricerca dei valori smarriti, non deve dimenticare, secondo Moro, di accompagnarsi ad analisi ed azioni certe e mirate. Comportamenti che sappiano fare del non profit una reale alternativa ad un sistema economico che, piaccia o meno, appare gravemente malato.

                Leggi anche:

                Condividi la pagina

                  Politici? No, amministratori di fatto!

                  25 agosto 2014 | Il punto di Labsus Notizie

                  Condividi la pagina

                    Da sposi a coppie di fatto: questa è una delle trasformazioni sociali che più caratterizzano i nostri tempi. La domanda è se una simile dinamica si stia innescando in tema di governo della città e del territorio. È  evidente che sempre più coppie a cui viene chiesto “siete sposati?” rispondono di no, ma vivono la quotidianità di due perfetti sposi. Più nascosto è invece il fenomeno di coloro che risponderebbero di no alla domanda “siete stati eletti?”, quando per molti versi potrebbero essere definiti amministratori di fatto.

                    Il paragone può sembrare improbabile, ma si sostanzia di argomentazioni a partire dagli “Otto principi del buon governo delle risorse collettive” messi a punto da Elinor Ostrom, premio Nobel per l’economia nel 2009. Questa è la sede per riprendere il suo ottimo interrogativo di partenza: quando il governo dei beni comuni funziona in modo stabile e quando no? È anzitutto curioso notare che la struttura delle otto risposte a questa domanda rifugge dalla anglosassone e rigida sequenza soggetto+verbo+complemento oggetto. In particolare, e contro ogni regola, sparisce il soggetto. L’obiettivo di smontare la logica stato-mercato, calcificatasi durante tutto il XX secolo, è stato probabilmente perseguito dalla studiosa statunitense a partire dal rivoluzionare la grammatica stessa dei suoi enunciati fondamentali.

                    Otto enunciati da Nobel in cerca di soggetto

                    Gli otto principi sono descritti facendo sempre seguire al verbo “definire chiaramente” gli otto oggetti strategici: 1. i confini fisici, 2. il rapporto tra le regole e il contesto locale, 3. i metodi di decisione collettiva, 4. il controllo sulle condizioni e sui comportamenti, 5. le sanzioni progressive, 6. i meccanismi di risoluzione dei conflitti, 7. il diritto all’auto-organizzazione, 8. l’organizzazione su più livelli d’uso al fine di ridurre la complessità dei problemi e lavorare sulla fiducia. Attenzione: nessun soggetto viene mai specificato, con l’unica eccezione del settimo principio, in cui si specifica, in negativo, che “le autorità governative esterne non devono interferire”. Perché un’economista da Nobel si concentra su “cosa e come” evitando accuratamente il “chi”? La lettura più semplice è certamente quella per cui il soggetto sottinteso dalla studiosa sarebbero le comunità che cooperano per (auto)gestire le risorse collettive.

                    Ma sono certamente possibili, per non dire stimolate da cambiamenti culturali epocali, altre interpretazioni. Così come l’inesorabile calo dei matrimoni nella nostra società non è unicamente imputabile a una crisi puramente religiosa, allo stesso modo forme alternative di governo dei beni comuni non si alimentano solo di sfiducia politica. Con il suo omettere i soggetti, la Ostrom evita di attribuire a profili già conosciuti una galleria di protagonisti che potrebbe riservare novità, coerentemente con il suo approccio empirico e con il suo motto per cui esisterebbero molte soluzioni per far fronte a molti problemi.

                    Il governo di fatto dei beni comuni

                    In linea con questo approccio, e considerando i diversissimi profili di chi sta rispondendo con entusiasmo da ogni parte d’Italia al “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministratori per la cura dei beni comuni”, può essere utile introdurre un soggetto nuovo: l’amministratore di fatto. Non è un politico, ma fa politica. E allora chi è? Per definirlo si potrebbe costruire una tassonomia coi criteri più diversi.

                    Potremmo iniziare a cercare amministratori di fatto già dentro ai municipi: chi ne ha esperienza diretta sa che dirigenti e dipendenti comunali hanno talvolta un ruolo sostanzialmente politico, oltre che formalmente tecnico. Per non parlare di chi aveva un ruolo politico e non ce lo ha più, ma di fatto continua ad averlo.

                    Ma certo la definizione “amministratori di fatto” rimanda immediatamente a quei soggetti della società responsabile che stanno fuori dalle sedi governative istituzionali, ad esempio nei luoghi dei servizi pubblici: non sono forse le scuole potenti motori di svolte politiche, dove capita che presidi-studenti-insegnanti-genitori non solo si auto-organizzino  per contrastare il degrado, ma costruiscano anche nuove strategie scolastico-educative, non solo locali e di ampio respiro?

                    La sfera privata, insieme a quella del terzo settore, sono a loro volta popolate da amministratori di fatto. I più cinici penseranno subito ad operatori del settore immobiliare che sono stati per decenni al timone delle politiche urbane e territoriali. O agli scandali che hanno investito la cooperazione. Ma certo non basta parlare di “amministratori di fatto” per mettersi dalla parte dei buoni, prendendo le distanze dai cattivi decisori politici. Attenzione a non andare fuori tema: il punto è che soggetti pubblici, privati e del terzo settore possono decidere di responsabilizzarsi rispetto al governo dei beni comuni, pur non avendo alcuna responsabilità politica formale, ma spingendo di fatto verso precisi scenari di sviluppo futuro.

                    Innovatori fondamentali, ma un po’ nascosti e non troppo consapevoli

                    Pensiamo ad esempio a quella galassia di studi professionali, aziende e organizzazioni (non) profit che costruiscono reti locali ed europee su temi come lo sviluppo turistico sostenibile o l’incentivazione di sistemi collaborativi di trasporto pubblico. Non si tratta di sindaci, di assessori al turismo o alla mobilità, ma di persone che – al pari di amministratori politici virtuosi – indicano alle politiche settoriali di valorizzare i beni comuni (dal nostro patrimonio alla qualità dell’aria che tutti respiriamo).

                    La definizione di “amministratore di fatto” aggiunge qualcosa a quella di “cittadino attivo” o di soggetto/gruppo che partecipa a processi di sviluppo della città e del territorio, nel senso che gli attribuisce una intenzionalità politica. Quest’ultima al momento resta nella maggior parte dei casi implicita, sottaciuta dai media e sottostimata a partire dagli stessi protagonisti del cambiamento culturale in atto. Invece è importante incominciare a parlare di chi si interessa al governo duraturo dei beni comuni, con energia nuova, capacità di fare rete e massa critica, creatività tutta italiana, alleanze mai tentate tra intelligenze di tipo diverso, sperimentazioni interdisciplinari, o semplice voglia di iniziare a gestire un problema quotidiano rifiutando di delegarne la soluzione, come atto politico consapevole. Chiamiamoli “amministratori di fatto”.

                    Daniela Ciaffi

                    Condividi la pagina

                      Arena a Lucca per il seminario di formazione sul terzo settore organizzato dal Centro Nazionale per il Volontariato

                      | Cantieri

                      Condividi la pagina

                        gregorio arena

                        Il seminario è pensato e rivolto a responsabili del terzo settore, ricercatori, comunicatori, giornalisti e tutti coloro che sono interessati alle tematiche oggetto di studio. Saranno affrontate le dinamiche che riguardano l’azione del terzo settore e la condizionano: leggere il tempo, i segni del cambiamento che ci sono pur in mezzo a crisi che si sviluppano su molte dimensioni, anticipare risposte e azioni innovative. Si svilupperà sia tramite relazioni frontali, aperte al dialogo successivo alla relazione, sia tramite laboratori rivolti ai partecipanti per aree tematiche.
                        I partecipanti iscritti saranno rappresentanti di reti e grandi associazioni di volontariato, comunicatori del terzo settore, volontari, responsabili di associazioni.

                        Programma e obiettivi formativi per ciascun incontro

                        PRIMA SESSIONE VENERDI’ 5 SETTEMBRE ORE 17.30
                        Uno sguardo al 2050, strategie evolutive
                        Dialogo con Linda Laura Sabbadini – Istat

                        L’incontro ha l’obiettivo di tracciare le linee di evoluzione della società che, osservando le tendenze in atto, si svilupperanno nei prossimi anni. In particolare verranno presentati e commentati i cambiamenti sociali che hanno a che fare con gli ambiti di lavoro dell’economia sociale. Per questo il punto di partenza per la lettura della società sono gli indicatori del Bes, Benessere equo e sostenibile, indicatori di benessere sviluppati dall’Istat per andare oltre i classici strumenti di misurazione basati sui parametri meramente reddituali.
                        Partendo da una fotografia scattata grazie ai Bes, la relazione presenterà nella seconda parte alcune proiezioni sui cambiamenti sociali che riguarderanno i prossimi anni/decenni, in particolare con riferimento alle tendenze demografiche e alla crescita/invecchiamento della popolazione, ridimensionamento dei servizi di welfare.

                        Gli obiettivi formativi della prima sessione sono i seguenti:
                        1) condividere una fotografia sullo stato di benessere della popolazione italiana con attenzione particolare agli ambiti di operatività dell’economia civile (welfare, ambiente, cultura etc.)
                        2) osservare e comprendere i cambiamenti demografici in atto in particolare con riferimento all’invecchiamento della popolazione, i rapporti intergenerazionali, alle dinamiche migratorie
                        3) proiettare ai prossimi decenni (prendendo a pretesto il 2050) alcuni cambiamenti in atto sottolineando le sfide di carattere sociale che essi pongono
                        4) proporre una riflessione sulle sfide in termini di impegno e innovazione che i cambiamenti sociali stanno ponendo e porranno a chi opera nell’economia civile

                        SECONDA SESSIONE VENERDI’ 5 SETTEMBRE ORE 21
                        Uno sguardo al cambiamento: il futuro della democrazia
                        Dialogo con Stefano Ceccanti costituzionalista – Università di Roma ‘La Sapienza’

                        La seconda sessione ha come obiettivo quello di condividere con il mondo dell’economia civile il potenziale di riforma istituzionale e costituzionale che il nostro Paese possiede. Prendendo come spunto anche, e introducendo, la riforma del terzo settore come paradigma delle energie che possono essere liberate, verranno commentate le principali riforme istituzionali che sono state portate avanti negli ultimi anni o che il Paese bloccato non riesce ad attuare. Verrà inoltre scattata una fotografia sulle riforme in atto, analizzandone metodi, obiettivi e contenuti con particolare riferimento alla “società di mezzo” che è l’attore protagonista dell’economia civile. Osservando i cambiamenti nella politica e nella partecipazione, si svilupperà una riflessione sul ruolo e la tenuta delle istituzioni democratiche e il senso e il valore della partecipazione.

                        Gli obiettivi formativi della seconda sessione sono i seguenti:
                        1) sviluppare una riflessione sullo stato di salute delle istituzioni democratiche
                        2) analizzare il processo di riforma istituzionale e costituzionale in atto e il suo impatto sui corpi sociali
                        3) delineare e commentare le sfide in termini di partecipazione dei corpi sociali nei cambiamenti sociali in atto

                        TERZA SESSIONE SABATO 6 SETTEMBRE ORE 9
                        Uno sguardo alla società di mezzo: comunità operose oltre la rabbia e la rassegnazione
                        Dialogo con Gregorio Arena Labsus, Aldo Bonomi sociologo

                        Dopo aver analizzato i cambiamenti sociali e demografici in atto e le sfide che pongono al mondo dell’economia civile e dopo aver riflettuto sulla qualità e la tenuta delle istituzioni democratiche e sui processi riformatori, il punto di vista della riflessione sarà incentrato sulla “società di mezzo”, sui protagonisti del cosiddetto terzo settore, o meglio, dell’economia civile.
                        Pur in mezzo a crisi su molti livelli, le comunità operose stanno contribuendo alla coesione sociale e alla tenuta civile del Paese con un processo di cambiamento costante che mette anche alla prova la loro resistenza. La sessione sarà divisa in due parti che affronteranno il tema con approcci diversi, giuridico e sociologico. L’obiettivo è riflettere sul senso della sussidiarietà “sana”, quella costruttiva che non delega responsabilità, condividere idee e pensieri sulle forme di partecipazione e di cittadinanza attiva, in particolare quelle che sono utili a costruire cambiamento sociale.

                        Gli obiettivi formativi sono i seguenti:
                        1) ripercorrere le radici giuridiche e storiche e la lettura sociologica della sfera del civile e del sociale
                        2) contestualizzare del ruolo dell’economia civile (del terzo settore) rispetto ai cambiamenti sociali degli ultimi anni
                        3) analizzare e commentare le forme efficaci, le cosiddette “buone pratiche”, di partecipazione e del senso che assumo per la ricostruzione civile del Paese

                        QUARTA SESSIONE SABATO 6 SETTEMBRE ORE 15
                        Uno sguardo al nostro impegno. Per essere all’altezza del futuro

                        La quarta sessione si svilupperà attraverso tre laboratori tematici i cui obiettivi formativi sono in fase di definizione insieme agli animatori. I laboratori saranno 3:
                        1) Accogliere e formare per crescere. Strategie inclusive con Stefano Martello Consulente in comunicazione pubblica
                        2) Fare pressione per incidere. Strategie partecipative con Maria Cristina Antonucci Ricercatore CNR
                        3) Cooperare per innovare. Strategie collaborative con Gianfranco Marocchi Idee in Rete

                        QUINTA SESSIONE SABATO 6 SETTEMBRE ORE 17.30
                        Radiografia della riforma del terzo settore con uno sguardo al futuro
                        Incontro fra Luca Gori Scuola Sant’Anna Pisa, Edoardo Patriarca Presidente CNV, Stefano Tabò Presidente CSVnet, Pietro Barbieri Portavoce Forum Terzo Settore.

                        La quinta sessione metterà a confronto esperti di varia estrazione sugli obiettivi, i contenuti e il processo di riforma del terzo settore avviata dal Governo Renzi. L’incontro sarà introdotto da Edo Patriarca che racconterà come è nata la riforma, quali sono gli obiettivi, quali i compiti per lo Stato e quali le sfide per il terzo settore, nonché che idea di terzo settore c’è all’interno del testo di riforma.
                        Successivamente il dott. Gori analizzerà nel dettaglio disegno di legge delega, in particolare il suo intervento risponderà ai seguenti obiettivi formativi:
                        1) analisi del testo e spiegazione delle novità e cambiamenti che porterà
                        2) analisi del processo giuridico di riforma e ruolo del processo parlamentare
                        3) analisi degli scenari di riforma che la delega apre, in particolare in riferimento all’impresa sociale, al servizio civile, al cinque per mille e alle altre forma di detrazione e deduzione fiscale

                        Infine l’intervento di Tabò e Barbieri allargherà il raggio di analisi fornendo una posizione rispetto alla riforma delle reti nazionali del terzo settore.

                        SESTA SESSIONE DOMENICA 6 SETTEMBRE ORE 9
                        Sguardi all’Europa e dall’Europa In collaborazione con il network “L’Italia che fa bene”
                        Dialogo fra Gianni Pittella Presidente del gruppo PSE al Parlamento Europeo Giangiacomo Schiavi Vicedirettore Corriere della Sera Marco Gasperetti Corriere della Sera – Responsabile Corriere Sociale Luca Mattiucci Corriere della Sera – Responsabile Corriere Sociale Giovanna Rossiello Tg1 Fa’ La Cosa Giusta

                        La sesta e ultima sessione allargherà il campo di osservazione all’Europa e vedrà il contributo di giornalisti e politici che racconteranno la dignità politica e mediatica del terzo settore fornendo ai partecipanti chiavi di lettura e di analisi basati su punti di vista diversi.

                        LEGGI ANCHE:

                        Condividi la pagina

                          A Napoli una Fondazione di comunità per il centro storico

                          | Beni comuni

                          Condividi la pagina

                            napoli

                            I soggetti che beneficiano del supporto della Fondazione realizzano progetti e iniziative a sostegno delle fasce deboli presenti nel territorio di riferimento e ne guadagnano in termini di visibilità e immagine. Lo scopo è quello di aumentare il senso di appartenenza e di comunità, dove per comunità si intende “un’area di reciproco riconoscimento, scambio e aiuto tra persone”. La Fondazione, così, “interviene e incide nei processi di donazione in un percorso condiviso e partecipato tra tutti gli attori”. In quest’ottica si inserisce la recente realizzazione del progetto Sab Kuch Milega (‘tutto è possibile’ in hindi), con la realizzazione di una sala musicale pubblica nel quartiere Materdei, serate di beneficenza per la costruzione di laboratori musicali in Africa, promozione di gruppi emergenti: tutto nello spirito dell’intercultura, che è parte costitutiva del tessuto sociale e culturale napoletano. Ancora, la Fondazione e il CSV (Centro Servizi Volontariato) hanno recentemente finanziato un progetto per il rilancio e l’ animazione di Piazza Mercato, nato e promosso in collaborazione con le associazioni del territorio.

                            Il supporto alla famiglia

                            La crescita personale e sociale di una comunità passa innanzitutto per pratiche di scambio e di aiuto reciproco: è per questo che la Fondazione di comunità finanzia progetti volti al sostegno delle famiglie e delle relazioni al loro interno, alla tutela e al mantenimento della sicurezza personale e alla cura dei più bisognosi, anziani e malati. In particolare, la Fondazione supporta strutture e associazioni che si occupano di questioni non direttamente affrontate dalla programmazione dell’assessorato alle politiche sociali del Comune di Napoli: famiglie monoparentali, che spesso sono tali in via provvisoria, a causa di problemi legati alla giustizia di uno dei genitori, progetti di affido diurno e così via.

                            La Fondazione, tramite le associazioni presenti sul territorio, lavora con gli adolescenti attraverso percorsi di intrattenimento e formazione (sport, doposcuola, ecc.), con l’obiettivo di limitare il più possibile il fenomeno della dispersione scolastica e della devianza minorile. Punta inoltre sul counseling familiare e sull’educazione alla genitorialità, con lo scopo di ricostruire quei rapporti familiari che, spesso corrosi, sono alle spalle di determinati comportamenti devianti.

                            La sicurezza personale e la cura

                            In un contesto quale quello napoletano, inoltre, sia la casa che il lavoro, come basi della sicurezza personale, sono spesso minacciati da incertezza e precarietà. Mancano per esempio reali esperienze di housing sociale, che permetterebbero di accedere ad alloggi specifici per chi è in difficoltà. La Fondazione di comunità supporta le associazioni che si occupano di verificare la possibilità di alcune strutture di fungere da “albergo sociale” per coloro che necessitano di accoglienza temporanea. Inoltre, la Fondazione sostiene tutte le iniziative che mettono insieme formazione professionale e inserimento nel mondo del lavoro (si pensi ad esempio a tutte le attività artigianali o ai piccoli commercianti) e mette a bando borse di studio per giovani studenti universitari non agiati residenti nel territorio.

                            Infine, la Fondazione sostiene iniziative per il supporto alle persone con autonomia limitata e ai caregiver, ovvero coloro che si occupano di congiunti o di altri utenti in difficoltà. Sostiene la domiciliarità della cura, attraverso varie forme di aiuto, di integrazione e di coordinamento degli interventi, che spesso non rientrano negli ambiti di azione del sistema dei servizi sociali. Supporta quindi associazioni che si occupano di assistenza specialistica e psicologica in caso di malati gravi, interagisce con i centri diurni, con i gruppi ai auto-mutuo aiuto, con il settore del volontariato.

                            LEGGI ANCHE:

                             

                             


                             Scheda caso
                            TitoloA Napoli una Fondazione di comunità per il centro storico. Sostegno a progetti per la famiglia, la sicurezza personale e la cura
                            ChiLa Fondazione di Comunità del Centro Storico di Napoli nasce per iniziativa di un Comitato Promotore, che mette insieme rappresentanti delle istituzioni e del mondo del terzo settore e del volontariato. Il Comitato è presieduto dall’Istituto Banco di Napoli-Fondazione e comprende: A&T srl, Accademia Pontaniana, Associazione San Biagio dei Librai, CO.GE Campania, Comitato Regionale – Associazione Asnaf, Comitato Unesco – Centro Storico, I° Decanato della Chiesa di Napoli, Polo delle Scienze Umanistiche dell’Università “Federico II”, Proodos Consorzio di Cooperative Sociali, ULN-SIM, Università Orientale di Napoli, Università Suor Orsola Benincasa.
                            CosaLa Fondazione finanzia progetti e iniziative rivolte al territorio di riferimento, che rientrano nelle seguenti due macro-aree: a) sostegno alle fasce più deboli: counseling familiare volto ad agevolare il rapporto genitori-figli adolescenti; housing sociale e inserimento lavorativo al fine di creare condizioni di sicurezza personale; servizio di assistenza e cura, rivolto ad anziani, disabili e immigrati attraverso strategie di miglioramento della qualità della vita con l’ausilio di servizi domiciliari; b) miglioramento della qualità della vita del territorio: microcredito, per favorire azioni di micro finanziamento senza garanzie e con interessi limitati a sostegno di nuclei familiari bisognosi; piccola imprenditoria, attraverso la creazione di un fondo di garanzia per aiutare i giovani e le donne ad avviare attività in proprio, nei settori dell’artigianato e del commercio; cultura, attraverso linee di erogazione abbastanza ampie per cui saranno finanziati progetti organizzati da gruppi di giovani, la cui maggioranza risieda nel territorio.
                            DoveLa Fondazione opera nell’ambito delle II e della IV Municipalità dell’area del centro storico di Napoli, che conta una popolazione di circa duecentomila abitanti.
                            QuandoLa Fondazione di Comunità del Centro Storico di Napoli è stata ufficialmente costituita nel mese di marzo 2010.
                            Bene comuneQualità della vita all’interno del territorio di residenza.
                            Meta-bene comuneCoesione sociale.
                            ComeLe modalità operative attraverso cui la Fondazione di comunità concede i propri contributi per il perseguimento degli scopi statutari sono: bandi; fondi patrimoniali nominativi creati a seguito di lasciti testamentari e di donazioni; progetti di rete, che coinvolgono una pluralità di soggetti, pubblici e del terzo settore.
                            DestinatariResidenti delle Municipalità II e IV del centro storico di Napoli.
                            RisorseLa Fondazione è stata avviata con un fondo di dotazione iniziale pari a 170.000 euro, che è stato successivamente raddoppiato dalla Fondazione CON IL SUD, nell’ambito del programma di sostegno alla costituzione di fondazioni di comunità nel Mezzogiorno.
                            ReplicabilitàIl caso è del tutto replicabile in contesti territoriali simili (centri storici di piccole, medie e grandi città).
                            ReferentiFondazione di Comunità del Centro Storico di Napoli, Largo Corpo di Napoli, 80134 Napoli. Tel. 081 4201125, info@fondcomnapoli.it
                            FontiPagina web all’interno del sito della Fondazione CON IL SUD: http://www.esperienzeconilsud.it/fondazionecentrostoriconapoli/pagina-di-esempio/; sito della Fondazione di Comunità del Centro Storico di Napoli: http://www.fondcomnapoli.it/; pagina Facebook della Fondazione: https://www.facebook.com/pages/Fondazione-di-Comunit%C3%A0-del-Centro-Storico-di-Napoli/185711714799946; profilo Facebook della Fondazione: https://www.facebook.com/fonddi.comunita; canale Youtube della Fondazione: https://www.youtube.com/user/fondcomnapoli.
                            Data21 agosto 2014
                            AutoreValentina Grassi (valentina.grassi@uniparthenope.it)


                            Condividi la pagina

                              SocialMi: dalle social street alla social city

                              24 agosto 2014 | Notizie Notizie

                              Condividi la pagina

                                Dall’idea del giornalista Federico Bastiani inizia il fortunato esperimento delle social street: creato il gruppo Facebook “Via Fondazza e dintorni” e sponsorizzato tra i residenti di tale via bolognese, Bastiani conosce i suoi vicini e avvia una collaborazione spontanea con questi ultimi. La ragione per la quale il giornalista ha dato inizio a questa iniziativa non è di natura economica od opportunistica, ma nasce dalla voglia di un padre di uscire da un isolamento ormai socialmente accettato per la vita di città e cercare un compagno di giochi per il figlio che abitasse nelle sue vicinanze.
                                L’idea di base è tornare alla socialità di vicinato che la dispersività della città e lo stile di vita odierno hanno annullato, e contrastare la virtualità dei rapporti data dall’avvento dei social network, che hanno così eliminato la naturalezza degli scambi interpersonali diretti.

                                Dai portici di via Fondazza all’Italia intera

                                La consapevolezza di poter contare sull’aiuto reciproco tra vicini non è solo una comodità per chi ha necessità da soddisfare o una buona occasione per chi ha tempo da dedicare agli altri, ma innanzitutto significa vivere la propria città con più entusiasmo e meno diffidenza: la strada, sempre più spesso una “via vetrina” che viene attraversata solo durante gli spostamenti tra un edificio e l’altro, torna ad essere luogo di scambio e socialità;  Facebook, in controtendenza con il solito utilizzo che ne viene fatto, rende possibile l’unione di intenti tra vicini prima sconosciuti che non sono più contatti spersonalizzati di cui appaiono notifiche in bacheca, ma persone con cui interagire; la socialità diventa una risposta concreta alla crisi economica, ad uno stato di welfare e servizi inadeguato, alla decadenza dei valori di solidarietà e cooperazione fuori e dentro le famiglie.
                                Per queste ragioni tale fenomeno si è diffuso con rapidità su tutto il territorio nazionale e ad oggi conta 290 social street e più di 15 mila persone coinvolte in progetti di gestione partecipata di beni comuni a tutto il vicinato, scambio di competenze simile al meccanismo che sta alla base delle banche del tempo, esperienze di co-working, riunioni ed attività artistiche, di social cooking, di giardinaggio nelle case dei partecipanti all’iniziativa, Gruppi di Acquisto Solidale, car sharing e molto altro.

                                SocialMi: la bellezza sociale di Milano

                                Grazie all’esperienza social street si cerca così di contrastare l’isolamento dei cittadini e di valorizzare il loro ruolo nella vita quotidiana del quartiere di appartenenza. Gli studenti dello IED elaborando il progetto SocialMi, propongono soluzioni concrete a quel che manca perché dalle social street si passi alle social city, ovvero il dialogo tra istituzioni e cittadini, l’ascolto attivo delle proposte della cittadinanza da parte di chi elabora le politiche di governo della città e l’umanizzazione dell’Assessorato alle politiche sociali. È stato quindi ideato un social network (JimMi) che permetta al cittadino di far parte di una co-democracy in cui può partecipare alle decisioni comuni, proporre soluzioni e influenzare le politiche cittadine, rivolgersi alle istituzioni per chiarimenti e assistenza. Il coinvolgimento dei cittadini nel definire la propria città insieme alle istituzioni è facilitato dal dialogo che si sviluppa nelle social street, ma è destinato a dare risultati irrisori se le amministrazioni cittadine vi rimangono indifferenti: è quindi importante attuare un progetto di ascolto, co-partecipazione nella definizione delle politiche, co-progettazione, con il coinvolgimento di figure professionali ad hoc, ed infine una realizzazione dei programmi che non prescinda dalla partecipazione attiva della cittadinanza.

                                LEGGI ANCHE:
                                Nasce a Bologna la prima social street
                                Social street: il fenomeno bolognese conquista l’Italia
                                L’Alveare: un coworking con spazio baby per Centocelle

                                Condividi la pagina

                                  Le diversità linguistiche degli stranieri in Italia

                                  23 agosto 2014 | Società

                                  Condividi la pagina

                                    images

                                    Dal rapporto il rumeno risulta essere la lingua di origine più comune tra gli stranieri residenti in Italia: è la lingua madre da quasi 800 mila persone (21,9 percento della popolazione straniera di 6 anni e più). Seguono l’arabo (oltre 475 mila persone), l’albanese (380 mila) e lo spagnolo (255 mila).

                                    Le seconde generazioni e l’italiano

                                    Il dato interessante è che gli stranieri di madrelingua italiana sono oltre 160 mila, pari al 4,5 percento della popolazione straniera di 6 anni e più. Nel 16,8 percento dei casi essi sono cittadini albanesi, nel 12,1 percento marocchini e nell’11,1percento rumeni. Tra i minorenni stranieri, uno su quattro è di madrelingua italiana. Sono l’8,1 percento gli stranieri (di 6 anni e più) che dichiarano di conoscere la lingua italiana in età prescolare oltre ad un’altra lingua.
                                    Come lingua madre, l’italiano guida la classifica per gli stranieri più giovani: un ragazzo straniero su quattro tra i 6 e i 17 anni lo parla da sempre, mentre nella popolazione più adulta (18 anni e più), esso non risulta neppure tra le prime dieci lingue.
                                    Come risulta dal rapporto, i cittadini stranieri che hanno indicato come lingua madre l’italiano sono soprattutto albanesi (16,8 percento), marocchini (12,1 percento) e rumeni (11,1 percento), comunità in cui maggiore è la presenza di seconde generazioni di immigrati.

                                    Lingua e cittadinanza

                                    La relazione tra lingua italiana e cittadinanza straniera risente degli effetti della storia migratoria in Italia e delle varie “ondate” di ingressi che nel tempo hanno interessato il nostro paese.
                                    Infatti, se per alcune lingue vi è una forte sovrapposizione tra lingua di origine e nazionalità, per altri tale binomio è meno stringente. La quasi totalità di chi è di lingua madre cinese, ucraina e rumena, è anche della stessa cittadinanza. Non altrettanto per l’arabo e l’albanese che, pur essendo caratterizzati in larga misura da un’unica nazionalità, sono comunque lingue di origine anche per altre collettività. Il 65 percento di quanti parlano arabo sono marocchini mentre il restante 35 percento è rappresentato soprattutto da tunisini (15,4 percento) ed egiziani (12,1 percento ). Nel caso dell’albanese, esso è lingua madre, oltre che per gli immigrati provenienti dall’Albania (89 percento), anche per collettività originarie del Kosovo (7,2 percento) e della Macedonia (3,2 percento).

                                    L’Italia multiculturale del futuro

                                    Il rapporto tra conoscenze linguistiche, integrazione e cittadinanza è molto stretto, anche se il carattere multiculturale che le società del futuro si accingono ad assumere ne ridefinisce i confini. In quest’ambito, numerose sono le iniziative volte a sottolineare tale rapporto, con particolare riferimento alla condizione delle seconde generazioni in Italia, ben evidenziata dal rapporto. Se attualmente centossessantamila stranieri considerano l’italiano come loro lingua madre, qualcosa sta cambiando nel nostro paese e ad una velocità più rapida di quanto le istituzioni siano disposte a riconoscere. I futuri italiani saranno anche loro.

                                    Leggi anche:

                                    I nuovi cittadini italiani
                                    Anci Toscana per le seconde generazioni
                                    Scuola Pisacane, una potenziale scuola di comunità multietnica

                                     

                                    Condividi la pagina

                                      Chiaravalle, la stazione diventa sede per le associazioni

                                      22 agosto 2014 | Notizie Notizie

                                      Condividi la pagina

                                        untitled

                                        Da spazio in disuso e a rischio degrado, la stazione di Chiaravalle rinasce e riqualificata diventa la sede di nove associazioni del territorio. A condividere i locali del piccolo scalo in provincia di Ancona sono organizzazioni impegnate in diversi ambiti: si va dal comitato locale della Croce Rossa Italiana (Cri) all’associazione musicale giovanile “John Lennon”, dall’assemblea territoriale Cittadinanzattiva Chiaravalle all’Associazione Nazionale Carabinieri (Anc). Gli spazi della stazione sono stati ceduti in subcomodato d’uso gratuito dal Comune di Chiaravalle, che a sua volta li ha ricevuti in consegna dalla Rete Ferroviaria Italiana (Rfi).

                                        Le associazioni e le loro attività

                                        Gli ex magazzini della stazione e i locali prima destinati alle spedizioni estere cambiano funzione e insieme ad altre stanze diventano sede delle associazioni di volontariato, sportelli d’assistenza, sala prove e auditorium. Con 120 tesserati e 60-70 volontari, il comitato locale della Croce Rossa di Chiaravalle è presente in stazione dalle 9 alle 19, a disposizione per il servizio di ambulanza per trasporti programmati (svolto in convenzione con l’Asl locale), per l’assistenza in gare, partite e manifestazioni cittadine, per attività di animazione per anziani e disabili. In stazione, per circa quattro ore al giorno e su appuntamento, è aperto anche lo sportello di Cittadinanzattiva Chiaravalle, la più importante delle circa 15 assemblee territoriali delle Marche che fanno capo al network nazionale per la difesa dei diritti dei consumatori. Lo sportello offre assistenza ai cittadini per l’uso di servizi bancari, assicurativi, di trasporto e per le utenze di gas e telefono, oltre ad impegnarsi in attività per la soluzione dei disservizi amministrativi.
                                        Con impianto di amplificazione, batteria e aria condizionata, in stazione trova spazio anche una sala prove per i giovani musicisti di Chiaravalle (e dei paesi limitrofi). Risultato della collaborazione tra l’Assessorato alle Politiche giovanili del Comune e i ragazzi di Chiaravalle, coinvolti attivamente in tutte le fasi del progetto, la sala prove è gestita dall’associazione “John Lennon” che riunisce diversi gruppi musicali del comune marchigiano. Aperta dalle 14 fino alle 24, la sala può essere affittata a 8 euro l’ora. I ricavi vengono investiti in lavori di manutenzione e nel finanziamento del tradizionale concerto chiaravallese del primo maggio. A destinare i locali della stazione alla diffusione e promozione della musica è anche la Banda Musicale “Città di Chiaravalle”, associazione che offre lezioni settimanali e può usufruire dell’auditorium nato nella stazione con il contributo del Comune. Nel piccolo scalo della provincia di Ancona trova sede poi la sezione di Chiaravalle dell’Anc, l’Associazione Nazionale Carabinieri che svolge attività di protezione civile per le grandi emergenze e un sevizio volontario di ordine pubblico durante le manifestazioni cittadine.
                                        Quella di Chiaravalle è solo una delle dodici stazioni italiane “impresenziate”, i cui locali sono diventati sede di attività sociali e culturali.

                                        Redattore Sociale si è occupato del loro studio in un reportage.

                                        LEGGI ANCHE

                                        Condividi la pagina

                                          Decreto “Terre vive”, ridare nuova vita ai terreni abbandonati e creare occupazione

                                          20 agosto 2014 | Notizie Notizie

                                          Condividi la pagina

                                            campi-agricoltura-300x225

                                            La dismissione dei terreni dello Stato e il loro riutilizzo agricolo è diventato realtà grazie al decreto attuativo dell’art. 66 del Decreto Legge 24 gennaio 2012, n.1 convertito in Legge 24 marzo 2012, n. 27 da parte del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Il decreto Terre Vive vuole dare nuova vita alle aree agricole improduttive e soprattutto generare nuova occupazione favorendo il settore agricolo giovanile. E’ la prima volta che lo Stato decide di vendere e affittare i suoi terreni a giovani che già sono imprenditori agricoli o che lo vogliono diventare. Stando alla mappatura effettuata dall’Agenzia del demanio tramite satellite, si tratta per lo più di terreni spezzettati in piccole parti, a cui è difficile accedere o che sono raggiungibili solo passando attraverso altri terreni privati, ma comunque tutti adatti alla coltivazione. “Parliamo di terreni che vanno ricongiunti e valorizzati in modo tale da raggiungere le dimensioni richieste per accedere ai finanziamenti europei” come ha dichiarato Stefano Scalera direttore dell’Agenzia. I terreni in questione appartengono in particolare non solo al demanio pubblico ma anche al corpo forestale dello stato, al centro ricerche agricoltura del ministero e al Risi ente di tipo pubblico risalente all’età fascista.

                                            “Terre vive” e “Campolibero”

                                            A partire da settembre infatti quasi 5.550 ettari di terreni pubblici saranno affittati o venduti a giovani che possiedono già un’azienda agricola che la Coldiretti ha stimato essere in 50 mila, ma anche a quei giovani che vogliono diventare imprenditori agricoli creando un impresa ex novo e che intendano impegnarsi almeno per i prossimi 20 anni ad utilizzare tali terreni esclusivamente per scopi agricoli. L’iniziativa è rivolta dunque a tutti i giovani under 40 che potranno usufruire di alcune facilitazioni sia nell’acquisto che nell’affitto delle terre. In particolare godranno di un diritto di prelazione, ovvero una sorta di corsia preferenziale con procedure burocratiche più snelle che gli permetterà di accedere più agevolmente ai terreni.
                                            Inoltre il decreto Terre Vive si inserisce in un altro progetto che il governo sta portando avanti nel campo agroalimentare denominato “Campolibero”, in cui si parla anche di mutui a tasso zero per la costituzione di nuove aziende e di detrazioni sull’affitto dei terreni fino al 19%. Per quanto riguarda la vendita, il decreto assicura la massima trasparenza nelle operazioni.
                                            Scopo dell’iniziativa è quella di diventare un utile strumento nella lotta alla disoccupazione giovanile e soprattutto di ridare nuova vita a quei terreni che sono rimasti incolti e abbandonati per troppo tempo.

                                            LEGGI ANCHE:

                                            Condividi la pagina