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Agenda Digitale: l’innovazione che non avanza

- 17 novembre 2014

A dispetto delle “nuvole” di termini anglosassoni e dichiarazioni d’intenti nostrane che da anni stazionano sopra le nostre teste, la pioggia che ne è scaturita è infatti di quelle che non saziano la terra né danno ristoro agli uomini. Al contrario, contribuiscono ad aumentare l’umidità, la temperatura percepita, o l’arsura. Come si legge nell’ “executive summary” del rapporto “in termini di effettiva attuazione dell’Agenda Digitale è stato fatto ben poco: l’Italia era e resta fanalino di coda sui maggiori indicatori relativi alla digitalizzazione.”

L’Agenda Digitale

L’Agenda Digitale è un’iniziativa lanciata nel marzo del 2012 dal Governo Monti. Si tratta di un insieme di misure orientate a una profonda riorganizzazione della pubblica amministrazione italiana, i cui principali settori di intervento sono: identità digitale, PA digitale e Open Data, istruzione digitale, sanità digitale, divario digitale, pagamenti elettronici e giustizia digitale. Gli interessi legati alle ICT sono tanto eterogenei quanto rilevanti, come pure le implicazioni derivanti dal più generale processo di digitalizzazione: non solo per gli 82 miliardi di euro messi a disposizione dall’UE ai paesi membri attraverso fondi a gestione diretta della programmazione 2014-2020, ma soprattutto per le conseguenze legate alla Rete in termini di innovazioni e sviluppo. Trasparenza e semplificazione amministrativa, inclusione sociale e dialogo politico, crescita e competitività in termini economici, diffusione di buone pratiche, condivisione di informazioni fra cittadini, società civile, enti locali…

I risultati: Italia fanalino di coda

Gli obiettivi del rapporto sono molteplici: dall’esplicitare la relazione tra Agenda Digitale e produttività a misurarne l’effettiva attuazione; dal raccogliere e censire casi di buone pratiche al fare il punto sulla produzione normativa afferente. Quello che emerge dai dati contenuti nel documento, in termini generali legati agli utilizzi della Rete, è che l’Italia risulta il fanalino di coda fra i Paesi UE presi in considerazione dal “Digital Agenda Score Board(DASB). Costi alti e bassa velocità caratterizzano la nostra rete a banda larga (in termini di rapporto prezzo/velocità l’Italia va peggio del paese con la più bassa media dei differenti indicatori utilizzati dal DASB, la Bulgaria); gli investimenti in ICT, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, hanno subito una costante riduzione, e oggi si attestano al 11,1% del totale (contro percentuali fra il 15 e il 19% per Francia, Spagna e Germania, e picchi del 25% nel Regno Unito). La spesa in ICT delle strutture sanitarie pubbliche in Italia, riferita all’anno 2013, è stata pari a 10€ per abitante, a fronte dei circa 20€ pro capite della Francia. Anche il tessuto imprenditoriale appare distante da un utilizzo diffuso delle ICT: solamente il 4% vende online, a fronte di una percentuale del 13% a livello europeo; solo 5 giovani imprenditori italiani su 100 fanno uso di nuove tecnologie, rispetto ai 22 dei loro omologhi europei. Prendendo come riferimento la Svezia (lo Stato al primo posto secondo gli indicatori DASB), l’Italia  ha circa il 24% in meno di abitazioni connesse a internet. Risalta, quale dato sociale complessivo, che oltre il 34% della popolazione italiana non abbia mai “navigato” in rete (una percentuale quasi dieci volte maggiore di quella svedese, il 3.7%). Dal punto di vista normativo poi, dei 53 tra regolamenti e regole tecniche previsti per la piena applicazione dei contenuti normativi  dei tre decreti legge relativi all’Agenda Digitale, solo 18 sono stati adottati. Il rapporto mette in evidenza come, ad esempio in ambito sanitario, siano 6 le azioni in ritardo sulle 7 pianificate; 4 su 4 in ambito di Giustizia digitale; ancora 4 su 4 in tema di Smart Cities.

Un problema di governance

L’interesse è palese, e diffuso. Le risorse a disposizione, se non abbondanti, quantomeno sufficienti a compiere azioni in grado di produrre effetti considerevoli (poco meno di 2 mld di euro l’anno). Ma allora, cosa ha reso il percorso così tortuoso e attardato? Il rapporto indica nelle relazioni fra stakeholders e decisori politici la causa di questo insoddisfacente processo di attuazione: si assiste a una frammentazione delle responsabilità, a una “non chiara e distinta distribuzione di autorità tra gli attori rilevanti in gioco” che producono, oltre che un’effettiva mancata concretizzazione degli interventi, anche confusione e, alla lunga, disaffezione di quei soggetti fortemente interessati alla riforma. Un problema dunque di governance, di attori coinvolti nei processi decisionali e attuativi e di chiara identificazione dei ruoli che ciascuno è chiamato a svolgere. Un problema le cui concause, concludendo con un’impressione personale, andrebbero ricercate anche “in basso”, in una dimensione culturale afferente ad abitudini e costumi, ad “usi” dei cittadini, che mostrano ampie sacche di riluttanza e apatia nei confronti di un uso “civico” e consapevole della Rete e delle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie.

Oltre la competitività…la condivisione

La Rete e la digitalizzazione delle informazioni, delle relazioni e dei processi di scambio fra individui non afferiscono unicamente alla, pur importante, dimensione mercatoria che ruota attorno ai temi dello sviluppo e della competitività. Al contrario, la centralità di un’applicazione puntuale della road map prevista in tema di Agenda Digitale può e deve essere percepita in termini sociali e politici. Aumentare velocità e numero di “nodi” raggiunti dalla rete, migliorare l’accesso alle banche dati istituzionali, sviluppare tecnologie e applicativi in grado di favorire i processi di scambio e condivisione delle informazioni, facilitare la dimensione relazionale del nostro vivere quotidiano, sono azioni in grado di migliorare sensibilmente la qualità dei modelli democratici, siano essi applicati a livello sovranazionale, nazionale o locale. Non dimentichiamo che il Dna dell’Internet e del world wide web è caratterizzato da una compresenza che, se da un lato rispecchia qualità ascrivibili alla dimensione competitiva, dall’altro porta impressi i caratteri della condivisione, del dono, dello scambio operato in un contesto di comunità. Se la Rete è dunque un bene comune, lo sviluppo di tecnologie e processi che la riguardano non potranno che rafforzare ed espandere tale dimensione comunitaria, agendo da catalizzatore delle energie creative dei cittadini attivi.

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