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Officine tarantine: da luogo dell’abbandono a spazio della cooperazione

- 15 novembre 2014

Chiusa, abbandonata e resa inaccessibile dall’inizio degli anni ’90. Ad ottobre del 2013 la Marina, nell’ambito del processo di restituzione al demanio di beni e caserme dismesse, l’ha ceduta al Comune di Taranto, insieme ad altre strutture ex militari. Le “voci” diffusesi, in quel momento, sulla probabile destinazione dell’area degli ex Baraccamenti a nuovi parcheggi fecero subito scattare l’indignazione cittadina, soprattutto giovanile. La mattina del 2 novembre 2013, artisti di strada, attivisti per i beni comuni, studenti, writers, semplici cittadini, ne aprirono i locali, occupandoli, cominciandone così una prima riqualificazione, ripulendoli, dopo decenni di incuria e degrado a cui erano stati destinati. Successivamente, ciò che è stato realizzato in quel luogo, grazie anche al contributo di diverse competenze e maestranze, e alle donazioni di una buona parte della cittadinanza, ha cambiato in parte lo stesso volto del centro cittadino.

Le officine, luogo di laboratori e cultura

Oggi in quei sedicimila metri quadrati ci sono le Officine tarantine. Un progetto per la riappropriazione dell’esistente, situato nel cuore della città-simbolo della devastazione ambientale. Divenuto in breve tempo un vero e proprio laboratorio di cooperazione produttiva, oltre che uno spazio pubblico per la costruzione di reti socio-culturali, in cui è possibile partecipare ai laboratori di riciclo e riuso dei materiali, frequentare corsi di artigianato e sartoria, apprendere le tecniche della falegnameria. Dove è possibile anche far riparare la propria bicicletta, grazie alla presenza, all’interno, di una ciclo–officina; oppure i propri capi di abbigliamento, nel laboratorio di sartoria. Non solo. Ora qui dentro si presentano libri, proiettano cortometraggi. Si può assistere a spettacoli teatrali o frequentare corsi di tango e breakdance. A breve sarà attivata anche una palestra popolare.

OffTopic: l’aula studio

L’ultima nata all’interno si chiama OffTopic, inaugurata offrendo al quartiere una colazione con prodotti equosolidali la mattina del 2 Novembre 2014, giorno del “primo compleanno”, per le Officine tarantine. Si tratta di un’aula studio e di una annessa biblioteca (che conta già un migliaio di volumi). Sarà aperta fino a tarda sera e in una città profondamente avara di luoghi della riflessione e dello studio, ci pare una cosa importante. E’ stata completata attraverso il processo di autocostruzione, cioè nella progettazione, costruzione e auto-gestione sono stati coinvolti gli stessi utenti – fruitori, usando prevalentemente materiali derivanti dal riutilizzo degli stessi. OffTopic, “è la necessità di andare oltre, di uscire fuori tema, scardinando alla base i meccanismi socio- culturali che sono stati imposti, negli anni, in questo territorio, in particolare, dal modello delle fabbriche inquinanti”, ci spiega – Stefano Modeo, studente universitario – uno dei promotori di OffTopic, che “nasce dall’esigenza primaria di tante e tanti di dotarsi di un luogo confortevole dove si possa studiare e condividere saperi, anche fino a tarda ora, rispetto all’ attuale, inadeguata, disponibilità di spazi pubblici”. Ma che “ha la pretesa di poter diventare un laboratorio culturale, soprattutto”. Aperto a tutti coloro, – si intende – che ritengano la cultura uno strumento valido per l’emancipazione sociale, per costruire, – è questo il caso di una città gravata da un disastro ambientale senza precedenti – l’alternativa alla monocultura fondata sull’acciaio.

Resilienza urbana

Quella delle officine tarantine è già una storia di alternativa. E’ una pratica di resilienza urbana organizzata che produce forme feconde di cittadinanza. E’ la sfida a cambiare un sistema, che è stato iniquo, nei confronti delle persone, e dell’ambiente. Attraverso la sua sostituzione con un altro modello, basato sulla cooperazione e l’inclusione, per il mantenimento della coesione sociale. E’ un fenomeno, però, che – in generale, quello della resilienza delle comunità – ha bisogno di essere supportato adeguatamente sul piano politico. Questo a Taranto non avviene, quasi mai. Tornando alle officine tarantine, infatti, la risposta data sinora dalle istituzioni locali, a fronte di una manifesta disponibilità degli occupanti a trovare insieme al Comune una soluzione condivisa, è stata quella di emettere un’ordinanza di sgombero che pesa sulla loro testa, e di quella struttura, da gennaio. Ci hanno provato il 12 febbraio di quest’anno polizia, carabinieri e guardia di finanza a mettere fine ai sogni e ai desideri di una generazione. A liberare, cioè, la struttura con la forza. Una volontà, quella delle istituzioni locali, a cui si è opposta una grossa parte della cittadinanza che quella mattina è corsa in aiuto degli occupanti per scongiurare lo sgombero. Tra resilienza e resistenza, dunque, sembra ambientarsi un altro capitolo di quel romanzo nero sul disastro ambientale, di cui sono protagonisti – loro malgrado – Taranto e la sua comunità.

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