I beni comuni nella società della condivisione

- 3 novembre 2015

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E già che siamo in vena di anniversari festeggiamo questo traguardo riprendendo il filo del discorso sui beni comuni avviato il 19 ottobre 2010, quando spiegammo che volevamo affiancare alla ricerca sui soggetti della sussidiarietà, ovvero i cittadini attivi, la ricerca sull’oggetto, ovvero i beni comuni perché come diceva Carlo Donolo nel primo dei suoi editoriali dedicati a questo tema: “… siamo convinti che i beni comuni stanno assumendo un valore centrale per la nostra vita comune e per le prospettive della nostra società nel contesto globale … i beni comuni sono centrali per ogni processo sostenibile, per lo sviluppo locale, per la coesione sociale, per i processi di capacitazione individuale e collettiva … la stessa sussidiarietà è in primo luogo capacitazione al governo di beni comuni”.Insomma, secondo Donolo il tema dei beni comuni e della loro cura “ha oggi lo stesso rilievo che potevano avere a metà Ottocento la lotta di classe e il socialismo”.

La “società della condivisione”

Dicevamo nel 2010 che “in questa fase abbiamo più domande che risposte, più dubbi che soluzioni. Ma vogliamo almeno cominciare a delineare un percorso, di cui questa è solo la prima tappa”. Oggi, cinque anni dopo, ci sono ancora i dubbi, certamente, ma c’è anche qualche risposta in più.
In particolare, adesso acquista ancora più importanza il fatto che i beni comuni siano “un insieme di beni necessariamente condivisi” (Donolo).
Negli ultimi anni, infatti, si sono sviluppate pratiche sociali, modelli economici, istituzioni e regole basate sulla condivisione di responsabilità pubbliche, di risorse (strumenti di lavoro, spazi, attrezzature, competenze, tempo, altre risorse materiali e immateriali), di stili di vita e di processi produttivi di beni e servizi, tutti fondati sulla condivisione.E sono diventati di uso (quasi) comune termini come sharing economy, mesh economy, peer-to-peer economy, commons-basedpeer production, economia on-demand, rental economy, crowd-economy, economia della collaborazione, economia della condivisione e altre ancora simili a queste.

Siamo entrati cioè in quella che viene chiamata “società della condivisione”. E quindi la nostra campagna per la cura condivisa dei beni comuni, attraverso la promozione del Regolamento che abbiamo scritto insieme con il comune di Bologna e altre iniziative, è molto in sintonia con questa nuova società, perché le attività che la caratterizzano hanno in comune tre elementi, in combinazioni variabili.

Dal possesso all’uso

In primo luogo, in molte di queste attività ciò che conta non è il possesso, ma l’uso del bene. Car-sharing, car-pooling, bike-sharing, scambio casa, scambio di box auto, Landshare e altre attività simili a queste sono tutte fondate sull’idea che più soggetti possono condividere l’uso del medesimo bene pur non essendone tutti proprietari. Questo è un cambiamento radicale rispetto ad una società fondata sul diritto di proprietà, quindi sull’esclusione di tutti coloro che non ne sono proprietari dall’uso di un determinato bene. Tant’è vero che ai cittadini non è consentito prendersi cura dei beni di proprietà di soggetti pubblici perché anche a questa categoria di beni si applica lo schema escludente ed esclusivo del diritto di proprietà.
Essendo l’uso più importante del possesso ed essendo l’uso condiviso, nella società della condivisione inevitabilmente anche le modalità di godimento del bene cambiano rispetto ai beni di cui si è proprietari.
Ciò pone un problema interessante per quanto riguarda gli strumenti giuridici di tutela nei confronti dell’uso condiviso del bene, perché la società della condivisione si fonda sulla fiducia reciproca e quindi la tutela dei beni condivisi dipende in gran parte dalla reputazione dei soggetti sul web, non dal ricorso ad un soggetto terzo quale può essere un giudice. In un certo senso, si potrebbe dire che anche la tutela è condivisa.

Condividendo moltiplichiamo

Il secondo elemento che caratterizza la società della condivisione è il paradosso per cui condividendo si moltiplicano energie, risorse, capacità e opportunità.
Anche sotto questo profilo l’età della condivisione è qualcosa di radicalmente nuovo rispetto ai modelli di organizzazione sociale tradizionali perché nell’età della condivisione lo stesso bene o servizio può essere usato più volte da soggetti diversi senza logorarsi al punto da diventare inservibile.
In sostanza, se una stessa automobile in car-sharing può essere usata nel corso di una giornata da dieci persone, a tutti gli effetti è come avere dieci automobili a disposizione di altrettanti guidatori, ma senza aver utilizzato risorse per costruire dieci automobili, né aver occupato spazio pubblico per dieci auto, e così via.
Nella cura condivisa dei beni comuni questo fenomeno della moltiplicazione delle energie, delle risorse e delle capacità è particolarmente evidente e ne costituisce uno degli aspetti più importanti e innovativi.

Uno a uno

Il terzo elemento in comune a molte delle attività che danno vita alla società della condivisione è il rapporto definito in inglese peer to peer e che in italiano potremmo tradurre con: uno a uno. Il modello organizzativo è quello della rete e i nodi di questa rete sono singoli individui che entrano in contatto con altri singoli individui grazie alla rete delle reti, il web. Vale per lo scambio case, per il car-pooling, per la ricercadi una o un partner, per avere un giudizio su un ristorante e così via.
In tutti questi casi (e molti altri ancora) la società della condivisione mostra un altro volto ancora, quello della società della disintermediazione, cioè di una società che tende ad eliminare gli intermediari scavalcando i tradizionali canali di distribuzione e vendita di prodotti e servizi, principalmente grazie all’uso delle reti informatiche. E quindi si riducono le agenzie di viaggi, le agenzie matrimoniali, le agenzie immobiliari, le case editrici e quelle musicali,  etc. soppiantate dal contatto diretto sul web fra acquirenti e venditori o, comunque, fra individui. Uno a uno, appunto.
La disintermediazione si fonda sul fatto che, a differenza di quanto accadeva nel passato, il consumatore finale è in grado  in tempo reale di raggiungere il produttore, trasmettere il suo ordine, pagare il bene acquistato. Il produttore d’altra parte, grazie ai progressi compiuti dalla logistica, è in grado di inviare immediatamente anche piccole partite di merce.
Il principale beneficio derivante dalla disintermediazione è l’abbattimento dei costi, dovuti alla eliminazione dei rincari che ciascun intermediario applica sul valore della merce. In molti casi però con la disintermediazione si rinuncia anche ad una serie di servizi che gli intermediari offrono (o devono offrire) ad azienda produttrice e cliente finale.

La polverizzazione dei rapporti sociali

In effetti, dei tre elementi che caratterizzano l’età della condivisione la disintermediazione è quello che presenta maggiori punti critici. Innanzitutto, non è del tutto vero che nella società della condivisione spariscono gli intermediari. Quelli che spariscono sono gli intermediari tradizionali, perché la mediazione in quanto tale non è affatto sparita, si è soltanto spostata.
Dove? Sul web, naturalmente. Molti dei siti che mettono in contatto fra di loro gli utilizzatori di un servizio o di un bene condiviso ricavano i propri guadagni proprio dallo svolgimento di un ruolo di mediazione e di garanzia. Un ruolo prezioso, perché contribuisce al mantenimento di quella fiducia reciproca che è essenziale per il buon funzionamento di tutto il sistema.

Anche Facebook, Google, YouTube svolgono una funzione di mediazione quando, sapendo tutto dei nostri gusti, ci consigliano libri, riviste, ristoranti, palestre, prodotti e servizi di ogni genere, mediando fra noi e i produttori di questi beni e servizi.
Ma c’è anche un altro aspetto, molto negativo, della disintermediazione, la “polverizzazione” dei rapporti sociali, ridotti ad un reticolo di relazioni uno a uno, in cui ognuno si risolve da solo i propri problemi e viene meno il senso di appartenenza ad una comunità di cui tutto sommato non si sente la necessità.

Beni necessariamente condivisi

Se si tengono presenti questi tre elementi che caratterizzano l’età della condivisione, si vede che i beni comuni sono i beni tipici di questa nuova società.
Innanzitutto, sono essi stessi beni condivisi, anzi, necessariamente condivisi. Si applica ad essi perfettamente il primo dei tre criteri che distinguono l’età della condivisione, cioè il passaggio dal possesso all’uso, perché i beni comuni non sono di proprietà di nessuno, ma tutti possono usarli e goderne. E infatti proprio questo è il motivo per cui, come Labsus sta facendo, è necessario creare dei sistemi articolati e diffusi per la loro cura condivisa, perché l’uso indiscriminato può logorarli fino alla distruzione.

Condividere risorse e responsabilità

Si applica perfettamente anche il secondo elemento, condividere per moltiplicare, perché nel prendersi cura dei beni comuni (che sono appunto beni condivisi) i cittadini condividono con altri cittadini e con le amministrazioni in primo luogo risorse, le proprie e quelle delle amministrazioni: tempo, competenze, esperienze, relazioni, etc. E poi condividono responsabilità, perché i cittadini attivi si assumono autonomamente, insieme con le amministrazioni, la responsabilità di curare i beni comuni come se fossero i propri.
Questa condivisione di risorse e di responsabilità ha un effetto straordinario, perché non soltanto mette in circolazione nuove e preziose risorse civiche, ma moltiplica l’effetto delle risorse esistenti. L’esperienza di questi anni dimostra infatti che quando i cittadini si mobilitano per curare i beni comuni dei luoghi dove vivono trovano spesso soluzioni completamente nuove. Se è vero che l’innovazione consiste nella combinazione inedita di fattori noti, quando i cittadini si impegnano nella cura dei beni comuni gli esiti possono essere imprevedibili.

Un rimedio alla polverizzazione

Quanto al terzo criterio fondante la società della condivisione, quello dei rapporti peer to peer, uno a uno, esso per fortuna non sembra applicarsi alla cura condivisa dei beni comuni, perché in genere i cittadini attivi agiscono insieme con altri cittadini, sia pure in forme associative informali o temporanee. In effetti, sotto questo profilo la cura condivisa dei beni comuni rappresenta un rimedio molto potente alla “polverizzazione” indotta dalla disintermediazione tipica dell’età della condivisione, integrando i rapporti uno a uno con rapporti che recuperano la dimensione comunitaria.

Si fa comunità prendendosi cura dei beni comuni

Se è vero che “La città è il luogo dove convivono gli estranei”, è bello immaginare che questi estranei scendono in strada e cominciano a prendersi cura insieme di un luogo del quartiere, una piazza, un giardino, un bene culturale…. e così facendo diventano meno estranei e poi forse persino amici.
Non è un caso infatti se comune (da cui comunità) viene dal latino cum + munus, che vuol dire svolgere un compito insieme. Perché la comunità si costruisce appunto svolgendo insieme un compito condiviso, si “fa comunità” lavorando insieme per un obiettivo che ci si è dati autonomamente.
Per questo, quando dei cittadini si prendono cura degli spazi del proprio quartiere, quelle persone stanno facendo qualcosa di molto più importante che non la mera manutenzione di quegli spazi, esse stanno in realtà ricostruendo la propria comunità, curando i legami che li uniscono, producendo e sviluppando capitale sociale, integrazione, senso di appartenenza. In una parola, danno fiducia.

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