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Il regolamento degli orti romani

- 27 novembre 2015

La città di Roma vanta un’antica tradizione di orti di comunità, in gran parte legata all’esperienza degli orti di guerra realizzata durante il secondo conflitto mondiale, quando i giardini pubblici e le aree verdi furono trasformati in aree coltivabili, ivi comprese le aree occupate dai monumenti storici.
Dalla mappa elaborata da Zappata romana emerge che attualmente a Roma esistono 150 orti, divisi in orti di comunità, community gardens, spot gardens.

Dall’anarchia creativa al regolamento

La caratteristica della maggior parte degli orti romani è quella di essere nati da un’occupazione di un terreno pubblico, con la finalità di tutelarlo da una speculazione e di recuperarlo da una condizione di degrado. Tale vizio di nascita fa si che essi attraversino una fase più o meno lunga di “clandestinità”, che li espone a possibili interventi da parte dell’amministrazione pubblica.
La delibera approvata il 17 luglio, con la quale il Comune di Roma adotta il “Regolamento per l’affidamento in comodato d’uso e per la gestione di aree a verde di proprietà di Roma Capitale compatibili con la destinazione a orti/giardini urbani”, soddisfa le aspettative degli ortisti, senza però rinnegare una libertà d’iniziativa che ha rappresentato fino a questo momento la forza propulsiva di tali attività.

Passi in avanti e criticità

La delibera segna il punto di arrivo di un lungo percorso partecipativo, ma al tempo stesso costituisce il punto di partenza per il suo ulteriore perfezionamento. I momenti di confronto con gli ortisti romani servono proprio a far emergere eventualità criticità a partire dall’esperienza quotidiana di coloro che vivono queste realtà.
Per quanto riguarda i soggetti interessati, la delibera fa riferimento alle Associazioni o Gruppi Costituiti (AGC) no profit (art. 1), non chiarendo se i cittadini interessati devono essere già costituiti in associazione al momento della richiesta; resta il fatto che il rapporto con l’amministrazione è garantito dall’intermediazione di una realtà associativa che poi procede all’assegnazione dei lotti ai cittadini che ne fanno richiesta.
Un aspetto importante riguarda la regolamentazione delle attività degli orti che è demandata a regolamenti interni che “assicurino il rispetto degli obiettivi socio-ambientali posti da Roma Capitale nel progetto Orti Urbani Sociali” (art. 13).
Una delle criticità maggiori riguarda gli oneri finanziari che sono totalmente a carico degli AGC affidatari, ivi comprese le utenze e l’assicurazione per danni a cose e persone.

L’orto come bene comune

Dalla discussione è emerso che un regolamento deve servire a:

  • legittimare l’uso di un bene comune da parte di un gruppo di cittadini
  • gestire i conflitti interni
  • garantire la sostenibilità del progetto nel tempo
  • garantire l’ “orto diversità”

Gli orti infatti sono e restano beni comuni, che hanno storie e finalità diverse che vanno al di là della tutela ambientale e del recupero del territorio. Servono a creare socialità e a “sviluppare la resilienza della comunità”; offrono l’opportunità di “creare percorsi di cittadinanza attiva come occasioni di aggregazione sociale che favoriscano i rapporti interpersonali, la conoscenza e la valorizzazione dell’ambiente urbano, sviluppando momenti di socialità e di incontro”.

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