Comunità di prossimità, la condivisione riduce le distanze

- 5 settembre 2016

Era fine 2013 quando un gruppo di organizzazioni tra loro eterogenee lanciò l’idea di ritrovarsi a Genova a scambiare idee ed esperienze sul tema della prossimità; e così, dopo alcune vicissitudini, nel giugno 2015 si tenne la prima Biennale della Prossimità, mentre oggi è in preparazione la seconda edizione, prevista a Bologna per l’estate 2017 e preceduta da alcuni altri eventi – il primo, a Chieri nel luglio scorso, il prossimo a Lecce ad ottobre – che fanno da ponte tra le due edizioni (vedi anche la pagina Facebook per gli aggiornamenti). Il percorso di preparazione di questi eventi consiste in un processo partecipato che costituisce un’occasione di confronto costante su questo tema. E dalle tante discussioni che si stanno sviluppando in proposito, si provano di seguito ad estrarre alcuni temi.

Cosa è la prossimità

Il termine, pur evocativo, non è di utilizzo comune e una delle domande più ricorrenti quando si inizia a parlare di questo tema è, appunto “ma cos’è la prossimità?”. La domanda, tra l’altro, spesso sottintende dei timori o incomprensioni (“ma prossimità vuol dire che i cittadini devono fare da soli e che le istituzioni si deresponsabilizzano?”) o una necessità di autolegittimare la propria esperienza (“il nostro è un autentico intervento di prossimità; il loro no! La definizione deve far emergere questo!”). Si è così via via tentato di dare una definizione operativa di prossimità raccogliendo la parte più costruttiva di questi stimoli e giungendo ad individuare tre criteri (più uno trasversale) che contraddistinguono la prossimità:

  • Alla base vi è una lettura collettiva di un problema, di un bisogno, di un’aspirazione sentiti come propri (prossimi) e condivisi con altre persone (prossime, spesso territorialmente, ma altre volte come comunità ideale) che si riconoscono accomunate da tale bisogno o aspirazione. Dunque alla base non vi è una mera intuizione individuale, o, se vi è, è subito condivisa e poi sviluppata con altri membri della stessa comunità. Quindi, esemplificando: un gruppo di cittadini che vuole riqualificare un’area del proprio territorio, un piccolo paese di provincia dove non c’è un cinema e dove un gruppo vuole poter vedere dei film senza dover andare nella città più vicina.
  • A tale lettura segue una altrettanto collettiva ricerca di soluzioni. In sostanza, cosa fare di fronte alla volontà di riqualificare il proprio quartiere? Feste di piazza? Apertura di un centro di incontro? Patto con i commercianti per l’apertura di nuovi esercizi? Le risposte possono essere tante, ma ciò che qualifica la prossimità è che siano definite attraverso un processo collettivo e non in via gerarchica o sulla base di poteri asimmetrici di un numero limitato di attori.
  • La soluzione, qualunque essa sia, prevede che, almeno in una certa misura, i cittadini protagonisti del processo si rimbocchino in prima persona le maniche. Ciò non esclude che una parte dell’esito delle azioni chiami in causa responsabilità delle istituzioni – che, anzi, nei casi migliori, sono sin da subito parte del processo – ma la rivendicazione di un intervento istituzionale è comunque accompagnato da un impegno diretto dei cittadini. Il Comune mette gli spazi, ma la festa la organizzano gli abitanti; il comune acquista l’impianto di amplificazione, ma il cineforum lo organizzano i cittadini.

Tre caratteristiche più una, si diceva. Sì, perché l’esperienza evidenzia come i processi come quelli sopra richiamati non sono esenti dal rischio di un’involuzione orientataverso orizzonti particolaristici e di chiusura: riqualifichiamo il nostro territorio, deturpato dalla presenza di stranieri; e quindi organizziamo festa, concerto e altre iniziative che riaffermino la nostra identità contro altri “invasori”. Ecco, accanto alla costruzione collettiva, è necessario che le tre fasi sopra richiamate siano intese in senso inclusivo, cercando di definire nuovi legami piuttosto che rimarcando e cristallizzando l’assenza di quelli che mancano.

Esperienze di prossimità

La definizione sopra proposta è molto ampia e in questi mesi ha dato modo di riconoscersi a decine di soggetti (a Genova vi erano oltre 120 organizzazioni iscritte): esperienze di co-housing, e in generale forme di solidarietà condominiale, con il reciproco sostegno tra gli abitanti rispetto a bisogni quali la cura dei figli, la vicinanza a persone anziane o comunque in condizioni di fragilità; supermercati solidali in cui chi è in difficoltà può trovare generi alimentari e sostegno per percorsi di reinserimento; gruppi di acquisto autogestiti; comitati di cittadini che prendono in carico la porzione di territorio in cui risiedono, ne ristabiliscono il decoro, la abbelliscono e stabiliscono tra loro nuove forme di socialità e di mutuo aiuto; immobili destinati a degrado, che vengono ristrutturati e diventano la casa di molteplici attività aggregative e di servizio alla cittadinanza, gestite con l’impegno diffuso di cittadini e loro associazioni; pedibus per accompagnare i bambini a scuola; orti urbani in cui i cittadini soddisfano una parte del proprio bisogno alimentare e instaurano nuove relazioni; e molto altro di cui, pure in modo molto parziale, la brochure dei partecipanti alla Biennale di Genova, può costituire un primo campionario.

Vi sono iniziative che si sviluppano sul filo dell’informalità e altre condotte su base imprenditoriale che comportano professionalità e investimenti significativi; esperienze nate e cresciute nella società civile e altre fortemente stimolate dalle istituzioni locali; casi in cui entrano in gioco piattaforme tecnologiche a facilitare la condivisione e altri in cui tutte le relazioni avvengono tra persone fisicamente l’una di fronte all’altra.

Punti di forza e questioni aperte

Che la prossimità sollevi curiosità e interesse di amministrazioni locali, terzo settore e cittadini attivi è un dato di fatto, lo si percepisce dall’interesse che questo tema solleva tra tutti questi diversi attori. E sicuramente l’ottica della prossimità rappresenta per molti versi un cambiamento di prospettiva stimolante: gli interventi di prossimità non sono paternalistici – assistenziali, chi esprime il bisogno o l’aspirazione è anche co protagonista delle risposte, possono generare livelli di benessere sociali difficilmente conseguibili con le strategie basate sulla mera offerta di servizi, mutano il rapporto tra istituzioni e cittadini e questi ultimi, grazie al fatto di contribuire in prima persona agli interventi, conquistano nei fatti un ruolo non subalterno: un fornitore di servizio può essere sostituito da un altro, un territorio attivo non è surrogabile, diventa per le istituzioni un partner nei fatti.

D’altra parte la prossimità non è priva di interrogativi e criticità. Dal punto di vista istituzionale è ancora da costruire un quadro stabile che consente di inquadrare compiutamente questi fenomeni. Il “Regolamento Labsus” ha fatto un primo passaggio fondamentale costruendo una cornice che ben interpreta il tipo di rapporto sussidiario e promozionale tra cittadini e amministrazioni locali sopra richiamato; ma manca ancora un secondo pilastro, che porti a separare drasticamente gli interventi di prossimità da ogni regolamentazione relativa ai servizi pubblici e alle attività economiche: oggi, malgrado l’enfasi sulla partecipazione, per fare solo un esempio paradossale nella sua semplicità, spesso lo scuole pregano i genitori di non portare torte ad una festa di Natale perché il dirigente scolastico inizia a sudare freddo nel caso a qualcuno venga il mal di pancia!

E d’altra parte anche le comunità locali non vanno idealizzate: hanno risorse incredibili di solidarietà, ma anche istinti di branco, chiusure e razzismi; far prevalere le tendenze costruttive non è mai un processo scontato, dipende dalle leadership e da molti altri fattori, non sempre governabili. E la partecipazione può essere desiderata dai cittadini, ma anche fonte di fatica e quindi discontinua.

Insomma, la prossimità, la disponibilità dei cittadini a spendersi su interessi generali e beni comuni, non è un dato scontato, può far leva sulla persistenza di sentimenti comunitari in parte della popolazione, ma poi va costruita e alimentata con un impegno costante e non va tradita o strumentalizzata, se no si dissolve. Insomma, è una risorsa che va coltivata con cura.

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