Il punto di Labsus

Dopo il terremoto, ricostruire le comunità , non soltanto le case

Bisogna ascoltare tutti a partire dai bambini, anche loro possono dare il proprio contributo alla ricostruzione

Un mese fa, il 24 agosto 2016, un terremoto di magnitudo 6.0 con epicentro nel territorio di Accumoli, nel reatino, ha distrutto interi paesi dell’Appennino Piceno-Laziale, ucciso 297 persone e ne ha ferito altre 400. Come sempre in questi drammatici casi, allo shock iniziale è seguita una notevole ondata di solidarietà , con tanti volontari nei soccorsi e innumerevoli raccolte di beni di prima necessità  in tutta Italia. La risposta immediata all’emergenza è stata di enorme partecipazione, di profonda immedesimazione, anche nella narrazione degli eventi, come ad esempio nella toccante ” Nenia per Amatrice ” pubblicata dopo poche ore dall’antropologo Simone Valitutto, il quale ha ripreso e sviluppato alcuni versi di una poesia popolare su cui avevano già  riflettuto a metà  del Novecento Ernesto de Martino e Alberto Mario Cirese.

Non sono mancate, tuttavia, le prime polemiche e le prime indagini, come quelle avviate dalla Procura di Rieti sul crollo di un campanile e di una scuola. Probabilmente, è quello il momento in cui è cominciata la seconda fase del post-terremoto, ovvero della perizia dei danni fisici e della valutazione di ciò che può essere rimesso in piedi. Seguiranno altre fasi, spiegano Campanella e Vale (2005), come il periodo della ricostruzione e quello dell’implementazione di strategie di resilienza. Si tratta di momenti distinti eppure reciprocamente legati che fanno comprendere bene come un disastro non sia semplicemente un evento, ma un discorso che dura nel tempo.

Voci dalle scienze sociali

Considerando il disastro come un evento che separa tra un ” prima ” e un ” dopo ” , è già  in questa prima fase post-sismica che possiamo tentare di individuare le probabili direzioni in cui evolverà  l’emergenza. Sebbene ogni sisma sia uguale e diverso dai precedenti e, quindi, difficilmente comparabile per intero agli altri, negli ultimi anni le scienze sociali hanno posto molta attenzione a questi fenomeni e, oggi più di ieri, la loro voce fa capolino nel dibattito sul da farsi. E’ ancora   troppo poco, ha giustamente osservato il geografo Giuseppe Forino, che su ” Disasters & Development ” , blog tematico della sua università  australiana [1], ha lanciato un appello per una maggiore considerazione di tali discipline e della loro prospettiva nel discorso pubblico e nelle azioni concrete che riguardano il mondo della protezione civile: “Scienziati e professionisti come antropologi, sociologi, esperti di comunicazione e media, geografi e territorialisti a vario tipo sono altrettanto fondamentali [di sismologi, geologi, ingegneri, architetti, urbanisti, economisti] nell’aggiungere un punto di vista umano e sociale sul disastro”.

L’articolo ha riscosso un tale interesse nel mondo anglofono da essere diffuso anche su ” Entitle blog ” [2] ed infine essere tradotto in italiano su ” Lavoro Culturale ” ; un segno che l’attenzione alla prospettiva socio-culturale è sempre maggiore.
Sull’importanza di letture alternative del disastro di Amatrice possiamo ricordare ancora l’intervista del giornale irpino ” il Ciriaco ” a Stefano Ventura, in cui lo storico sottolinea un elemento che sta assumendo un’importanza centrale nella fase di ricostruzione: “il principio fondamentale da seguire è quello del coinvolgimento delle popolazioni. […] Bisogna ascoltare tutti a partire dai bambini, anche loro possono dare il proprio contributo alla ricostruzione. [Tuttavia,] la ricostruzione delle comunità  è il lavoro che richiede più cura e più tempo. [Per questo è necessario] coinvolgere tutti, rendendo utile l’apporto di tutti”.

Dal canto suo, l’antropologo Vito Teti ha evidenziato su ” Doppiozero ” che va necessariamente considerato il ” senso dei luoghi ” , ovvero la conoscenza storica del territorio, gli usi che ne fanno abitanti e visitatori, le rappresentazioni che ne conseguono: «La ricostruzione non è solo una scelta urbanistica e architettonica. Riguarda la memoria dei paesi, la possibilità  di mantenere la rete di relazioni e legami che li costituisce, la capacità  di rigenerarne e re-inventarne l’identità  ».

Tutto ciò – osservammo alcuni mesi fa qui su ” Labsus – va inquadrato in una più ampia e radicale riconsiderazione del concetto di sviluppo e di quel che ha comportato negli ultimi decenni, sia in termini di esposizione al rischio e di vulnerabilità  sociale, sia per quanto riguarda l’immaginario collettivo. Argomenti quali resilienza e sicurezza, prevenzione e vulnerabilità , infatti, attualmente sono quasi sempre declinati verso una generica ” cultura del rischio ” . Questo tipo di retorica, però, ha in sà© diversi azzardi, come quello di condurre, da un lato, ad un perenne stato d’emergenza e, dall’altro, alla noncuranza delle cause strutturali della nostra fragilità  (Revet – Langumier, 2013).

La sussidiarietà  di cui abbiamo bisogno

Secondo un motto dei pompieri, “un incendio non si doma, si previene”; è necessario, cioè, fare avvistamenti, effettuare sopralluoghi, curare il sottobosco, operare manutenzioni ordinarie e cosìvia. Nel caso di un disastro come un terremoto, però, come si potrebbero declinare nel concreto tali propositi? In altre parole, come smantellare la struttura mentale dell’approccio emergenziale? Lo storico dell’arte Tommaso Montanari ha scritto  efficacemente che la ” grande opera ” che serve al nostro Paese è la messa in sicurezza del territorio, delle città : “rifare antisismica l’Italia [è] la sfida vera: quella più carica di futuro”. Con le tecnologie ingegneristiche e con il sapere scientifico odierni, cioè, sarebbe possibile convivere con un fenomeno, quello sismico, che per la natura geologica della penisola italiana è ineliminabile. La questione, dunque, riguarda il ” come ” , tenendo presente che un lavoro del genere va realizzato in tempi lontani dall’emozione, durante il cosiddetto ” tempo di pace ” , quando il corpo sociale è meno sensibile a tali argomenti.

I contributi forniti dalle scienze sociali sottolineano la necessità  di interventi con una natura più spiccatamente collaborativa e partecipativa all’interno dei processi di cambiamento pianificato (Tommasoli 2001), ovvero suggeriscono di abbandonare “l’imposizione verticistica e assimilatrice dei modelli tecnico-scientifici occidentali a favore del carattere negoziale degli interventi, concordati e riformulati in un continuo processo dialogico fra i differenti interlocutori”  (Malighetti 2002: 104).
In altri termini, è necessario giungere a nuove modalità  di comunicazione tra scienziati, operatori umanitari, legislatori e popolazione, potenziando la circolarità  e l’efficacia dell’informazione. Questa prospettiva apre al sovvertimento della logica di tipo top-down, spesso applicata nella concezione e nell’attuazione degli organismi di gestione di un allarme (e giustificata dalla stessa logica emergenziale), inducendo ad una rielaborazione inedita della pianificazione della prevenzione in chiave più partecipativa, dinamica e radicale del territorio stesso. Lo stimolo è a sollecitare l’elaborazione di modelli analitici non univoci e inflessibili, ma al contrario elastici e ” a razionalità  multiple ” (Ligi 2009), ovvero che possano avviare pratiche di sussidiarietà , fondate sulla collaborazione fra amministrazione e cittadini, cosìda “consentire una soluzione dei problemi di interesse generale migliore dei modelli attualmente operanti, basati sulla separazione più o meno netta fra amministrazione e amministrati”  (Arena 1997). L’espressione utilizzata da Arena, ” amministrazione condivisa ” , si riferisce ad un modello di amministrazione distinto sia dalle esperienze di partecipazione a livello locale degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, sia dalla partecipazione al procedimento amministrativo prevista dalla legge n. 241/1990.

Ricostruzione materiale e morale

Si tratta, cioè, di promuovere e sostenere piccole comunità  create dalla condivisione di attività  di cura dei beni comuni, materiali e immateriali, presenti sul territorio e di farlo attraverso dei ” patti di collaborazione ” con cui “Comune e cittadini attivi concordano tutto ciò che è necessario ai fini della realizzazione degli interventi di cura e rigenerazione dei beni comuni”  (Labsus 2015). Oggi, come testimonia l’esperienza di Labsus, il fenomeno dell’amministrazione condivisa in Italia è ancora relativamente piccolo, ma in crescita e i casi censiti permettono di mappare iniziative di ” ricostruzione materiale ” , in cui i cittadini attivi contribuiscono in maniera significativa al miglioramento della qualità  della vita di tutti i membri della comunità , e di ” ricostruzione morale ” , nel senso che il prendersi cura dei beni di tutti enfatizza il senso di responsabilità  e di appartenenza, la solidarietà  e la capacità  di iniziativa.

Per spezzare la “angoscia sprigionata dal costante attentato alla sopravvivenza cui gli uomini sono soggetti a causa dei ” rischi ad alte conseguenze ” “  (Camorrino 2015: 174), l’emergenza non sembra più essere l’unica logica da seguire, perchà© con sempre più forza va imponendosi la necessità  di mitigare l’esposizione al rischio, il cui processo comincia già  con la ricostruzione post-disastro. In questo senso è necessario che la progettazione dell’emergenza futura, nonchà© la gestione attuale del territorio, siano il risultato di un costante processo di ascolto, il punto d’incontro di una realtà  complessa, eterogenea e multivocale (Tarabusi 2010). La pianificazione, in altre parole, va intesa come una strategia in grado di apprendere dagli eventi e non più come un programma prestabilito, teso ad anticipare tutte le mosse. Questo processo non può avvenire in modalità  tecnocratiche perchà©, al contrario, richiede nuove forme di democrazia che sviluppino l’autogoverno delle comunità  insediate: riabilitare e riabituare i luoghi significa prendersene cura quotidianamente da parte di chi ci vive, con nuove sapienze ambientali, tecniche e di governo; è tempo, cioè, di favorire la messa in rete dei soggetti interessati – progettisti, amministratori, abitanti -, anzi delle loro esperienze e delle loro storie, cosìda responsabilizzare e rafforzare, da ristabilire la fiducia e trasformare i conflitti in occasioni di apprendimento (Sclavi 2002).

I binomi classici dell’amministrazione, quelli di ” autorità -libertà  ” e di ” funzione-interesse ” (Arena 1997), vanno superati in direzione di un pluralismo sociale e amministrativo che consideri la ” sicurezza ” alla stregua di un qualsiasi altro bene comune, al contempo materiale e immateriale. Le esperienze etnografiche raccolte in questi ultimi anni dagli scienziati sociali italiani, nella loro varietà  ed eterogeneità , permettono di rilevare spesso un tessuto sociale pieno di risorse, con vari esempi di vivacità , attivismo e intraprendenza. Nei territori disastrati o ” a rischio ” sono presenti una serie di piccole comunità  di scopo con le quali sembra possibile impostare un modo nuovo di approcciarsi alla minaccia, che poi è solo un modo diverso per tornare ad avere riguardo dei luoghi e di chi vi abita.

Note:

[1] ” Disasters & Development ” è il blog della sezione di disaster management della ” School of Architecture and Built Environment ” della University of Newcastle, Australia.

[2] ” Entitle ” è una rete di ricercatori di ecologia politica che tratta principalmente di rapporti conflittuali tra ambiente, sviluppo e neoliberismo.

Bibliografia:

1] Arena G., Introduzione all’amministrazione condivisa, in «Studi parlamentari di politica costituzionale », anno 30, n. 17-18, 1997.

2] Camorrino A., La natura è inattuale. Scienza, società  e catastrofi nel XXI secolo, Ipermedium libri, Santa Maria Capua Vetere (Caserta), 2015.

3] Campanella T. J. – Vale L. J. (a cura di), The resilient city. How modern cities recover from disasters, Oxford University Press, New York, 2005.

4] Labsus, Rapporto Labsus 2015 sull’amministrazione condivisa dei beni comuni, Labsus, Roma, 2015.

5] Ligi G., Antropologia dei disastri, Laterza, Roma-Bari, 2009.

6] Malighetti R., Post-colonialismo e post-sviluppo: l’attualità  dell’antropologia coloniale, in A. Bellagamba – S. Manoukian (a cura di), Antropologia. Colonialismo, Meltemi, Roma, 2002.

7] Revet S. – Langumier J. (a cura di), Le gouvernement des catastrophes, Karthala, Parigi, 2013.

8] Sclavi M., Avventure urbane. Progettare la città  con gli abitanti, Elèuthera, Milano, 2002.

9] Tarabusi F., Verso un’etnografia nello sviluppo. Il ” progetto ” come oggetto di analisi antropologica, in M. Benadusi (a cura di), Antropomorfismi. Traslare, interpretare e praticare conoscenze organizzative e di sviluppo, Guaraldi, Rimini, 2010.

10] Tommasoli M., Lo sviluppo partecipativo, Carocci, Roma, 2001.



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