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RefugeesWork: il lavoro autonomo dei rifugiati come mezzo per l’inclusione, e non solo

- 29 settembre 2016

La piattaforma, ancora in fase di costruzione ma già attiva, è pensata per tutti i rifugiati che vorrebbero lavorare come freelance in Germania, e a cui la registrazione gratuita a RefugeesWork permette di avere una vetrina, in maniera semplice e diretta. RefugeesWork, si legge nella descrizione del network, vuole essere il “percorso migliore” per mettere in contatto i newcomers con la comunità locale.
Accedere alla rete è molto facile. Basta creare il proprio profilo sul sito indicando il nome, il campo di competenze, le conoscenze linguistiche e il luogo in cui ci si trova al momento dell’iscrizione. Gli sviluppatori della rete invitano a entrare nella chat della community per presentarsi, prendere nota delle iniziative attive e delle informazioni di cui si necessita. È, inoltre, possibile accedere alla bacheca delle offerte di lavoro e, con un semplice click, inviare la propria candidatura. Nel sito è inoltre possibile accedere ai link riguardanti le norme in vigore in Europa e in Germania in tema di immigrazione e lavoro. Nel caso del datore di lavoro il processo è altrettanto semplice: ci si registra al sito come employer e si compila il modello, avendo poi accesso diretto alla bacheca dei freelance iscritti.
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L’idea è nata osservando le difficoltà che un vostro amico, rifugiato siriano, doveva affrontare per poter lavorare come web designer. Potresti raccontarci meglio di quali ostacoli parliamo nel contesto del mercato del lavoro tedesco?
Il mercato del lavoro tedesco è altamente specializzato. Le alternative per i newcomers che sperano di essere assunti come professionisti sono tre: per i lavori aziendali, è necessario avere un titolo di studio di un’università di fama mondiale e una padronanza perfetta della lingua tedesca; poi ci sono le start-up, dove c’è un elevato grado di competizione con giovani di talento provenienti da tutto il mondo; il terzo è il lavoro autonomo, il freelance. Noi abbiamo deciso di concentrarci sull’ultima opzione. Abbiamo sviluppato un’app concepita come un marketplace in cui i nuovi arrivati possono registrarsi e descrivere le proprie competenze, mentre le organizzazioni locali possono inviare le loro richieste finalizzate ad assumere liberi professionisti. Siamo convinti che il lavoro sia la migliore strada per mettere in relazione i rifugiati e gli abitanti del luogo: ad oggi, abbiamo oltre 370 iscrizioni sul sito e una grande community che ci sostiene, sia a Berlino che online. Ma abbiamo anche capito che le richieste di lavoratori freelance sulla nostra piattaforma sono, per lo più, destinate a sviluppatori web e mobile. Si tratta di lavori che i freelance possono fare online, per i quali non hanno bisogno di parlare la lingua locale e, dal momento che tutte le organizzazioni stanno cercando di automatizzare i processi, vi è, di fatto, una grande richiesta di queste professioni. Abbiamo controllato la nostra banca dati e le statistiche disponibili, e capito che la maggior parte dei nuovi arrivati sono giovani, hanno appena terminato la scuola superiore o hanno dovuto lasciarla nel bel mezzo del loro percorso di studi e, quindi, non possono avere le competenze necessarie per integrarsi nel mercato, altamente specializzato, del lavoro tedesco.
Per questo abbiamo deciso di estendere la nostra scuola di programmazione per i bambini, basata a Berlino, e utilizzare il nostro know how di programmatori per trasmetterlo ai newcomers, attraverso una piattaforma di e-learning: da come installare un browser a come costruire un’app. Tutti gli studenti possono, così, acquisire competenze digitali e di programmazione, non importa dove sono, ottengono supporto in chat dai tutor e da altri studenti e, poi, possono candidarsi attraverso RefugeesWork per progetti aziendali.

“Vogliamo co-creare il mondo in cui vivere”

Avete ideato l’applicazione come un progetto open source, da sviluppare anche con l’aiuto dei rifugiati, in un’ottica di co-design. Pensi che anche a livello di governance il modello del cosiddetto “platform cooperativism potrebbe essere adatto per RefugeesWork?
Quello che vorremmo creare è un modello di micro-holding condiviso. In primo luogo per proteggere i professionisti freelance da ogni tipo di discriminazione che potrebbero, altrimenti, subire. Per contrastare, ad esempio, la tendenza diffusa tra i datori di lavoro aziendali di collocarli in posizioni poco eque. E, in secondo luogo, per esplorare nuovi framework legali e di processo per la cooperazione e il decision making tra più micro-holding.

Sappiamo che siete ancora all’inizio e avete appena lanciato l’applicazione… Avete ricevuto qualche segnale da parte delle autorità pubbliche sulla vostra iniziativa?
Sfortunatamente no. Finora siamo stati contattati solo da altre organizzazioni di volontariato, da studenti interessati al tema e da iniziative parallele, ma da nessuna istituzione pubblica.

Credi che la popolazione locale condivida l’idea di includere i rifugiati attraverso il lavoro?
Personalmente ho la sensazione che in futuro ci saranno sempre più richieste nell’assistenza agli anziani. La Germania è il paese più vecchio del mondo – l’età media è di oltre 49 anni. C’è una grande necessità di queste professioni, ma i nuovi arrivati non sono qualificati per questo, non parlano la lingua e la questione è se è questo o no che vogliono fare. La situazione non è facile per loro. Abbiamo notato che sono alla ricerca di stabilità e di un’occupazione a tempo pieno, ma se vogliono questo, probabilmente il settore della salute, della cura agli anziani, è al momento l’unico in grado di offrire risposte. Noi sosterremo tutti coloro che vogliono acquisire competenze digitali per il futuro, per aiutarli a diventare indipendenti dal paese ospitante, in modo che se vorranno – o dovranno – tornare nel paese d’origine, saranno in grado di portare via con loro le competenze acquisite e il lavoro stesso.

Avete mai preso in considerazione l’idea di seguire le esperienze di lavoro dei rifugiati dopo averli connessi con le aziende? Per esempio con la possibilità di segnalare eventuali comportamenti scorretti da parte dei datori di lavoro?
Assolutamente sì. Solo che siamo in una situazione difficile, perché tutto il nostro lavoro è fatto senza un budget, mosso soltanto dalla dedizione per la nostra mission: open source e trasparenza, inclusione, alfabetizzazione digitale e organizzazione aperta. Non è facile, ma non vogliamo perdere il nostro tempo cercando fondi, investitori o clienti; vogliamo co-creare il mondo in cui vogliamo vivere. E crediamo che le persone giuste e le opportunità verranno da questo atteggiamento e da quelle persone che condividono la propria mentalità e vogliono aiutarci. Crediamo nell’hyper modularity, nella speranza che ci sarà un altro team di persone che si impegnerà su quel tipo di problema e si prenderà cura del sistema di controllo successivo collaborando strettamente con noi e con altre iniziative simili. Ma, sfortunatamente, osserviamo che le iniziative tradizionali, e sempre più le nuove start-up, non sono così trasparenti e aperte a quel tipo di collaborazione e simili alla nostra… Quelli che vorrebbero investire il proprio tempo libero e sacrificare i propri guadagni (il giorno è fatto di 24 ore… se lavori su questo non puoi lavorare su progetti retribuiti o andare a lavoro) sono comprensibilmente rari.

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