Conoscere le radici della sussidiarietà orizzontale per costruire una società relazionale e sussidiaria

- 3 ottobre 2016

Spesso il principio di sussidiarietà si associa più facilmente al suo orientamento verticale, che con il pensiero federale ne fa uno strumento della scienza giuridica per districare la matassa delle relazioni interne al sistema politico-amministrativo e disciplinare in senso gerarchico i diversi livelli di governo territoriali. Tuttavia la sua accezione orizzontale si è imposta nel dibattito scientifico e politico in Italia, e non solo, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione. In questo modo la sussidiarietà si è affermata come principio in grado di suscitare dal basso nuove forme di democrazia partecipativa e deliberativa. Entrambe le dimensioni hanno forti ascendenti nel pensiero cattolico e protestante.

La tradizione cristiana ha conferito alla sussidiarietà una dimensione etica che è imprescindibile al suo uso concreto. Questo contenuto di natura morale deriva dalla prospettiva antropologico-filosofica che pone l’accento sull’uomo e le sue necessità spirituali e materiali. Tommaso d’Aquino, riflettendo sulla polis aristotelica, lega il carattere associativo delle prime comunità alla natura morale delle relazioni umane, tese alla ricerca del bene comune secondo la volontà di Dio. Nella città medievale il concetto di cittadino si integra con quello cristiano di persona e si dà avvio alle prime riflessioni di carattere etico-sociale.
È nel laboratorio civico che il tomismo trova spazio e la sussidiarietà diventa principio ordinatore del complesso sistema collettivo. Weber descrive la città medievale come un affratellamento di singoli credenti uniti dalla fede. Mentre il teologo Troeltsch vede nella città un consorzio civico rispondente largamente alle esigenze dell’etica cristiana, in cui la sussidiarietà è funzionale al suo credo e al suo fine. Entro le mura cittadine, il cristianesimo favorisce il sorgere di una filosofia sociale, in cui finalità personali e bene comune tendono a identificarsi in un quadro di libertà e responsabilità condivise.

Da Tommaso d’Aquino alla dottrina sociale della Chiesa cattolica

La società cristiana è retta dal principio della totalità e si fonda sull’autonomia della persona e sulla organicità delle sue parti. Secondo l’Aquinate, l’individuo non è in grado di realizzarsi se non entro una comunità etica più vasta, che esprima il bene comune quale sintesi delle finalità soggettive. La legge del consorzio umano, quindi, deve promuovere il pluralismo e agevolare l’iniziativa autonoma delle singole componenti in armonia sussidiaria con il tutto. Egli riprende qui il pensiero di San Paolo: “vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito”, per cui diversità e unità sono inseparabili. Il governo di una società organica non deve quindi imporre finalità (già iscritte nel disegno divino), ma accompagnare i beni che amministra nello sviluppo delle finalità date, nel rispetto delle persone e delle libertà.

Fin dal Medioevo, in assenza dello Stato, la Chiesa si afferma gradualmente sul piano pratico nel sociale come entità sussidiaria, con valenza interna ed esterna. Nell’Ottocento, le riflessioni del gesuita Taparelli d’Azeglio e quelle sul diritto sussidiario del vescovo von Ketteler pongono le premesse della dottrina sociale della Chiesa. Essi ispirano l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, in cui compare la prima formulazione dottrinale del principio di sussidiarietà orizzontale. Ad essa seguono quelle di Pio XI (Quadragesimo anno) e di Giovanni XXIII (Mater et magistra; Pacem in terris), fino alla sua definizione più recente e organica nella Centesimus annus di Giovanni Paolo II e nella Caritas in veritate di Benedetto XVI. Alle encicliche si conforma la dottrina sociale della Chiesa che fa suo il principio, secondo il quale “siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare”. Rosmini è poi lapidario sul ruolo del governo civile che “opera contro il suo mandato” quando “si mette in concorrenza con i cittadini”, ostacolandone l’azione; mentre Pio XII ricorda che il principio vale “per la vita sociale in tutti i suoi gradi, ed anche per la vita della Chiesa, senza pregiudizio della sua struttura gerarchica”.

Il ruolo dell’autorità

Stabilito che l’autorità ha il compito di garantire in senso sussidiario a tutte le istanze della società le condizioni per il raggiungimento delle proprie finalità, resta da capire quale aspetto essa debba avere. Cioè quale autorità, impegnata a tutelare il bene comune, possa conciliarsi con la sussidiarietà, senza ledere l’autonomia sociale e limitare l’iniziativa dal basso. Emerge così un’ambiguità all’interno della Chiesa stessa che attenua il potenziale della sussidiarietà. La ragione di ciò sta nella sua natura, le cui finalità non dipendono dall’accordo dei membri ma dall’ordine divino garantito dalla sua incontestabile autorità terrena. Ci si trova di fronte a un dualismo fra individuo e gerarchia che costituisce la difficoltà di applicazione del principio stesso alla Chiesa, prima ancora che allo Stato. Per funzionare correttamente e impedire degenerazioni corporative, infatti, istituzioni e società civile devono avere pari dignità e interagire sul piano della reciprocità.

Sussidiarietà orizzontale e “sovranità delle sfere” nel protestantesimo riformato

Se la sussidiarietà è stata sistematizzata dalla dottrina sociale cattolica, il principio compare già in ambito protestante come criterio del buon funzionamento delle relazioni fra individui, gruppi sociali e autorità religiosa e politica. In particolare, l’esperienza di Ginevra ha contribuito a promuovere una nuova concezione delle relazioni umane nell’ambito della consociazione civile, fondata sul patto e sull’impegno personale. Calvino qualifica la comunità come una compagnia di uomini legati da una comunanza d’intenti e di progetto, e da fedeli, cioè da individui legati dalla promessa del patto a sottolineare l’aspetto di impegno, soggettivo e partecipe, di ciascuno. Il patto innerva l’intera gamma delle relazioni sociali ed è presente ai vari livelli consociativi. Esso presume l’agire volontario e responsabile dei soggetti che trovano l’accordo e si costituiscono in una comunità religiosa e politica retta sulla collegialità.

Se le finalità sono ancora dettate dal disegno divino, l’autorità che si prefigge di regolare la società per raggiungerle e conseguire il buon ordine ha sembianze democratiche e si fonda non sull’arbitrio di un potere autocratico o su una volontà generale, delegata a istituzioni sovraordinate al corpo sociale, ma sulla consociatio simbiotica, definita da Althusius. Il patto consociativo è da intendersi come principio di relazione intersoggettiva che prevede l’esercizio da parte dei contraenti di diritti e capacità personali non alienati al momento della costituzione della società simbiotica. Per lui la politica è “l’arte di associare uomini” che “si impegnano gli uni verso gli altri in modo esplicito o implicito, a comunicarsi vicendevolmente ciò che è utile e necessario per l’esercizio armonioso della vita sociale”. Si sviluppa così una concezione volontaristica del libero associarsi e un’etica della partecipazione e della responsabilità civile.

Anche l’autorità è caratterizzata da questo spirito ed è formulata nell’azione concreta e condivisa dai cittadini, che con essa agiscono in autonomia, associati e di concerto, restando su un piano di parità rispetto alle istituzioni. Tale attitudine dà visione al governo civile che permette alla sussidiarietà la sua naturale fisiologia. Queste idee sono riprese dagli olandesi Kuyper e Dooyeweerd che, tra XIX e XX secolo, teorizzano la sovranità delle sfere, secondo cui tutti gli ambiti di vita e di comunità societaria (famiglia, chiese, Stato ecc.) hanno proprie responsabilità, competenze e autorità e si pongono ciascuna al pari delle altre in un quadro di collaborazione. Nel calvinismo il principio di sussidiarietà rigetta la gerarchia e predilige l’autogestione, mentre nel cattolicesimo mantiene una concezione più organicistica della società. Nel primo si rivendica l’autonomia dei soggetti sociali, nel secondo si preferisce delegare loro la responsabilità.

Quali eredità e quali prospettive per il futuro?

Con questi modelli, il cristianesimo ha tentato di conciliare le istanze sociali individuali con quelle collettive, modulando diversamente il concetto di autorità. Su queste basi si è cercato l’equilibrio tra la sussidiarietà negativa, che promuove l’autonomia dei soggetti, e quella positiva, che affida all’autorità il compito di incentivarli e sostenerli se non autosufficienti. Questa tensione ha dato materia di riflessione al pensiero laico e liberale da Locke a Mill, ha trovato conferme nell’associazionismo americano descritto da de Tocqueville, ha ricevuto un correttivo con le idee egualitarie di Proudhon e si è arricchita di una nuova prospettiva etica con il personalismo di Mounier, Maritain, Marc e de Rougemont.

Anche grazie ai contributi del pensiero cristiano, la società civile può avviarsi verso la progressiva emancipazione dalla subordinazione a forme di paternalismo statale e corporativismo sociale, riappropriandosi della facoltà di progettare e costruire il proprio futuro. Una nuova prospettiva etica di partecipazione civile può quindi contribuire a responsabilizzare le istituzioni pubbliche, trasformando i funzionari in cittadini solidali, e a estenderne e integrarne l’azione, formando cittadini attivi.

Tuttavia, come suggeriva Giovanni Paolo II, “per la sopravvivenza di una società autenticamente democratica” occorre che l’opinione pubblica sia “educata all’importanza del principio di sussidiarietà”. Solo un’educazione alla democrazia sussidiaria e alla sussidiarietà secondo democrazia può contribuire al pieno compimento di una società matura e relazionale, organica e dinamica, fondata sulla dignità e la volontà umane. Una società siffatta, relazionale e sussidiaria, agevolerà l’iniziativa del cittadino, come soggetto che esprime bisogni individuali e che opera sul piano comunitario in un contesto di relazioni intersoggettive al fine di realizzare il bene comune materiale e immateriale in armonia con il bene pubblico.

Condividi la pagina
    comments powered by Disqus