Beni comuni 2.0

Beni comuni 2.0, il discorso “benicomunista” all’attacco

- 13 dicembre 2016

Beni comuni 2.0. Contro-egemonia e nuove Istituzioni, curato da Michele Spanò e Alessandra Quarta per Mimesis (pp.220, euro 20) è il titolo di questo interessante testo che già da solo dice molto, così come la sua copertina, una foto scattata da Valeria Tomasuolo durante l’occupazione del Teatro Valle di Roma il 14 giugno 2011, dove in primo piano appare uno striscione recitante “Com’è triste la prudenza!”.
Non a caso, quello stesso mese, in quello stesso anno, proprio il giorno prima dell’occupazione del teatro, il dibattito pubblico sul tema dei beni comuni in Italia culminava nel voto referendario sull’acqua pubblica e nella nascita di un movimento (informale) per i beni comuni, accompagnato da una serie di azioni messe in atto da gruppi organizzati di cittadini.
Il tema trattato dal volume è chiaramente quello dei beni comuni, ma sotto la lente di ingrandimento di quindici giovani ricercatori e studiosi italiani nati negli anni Ottanta, quindi tutti under 35, che non risparmiano acute riflessioni e mettono in luce aspetti forse sino ad ora poco trattati dal dibattito sul tema.
Un libro generazionale, secondo le parole usate da Ugo Mattei nella postafazione, dove le riflessioni degli autori sono da inquadrare in una stessa cornice, quella degli anni caratterizzati dalla “debolezza dei corpi intermedi, la precarietà lavorativa e quindi esistenziale, la flessibilità senza garanzie, la distanza dai e l’indifferenza per i luoghi del potere, la centralità della televisione commerciale, l’assenza di un reddito fisso o continuo, il ricorso al welfare familiare”.
Una generazione che è cresciuta dentro la crisi e che quindi affronta la questione dei beni comuni con strumenti diversi da quelli del gruppo di studiosi che ha inaugurato questo filone di ricerca: “la versione 2.0 della categoria è un’arma per criticare la proprietà, il diritto soggettivo, le forme di tutela esistenti, gli abusi e gli arretramenti delle lotte politiche, il comunitarismo come esito naturale del rapporto tra beni e attori, e contribuisce, così, alla fondamentale costruzione di quella parte offensiva del discorso “benicomunista” che attende ancora di essere scritta”.
Quindici diverse analisi dove emerge però chiaramente un’urgenza comune: quella di dotare i beni comuni di un riconoscimento normativo, non solo in Italia, ma anche a livello internazionale.
Questa attenzione per il diritto fa meglio comprendere il sottotitolo scelto dagli autori “Contro-egemonia e nuove istituzioni”. Oggi si rende quanto mai necessario trovare soluzioni istituzionali innovative, attribuire nuovi significati alle normative esistenti per affrontare le emergenze e le novità dei tempi che stiamo vivendo.
Il libro è suddiviso in tre sezioni.

Beni comuni

Nella prima, dedicata nello specifico al discorso sui beni comuni, si riflette sul significato della forma di vita comune a partire dalla letteratura utopistica per la quale “il comune disancora i soggetti dall’esistente – a cui sono legati dal “peso dei loro possessi” – li deterritorializza e fa di questa deterritorializzazione la condizione di un altro mondo possibile”, per poi arrivare all’urgenza della difesa del patrimonio pubblico dalle privatizzazioni non solo a livello nazionale, attraverso l’analisi del caso di Poveglia, nel veneziano, ma passando anche attraverso l’Africa e l’America Latina, “visti come depositi di soluzioni e opportunità e non soltanto di drammatici problemi sociali”.

Contro-egemonia

Sharing economy, il “sistema cibo”, tutela degli interessi super-individuali e degli interessi delle generazioni future. Sono questi i temi dei contributi che compongono la seconda sezione del libro che ha per oggetto la contro-egemonia, nel lessico antropologico intesa come “la visione della società alternativa rispetto a quella imposta, talora con la forza, dal gruppo dominante”. Attraverso gli occhi critici e disincantati di questi giovani autori si cerca di far capire il senso profondo delle “soluzioni alternative” che caratterizzano il nostro tempo in cui “sembrano convergere troppi entusiasmi e poche cautele critiche”. Se da una parte il discorso sui beni comuni obbliga a ripensare i concetti di proprietà e di accesso e a trovare nuove soluzioni giuridiche, dall’altra bisogna tenere conto che “mettendo in soffitta la proprietà si rischia di perdere l’occasione di affrontare il problema più significativo dei nostri tempi, ossia la profonda diseguaglianza nella distribuzione delle ricchezze”.
Tutelare la diseguaglianza dei soggetti rimanda a un’altra necessità, quella di estendere il concetto di beni comuni ad altri beni. Il diritto è chiamato oggi a far questo: preservare i beni comuni per la salvaguardia delle generazioni future.

Nuove Istituzioni

Il volume si chiude con la terza sezione dedicata alla sperimentazione istituzionale cui obbliga il discorso sui beni comuni; sperimentazione che ha, secondo gli autori, il solo scopo di creare un apparato normativo capace di regolare quelle “comunità d’affetto” istituite per rispondere alla latitanza dell’apparato pubblico e alle disuguaglianze generate dal mercato. Le riflessioni inserite in quest’ultima sezione partono dal confronto tra la nozione di beni comuni protagonista del dibattito teorico con quella che si sta affermando grazie ai regolamenti dei beni comuni approvati da molte amministrazione italiane (clicca qui per l’elenco completo), fino ad arrivare alla proposta di una “ripoliticizzazione della società […] per una nuova emancipazione dalla tutela di chi detta le regole e decide sulla libertà altrui”.
Le nuove istituzioni, insomma, danno corpo e sostanza alle rivendicazioni degli esclusi e degli oppressi, di quanti cioè ad alta voce o compilando silenziosamente verbali segreti, disegnano percorsi quotidiani di “resistenza”.
I beni comuni 2.0, afferma Ugo Mattei nella postafazione del libro, maneggiati da una generazioni di “nativi” di questa strumentazione, sono chiamati a smascherare il pensiero istituzionale dominante in tutta la sua pochezza e nella sua natura di falsa coscienza. E possibilmente a costruire nuovi percorsi e altri paradigmi senza più far conto, come negli anni dell’uso alternativo del diritto, sull’intervento possibile di un legislatore amico.

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