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ItaliaAltruista: il volontariato flessibile che incontra le comunità

- 7 aprile 2017

ItaliaAltruista è un’associazione con una missione ambiziosa: andare di città in città per spiegare che essere altruisti è solo un altro modo responsabile di essere cittadini. Fare qualcosa per gli altri è facile e tutti possono aiutare in una situazione di bisogno, così per realizzare questi principi è stata immaginata la formula del volontariato flessibile, in cui ognuno si impegna secondo le proprie possibilità. Della diffusione di questi valori innovativi abbiamo parlato con Odile Robotti che è la presidente di ItaliaAltruista.

Buone pratiche, diritti, solidarietà: di cosa si occupa ItaliaAltruista?

Siamo una associazione di promozione sociale, quindi senza fini di lucro, che promuove e supporta la diffusione del volontariato, in particolare quello flessibile. In pratica, aiutiamo gruppi di cittadini o Comuni a far partire la loro “città altruista”. Il primo Comune italiano a farsi promotore della formula, è Sesto San Giovanni. Molte persone vedono il volontariato come qualcosa di “difficile” mentre noi crediamo che essere altruisti sia la cosa più naturale del mondo e quindi vogliamo renderla accessibile e facile da organizzare. Tanti si preoccupano di “non saper fare quello che serve” o di “non essere all’altezza” del volontariato. Noi crediamo che le persone siano già pronte a fare qualcosa per gli altri, ma abbiano solo bisogno di un po’ di incoraggiamento e non dover incontrare troppi ostacoli da superare e ci diamo da fare per questo proponendo opportunità di volontariato facilmente fruibili.

In che modo si organizza l’impegno dei volontari?

Crediamo che ad ognuno batta il cuore per cose differenti. Siamo altruisti, ma siamo tutti diversi. Per qualcuno la cosa più utile è aiutare i bambini, per qualcun altro gli anziani. Qualcuno sente di essere vicino alle persone senza fissa dimora, altri si interessano ai profughi o agli immigrati che cercano lavoro. C’è chi vuole fare qualcosa per gli animali abbandonati, chi vuole pulire i parchi perché tutti ne possano usufruire e chi vuole tenere aperti più a lungo i musei per diffondere la cultura. E così via. E’ meglio se ognuno sceglie ciò che gli è affine e lo appassiona. Come diceva Steve Jobs, la passione rende eccellenti. Allora, bisogna dare alle persone possibilità di scelta. Noi facciamo anche questo: sui portali delle città altruiste, ci sono tante attività che declinano l’altruismo in modo differente, così che ognuno trovi il proprio.

Come nasce l’idea del volontariato flessibile? 

Nasce anni fa in un modo molto personale. Volevo fare volontariato. Avevo fatto qualcosa da ragazza, poi ero stata troppo presa da carriera e famiglia e avevo sospeso.  Ho iniziato a cercare delle opportunità di fare volontariato per me stessa e mi sono stupita di come fosse “complicato”. Anzitutto bisognava chiamare e non sempre le associazioni rispondono perché giustamente prima si preoccupano di tutto il resto e poi rispondono al telefono. A volte “tutto il resto” è veramente tanto, più di quello che si immagina. Poi magari ti chiedono di impegnarti a fare volontariato un certo giorno e tu non sei sicuro di potere. Io lavoro e viaggio spesso:  di prendere un impegno così a cuor leggero non me la sentivo.

Hai intercettato un bisogno…

Semplicemente mi sono detta: se qualcuno vuole iniziare o ricominciare a fare volontariato, bisogna che ci sia un percorso più facile, immediato, orientato al cuore di chi si offre. Bisogna cogliere il momento e abbattere le barriere tra le persone e il volontariato. Ne ho parlato con gli amici e tutti mi hanno detto che, qualcosa di simile era capitato anche a loro e che bisognava cambiare la situazione.

E’ una formula che funziona questa del volontariato 2.0?

E’ stata ricevuta molto bene da milanesi, romani, bolognesi, triestini, avellinesi e abitanti di Sesto San Giovanni. Credo due cose: bisogna adeguare il volontariato ai nuovi stili di vita. Una volta il volontariato era fatto da donne generose e non occupate e da pensionati. Entrambe le categorie sono destinate a ridursi e poi perché privare gli altri di questa esperienza così trasformativa e arricchente? Secondo: per molte categorie di persone bisogna rovesciare il ciclo. Non si può dire: “prima ti impegni, poi puoi fare volontariato”. Meglio proporre una “prova” e poi di decidere insieme come proseguire.

In molte città c’è anche la Banca del tempo, eppure la vostra è una bella evoluzione, qual è il segreto?

La Banca del Tempo è una bellissima e utilissima invenzione, ma la differenza è che il volontariato è, per definizione, gratuito. E’ dare senza ricevere nessun credito. Le due cose possono benissimo coesistere ma rispondono a bisogni diversi.

Secondo lei c’è una fuga rispetto al volontariato rigido e organizzato?

Il volontariato tradizionale è vivo e vegeto e, come si suole dire: “che Dio gli conservi la salute”. È una cosa splendida, un esempio a cui ispirarsi e anche fondamentale per la sopravvivenza di tante associazioni. Ci sono però dei limiti intrinseci. Anzitutto, non tutti se lo possono permettere (è impegnativo) e per molti non è adatto a cominciare. L’inizio deve essere facile e immediato, deve poter rispondere a un impulso di altruismo senza troppe mediazioni. Il volontariato, quando si inizia a farlo, dà assuefazione. L’energia positiva che se ne trae dà dipendenza. Fortunatamente, è difficile smettere. Allora, bisogna incoraggiare in tutti i modi le persone a provare almeno una volta, rendendo la prova il più facile e accattivante possibile. Per scherzare, dico che sono una “spacciatrice”. Conto sul fatto che se le persone provano, poi tornino e ne chiedano ancora.

Restituite alle città e alle comunità quello di cui c’è necessità, ma come funziona nello specifico questa rete?

Noi raccogliamo dalle Onlus i loro bisogni. Però le stimoliamo anche a vederli in modo diverso, ad aumentare la flessibilità dell’ingaggio. Questa è la parte più difficile del nostro lavoro, ma è quella che ci restituisce di più. Molte volte abbiamo proposto volontari flessibili alle associazioni per sentirci rispondere “da noi serve impegno continuativo”. Dopo un po’ di tentativi, più per sfinimento che per altro, magari ci dicevano: “Va bene, facciamo un piccolissimo esperimento”. Dopo un paio di settimane di prova molti ci contattavano dicendoci quanto erano felici dei nostri volontari flessibili che, per l’effetto dipendenza di cui sopra, avevano nel frattempo deciso di impegnarsi di più ed erano quasi continuativi. Noi di MilanoAltruista siamo molto orgogliosi dei volontari-altruisti che mandiamo nelle associazioni e felici che, dopo qualche comprensibile perplessità da parte delle associazioni di fronte alla nuova formula di volontariato flessibile, siano da queste accolti a braccia aperte per unirsi alla “famiglia” dei volontari.

Un cittadino, però, potrebbe andare incontro ai bisogni della comunità in maniera autonoma, cioè senza iscriversi ad associazioni, secondo un principio di sussidiarietà responsabile, attraverso il quale ci si prende cura dei beni comuni: lei crede sia più difficile che un cittadino si attivi autonomamente, senza essere guidato, senza che qualcuno gli indichi i bisogni della sua comunità?

Le due cose non si escludono, anzi, fanno parte della stessa mentalità del “non voltarsi dall’altra parte” e del “farsi carico della comunità”. Francamente però credo che molte persone siano felici di essere indirizzate perché hanno poco tempo e non è così facile informarsi. Ben venga  chi ce la fa da solo a indirizzarsi, ma probabilmente è utile anche aiutare gli altri a trovare la loro strada verso l’altruismo.

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