Le scuole aperte e condivise sono beni comuni e potenziali poli civici di quartiere

- 11 aprile 2017

Sono nate quasi vent’anni fa e senza far rumore le Scuole Aperte, figlie di un sintomo venuto via via sempre più alla ribalta: il riconoscimento in quelle quattro mura con aule, palestre, laboratori e giardino, di uno spazio pubblico che poteva aprirsi agli studenti, ai genitori, alle associazioni, ai quartieri, al territorio. Esattamente in quest’ordine. Dopo la legge sull’autonomia scolastica -correva l’anno 1999 – sono nate come eccezione grazie all’impegno e all’alleanza fra genitori e presidi e lentamente – complice anche lo sfaldamento dei legami micro-territoriali e l’avanzare della crisi economica – si sono affermate come luogo di incontro e di accoglienza, capace di realizzare corsi pomeridiani per allievi e per adulti a costi calmierati, attività di pre e post scuola, i più svariati laboratori, attività di sostegno per i più fragili, progetti di inclusione e integrazione per le comunità straniere e per chi ha bisogno di un’attenzione in più, a cominciare dagli alunni con disabilità.

Istituzioni centrali e privati hanno cominciato ad accorgersene e a parlarne, ma tic tac il mondo cambiava e cambia con un ritmo caleidoscopio e l’attività sul campo si arricchiva di progetti e contenuti con un “piè veloce”che politica e burocrazia non potevano sostenere. Allo stesso tempo, la mancanza di politiche e fondi ad hoc ne impediva lo sviluppo su larga scala. Genitori e studenti hanno cominciato a rivendicare un ruolo attivo da anni atteso e potenzialmente praticabile, dirigenti e professori a chiedere maggiore tutela giuridica prima di avviare percorsi di questo tipo, molte amministrazioni locali hanno cominciato a mediare e a dare risposte. Labsus – da anni impegnato nella ricerca di strumenti amministrativi capaci di rispondere a queste necessità – ha immediatamente compreso che il progetto poteva crescere solo coinvolgendo in misura eguale l’amministrazione locale, le dirigenze e le associazioni dei cittadini e degli studenti. Perché è vero che la scuola è il bene comune per eccellenza (di proprietà della scuola negli orari della didattica e di proprietà del Comune – quindi dei cittadini – al di fuori di quelli), ma è anche vero che il suo valore intrinseco gli è dato proprio dalla sua natura scolastica. E dalla tutela di quella non può prescindere.

La “buona” scuola

In questo veloce excursus arriviamo così alla ministra Giannini e alla legge sulla Buona Scuola (come la chiamano tutti). In un suo appassionato discorso al Senato, ancor prima che la legge venisse varata, dedicò ampio spazio al nostro tema: “Ci serve una scuola aperta – disse – per rispondere alle esigenze degli studenti e contrastare la dispersione scolastica. Bisogna lasciare le porte aperte oltre l’orario delle lezioni (…) e apertura vuol dire tante cose, anche che siano aperte al territorio nel quale sono inserite con iniziative e attività rivolte non solo agli alunni ma anche alla cittadinanza”. Poche frasi bastarono per abilitare una trasformazione già in atto, di cui anche l’Anci – da sempre attenta ai cambiamenti che nascono sul territorio – aveva pienamente preso contezza: la scuola come vero e proprio polo civico di zona. Per alcuni quartieri e piccoli paesi l’unica forte presenza dello Stato nel territorio, la sola dove si trovano le bandiere del Comune, dell’Italia e dell’Europa.

Il progetto Scuole aperte a Milano

La prima grande amministrazione locale a fare della scuola aperta un obiettivo è stata quella di Milano, che ha aperto un Ufficio ad hoc coordinato da Giovanni del Bene sotto l’Assessorato al Benessere, Tempo Libero e Qualità della Vita. A quell’ufficio si deve anche il primo Vademecum su come costruire una Scuola Aperta (qui proprio come progetto promosso dal Miur in collaborazione con Anci e Vita), un vero e proprio abbecedario su perché, come e chi fa cosa, con tanto di informazioni utili su operazioni di fundraising e controllo finanziario. Insomma, un bel successo. Altre amministrazioni avrebbero probabilmente seguito l’esempio e nuove forme di cittadinanza attiva consapevole e volenterosa avrebbero stretto alleanze potenzialmente fruttuose per l’intera comunità e a beneficio di un’amministrazione condivisa. Poi qualcosa è cambiato.

Scuole al centro e i progetti del Miur

Intanto grazie a un primo stanziamento di 10 milioni di euro il Miur un anno fa ha avviato il progetto “Scuole al Centro”. Con parole molto simili a quelle usate per le Scuole Aperte, la ministra Giannini spiegò che l’operazione era figlia di una visione: quella di una scuola che si vuole aprire agli studenti e alle loro famiglie per essere abitata dai ragazzi e dai genitori oltre i tempi canonici della didattica: il pomeriggio, il sabato, nei giorni di vacanza, a luglio come a settembre. Come misura di contrasto alla dispersione, ma anche come risposta tempestiva e concreta ai fenomeni di disagio sociale che caratterizzano alcune aree del Paese. L’obiettivo? Una scuola che appartenga a tutta la comunità, dove famiglie e studenti possano sentirsi come in una seconda casa, da frequentare non solo quando ci sono le lezioni, ma anche in orario extra scolastico. 400 scuole e 4 città le prime destinatarie dei fondi, un vero successo. Ora il progetto è diventato nazionale (anche se il titolo del bando non è più “Scuole al centro” ma “Bando per progetti di inclusione sociale e lotta al disagio nonché per garantire l’apertura delle scuole oltre l’orario scolastico soprattutto nella aree a rischio e in quelle periferiche”, i milioni Pon stanziati ben 240 e siamo in attesa di conoscere dal Miur il numero di scuole che se li saranno aggiudicati. Ma i fondi Pon non si esauriscono qui e la ministra Fedeli ha provveduto a emanare una serie di bandi importanti per le scuole su svariati temi.

Che ci azzecca la Scuola Aperta con tutto questo? Ora lo spieghiamo: ognuno dei bandi prevede la possibilità che un’associazione dei genitori (così come altre del territorio) vi possano partecipare. Ovviamente capolista della cordata del bando è la scuola stessa. L’intento è ottimo: suscitare un dialogo e sviluppare una progettualità attiva fra i diversi attori del territorio. È un modo per conoscersi e trovarsi reciprocamente utili, una maniera “smart” di sviluppare sinergie inedite capaci di attrarre finanziamenti. Con un piccolo limite: mette nuovamente i genitori e gli studenti in una posizione di sudditanza rispetto al governo centrale scolastico (o partecipi o sei fuori) e non sviluppa appieno le competenze necessarie a un vero progetto di amministrazione condivisa. Il giorno che i fondi Pon saranno esauriti (l’impegno della Ue al riguardo è fino al 2020), tutto il lavoro sviluppato in questi anni prima della loro immissione, potrebbe dover ricominciare quasi daccapo.

Una scuola aperta e condivisa anche nella gestione

E qui ci affacciamo a un’altra finestra strettamente collegata al tema della Scuola Aperta. Di più: naturale evoluzione di quest’ultima. Quella di una scuola capace di allargare le sue frontiere canoniche di gestione (professori e presidi in primis, poi il personale addetto, poi – davvero quasi per ultimi, incredibile, gli studenti) e capace di avviare un processo decisionale inclusivo e in grado di coinvolgere anche i genitori e il territorio. In termini tecnici stiamo parlando di “shared leadership”, sempre più vista come un’alternativa alle forme più tradizionali di governo scolastico dove un piccolo team esercita l’autorità e prende la maggior parte delle decisioni senza avvertire la necessità di sollecitare un consiglio, dei feedback o la partecipazione degli altri soggetti che la vivono, comunità territoriale compresa. L’assenza di una visione a medio termine fa sì che le nostre scuole si stiano organizzando al riguardo in maniera scomposta, lasciando di fatto alla capacità di pochi pionieri la possibilità di sondare e realizzare progetti di scuola aperta, dove sia la consapevolezza (e non solo il bisogno di soldi) a motivare la scelta di un percorso piuttosto che di un altro. La dimostrazione dello stato dell’arte è il grande Report che l’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico-finanziario dei 35 maggiori Paesi dell’Occidente democratico) sta sviluppando al riguardo: si chiama “Improving School Leadership”e vi partecipano 21 Paesi: l’Italia non è fra questi.

Vittime come siamo di uno scollamento epocale fra fruitori (studenti, genitori, territorio) ed agenti (dirigenti scolastici, professori e personale Ata), che vede il rapporto fra i due mediato solo dallo Stato, e quest’ultimo sbilanciato a tutelare – complici anche i sindacati – più il personale che le persone, assistiamo sbigottiti a innovazioni sul campo figlie di amministrazioni locali illuminate, presidi disponibili e professori volenterosi, che lavorano h24 per cercare di dare qualche forma alle potenzialità che la Scuola Aperta esprime. Con la legge 107/15, l’allora ministra Giannini tentò di dare una forma diversa alla leadership scolastica. Ma a distanza di poco più di un anno uno strano destino ha colpito i presidi: dovevano diventare super ma oggi arrancano parecchio. Messi fuori dal ruolo unico dei dirigenti della pubblica amministrazione, per loro c’è la riserva indiana dell’area quinta del contratto dei dirigenti pubblici in cui contano meno di tutti nonostante la pletora incomparabile di responsabilità.

Le sfide future

Vivendo quotidianamente a stretto contatto con le realtà scolastiche capitoline (e non solo), non possiamo che sottolineare quanto sia miope questa continua erosione del ruolo del preside e come non esista scuola che funzioni bene senza la presenza di un dirigente in gamba (e quanto spesso siano in sofferenza quelle che sono in regime di reggenza). Non possono che essere loro il trait d’union fra mondo scolastico e società civile, non può che passare da loro (e dalle amministrazioni locali) la riuscita di una scuola aperta e condivisa capace di aprirsi agli studenti, ai genitori e al territorio facendo rispettare la vocazione scolastica dell’istituto pur trasformandola in polo civico
Si vive di bandi in quest’epoca, non c’è dubbio. Ma la visione sul dove si vuole andare deve essere chiara. Oggi le scuole si trovano ad affrontare grandi sfide e aspettative crescenti in questi anni caratterizzati da innovazione tecnologica, migrazione e globalizzazione. La maggior parte dei Paesi occidentali mira a trasformare o adeguare i propri sistemi educativi per fornire ai giovani le conoscenze e le competenze necessarie ad affrontare un mondo che cambia velocemente, tentando al contempo di tutelarli. Ma qualsiasi sia la strada immaginata, un obiettivo è sempre al centro: quello di sviluppare in loro la prima delle qualità necessarie alla crescita di una società: l’essere cittadini. Non c’è dubbio che il tema della cura dei beni comuni e della Scuola Aperta e Condivisa vada in questa direzione.

Luisa Arezzo, Giornalista, Direttrice ScuolediRoma.it

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