La cura dei beni comuni dai classici ai servizi ecosistemici

- 8 maggio 2017

Il tema dei beni comuni è da alcuni anni molto à la page, in quanto associato alla garanzia dell’accesso a diritti fondamentali e a nuove forme di partecipazione attiva dei cittadini in una logica di sussidiarietà orizzontale. Si tratta di una questione intrinsecamente interdisciplinare, avendo una chiara matrice giuridica, ma chiamando in causa al tempo stesso rilevanti aspetti di natura politico-sociale ed economica.

Per gli economisti esiste una condivisa definizione dei beni comuni: sono beni caratterizzati da rivalità e non escludibilità. Ciò significa che tutti ne possono usufruire, ma che al tempo stesso l’utilizzo (eccessivo) da parte di alcuni può portare al mancato utilizzo da parte di altri. Un esempio classico è quello della pesca, al mare tutti possono accedere ma l’overfishing priva chi viene dopo della possibilità di accedere a questa risorsa liberamente disponibile.

In questo senso i beni comuni sono concettualmente differenti dai beni pubblici, che oltre ad essere non escludibili sono anche non rivali: cambia quindi la natura del ruolo pubblico per garantirne la fruibilità.

L’esempio classico: l’acqua

Infatti per i beni comuni, si pensi all’esempio dell’acqua, si pone spesso più che una necessità di gestione pubblica, un problema di regolazione degli usi per consentire un utilizzo della risorsa che risponda a dei criteri socialmente condivisi ed eviti la cosiddetta “tragedia dei commons”, ovvero l’ipersfruttamento conseguente all’opportunismo individuale.

L’esempio classico è quello dell’acqua. Si tratta di bene comune, caratterizzato da una molteplicità di usi (civile, ecosistemico, agricolo, industriale, energetico, ricreativo…) e da una sempre più frequente scarsità relativa. La regolazione del suo utilizzo è una questione centrale, per la quale a livello europeo è stata emanata nel 2000 una specifica direttiva e a livello nazionale sono state articolate le competenze a diversi livelli: da quelli dell’autorità nazionale dell’energia, gas e dei servizi idrici, a quelli di nuove autorità regionali, sino agli ATO. Lo scopo di questo sistema di regolazione è di garantire una gestione efficiente ed efficace della risorsa (effettuata da soggetti che possono essere indifferentemente pubblici, privati o misti) che consenta il miglior l’accesso a un bene comune. Efficienza significa ad esempio ridurre gli sprechi (oggi mediamente pari in Italia al 40% nella fase di distribuzione); una gestione efficace implica, inoltre, la salvaguardia della qualità della risorsa e degli impianti nel tempo, effettuando gli investimenti necessari (oggi assolutamente insufficienti nel nostro Paese). Tutto ciò attraverso un sistema tariffario che consenta l’equilibrio economico della gestione, ma anche l’accesso da parte di tutti (anche di chi non se lo può permettere) ad un servizio essenziale. La diversità degli usi però pone una questione ulteriore a cui i policy maker sono chiamati a rispondere: la definizione di una priorità condivisa degli usi che permetta di definire corrispondenti condizioni di accesso che consentano la soluzione ottimale di utilizzo della risorsa disponibile. In altri termini: quale e quanta acqua rendere disponibile per ogni uso (civile, agricolo, industriale, …) e a che condizioni tariffarie per tipologia di fruitore, se possibile incentivando, attraverso la regolazione, un utilizzo orientato al risparmio della risorsa da parte di tutti.

Da Hardin a Ostrom

Come si può osservare il ruolo del regolatore è centrale e molto complesso, fermo restando che è necessaria una forte partecipazione da parte di tutti gli attori coinvolti, in primis dei cittadini che costituiscono naturalmente l’utente privilegiato del servizio.

Nella letteratura economica fu Garret Hardin il primo, alla fine degli anni sessanta del secolo scorso, a imporre nel dibattito con un articolo su Science come fosse indispensabile il ruolo di un’istituzione pubblica nell’evitare la “tragedia dei commons”, a cui l’opportunismo individuale avrebbe a suo parere senz’altro portato. L’esempio utilizzato da Hardin è più semplice, ma ci consente di allargare lo spettro del nostro ragionamento sui beni comuni oltre al caso di un servizio a rete come quello idrico: riguarda la disponibilità di un pascolo liberamente accessibile a più pastori. Malgrado tutti i pastori siano consapevoli che solo un numero limitato di capi può essere adeguatamente nutrito attraverso quel pascolo, tutti cercano di aumentare al massimo il proprio numero dei capi (rivalità), con il risultato che il foraggio risulta insufficiente. Per Hardin quindi è necessario un “leviatano” che regoli i comportamenti individuali.

Una ventina di anni dopo Elinor Ostrom introdusse un’interessante nuova prospettiva nella regolazione dell’uso dei beni comuni. Partendo da indagini empiriche evidenziò come vi possano essere approcci di autoregolazione comunitaria nell’uso delle risorse che si dimostrano essere particolarmente efficaci. Anche in questo caso l’esempio di uno dei suoi studi più noti può aiutarci a comprendere rapidamente questa nuova prospettiva. La Ostrom studiò alcune comunità di pescatori, mostrando come in quelle località in cui la pesca veniva regolata (numero di barche e di uscite settimanali), la pescosità si manteneva elevata, cosa che non si verificava laddove invece i pescatori si comportavano secondo una strategia individuale ed opportunistica, con la conseguenza che in breve tempo queste seconde comunità perdevano un’importante fonte di sussistenza.

La Ostrom (che da politologa ottenne nel 2009 il premio Nobel per l’economia) approfondì insieme al suo gruppo di ricerca le determinanti dell’autoregolamentazione comunitaria (informazione, cooperazione, fiducia, sanzioni, riconoscimento….), generando una sorta di modellizzazione, senza però nessuna pretesa di rendere questa impostazione come applicabile in tutti i contesti. Infatti esiste una diffusa consapevolezza tra gli economisti che l’ampia varietà dei beni comuni e dei contesti di riferimento rende necessario disporre di una strumentazione articolata e flessibile per consentirne la migliore gestione. Rimane il fatto che un buon mix tra strumenti di regolazione top-down e modalità di autoregolazione partecipativa bottom up può essere sempre utile per accrescere l’efficacia della gestione “collettiva” dei beni comuni.

Un giusto mix tra bottom up e top down

Sulla base di questa acquisizione possiamo effettuare qualche considerazione scegliendo due tra i molti ambiti particolarmente interessanti per questa prospettiva comunitaria.
Un primo riguarda i beni confiscati alla Mafia, pari secondo gli ultimi dati a 18.869 immobili e a 2.768 aziende. Qui abbiamo sicuramente due dimensioni: una di natura prettamente istituzionale finalizzata a mettere in campo un sistema che consenta di sottrarre alla criminalità organizzata un elemento visibile del proprio successo restituendolo alla collettività, l’altro legato alla possibilità di utilizzare questi beni come base per la ricostituzione di opportunità economiche e sociali che eliminino i presupposti su cui il fenomeno mafioso si basa. Se per la prima dimensione è chiamato in causa lo Stato, in particolare negli ultimi anni attraverso l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, oltre che con l’azione della magistratura; nella seconda vi è ampio spazio per i cittadini e per le comunità che possono contribuire attivamente a riutilizzare gli spazi e a sostenere iniziative fondate su diritti e valori antitetici a quelli mafiosi.

Un secondo contesto interessante riguarda i servizi ecosistemici. Se nella tradizione economica i parchi, dopo l’acqua e la pesca, sono considerati un tipico ambito di riferimento nell’analizzare la gestione dei beni comuni, la chiave di lettura dei servizi ecosistemici è più recente. Il senso è quello di mettere in evidenza come la natura sia non solamente un bene da preservare di per sé in quanto contenitore di bellezza, di biodiversità, ma sia essenziale per l’uomo e per l’economia che usufruisce sistematicamente dei servizi che gli ecosistemi forniscono.
In questo senso la stessa acqua è un servizio generato dagli ecosistemi montani, così come i prodotti agroalimentari (compresi quelli dell’allevamento) ottenuti all’interno di un’area naturale protetta possono usufruire di un plusvalore legato alla qualità del contesto di origine.

Ora se applichiamo questa prospettiva alle aree naturalistiche più ricche del nostro Paese, in larga parte coincidenti con quelle interne e montane, il tema della partecipazione comunitaria ai fini della creazione di nuove opportunità per lo sviluppo socio-economico si interseca strettamente con le politiche di sostegno pubblico. Anche in questo ambito, quindi, può essere particolarmente utile costruire un giusto mix tra prospettive bottom up e top down nella gestione dei beni comuni.

Un ultimo spunto che vogliamo collegare ai servizi ecosistemici, ma che può essere estesa a molti beni comuni, è quella del pagamento degli stessi. Nel momento in cui si riconosce un valore fruibile da alcune categorie di attori (come i pastori di Hardin, i pescatori della Ostrom, o un’azienda di servizi idrici) per un bene comune di particolare qualità (come i pascoli in un parco, i pesci di un’area marina protetta, o l’acqua che nasce in un ecosistema alpino), questi fruitori del servizio possono essere chiamati a pagare per esso, in complementarietà con i finanziamenti pubblici che fossero eventualmente disponibili. In questo modo si può consolidare un modello condiviso di economia, in cui la dimensione di tutela del bene comune (e del contesto che lo genera) si integra con la sua fruizione, contenendo il rischio connesso alla rivalità.

Marco Frey è Direttore dell’Istituto di Management Scuola Superiore Sant’Anna e Presidente di Cittadinanzattiva

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