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Dal G7 di Bologna agli enti locali: sostenibilità e transizione energetica

- 21 giugno 2017

Il vertice dei G7 sull’ambiente svoltosi a Bologna l’11 e 12 giugno 2017 sotto la presidenza dell’Italia costituiva il primo banco di prova per testare la reazione di una parte significativa della comunità internazionale di fronte alla decisione degli Stati Uniti di svincolarsi dall’Accordo climatico globale di Parigi. Gli altri ministri per l’Ambiente di Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia e Regno Unito hanno deciso di andare avanti per la loro strada, pur lasciando la porta aperta alla collaborazione e mantenendo un dialogo costruttivo con gli USA.

Questi ultimi, con una nota introdotta nel documento finale, hanno dichiarato di non aderire alle parti del comunicato riguardanti l’Accordo climatico e l’impegno finanziario relativo alle banche multilaterali di sviluppo. I restanti membri del G7 hanno però dichiarato come irreversibile il percorso stabilito dall’Accordo di Parigi e si sono concentrati sul lungo, difficile e ampio lavoro per rendere concreta la svolta verso una transizione energetica ancora tutta da effettuare. Il tempo stringe e l’urgenza politica ed etica di una “conversione ecologica” è stata ribadita e trova continue conferme nel prelievo eccessivo di beni e servizi naturali con distruzione e utilizzo ben superiori alle capacità di rigenerazione naturale e con l’immissione di rifiuti fino alle lande più remote del pianeta.

La società civile si mobilita per la “cura della casa comune”

L’autorevole richiamo ad un’ecologia integrale attenta alla riscoperta del valore dell’uomo e del creato con l’enciclica “Laudato sì” “sulla cura della casa comune” di Papa Francesco è un punto di riferimento fondamentale per aiutarci a capire e ad agire in un mondo in cui tutto è interconnesso e in cui la vita dipende dal continuo scambio di energia e di materia. Il problema fondamentale è che non esistono impegni vincolanti e il rischio è che molte misure concordate vengano accantonate, rimandate, lasciando ai singoli Stati l’attuazione volontaria ed effettiva senza meccanismi cogenti e di sanzioni efficaci.

Preso atto di questi limiti e della necessità di un’organizzazione sovranazionale per l’ambiente o di un governo climatico globale capace di affrontare con decisione scelte e gestione dei problemi, la cooperazione internazionale uscendo dalla ristretta ottica intergovernativa può arrivare – servendosi anche del principio di sussidiarietà – a conseguire importanti risultati. Una leale cooperazione può aumentare la collaborazione reciproca superando difficoltà e diversità di vedute e interessi nel nome della difesa dei beni comuni e della salvaguardia dell’ambiente. Nei mesi che hanno preceduto il summit numerosi sono stati workshop e incontri tra stakeholders, istituzioni pubbliche, enti di ricerca e università, imprese, organizzazioni della società civile in un costante confronto dal quale stanno proseguendo e maturando esperienze concrete, indicatori, valutazioni sulle quali fondare una strategia volta a cercare di produrre un cambiamento sostanziale ecosostenibile con un approccio integrato economico, sociale, ambientale.

Dal mondo agli enti locali: un patto per lo sviluppo sostenibile

Anche i sindacati si sono fatti sentire con un documento congiunto. E l’8 giugno era stata siglata la Carta di Bologna tra le città metropolitane italiane, un patto per lo sviluppo sostenibile da attuare come enti locali con obiettivi concreti da traguardare con agende puntuali su 8 punti (uso sostenibile del suolo e soluzioni basate sui processi naturali, economia circolare, adattamento ai cambiamenti climatici e riduzione del rischio, transizione energetica, qualità dell’aria, qualità delle acque, ecosistemi – verde urbano – tutela della biodiversità, mobilità sostenibile). Come evidenziato da Legambiente nel rapporto “Comuni rinnovabili 2017”, è aumentato il ricorso alle energie “pulite” degli enti locali in Italia nel 2016.

I “Grandi” nel comunicato finale del G7 tra buone intenzioni, cammino comune, orizzonte globale

Scopo del G7, al quale hanno preso parte i commissari dell’Unione europea (UE) per l’ambiente e il clima, era anche quello di affrontare le azioni per tendere al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e studiare – per la prima volta in un incontro ministeriale di questo tipo – diversi argomenti economici collegati alla politica ambientale (riforma delle tasse ambientali, eliminazione di sussidi a prodotti e attività nocive, ruolo delle banche multilaterali per lo sviluppo, finanza verde e sostenibile), puntando su due ambiti specifici: i rifiuti marini e l’efficienza dell’uso delle risorse.

Si intravede una cooperazione importante tra l’UE e Cina, paese che sta puntando sulle fonti rinnovabili pur rimanendo uno degli Stati con numero maggiore di violazioni ambientali e di diritti umani. Senza grandi illusioni e a fronte della drammaticità del contesto globale una via pragmaticamente opportuna volta a preservare interessi politici ed economici è ora percorribile a condizione che l’Accordo di Parigi e impegni ancor più forti di riduzione di gas ad effetto serra entro il 2030 vadano onorati e rispettati. Il WWF ha parlato di transizione “giusta” e un po’ di ottimismo aiuta a contrastare lo schiaffo americano, visto che anche il World Resource Institute (WRI) ha registrato l’aumento di cooperazione internazionale nonostante la defezione del governo statunitense.

Dai “Piccoli” un forte segnale di partecipazione: la società civile per l’ambiente

Insomma, la via tracciata è condivisa e finalmente promettente. Ma soprattutto un tessuto multilivello di enti locali, associazioni, network transnazionali, attori economici e finanziari, università e centri di cultura può fornire linfa, consenso, capacità di affrontare i problemi e iniettare fiducia in un processo difficile, nel quale è molto importante perseguire risultati intermedi effettivi e anche giustizia ecologica, trasparenza fiscale, redistribuzione delle ricchezze per impedire l’aggravarsi di fame, povertà, insicurezza, guerre. Si tratta di piccoli passi (a dispetto della cooperazione tra i “Grandi” paesi) che dovranno essere seguiti da concrete e decise azioni: ancora una volta tutto è lasciato alla responsabilità degli Stati senza meccanismi vincolanti e senza sanzioni e tempistiche precise. Diverse organizzazioni e scienziati, contestando l’ennesimo vertice intergovernativo, un club esclusivo di Stati che tale rimane pur cambiandone i partecipanti e i connotati, hanno avanzato un Decologo per una società ecologica nell’ambito delle iniziative di contestazione da loro organizzate per un “ambiente alla base non al vertice”.

Grandi e piccoli: un percorso inclusivo possibile

Sarebbe importante dare pieno riconoscimento a un vertice dei “piccoli” del mondo, restituendo dignità e voce ai tanti  esclusi del pianeta come aveva proposto nel 1994 negli incontri organizzati a margine del  G7 a Napoli l’europarlamentare verde Alexander Langer e sostenere un vero e proprio empowerment delle popolazioni locali. Se già l’Alleanza delle piccole isole e dei paesi meno sviluppati hanno ottenuto spazio e visibilità come principali vittime del cambiamento climatico è oggi importante attivare un  percorso federale, globale, inclusivo per migliorare la vita nel rispetto dei limiti del pianeta cambiando stili di vita e modelli economici-sociali, smantellando il colonialismo che depreda le risorse e restituendo centralità alle persone e agli esseri viventi. È un processo che dovrebbe coinvolgere tutti, istituzioni globali, regionali e locali, cittadinanza attiva, economia privata e multinazionali, uniti per un obiettivo comune: la transizione per una convivenza pacifica e per una riconciliazione con il creato da cui dipende la nostra esistenza.

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