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Recensione del volume Italia civile. Associazionismo, partecipazione e politica

- 1 giugno 2017

“Le trasformazioni politiche e sociali dei paesi europei negli ultimi venticinque anni hanno cambiato il profilo delle associazioni attive nella società civile e il ruolo che esercitano per la democrazia. La crisi dei partiti politici è diventata sempre più evidente e si sono fortemente indebolite le loro funzioni di socializzazione e di promozione della partecipazione democratica sul territorio. Se sono diminuite le iscrizioni ai partiti, non è certo diminuita la disponibilità dei cittadini ad associarsi per impegnarsi in diverse forme di azione sociale”. Con queste parole si apre l’Introduzione al volume di Roberto Biorcio e Tommaso Vitale, Italia civile. Associazionismo, partecipazione e politica (Donzelli, 2016), che raccoglie un percorso di ricerca condotto su diversi settori della partecipazione civica dalla crisi di Tangentopoli ad oggi.

Dai partiti di massa all’associazionismo sociale

I diversi contributi cercano di ripercorre le tappe degli studi sull’associazionismo e il rapporto di quest’ultimo con l’evoluzione della democrazia italiana. A partire dagli studi ormai storici promossi dall’Istituto Cattaneo fra il 1963 e il 1965, le diverse tappe cercano di evidenziare il rapporto tra la crescita dell’associazionismo e le diverse crisi del sistema dei partiti fino a Tangentopoli. Se negli anni sessanta era molto marcato il collegamento tra l’associazionismo e i due grandi partiti italiani secondo la formula del collateralismo, nel tempo, “le associazioni della società civile sono diventate più autonome e sono cambiati i loro rapporti con la democrazia, in un contesto sociale investito dagli effetti della globalizzazione, della crisi economica e dell’indebolimento dei sistemi di welfare” (p. 19). Tale autonomizzazione si è definitivamente compiuta nella seconda Repubblica quando, a fronte della diminuzione delle adesioni ai partiti è cresciuta l’adesione alle associazioni sociali, come confermato dalle rilevazioni periodiche dell’Istat. Nel 2013 un sesto degli intervistati partecipava all’attività di qualche associazione sociale, il doppio rispetto all’adesione ai sindacati e quattro volte tanto rispetto all’adesione ad un partito politico. È così compiuta la frattura tra partecipazione politica ed associazionismo che al contrario diverrà sempre più la sede dell’antipolitica alla ricerca di un nuovo canale di partecipazione politica.

Le motivazioni

C’è sempre stata fin troppa retorica sulle motivazioni che spingono alla partecipazione associativa, spesso descritta in termini meramente solidaristici. In realtà, come sottolinea Biorcio, gli orientamenti vanno “dalla filantropia alla supplenza per le carenze dei sistemi di welfare, dalle sfide simboliche ai codici culturali dominanti fino a forme di impegno a livello sociale e culturale, talvolta simili a quelli dei movimenti sociali” (p. 31).
In generale, sottolinea Roberto Biorcio, la partecipazione dei cittadini a un gruppo o a un’associazione è influenzata da tre ordini di fattori:

  • Le risorse (economiche, culturali, relazionali) di cui dispongono gli attori;
  • Le motivazioni (psicologiche, ideali, materiali) degli attori;
  • Le opportunità di partecipazione che si presentano e vengono offerte.

Nelle diverse ricerche sulla partecipazione civica è sempre emerso come dominante il modello della “centralità sociale” in base al quale coloro che si trovano in una posizione elevata in una delle diverse gerarchie sociali – reddito, istruzione, età, professione  – sono maggiormente disposti a partecipare. Non secondario è il ruolo degli incentivi individuali e collettivi che derivano dalla partecipazione.

I modelli organizzativi

Ricerche svolte negli ultimi anni hanno evidenziato un cambiamento nel modello organizzativo delle associazioni e nel ruolo che i singoli svolgono al loro interno. Crescono i modelli organizzativi business-oriented (p. 81). Come sottolinea una celebre ricerca di Theda Skocpol sulle trasformazioni del civic engagement negli Stati Uniti, si è passati ad un modello organizzativo altamente professionalizzato, rivolto ad attivatà di lobbying, di fatto poco collegati con la base organizzativa e molto orientati alle attività di fundraising. La professionalizzazione permette alle associazioni di offrire servizi più qualificati, ma indebolisce il loro ruolo di “connettori sociali”, capaci di attirare la partecipazione civica.

La partecipazione associativa come scuola di democrazia

Nelle conclusioni gli autori, dopo aver preso in esame le ricerche recenti, confermano l’ipotesi già avanzata da Tocqueville della partecipazione associativa come scuola di democrazia. Le ricerche condotte dimostrano che il senso di fiducia interpersonale tra gli attivisti delle associazioni è più elevato rispetto al resto della popolazione; lo stesso dicasi per il senso di efficacia personale, in relazione alla percezione soggettiva di essere in grado di intervenire nella sfera politica. In pratica i cittadini acquisiscono il senso del ruolo nella progettazione della vita collettiva.
L’Italia civile, senza alcuna connotazione valoriale, ma come il paese dei cittadini che esercitano le virtù civiche, raggiunta l’emancipazione dal collateralismo politico, acquisisce la consapevolezza del suo ruolo nella società. Questo aspetto, unito alla crisi delle istituzioni dell’intermediazione politica, individua nuovi spazi d’azione che vanno sempre più nella direzione di una politicizzazione del sociale che è alla base delle tante forme di cittadinanza attiva che si registrano nel paese oggi.

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