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OltrEconomia: un incontro sulla rigenerazione urbana

- 27 giugno 2017

La tavola rotonda del 1 giugno è stata dedicata a “come contrastare la rendita urbana: rigenerazione, riappropriazione, progettazione comune”. E’ stata promossa dal Laboratorio Sociale Officina Piedicastello (LabSOP).
Fra i partecipanti, molto eterogenei, l’Assemblea Sociale per la Casa di Venezia, Camposaz di Trento, l’architetto Giacomo Borella, Gravalosdimonte di Saragozza, Macao di Milano e S.a.L.E. Docks di Venezia. Altrettanto eterogenei i temi affrontati durante la tavola rotonda, fra i quali la gentrificazione, la speculazione la privatizzazione dei luoghi culturali, il diritto ad abitare e l’autorecupero.
Si pensi al caso veneziano del Sale Docks, spazio storico utilizzato come magazzino per il sale, oggi adibito a luogo di spinta e valorizzazione dell’arte contemporanea.
Un secondo esempio, proveniente dalla Spagna, è il lavoro del collettivo di architetti Gravolos Dimonte che interviene nei vuoti lasciati dalla crisi economica. Si tratta di un’esperienza che, da Saragozza, sta prendendo piede in numerose città europee.
Insomma tante esperienze, di vario genere e in diverse realtà, accomunate da una profonda necessità di rifioritura e riappropriazione della città, che è di tutti. Un evento decisamente in linea con i principi di Labsus, in cui abbiamo reputato necessario addentrarci un po’ di più, parlando con chi ha partecipato attivamente alla tavola rotonda e ne ha vissuto il “dietro le quinte”. Riportiamo alcune domande poste alla dottoressa Gaia Sgaramella, del Laboratorio Sociale Officina Piedicastello di Trento, che con grande entusiasmo e gentilezza si è resa disponibile per un’intervista con Labsus.

Quale pensi sia il valore aggiunto del festival OltrEconomia?

Fino ad ora avevo partecipato al festival come spettatrice di passaggio. Quest’anno per me è stato il primo anno in cui, in rappresentanza del Laboratorio Sociale Officina Piedicastello (LabSOP), sono stata, con un piccolo contributo, parte attiva nell’organizzazione. Penso che il valore aggiunto di questo festival sia quello che ho avuto la possibilità di vedere dietro le quinte. La rete di associazioni e di gruppi informali che ph GS LabSOPci sono dietro l’organizzazione dell’evento è incredibile. Tutto quello che accade durante le giornate di attività è frutto di mesi di riunioni, incontri, scontri tra opinioni, idee di gruppi e di singoli individui che decidono di mettere a disposizione il loro tempo volontariamente per accrescere un’idea alternativa nella città di Trento. Come risaputo l’OltrEconomia Festival è completamente autofinanziato e autogestito, e mi permetto di aggiungere in maniera impeccabile, promuovendo pratiche ed iniziative culturali che promuovono lo sviluppo sostenibile. Chi lo organizza non lo fa per lavoro o per dovere, ma per promuovere dei principi attraverso momenti di confronto comune in cui accrescere una maggiore consapevolezza in chi partecipa, rispetto a questioni ambientali e sociali centrali nel dibattito pubblico. L’OltrEconomia festival non ha la presunzione di sostituire l’offerta promossa dall’amministrazione trentina, ma ha il coraggio di arricchirla, nell’incertezza del successo, attraverso una rete coesa di comunità.

Come definiresti il concetto di “rigenerazione urbana”? Che esperienza ne hai avuto?

Non mi piace parlare di rigenerazione, perché fa parte di quelle parole che nascono da altri campi scientifici e che vengono riadattate all’analisi della città con poca chiarezza. Fa parte di quelle parole che Ivan Illich chiamava “ameba”. Cosa vuol dire rigenerare? Generare nuovamente la stessa condizione iniziale come in biologia o riutilizzare quello che c’è senza sprecarlo, come in termodinamica? L’ambiguità porta a sbagliate interpretazioni, per questo mi piace più definire le pratiche applicate alla città attraverso le cosiddette tre R: Riuso, Recupero e Riciclo. Queste possono essere utilizzate singolarmente o in maniera complementare, senza perdere il loro univoco significato. Riusare spazi di città, significa riutilizzare uno spazio abbandonato attraverso un uso che può essere riconfermato o modificato. Recuperare spazi urbani, significa ricostituirli e riportarli ad uno stato iniziale attraverso processi conservativi. Riciclare la città invece significa, non solo recuperare i suoi luoghi, non solo riutilizzare i suoi spazi, ma immetterla in un ciclo produttivo attraverso l’uso di elementi che rappresentano uno scarto per altri processi urbani precedenti. Tra le tre pratiche, il riciclo è quella che preferisco. Con il Laboratorio Sociale (LabSOP), la stiamo applicando sull’area dell’ex-Bersaglio. Attraverso un processo temporaneo di utilizzo dello spazio e attraverso la collettività, un’ex discarica e parcheggio abusivo, si sta trasformando in un luogo in cui gli usi si alternano in base alle idee ed alle esigenze che la cittadinanza attiva manifesta. Giochi di strada, orti urbani, cinema all’aperto, sono solo le prime idee che sono nate al Bersaglio, ridandogli un nuovo ciclo di vita, frutto della collaborazione tra associazioni promotrici e cittadinanza attiva. Il progetto quindi, attraverso il riciclo, costruisce un’idea condivisa di città che parte dalla gestione e dalla riattivazione di uno scarto urbano e lo rende luogo in cui si ricostruisce un senso di comunità.

Come commenteresti la tavola rotonda tenutasi il 1 giugno? Hai riscontrato atteggiamenti particolarmente favorevoli o sfavorevoli fra i partecipanti?

Mi aspettavo più dibattito e più confronto tra i partecipanti alla tavola. C’è stato più racconto che scontro. Ogni partecipante ha sottolineato i presupposti e gli obiettivi della sua esperienza, senza aprirsi al confronto. La tavola invece era stata costruita proprio per questo: attraverso le opposizioni creare un dibattito sul concetto di “rigenerazione urbana”, per meglio definirlo. Le realtà che sono intervenute nel pomeriggio sono le più varie, dal Sale Docks, Asc (l’Assemblea Sociale per la Casa) e Macao affermatisi come alternativa alla “rigenerazione istituzionale” in modalità differenti tra loro; a gruppi come Camposaz e Gravalodimonte che invece lavorano come professionisti, confrontandosi continuamente con le amministrazioni, per innescare processi partecipativi di comunità.
L’architetto Borella, curatore del libro che è stato presentato successivamente alla tavola, ha raccontato la sua esperienza di professionista e descritto la realtà milanese nel quale lavora, dove il concetto di rigenerazione, dall’alba dell’Expo la fa da padrone. Nonostante le provocazioni che potevano nascere dalla scelta di acquisto collettivo del gruppo Macao, poco condivisa dai gruppi di ideali anarchici presenti, il confronto si è limitato ad una presentazione di esperienze. Solo Marco, del gruppo Sale Docks, nel suo intervento ha mostrato dissenso nei confronti delle procedure partecipative adottate dallo studio Gravalosdimonte, considerandole forzate ed indotte verso una scelta preordinata e pilotata dall’amministrazione, considerandole sopravvalutate. Non c’è stata risposta alla sua provocazione. Un’occasione persa forse, ma tutto sommato, l’essere riusciti come LabSOP a mettere insieme ad uno stesso tavolo visioni opposte di “rigenerazioni urbane”, dal formale all’informale, è stata già una vittoria, che ha spinto ciascun partecipante all’ascolto dell’altro e in maniera implicita a innescare confronto e riflessione critica.

Dal seme della tavola rotonda hai fiducia possano derivare buoni frutti? Sono sorte nuove consapevolezze grazie al confronto? Quali le prospettive future?

Credo che la tavola rotonda sia servita per chiarire la plurinterpretazione che possono avere le pratiche legate alla riattivazione di spazi urbani abbandonati. Non c’è una monodirezionalità, non c’è una soluzione univoca di processo, ma ci sono pratiche ed esperienze positive e negative che raccontano storie e percorsi di cambiamento e trasformazione. Penso che il messaggio emerso da questa tavola, che accomuna tutte le esperienze, sia quello di agire, di non aspettare che il cambiamento avvenga, ma di essere parte del cambiamento, agendo in prima persona attraverso la cura dello spazio pubblico, sottraendolo dal degrado e dall’abbandono; attivandosi non solo nell’individualità, come donne e uomini liberi di scegliere, ma anche nella collettività, come cittadini di una comunità.

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