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Co-City: sfida e al tempo stesso occasione per la Città di Torino

The CO-CITY project is intended to break the self-reinforcing circle of poverty, social segregation in deprived neighbourhoods and lack of participation.

In una città dove scelte politiche hanno già, fin dalla fine degli anni ’90, cercato di affrontare i problemi che gravavano sulla città, e più in particolare nelle aree a maggior rischio degrado, e dove i cittadini sono visti come possibili protagonisti del cambiamento, ci si domanda come il progetto Co-City darà vita a soluzioni innovative per la cura e la gestione dei beni comuni della città, in risposta al degrado urbano e al contrasto alla povertà. Abbiamo scelto di intervistare i partner del progetto per farci raccontare le modalità di sviluppo del progetto, i suoi obiettivi, le difficoltà riscontrate in questi primi mesi di sperimentazione, ma anche le occasioni per i soggetti coinvolti e la risposta dei cittadini attivi.

Co-City è un progetto di sviluppo urbano promosso dalla Città di Torino nell’ambito del programma europeo Urban Innovative Actions, avviato a Marzo 2017, che vede coinvolti ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani, l’Università degli studi di Torino e la Fondazione Cascina Roccafranca, capofila della Rete delle Case del Quartiere. “Co-City, ci dice l’Arch.Giovanni Ferrerro dell’Ufficio Beni Comuni, nasce con l’obiettivo di sperimentare il Regolamento sull’amministrazione condivisa dei beni comuni – adottato nel gennaio 2016. Il bando UIA è stato l’occasione per scrivere un progetto utilizzando una modalità di azione della Pubblica Amministrazione innovativa per la Città di Torino, come il Regolamento, al fine di affrontare problemi non nuovi, ovvero quelli del degrado urbano e del contrasto alla povertà.

Un modo per sperimentare l’amministrazione condivisa

“L’opportunità forte che offre, rispetto a quelle che normalmente il Regolamento mette in campo, prosegue Renato Bergamin, direttore della Cascina Roccafranca, è l’avere a disposizione risorse economiche in termini di ristrutturazione di edifici, fornitura di attrezzature e beni di consumo, ma anche di possibilità di ricorrere al lavoro occasionale e accessorio, per soggetti appartenenti a fasce fragili. Questo può dar vita a patti di collaborazione dove la cittadinanza attiva si mischia alla capacità di fare impresa sociale, dando vita ad attività complementari in grado di autosostenere i progetti nel tempo”

Quale investimento e in quali luoghi della Città

Il finanziamento europeo ammonta a circa 4.100.000 euro, pari all’80% del budget totale del progetto, e la Città di Torino intende utilizzare il finanziamento, investendo un importo di 1.700.000 euro in lavori di forniture per la riqualificazione del proprio patrimonio immobiliare attraverso tre diversi ambiti di azione: A. Periferie e culture urbane: 1.100.000 euro; B. Piattaforme di servizio pubblico sottoutilizzate: 500.000 euro; C. Cura dello spazio pubblico: 100.000 euro. Per ogni azione è indicata una lista di immobili e luoghi pubblici individuati intrecciando, da un lato, caratteristiche qualitative, condizione di degrado, stima dei lavori necessari adatti agli obiettivi del progetto e alla necessità di rispettare il cronoprogramma attuativo. Dall’altro la volontà di selezionare almeno un bene comune urbano in ogni Circoscrizione, tra quelli segnalati dalla “Azione 45” del progetto “AxTo – Azioni per le periferie torinesi”. Solo per i Patti di tipo C la Pubblica Amministrazione ha deciso di accogliere anche le proposte dei cittadini.

Lo stato dell’arte

In questo momento di diffusione del progetto, sensibilizzazione della cittadinanza e germinazione delle prime proposte di patti di collaborazione, l’Università di Torino – nel dipartimento di informatica – cerca di fornire un’infrastruttura tecnologica per favorire il coordinamento e la documentazione dei patti di collaborazione e – nel dipartimento di giurisprudenza – sta lavorando allo sviluppo di un “legal toolkit” che dia soluzioni al ventaglio di difficoltà giuridiche emergenti dall’analisi delle diverse ipotesi di patti di collaborazione. Nel contesto attuale dove molte città italiane hanno adottando il Regolamento e soggetti come Labsus stanno portando avanti un ragionamento anche sull’applicazione giuridica di questo, il legal toolkit, ha l’ambizione di suggerire un modello per poter applicare al meglio il regolamento, potenzialmente estendibile ad altre città italiane.

L’interesse verso il progetto è principalmente riscontrato dagli operatori inseriti nelle Case di Quartiere, realtà intermedie che hanno una facilità maggiore, rispetto alla Pubblica Amministrazione, di entrare in contatto con i cittadini. E se da un lato hanno l’occasione di vedere riconosciuta la capacità – che hanno o che dovrebbero avere – di accompagnare e dare continuità nel tempo alle progettualità delle realtà presenti sul territorio, il rischio è che l’Amministrazione non sviluppi bene, e velocemente, anche il suo ruolo all’interno dei patti di collaborazione. Perché l’Amministrazione pone dei vincoli e delle regole alla collaborazione che non stimolano fortemente i cittadini, ma anzi li fanno sentire un po’ limitati e compressi.

In una città in cui contributo e concessione sono ancora le principali modalità con cui l’Amministrazione Pubblica costruisce un rapporto collaborativo con il terzo settore e dove, nonostante l’adozione del Regolamento, si ritiene che il Patto non sia uno strumento di semplificazione di questo rapporto, lo spiegamento delle diverse competenze messe a sistema, grazie all’apporto economico del finanziamento europeo, dovrebbe in primo luogo favorire la sensibilizzazione e quindi la circolazione di questo cambio di paradigma. Solo la conoscenza e la valorizzazione delle risorse che possono essere messe in campo con l’amministrazione condivisa potranno favorire la sperimentazione e la ricerca di soluzioni, se vogliamo coraggiose, in grado di dare vita anche a progetti dall’impatto rilevante sul territorio, in grado veramente di generare inclusione sociale e affrontare la povertà urbana.

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