Il punto di Labsus

La Toscana e i beni comuni: tra il dire e il fare c’è di mezzo la rete

La rete diventa sempre più una caratteristica di base del nuovo paradigma che si crea sui territori, valorizzandone le specificità, ma anche il coordinamento delle esperienze e le prospettive di sviluppo

L’obiettivo cardine che sta alla base della nascita e dell’azione di Labsus è quello di “accompagnare” i cambiamenti che sottende l’articolo 118 della Costituzione, traducendo in pratica ciò che viene delineato come principio generale, ossia il principio di sussidiarietà.

Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarità.

Sì, ma come concretamente? Ovvero: come si fa a passare dal “dire” al “fare”?

E’ questo il “senso” dell’azione di Labsus: offrire la propria azione per dare concretezza ad un principio che potrebbe rimanere solo sulla carta. Infatti, se le diverse istituzioni non creano e sviluppano le condizioni necessarie sui diversi territori e sin tanto che i cittadini sono considerati “sudditi” da amministrare piuttosto che risorse e portatori di energie e competenze, questo principio è destinato a rimanere inattuato, lasciando aumentare la distanza tra l’azione delle amministrazioni e quella dei cittadini, anche quando quest’ultimi svolgono attività d’interesse generale con proprie autonome iniziative, come quelle nell’ambito dei beni comuni.
E il Regolamento per la gestione condivisa dei beni comuni è uno degli strumenti concreti ideati da Labsus con questa finalità. Ma per metterlo in pratica e per sviluppare tutte le sue potenzialità è necessario rendere evidente come tutto questo processo sia possibile. E forse il metodo migliore è quello di dare pratica evidenza di ciò, dando fiato ai racconti di chi tale cambiamento lo ha già fatto e lo sta facendo, magari anche consigliandosi vicendevolmente sulle esperienze in corso, sulle difficoltà ed i punti di forza, sul loro senso ed implicazioni.
Per queste ragioni la costituzione della rete dei Comuni ha una valenza “strategica”: per accompagnare i cambiamenti che precedono e si sviluppano con l’adozione del Regolamento, sia all’interno degli Enti che nei territori in cui operano. Ed è “strategica” anche per disegnare, insieme, alcune traiettorie di futuro. Ossia facendo della rete un vero e proprio nuovo spazio di sperimentazione ed innovazione nell’ambito della cura e gestione condivisa dei beni comuni, in cui si disegnano anche gli scenari o i contesti normativi a ciò più favorevoli. In tal senso la rete territoriale diventa quindi anche uno spazio per sostenere e sviluppare i futuri patti favorendo l’integrazione delle diverse risorse dei territori (per es: le competenze, le pratiche, i mezzi/strumenti utilizzati, etc). La rete diventa quindi sempre più una caratteristica di base del nuovo paradigma che si crea sui territori, valorizzandone le specificità, ma anche il coordinamento delle esperienze e le prospettive di sviluppo.
E questa non è una dichiarazione di principio, ma una constatazione. Lo abbiamo potuto constare a seguito di una sperimentazione che abbiamo fatto ormai da anni in particolare in alcune regioni come Toscana, Piemonte ed Umbria.

La rete toscana: un’esperienza consolidata in tre anni di attività

In Toscana la rete è ormai operativa da circa 3 anni. Fu infatti nel corso dell’incontro nazionale che Labsus aveva organizzato a Roma nel giugno 2015 che alcuni funzionari di comuni della Toscana che avevano adottato o stavano adottando il Regolamento, posero con forza l’esigenza di ritrovarsi con continuità costituendo una rete regionale. Dopo l’estate 2015, raccogliendo questa istanza, sono stati organizzati da Labsus cicli di appuntamenti a cadenza bimestrale. I temi da trattare sono stati scelti insieme: la comunicazione (interna ed esterna all’Ente), il regolamento, i patti, la loro stesura e co-progettazione, l’animazione e lo sviluppo di comunità, i rapporti con gli altri strumenti partecipativi (bilancio partecipativo, LLPP partecipati, etc), i laboratori e diverse metodologie di conduzione, le scuole condivise, la sicurezza e le assicurazioni, il monitoraggio, le risorse, il ruolo e le azioni dei centri di servizi, e altro ancora.
In ogni incontro si guarda lontano con il capo, si disegna la visione di lungo periodo, ma con i piedi si sta nella terra, per affrontare ogni aspetto pratico e tattico. Così, per ogni tema vi è una relazione introduttiva teorica, poi si presentano due o tre esperienze del territorio regionale significative, si favorisce poi lo scambio di opinioni e il dibattito. A volte abbiamo costituito dei gruppi di approfondimento e uno scambio di pratiche non formalizzato. Ma anche gruppi di esperti locali per indicare una sorta di linee-guida su temi di particolare rilievo, su cui sembrano esservi talora elementi interpretativi controversi, come nel caso della sicurezza.
Normalmente la rete toscana si rivolge a funzionari e dirigenti di enti dell’amministrazione condivisa, ma nel tempo questi incontri sono stati aperti anche ad amministratori e poi sempre più anche a cittadini o associazioni che chiedevano di parteciparvi, come anche ai CSV. Ad ogni incontro partecipano mediamente circa 25-30 persone: vi è la presenza di un nucleo di comuni più stabile (10-15 Comuni) ed uno che vi partecipa a seconda degli argomenti trattati (quasi altrettanti). Quasi tutti i Comuni che hanno adottato o stanno per adottare il regolamento sono venuti almeno una volta alle riunioni della rete. Attualmente in Toscana vi sono infatti 25 Comuni con il Regolamento (quasi tutti i capoluoghi) e circa una decina che hanno intrapreso un percorso per l’adozione dello stesso.
Va detto anche che questa rete c’è stata in questi 3 anni e ci sarà sin tanto che è utile: non c’è nessun obbligo, nessun costo a carico dei comuni e nessun “attestato di merito”. La partecipazione è quindi del tutto volontaria e c’è solo se è ritenuta utile. Ma la costanza degli incontri e dei partecipanti in questi tre anni è sicuramente un importante indicatore dell’utilità “percepita” dai Comuni.

Quali sono quindi i vantaggi della rete che abbiamo constatato in questi anni?

Credo di poterli riassumere in 4 o 5 punti-base:

1) Non essere soli in questa sperimentazione, bensì fare “comunità”: ogni funzionario/dirigente, ogni amministratore, ogni cittadino, sente di addentrarsi in un terreno nuovo in cui non c’è una mappa consolidata sul come muoversi. Ma la rete permette di sentirsi parte di un cambiamento e di una sperimentazione più ampia della propria, in cui si può, si può fare così perché altri o con altri lo stanno già facendo… e “io li conosco”!

2) Acquisire una professionalità nuova, attraverso la formazione e la consulenza, anche col sostegno alla progettazione che offriamo loro. In ogni incontro si dibatte un tema, affrontandolo non con schemi precostituiti, ma con la consapevolezza di essere in alcuni casi pionieri nelle sperimentazioni. Si offre formazione, consulenza e sostegno alla progettazione: per alcuni problemi, anche attingendo da altre esperienze nazionali, o cercando soluzioni insieme, talora chiamando esperti anche di “altre campane” a parlarne. E’ importante confrontarci, condividere senza voler convincere imponendo un’idea, ma con-vincere, nel senso di vincere insieme: questo è il metodo adottato. Labsus inoltre si reca nei territori i cui enti o associazioni che partecipano alla nostra rete lo chiedono, per giornate di formazione o eventi pubblici condotti insieme.

3) Sviluppare alleanze, fare “sistema” intorno all’amministrazione condivisa che vorremmo: quindi rapporti con la Regione, con i CSV, con le Università (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), etc. Questo significa anche operare per creare un contesto favorevole sovra-comunale. E in tal senso la rete regionale Labsus ha certamente “smosso le acque”. Per esempio: se oggi il Cesvot ha deciso di avviare un corso di formazione per tutti i suoi operatori, di aprire sportelli di consulenza sui beni comuni in ognuna delle 11 delegazioni superando una certa diffidenza e resistenza iniziale (non trascurabile) del mondo associativo, di fare un bando regionale sui temi dei beni comuni e di farlo con la Regione e con Anci, questo vuol dire, non solo che i tempi stanno cambiando, ma anche che abbiamo “smosso le acque”.

4) La rete aiuta a far emergere le realtà e le energie nascoste sia sui territori che negli enti: sono esperienze poco conosciute perché si fa poca informazione su questi aspetti. Ma anche i patti ne sono un chiaro esempio. I patti infatti si sono diffusi sia in piccoli comuni (come Cortona) che in grandi città (Siena) con grande varietà di temi. E’ interessante notare che in ogni caso sono state occasioni per ripensare non solo alcune delle convenzioni già esistenti con organizzazioni del Terzo Settore, ma per creare nuove occasioni “regolamentate” di condivisione con cittadini anche singoli, che prima rimanevano escluse o addirittura contrastate (si pensi alle numerose iniziative autonome dei cittadini che in quanto ritenute “illegali” si sono poi arenate).

5) La diffusione di conoscenze ed informazioni sembra aver comportato in questi anni anche un’accelerazione nel numero di patti attivati. Basti pensare che nel 2016 vi erano una trentina di patti siglati e poco più di una decina di enti comunali con il regolamento approvato (circa 2 patti in media per Comune). Ma alla fine del 2017 abbiamo avuto quasi un centinaio di patti approvati nei 25 Comuni toscani che hanno adottato il Regolamento: ossia circa il doppio, 4 per ogni ente! Ciò significa che la rete ha favorito anche l’adozione di patti e lo ha fatto spesso sperimentandone un’ampia eterogeneità per ambiti e modalità adottate.

Un modello emergente per la diffusione dell’amministrazione condivisa sui territori

L’alleanza con i cittadini singoli ed organizzati, alla base dei regolamenti di amministrazione condivisa, può quindi svilupparsi all’interno di una cornice favorevole che vada oltre il singolo comune: attraverso un’elaborazione sovracomunale di riflessioni teoriche, politiche e anche normative, un collegamento tra dimensioni che spesso sono state concepite e gestite separatamente dagli enti (vedi le due recenti proposte di legge regionali sulla sussidiarietà in esame al Consiglio regionale toscano). Insomma, un sistema che “favorisca l’autonoma iniziativa dei cittadini” ai vari livelli istituzionali.
La rete crea questo nuovo spazio fatto di incontri tra interlocutori diversi: un nuovo spazio per creare una governance dei cambiamenti. Attraverso i beni comuni, si nota così la tendenza a far emergere in questi “spazi” anche nuovi “vettori”, non solo di sviluppo di comunità, ma anche di sviluppo locale in senso ampio. Qualcuno lo chiama lo spirito, la coscienza dei luoghi, intesi come identità, ma anche insieme di conoscenze e competenze spesso tacite, sedimentatesi nel corso della storia di ogni territorio, che sono in grado di far funzionare e sviluppare anche i tessuti produttivi. Valorizzare la coscienza dei luoghi, l’humus civico, la fiducia reciproca, il senso di appartenenza alle comunità: sono aspetti che richiedono la consapevolezza innanzitutto da parte degli amministratori di guidare questo cambiamento sociale ed amministrativo. E tendenzialmente si tratta anche di un tipo di sviluppo locale “endogeno” di cui la rete può essere un primo laboratorio progettuale, un “incubatore” di idonee politiche per gettare le basi di un nuovo tipo di sviluppo locale, in cui le comunità possono essere protagoniste attraverso la cura dei beni comuni.

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