Il punto di Labsus

La crisi economica e gli apprendimenti del Buen Vivir

Cosa ci insegna l’esperienza del Buen Vivir in Ecuador al di là dei suoi successi o insuccessi? Ci ricorda che cambiare paradigma è possibile, ripartendo dal rispetto per la propria cultura e le proprie tradizioni

La crisi iniziata nel 2008 ha profondamente trasformato la nostra società, eppure non esiste ancora una seria riflessione critica su quanto è successo in questi anni. In Italia un terzo dei giovani e donne non ha lavoro, il mezzogiorno è allo sbando, la spesa sociale si è, di fatto, dimezzata, numerose sono ancora le crisi industriali in atto, elevate le ore di cassa integrazione, la povertà ormai pervade tutte le categorie sociali. Una crisi quindi finita forse per qualcuno, forse per il PIL, ma in realtà ancora profonda, una crisi non solo congiunturale ma strutturale, che, come ci ricordano bene anche i numeri delle ultime elezioni sta minando la nostra società alle sue fondamenta.

Una crisi strutturale

In questi anni ci si è soffermati soprattutto sugli aspetti congiunturali della crisi: subprime prima e debiti sovrani poi, si è guardato poco invece agli aspetti strutturali all’origine della crisi, come conseguenza dei profondi cambiamenti avvenuti negli ultimi cinquant’anni anni a livello economico e geopolitico nonché dell’inadeguatezza di idee e istituzioni (intese sia come organizzazioni sia come regole del gioco) nel leggere questi cambiamenti. Il 15 agosto del 1971 con la fine della convertibilità oro-dollaro finisce l’era dei cambi fissi e di fatto anche Bretton Woods: sono anche gli anni della crisi petrolifera, della fine del fordismo, della rivoluzione informatica che avrebbe poi da lì a qualche anno trasformato la globalizzazione rendendola “finanziaria” e di fatto più instabile e rapace.
La fine delle politiche Keynesiane e la controrivoluzione neoliberale della fine degli anni Settanta – primi anni Ottanta simboleggiata politicamente dalla presidenza Reagan e dalla premiership di Margaret Thatcher ben sintetizzano il cambiamento in corso in quegli anni. Il mondo cambiava eppure tutto rimaneva uguale. Rimanevano uguali le idee niente affatto nuove che si affermavano in quelli anni essendo esse vecchie di secoli, rimanevano vecchie le istituzioni che dovevano gestire i profondi cambiamenti in corso.
Emblematici a questo riguardo la fatica di Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Nazioni Unite di adeguare la loro governance ai cambiamenti geopolitici che avevano portato alla ribalta nuovi grandi attori, di giganti demografici ed economici come Cina e India e di potenze regionali, solo per citarne due, come Brasile e Sud Africa. Le crisi in corso in occidente e in Italia negli ultimi decenni (quella dal 2008 ad oggi è la più intensa ma non l’unica) è quindi prima di tutto, la conseguenza di una incapacità da parte delle istituzioni di leggere un mondo più articolato e complesso di quello in cui sono nate.

Verso un nuovo modello di sviluppo economico

Per superare questa crisi è quindi necessario ridisegnare le istituzioni internazionali nate a Bretton Woods, vi è la necessità di un nuovo paradigma, un nuovo modello di sviluppo economico. Un modello di sviluppo capace di essere figlio del proprio tempo, di interpretarne i bisogni e i cambiamenti. In Italia, in realtà, un modello proprio e distinto di sviluppo era esistito fino alla crisi del settembre del 1992 (quella che comportò l’uscita della lira dallo SME e il quasi fallimento del Paese): un modello basato su un’economia mista con una forte partecipazione dello Stato nell’economia. Un modello che nonostante i suoi difetti per lo più legati alla degenerazione della classe politica tra gli anni Ottanta e Novanta, aveva garantito al Paese livelli di benessere e sviluppo mai conosciuti prima.
In seguito alla crisi di fatto l’Italia abbandonò il modello di economia mista abbracciando un capitalismo anglosassone “all’amatriciana”, fatto di privatizzazioni senza liberalizzazioni che avrebbero distrutto definitivamente il tessuto industriale italiano di grandi imprese, desertificandolo definitivamente da imprese capaci di fare investimenti strategici basati su prodotti ad alto contenuto tecnologico. La crisi occupazionale di oggi dei nostri giovani laureati è figlia di quelle scelte, è la struttura industriale del paese a determinarne la domanda di lavoro: del resto con imprese per lo più medio piccole è difficile immaginare migliaia di ingegneri e fisici occupati nelle nostre imprese nazionali. La sensazione, è che su questa mia rilettura veloce e necessariamente parziale di quanto avvenuto negli ultimi quarantacinque anni non vi sia stata una vera e propria riflessione. In altri paesi questo è avvenuto, è avvenuto soprattutto in paesi piccoli e lontani da noi, paesi che siamo soliti trattare con sufficienza e che invece forse è ora finalmente di chiedersi se possono insegnare loro qualcosa a noi piuttosto che noi a loro.

Il caso dell’Ecuador

Un caso interessante da studiare si è avuto in Ecuador, un piccolo e stupendo paese dell’America latina con la Revolución Ciudadana (espressione che possiamo tradurre con Rivoluzione di Cittadinanza) del 2006. La pietra miliare della Revolución fu la Costituzione di Montecristi (2008), tra le più moderne e inclusive dell’America Latina, in grado di recepire per la prima volta le istanze della popolazione indigena (il 7 % della popolazione dell’Ecuador) e di elevare la Natura a soggetto di diritto.  Nelle popolazioni indigene forte è la condivisione di tradizioni e culture ancestrali e il loro stretto rapporto con la terra e la natura, il loro senso di collettività piuttosto che di individualità che invece caratterizza le nostre società. Particolarmente rilevante è lo stretto legame con la natura non solo considerata sacra ma anche fonte prima di sopravvivenza grazie alla fornitura di cibo e risorse. Un aspetto quest’ultimo strettamente legato ai diritti di proprietà, al diritto di accesso alla terra e di possesso delle risorse naturali. In Ecuador ispirandosi al Sumak Kawsay (filosofia ancestrale indigena) inserendo quei principi in Costituzione e rendendoli obiettivi delle politiche vi è stato il tentativo concreto di cambiare paradigma, un tentativo di mettere al centro del modello concetti ancestrali come il vivere comunitario, i diritti collettivi e della natura.
Per capire quanto profonda sia la rottura con il modello occidentale della Revolución Ciudadana  basti pensare all’articolo 1 della Costituzione di Montecristi, che stabilisce che l’Ecuador è uno Stato plurinazionale e interculturale. Non più quindi lo “Stato Nazione” caratterizzato da una sola identità, una sola cultura dominante, ma plurinazionale nel senso di riconoscere la diversità come elemento costitutivo e fondante dello Stato.

Diritti della Natura e Buen Vivir

Ma l’aspetto probabilmente più rivoluzionario e straordinario della Costituzione di Montecristi è che riconosce i diritti della natura e l’acqua come diritto inalienabile. Il capitolo settimo della Costituzione è interamente dedicato ai diritti della Natura e l’articolo 71 in particolare recita cheLa natura o Pacha Mama, dove si riproduce e si realizza la vita, ha diritto a che si rispetti integralmente la sua esistenza e al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali, strutture, funzioni e processi evolutivi. Ogni persona, comunità̀, popolo o nazionalità̀ potrà̀ pretendere dall’autorità̀ pubblica l’osservanza dei diritti della natura. Per applicare e interpretare questi diritti saranno osservati i principi stabiliti dalla Costituzione, secondo le circostanze. Lo Stato incentiverà̀ le persone fisiche e giuridiche e i collettivi a proteggere la natura, e promuoverà̀ il rispetto di tutti gli elementi che formano l’ecosistema “. L’articolo 12 poi fa un riferimento esplicito all’acqua: ”Il diritto umano all’acqua è fondamentale e irrinunciabile. L’acqua costituisce un patrimonio nazionale strategico di uso pubblico, inalienabile, imprescrittibile, irrinunciabile ed essenziale per la vita”.
Come non vedere in questo ultimo articolo le tante battaglie per i beni comuni portate avanti in Italia e in tutto l’occidente negli anni scorsi da movimenti e associazioni? Se la battaglia sul diritto umano all’acqua è stata vinta in Ecuador può essere vinta anche in Italia e così tante altre battaglie che oggi posso sembrare impossibili.
La lezione è quindi semplice: guardare al Sud del mondo in maniera diversa rispetto a come siamo soliti fare, non pensando a quello che possiamo insegnare noi a loro ma, con umiltà, iniziare finalmente a pensare a quello che loro possono insegnare a noi.
E cosa ci insegna l’esperienza del Buen Vivir (la realizzazione del Sumak Kawsay in progetto politico) in Ecuador al di là dei suoi successi o insuccessi? Ci ricorda che cambiare paradigma è possibile se si vuole e che soprattutto è possibile farlo ripartendo dal rispetto della propria cultura e delle proprie tradizioni. Non è mia intenzione consigliare il Buen Vivir come modello di sviluppo per l’Italia, ma se vogliamo superare anche gli aspetti strutturali della crisi e non limitarci a soluzioni congiunturali in attesa della prossima, forse è ora di occuparci finalmente di idee e del nostro modello di sviluppo, osservando con uno sguardo diverso chi ha iniziato a farlo prima di noi.

Salvatore Monni è professore associato presso la Facoltà di Economia dell’Università Roma Tre, dove insegna Economia dello sviluppo.

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