Il punto di Labsus

La sussidiarietà come reagente sociale: dalla persona alla comunità globale

Ciò che sorprende della sussidiarietà è proprio la sua valenza universale e trasversale, che deriva dal suo essere norma antropologica. Essa riesce a orientare, se accolta, l’intera gamma delle azioni umane, accrescendo le attitudini relazionali dell’uomo e agendo da lievito nella costruzione delle comunità sociali e politiche.

La storia è ricca di idee e principi originali in ogni ambito del sapere, alcuni dei quali hanno svolto nell’ambito delle relazioni umane la funzione di “reagenti”. Come in chimica, hanno favorito una reazione e rivelato la presenza di risorse ignote e di energie nascoste, attivando nella “fisiologia sociale” valori condivisi e diffusi, fino ad allora incapaci di combinarsi agevolmente.

La sussidiarietà fa parte di questo patrimonio ideale, che favorisce una cosciente e matura condizione del vivere civile. Essa rende l’uomo più indipendente e solidale e gli consente di accrescere la consapevolezza di sé e il proprio stato di benessere, condividendo con gli altri il destino della comunità in cui vive e facendosi portatore di molteplici interessi generali a seconda del livello in cui si trova ad agire.

Da “principio speranza” a motore di sviluppo sociale

L’originalità di questo principio, che trova fondamento in categorie antropologiche e si nutre di riflessioni filosofiche e sociologiche, ha un passato ricco di contaminazioni e nel tempo si è prestato con naturalezza alla costruzione di modelli sociali e politico-istituzionali altamente complessi. I sistemi costituzionali sembrano attratti da questo principio in forza della sua versatilità e, forse anche, della sua discrezionalità per far fronte alla complessità dei problemi posti dalla globalizzazione. Negli ultimi tre decenni, la sussidiarietà ha cominciato ad acclimatarsi nei sistemi giuridici occidentali a partire dall’Unione europea e dall’Italia, più recentemente; e la curiosità per questa idea-principio, specie nella sua accezione orizzontale, si sta rapidamente diffondendo anche in altre parti d’Europa, come in Spagna, in Francia e Germania.

I filoni discorsivi, le argomentazioni e i dibattiti, più o meno alti, intorno a questo principio sono numerosi e assai differenti fra loro per approccio disciplinare e per intendimenti, tanto da aver suscitato negli anni Novanta l’idea che la sussidiarietà (verticale), fosse divenuta un “principio speranza”, specie riguardo al diritto costituzionale europeo. Un’ampia pletora di commenti ha generato talvolta incomprensioni sulla natura della sussidiarietà e alcune difficoltà nel trovare un’applicazione coerente del principio, almeno nel profilo e nell’ordine dei valori da esso espressi, se non anche nelle potenziali vie cui si presta e invita ad agire.

In Italia, questo processo ha avuto un esito positivo e la sussidiarietà è riuscita a intercettare le istanze profonde di una società in rapida trasformazione. Assecondando e favorendo il bisogno di cambiamento, è riuscita ad esprimere concretamente i suoi valori fondanti senza tradire la propria natura. Nella sua accezione orizzontale ha così avviato nel nostro Paese un mutamento sostanziale di prospettiva nelle relazioni tra amministrazione pubblica e parti sociali. Grazie all’aiuto di alcuni accorgimenti innovativi, come il Regolamento di Bologna e i Patti di collaborazione, la sussidiarietà ha attivato grandi risorse sociali ed energie civiche, prospettando anche una rivoluzione sul piano delle relazioni interpersonali. Si tornava così a porre al centro della scena il cittadino, restituendo al singolo dignità politica, sociale e morale, rispettivamente nel suo rapporto con le istituzioni, in relazione con gli altri membri della comunità e nel dialogo con se stesso in qualità di soggetto autonomo.

Sussidiarietà senza ambiguità: un principio necessario

Esiste dunque una pluralità di manifestazioni della sussidiarietà a seconda delle disposizioni che traducono il principio in norma di diritto positivo. Nel momento in cui esso viene costituzionalizzato assume un certo valore e peso nell’organizzazione della società che lo ha recepito e contribuisce a dare forma alla società stessa. Oltre a possedere una dimensione giuridica, che il diritto mette al servizio della prassi politico-istituzionale, la sussidiarietà ha però prima ancora una valenza filosofica e morale. Si tratta infatti di un principio antico che trae valore dalla persona umana e dalla sua condizione di essere sociale.

La sua validità è data dall’esperienza storica e dalla stessa natura che richiama l’uomo a ricomporre in sé le antinomie dell’esistenza, prime fra tutte quelle che derivano dalla libertà del suo agire e dalle correlative responsabilità, sia rispetto al contesto sociale sia nei confronti del bene comune a tutti i livelli del suo manifestarsi, materiale e immateriale, particolare e universale. Questa condizione definisce le coordinate della sussidiarietà: l’uomo nella sua interiorità, da cui l’uomo in relazione con gli altri, in una circolarità di relazioni che lo richiama alle sue responsabilità singole e collettive nei confronti della comunità umana in cui vive e del pianeta che abita. La sussidiarietà si traduce così nell’esercizio consapevole di coltivare insieme ad altri valori diffusi e condivisi che traggono origine dalla condizione stessa dell’uomo.

In concreto, quindi, le istituzioni politiche e le pubbliche amministrazioni che ad essa si riferiscono e a cui si attengono, dovrebbero intendere sempre correttamente la natura di questo principio e porre al centro della loro attenzione il singolo nella dimensione personale e il suo mondo di relazioni, favorendone sviluppo e percorsi di realizzazione. Tale condizione, non solo consente al cittadino di poter realizzare meglio se stesso, al di là del mero interesse personale e in uno spirito di comunione con gli altri, ma genera a sua volta un capitale sociale straordinario che supera in aspettative qualunque intervento funzionale sia pubblico sia privatistico.

Questo cambio di prospettiva, che la sussidiarietà favorisce riposizionando l’accento sulla persona umana e sul valore morale del suo agire responsabilmente in relazione con gli altri, è il vero contributo che essa offre alle comunità politiche di oggi, nonché il suo obiettivo. Allo stesso tempo, questa rivoluzione sociale e politica induce il singolo a ridefinire l’ordine stesso delle priorità intime, agendo nel suo profondo con la stessa forza e i medesimi intendimenti.

La sussidiarietà può favorire un nuovo umanesimo?

Siamo di fronte a una sorta di neo umanesimo delle società complesse, in cui si è avviato un radicale ripensamento dei valori esistenziali e delle priorità relazionali dell’uomo in funzione di una visione più armonica e responsabile del (con)vivere. Una prospettiva che contempla insieme la dimensione locale e globale, integrate da una fitta rete di identità e compiti condivisi. Ciò che sorprende della sussidiarietà è proprio la sua valenza universale e trasversale, che deriva dal suo essere norma antropologica. Essa riesce a orientare, se accolta, l’intera gamma delle azioni umane, accrescendo le attitudini relazionali dell’uomo e agendo da lievito nella costruzione delle comunità sociali e politiche. Si tratta di una rivoluzione silenziosa che si realizza nei gesti di tutti i giorni.

Alla base di questa rivoluzione si pone il potenziamento della “persona-in-relazione”, cui accenna Papa Francesco, che trova nell’ambiente familiare – ampiamente e laicamente inteso, aggiungiamo noi – il suo principio naturale e da cui si sviluppa gradualmente. Essa è la condizione di un “autentico sviluppo sostenibile e di una crescita armoniosa della società”. Due presupposti che sostengono la “casa comune” e “la irrobustiscono per affrontare il futuro”, non con spirito “rassegnato e timoroso, ma creativo e fiducioso”. Il monito, dunque, che viene rivolto a coloro che abbiano responsabilità in campo politico e amministrativo e vogliano servirsi della sussidiarietà per edificare una società nuova e rigenerata, più rispondente ai bisogni dei cittadini, è quello di “un paziente e umile lavoro per il bene comune, che cerchi di rafforzare i legami tra la gente e le istituzioni”. Solo “da questa tenace tessitura e da questo impegno corale si sviluppa la vera democrazia e si avviano a soluzione questioni che, a causa della loro complessità, nessuno può pretendere di risolvere da solo”.

A partire dalla “persona-in-relazione”, su cui si fonda, la sussidiarietà si contrae per farsi regola interiore e si dilata per divenire strumento di aggregazione, condivisione e (co)gestione di interessi frammentati sul piano della vita associata e lungo l’asse delle articolazioni politico-istituzionali che corrono dalle realtà locali a quelle internazionali. Secondo Benedetto XVI, la sussidiarietà è espressione inalienabile della libertà umana. Il principio si rivela anche un valido criterio “per la collaborazione fraterna” perché riconosce nella reciprocità l’intima costituzione dell’essere umano e suscita un’attitudine positiva alla libera partecipazione “in quanto assunzione di responsabilità”. Si tratta “di un principio particolarmente adatto a governare la globalizzazione e a orientarla verso un vero sviluppo umano” perché “può dar conto sia della molteplice articolazione dei piani e quindi della pluralità dei soggetti, sia di un loro coordinamento”. Tuttavia, per seguire questa strada occorre attribuire alla globalizzazione un’autorità, “in quanto pone il problema di un bene comune globale da perseguire; tale autorità, però, dovrà essere organizzata in modo sussidiario e poliarchico, sia per non ledere la libertà sia per risultare concretamente efficace”.

La “Città dell’Uomo”, verso una democrazia compiuta

Il rapporto tra persona e società era già stato colto nella sua essenzialità da Jacques Maritain, quando nella sua riflessione su “La persona e il bene comune” aveva criticato le filosofie sociali e politiche dominanti il suo tempo. L’individualismo borghese, l’anti-individualismo comunista e quello totalitario e dittatoriale avevano ridotto l’individuo a entità materiale, svalutando la persona umana e privandola della sua dimensione spirituale. Per il filosofo francese, la relazione dell’individuo rispetto alla società non doveva “concepirsi sul tipo atomistico e meccanico dell’individualismo”, che sopprime “la totalità sociale organica”, né “sul tipo biologico e animale”, caratteristico delle concezioni totalitarie, che fanno della persona un “elemento istologico”, né infine su quello “biologico industriale” della concezione comunista, che considera l’uomo l’operaio del “grande alveare” in funzione del “tutto sociale”.

Almeno due di queste ideologie appartengono al passato e sono state sconfessate dalla storia, tuttavia le riflessioni di Maritain sono ancor più attuali di prima perché la persona umana è un valore imprescindibile e senza tempo, come attuali sono i rischi che minano la sua identità e limitano la sua autonomia d’azione. Le minacce sono oggi più sofisticate e difficili da cogliere e, quindi, più insidiose perché tendono a impoverire e allentare le relazioni sociali e a frantumare le comunità umane, creando un individualismo molecolare alimentato da un nuovo tipo di relazione, quello che potremmo definire “biologico consumistico e mediatico”. Un modello caratteristico della società del benessere ma non solo, che mercifica l’uomo-monade facendone un soggetto passivo, consumatore di prodotti (reali e virtuali), e fisicamente “sconnesso” dai suoi simili.

Probabilmente ci troviamo di fronte a un processo che tende a conformare le comunità, spersonalizzando i suoi soggetti ma generando anche nuove manifestazioni di individualismo, inclini a promuovere comportamenti sempre più “asociali” o sociali-virtuali. La sussidiarietà, come principio antropologico in grado di sollecitare le relazioni umane, coinvolgendo tutta la persona, potrebbe essere un fattore fondamentale di rigenerazione sociale e politica. È quindi vero, come si legge ne “La Città dell’Uomo” che “nessuna vita soggettiva può essere vissuta al di fuori di una buona società e che il singolo cittadino deve tendere al Bene comune che va oltre se stesso così come va oltre ogni singola comunità e ogni generazione vivente”. La democrazia matura insegna infatti “che ogni cosa deve essere dentro l’umanità, che niente deve essere contro l’umanità e che nulla deve essere fuori dall’umanità”.

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