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La pratica culturale oltre l’apparenza del visibile: il caso della Centrale Fies

La produzione e la ricerca artistica di Centrale Fies non solo servono, ma sono componenti fondamentali nella faticosa costruzione di una consapevolezza condivisa sull’innovazione stessa, in grado di portare la sperimentazione al di fuori delle mura della centrale idroelettrica.

Il caso di Centrale Fies offre diversi spunti di riflessione sull’immaterialità della produzione culturale e sulla continua ricerca di sostenibilità e impatto della stessa. Che cos’è Centrale Fies? La domanda potrebbe condurre a differenti risposte, a seconda del punto di osservazione. Ne abbiamo parlato con Virginia Sommadossi, responsabile comunicazione e project developer di Centrale Fies.  

Centrale Fies è uno spazio, un patrimonio industriale, una centrale idroelettrica, una residenza artistica, un centro di produzione artistica, un hub culturale, un castello a nord di Dro, comune italiano di quasi cinquemila abitanti nella provincia autonoma di Trento. Oggi Centrale Fies gioca con i limiti del visivo e propone immaginari che scardinano le aspettative.
La centrale idroelettrica nasce all’inizio del secolo scorso, sulla riva del fiume Sarca, tra le montagne dell’Alto Garda, per sostenere il fabbisogno energetico del comune di Trento. La produzione energetica, ancora in parte funzionante, viene affiancata dalla produzione culturale. Infatti, a partire dagli anni ottanta, Hydro Dolomiti Energia affida in comodato d’uso lo spazio industriale alla cooperativa Il Gaviale. Ripercorrendo esperienze apparentemente condivise di riconversione industriale in centri per la ricerca e la produzione di contenuti artistici e culturali, la centrale idroelettrica si trasforma cosi immaterialmente in un audace esperimento di sovversione dello spazio, seguendo una logica di efficienza e innovazione.

Il visibile e l’invisibile

Ciò che non è visibile, spesso sfugge all’attenzione di chi basa la conoscenza esclusivamente sullo strumento visivo, perdendo, di fatto, la profondità dell’immateriale. Uno spazio vuoto, come un foglio bianco, può essere l’inizio di una meravigliosa opportunità o una reazione di fastidio all’essenza del nulla. É perciò richiesto uno sforzo d’immaginazione per dar vita a qualcosa che non c’era, ma diverso da ciò che era. La cooperativa Il Gaviale, ha quindi riscritto una storia e nuovi significati.
Per comprendere fino in fondo ciò che oggi è Centrale Fies, è necessario contestualizzarla. A 26 chilometri da Trento, immersa nella fitta natura del Trentino Alto Adige, si erge uno stabilimento industriale dalle forme suggestive, che richiamano tratti fiabeschi. Al suo interno, lontano dalla frenesia metropolitana, la coppia Sommadossi-Boninsegna e la squadra del centro culturale, propongono nuove strade di ricerca e produzione culturale, ospitando artisti provenienti da tutto il mondo. L’immateriale occupa così il posto del materiale, lontano dalla visibilità.

A cosa serve la trasformazione?

Virginia Sommadossi, responsabile comunicazione e project developer di Centrale Fies, ci spiega che essa si configura come una residenza artistica e un centro di produzione e ricerca in arti performative contemporanee. Tale ricerca ha quindi una duplice finalità: da una parte sperimentare nuove forme e processi artistici, dall’altra applicare il know-how elaborato all’interno di tali sperimentazioni, per provocare meccanismi di reazione in processi ordinari che riguardano la comunità, il territorio e l’amministrazione pubblica. Un esempio è il progetto Trentino Brand New, un laboratorio in grado di riunire giovani locali e professionisti di varia specializzazione (social media, turismo, identità visiva, narrazione, antropologia, architettura) per sperimentare ed approfondire pratiche e riflessioni sul territorio. Durante l’ultima sessione, il gruppo di lavoro ha prodotto varie strategie comunicative per potenziare l’identità turistica del luogo, lavorando da equilibrista tra la comunicazione istituzionale e quella dinamica del web.
La ricerca culturale di Centrale Fies mira, quindi, alla ricreazione del pensiero, per modellare un’immagine sensibile di quello che potrebbe essere, cambiare il punto di osservazione, e creare infine un’opportunità diversa da quella che sarebbe stata. Utilizzando un linguaggio contemporaneo potremmo definire tale applicazione con il termine “culture-based thinking”, richiamando evidentemente l’elemento strategico volto alla progettazione, ma inserendo la caratteristica culturale come volano di sperimentazione. In altri termini, tra le attività di Centrale vi è Fies Core, che agisce come supporto alla valorizzazione dei progetti locali, attraverso la ricerca culturale.
Diventa, allora, quasi consequenziale guardare alla Centrale e comprendere come la sua naturale evoluzione sia essa stessa specchio di ciò che ora produce per chi la osserva, ovvero una trasformazione non lineare verso qualcosa che ora è, e che altrimenti non sarebbe stato. A cosa serve questa trasformazione?

La pratica culturale oltre il visibile

Durante la conversazione, Virginia preme nel sottolineare che Centrale non è un centro d’innovazione sociale. Se non è sociale, a cosa può contribuire un centro culturale come Centrale Fies? La sola produzione artistica è sufficiente? Il caso preso in considerazione è qui funzionale per srotolare una riflessione più ampia sulla pratica culturale e l’innovazione stessa. Superare la logica lineare del risultato, che potremmo definire output-oriented, verso piuttosto una dinamica non lineare, che invece definiamo outcome-oriented, ossia azioni che provocano cambiamenti radicati nel medio-lungo periodo, ci permette di invertire il punto d’osservazione di una pratica culturale. Spesso si fa l’errore di pensare che ci sia un’unica strada per l’innovazione sociale e che bisogna rispettare determinate regole, altrimenti si corre il rischio della perdita del senso stesso nel contribuire alla crescita generale di una comunità.
L’impresa culturale deve essere in grado di uscire dalla logica dell’azione e ragionare maggiormente attraverso una visione d’insieme, percorrendo strade apparentemente egocentriche nel breve periodo, ma in linea con la visione finale. L’impatto di un’azione culturale e della ricerca artistica richiede un lungo periodo per essere valutata e pesata. Al contrario un’azione immediata per il raggiungimento di un altrettanto immediato risultato può dimostrarsi inutile e fallimentare.
La logica del territorio e del conseguire un impatto sociale sta diventando una ricorrenza estenuante, troppo spesso vincolata a schemi di sostenibilità economica e del risultato dimostrabile e ottenibile rapidamente. In questa dinamica circolare si perde di vista il fatto che l’impatto sociale dovrebbe essere una qualità intrinseca nell’azione innovativa stessa.

Perciò è giusto dire che la produzione e la ricerca artistica di Centrale Fies non solo servono, ma sono componenti fondamentali nella faticosa costruzione di una consapevolezza condivisa rispetto alla ricerca e all’innovazione stessa, in grado di portare la sperimentazione al di fuori delle mura della centrale idroelettrica.

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Carlo Ferretti

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