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È ora di cambiare musica! La Grassi, da spazio abbandonato a bene comune

Come un'ex fabbrica di strumenti musicali può diventare una “casa della comunità”

A Quarna, piccolissimo comune della provincia del Verbano-Cusio-Ossola, un'ex fabbrica di strumenti musicali torna in vita al suono di una nuova melodia. Composta da note di partecipazione, memoria storica, condivisione, creatività collettiva.

Incastonate in una valle, a circa un chilometro di distanza tra loro, le due comunità di Quarna (Quarna Sotto e Quarna Sopra) della provincia del Verbano-Cusio-Ossola, conoscono bene le difficoltà che caratterizzano le strade montane e che hanno spinto molti abitanti ad andarsene, provocando un progressivo spopolamento. Un problema comune a molte “aree interne” del nostro paese e non solo: territori che nonostante la ricchezza che li caratterizza corrono il rischio di finire per somigliare a “villaggi fantasma”, mentre la popolazione più giovane si sposta a vivere altrove. Si capisce allora la portata di un progetto come quello della rigenerazione condivisa di uno spazio dismesso, per farne un luogo di partecipazione, cultura, socialità per e della comunità locale. Per approfondire questi aspetti abbiamo intervistato la responsabile del progetto “Riapriamo la Grassi”, finanziato attraverso il bando Emblematici Provinciali di Fondazione Cariplo, Paola Bazzoni.

Cosa significa per Quarna valorizzare e riqualificare in termini di “casa della comunità” un edificio come l’ex fabbrica Grassi?

Significa innanzitutto creare uno spazio laddove uno spazio non esiste. Infatti, come tutte le piccole realtà montane anche Quarna presenta mille difficoltà a partire dalla necessità di spostarsi per poter lavorare. Ed è proprio in un simile contesto che l’edificio “Grassi”, in nome del suo passato di fabbrica di strumenti musicali, rappresenta la giusta occasione per poterne ricostruire uno. 

Un simile progetto presuppone un nuovo approccio al concetto di “bene comune”. Che ruolo ha avuto, in questi termini, il percorso di formazione sui beni comuni intrapreso con Labsus e Fondazione Cariplo?

Fondamentale direi. Il progetto è nato da un’intuizione sorta attorno al concetto di “bene comune”, di cui conoscevamo davvero pochissimo. Ed è qui che si è ben inserito il dialogo con Fondazione Cariplo e Labsus; un dialogo che ci ha aiutato a definire e gestire nel migliore dei modi il progetto. In sostanza, si trattava solo di formalizzare consuetudini da tempo esistenti che, per emergere, presupponevano un approccio radicalmente diverso e in questo Labsus e Fondazione Cariplo sono stati i nostri alleati.

 

Quali sono stati i risultati più significativi ottenuti fino ad oggi? Erano quelli che vi aspettavate?

In termini tangibili un grande risultato è rappresentato sicuramente dalle risorse economiche sorte attorno alla fabbrica. Per non parlare della “società” consolidatasi attorno all’edificio. Il progetto si è dimostrato infatti un’ottima scusa per favorire aggregazione; sono dunque nati nuovi gruppi (alcuni dei quali già inquadrati e altri sorti spontaneamente). Quindi direi di sì, risultati superiori rispetto alle aspettative, soprattutto in termini di innovazione.
Un altro aspetto molto interessante è riscontrabile nel fatto che l’ex Grassi sia una fabbrica abbandonata. Quest’iniziativa è stata dunque la giusta occasione per fare un tuffo nel passato, ripercorrendo la storia della fabbrica.

Quali sono stati invece gli ostacoli e i punti di debolezza, da monitorare maggiormente e gestire con attenzione per evitare insuccessi e ridurre i fallimenti?

Un ostacolo, tipico dei comuni di piccole dimensioni, si manifesta sotto forma di “spazi finanziari“. Spazi, che diventano sempre più esigui per i blocchi del governo e che hanno avuto ripercussioni dirette sul nostro progetto facendolo partire un anno dopo rispetto alle aspettative.
Un’altra difficoltà incontrata durante il nostro percorso è stata quella di fornire una “comunicazione adeguata”. I beni comuni costituiscono infatti una novità e spiegare i benefici che si celano dietro questo concetto ai cittadini di Quarna può risultare difficile. Ma in fondo le difficoltà sono facilmente aggirabili; insomma, è più facile fare che parlare.

Come è stato accolto il progetto dagli abitanti di Quarna? Pensate che la comunità possa dare un contributo attivo anche una volta concluso il progetto?

All’inizio con scetticismo, come succede in questo casi. Ma poi, quei frequenti “non ce la faremo mai” hanno lasciato il posto ad un esperimento che diventava sempre più concreto e attuale. Tutto questo è stato possibile anche grazie all’aiuto fornitoci dalla comunità di Quarna. Un contributo attivo sia in termini di lavoro sia economici che ha rafforzato ulteriormente il legame tra le due Quarna.

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