Il punto di Labsus

La sussidiarietà e il nuovo ruolo dei Centri di Servizio per il Volontariato

Verso una nuova fase della sussidiarietà

Nel solco percorso in questi ultimi anni dalle pratiche concrete di amministrazione condivisa dei beni comuni ormai presenti su tutto il territorio nazionale, sembra oggi aprirsi una nuova fase “storica” di cambiamenti sociali e amministrativi. I Centri di Servizio per il Volontariato, che hanno un ruolo guida nel formare e promuovere l’innovazione del Terzo Settore, sembrano infatti oggi farsi interpreti di questo cambiamento, declinando, secondo il principio di sussidiarietà, anche alcuni vincoli e opportunità offerte dal nuovo Codice del Terzo Settore. Ciò potrà segnare un’inversione di tendenza rispetto al ruolo “vicario” delle istituzioni che talora ha coperto il Terzo Settore, per affermare invece amministrazioni sempre più condivise, come anche indicato dall’art. 55 del Codice. E’ questo un nuovo ambito d’impegno di Labsus per accompagnarne l’attuazione verso la sussidiarietà che verrà. 

Il crollo del noi?

Quando nel mondo del terzo settore si è iniziato a parlare di sussidiarietà e beni comuni, nel decennio scorso, le perplessità non erano meno dell’interesse che molti volontari avevano nei confronti di questo argomento. Da una parte vi era diffidenza verso chi svolgeva un’attività d’interesse generale, come appunto la cura di un bene comune, quando questa è al di fuori delle associazioni, ossia svolta da parte dei cittadini singoli. Dall’altra vi era la “difesa” delle convenzioni come strumento esclusivo di rapporto dei volontari con gli enti pubblici, che limitava comunque le attività di collaborazione con gli enti all’interno di un modello bipolare di funzionamento dello stesso, in cui però il volontariato non poteva che essere in vario modo “subalterno”. Ma si temeva soprattutto per la dimensione “politica” del Terzo Settore: si temeva che i cittadini singoli, anziché associati, non potessero essere portatori di una visione politica, che avrebbero quindi finito con l’indebolire quella visione generale di cambiamenti sociali di cui il Terzo Settore si faceva interprete e rappresentante per l’intero Paese nei confronti delle istituzioni pubbliche. Ruolo che peraltro gli era stato riconosciuto dalla stessa 328/00 e che il terzo settore voleva affermare talora anche per contrastare un’interpretazione della sussidiarietà intesa come “ritiro” del settore pubblico a favore del “privato-privato”.
Ma la situazione già alla fine del decennio scorso era cambiata molto rapidamente. La legge 328/00 era rimasta una riforma solo sulla carta, mentre la concreta applicazione della 266/91 e la realtà delle convenzioni di fatto aveva sancito spesso un ruolo “vicario” del volontariato nei confronti delle istituzioni, ossia di produttore di servizi, anziché di reale rinnovamento sociale, proprio in un periodo di tagli al welfare. Le varie forme di partecipazione del volontariato su tavoli istituzionali del resto erano state spesso fallimentari. Mentre (anche grazie a Labsus) molte nuove esperienze che fiorivano nel nostro Paese evidenziavano una cittadinanza attiva che “avanzava”, affermando di fatto una diversa interpretazione della sussidiarietà. Ma anche gli stessi volontari stavano cambiando rapidamente, in questo contesto in cui la crisi economica del 2008 ormai aveva iniziato a far sentire i suoi pesanti effetti. Sì, certo: come rileva l’Istat, nel secondo decennio degli anni 2000 il numero delle organizzazioni continua a crescere ed i volontari sono quasi 7 milioni di persone, ma di questi circa 4 milioni svolgono le loro attività in un gruppo o organizzazione, mentre sono ormai ben 3 milioni circa (quasi altrettanti, quindi) che si impegnano fuori dalle organizzazioni.
E’ quello che qualcuno ha chiamato il “crollo del noi” anche nella composizione del Terzo Settore? Il “senso” dei cambiamenti accaduti nell’ultimo decennio sembra aver dato una risposta negativa a questa domanda, aprendo invece nuovi orizzonti per tutto il Terzo Settore.

Il “mezzo” che diventa il “fine” comune

Chi accoglie un rifugiato in casa propria permettendo di creare “cordoni umanitari”, chi diventa tutore di un minore non accompagnato, come chi nella rete di prossimità si adopera per un anziano solo, o chi in una Social Street condivide il “vivere” in uno stesso luogo o cura uno spazio abbandonato nel quartiere di periferia, o chi dona il proprio sangue, afferma non solo che il problema dell’altro lo riguarda, ma anche che si attiva per sé e per l’altro, perché le relazioni con l’altro fanno star bene entrambi, come se fossero parti di uno stesso “corpo”. E questi sono cittadini attivi, oggi, che spesso non entrano a far parte di un’organizzazione. Non per questo sono però individui “isolati”. Anzi: essi sono dei potenti produttori di relazioni, di socializzazione. E ne sono protagonisti semplicemente attraverso “il fare”, ossia con le attività da essi svolte nella cura di persone e beni comuni. Nel “fare” insieme ad altri, infatti, essi producono o rafforzano legami interpersonali e sociali, di dialogo tra i “frammenti” di quelle comunità spesso attraversate da divisioni e da paure. E di questo sembrano ormai essere convinte anche molte realtà del terzo settore che si adoperano per offrire nuovi spazi di interazione, per coinvolgere sempre più volontari singoli e cittadini in attività comuni (per es: Comunità di Sant’Egidio, Save the children, Associazioni per il Dopo di noi, ecc.). Anzi: coinvolgere cittadini, talora, non è più il “mezzo” per gli obiettivi da raggiungere, da parte di alcune associazioni. E’ semmai diventato sempre più il reale “fine”: per responsabilizzare e attivare persone e comunità intere. Ciò che conta quindi, più che la diversità dei soggetti (ossia volontari singoli, associati, o cittadini attivi) sono – rispetto al decennio scorso – le attività svolte e gli obiettivi comuni: riconducibili ad una sussidiarietà intesa innanzitutto come “cifra” del tipo di relazioni che si creano, dell’attivazione e responsabilizzazione delle persone. Questo va ben oltre la sola logica del produrre “servizi”! In questo senso le differenze tra volontari associati o singoli e cittadini attivi, si sono talora assottigliate.

Il volontariato e i cittadini attivi: lo sviluppo delle “sinapsi”

Noi tutti sappiamo che le relazioni interpersonali sono quelle che generano il nostro benessere sociale e che la mancanza di relazioni genera invece paura e insicurezza. Delinquente del resto significa proprio senza legami. In sintesi: l’altro, se non è amico, è forse un nemico! I legami comunitari sono come le sinapsi, ossia i punti di contatto che fanno funzionare bene il cervello (e contano più del numero dei neuroni!): le relazioni tra persone e comunità tengono vivo lo sviluppo sociale ed economico di un luogo, governano la reale qualità di vita, producono quei cambiamenti che promuovono la capacità delle persone. Queste “sinapsi” sono le stesse “radici” tra volontari (singoli o associati) e cittadini attivi: è la sussidiarietà intesa innanzitutto come tipo di relazione interpersonale paritaria che potenzia le risorse personali senza sostituirsi all’altro. Se i beni comuni sono tali solo se sviluppano “relazioni”, se sono condivisi, se la loro non è manutenzione, ma cura, allora i cittadini attivi operano esattamente come il volontario che cura una persona disabile, un malato o un bambino immigrato: perché il cittadino attivo, attraverso i beni comuni, cura innanzitutto il vivere insieme in un luogo, cura la comunità e le sue parti più fragili. E lo fa forse più che mai oggi, quando i luoghi in cui si vive sono attraversati da spinte sempre più disgreganti. I beni comuni invece tendono a ricomporre questi frantumi di comunità. Dando loro nuova forma. Le attività per la cura dei beni comuni hanno quindi un’importanza fondamentale per ricucire i tessuti sociali.

Un nuovo spazio di alleanze

E questo ben lo sanno anche gli enti locali e le stesse fondazioni bancarie che su questi temi hanno ormai iniziato da anni a porre la propria attenzione. Ed è un importante terreno di prova soprattutto per i Centri di Servizio per il Volontariato alla luce delle nuove opportunità e vincoli posti dal Codice del Terzo Settore: essi hanno infatti, oggi più che mai, un ruolo di interpreti, di guide e di sperimentazione delle innovazioni del Terzo Settore. Oggi, con prassi sperimentate di amministrazione condivisa da quattro anni su tutti i territori regionali, il rapporto tra enti locali, cittadini (singoli o associati) e CSV, sui temi della sussidiarietà è profondamente cambiato. E i CSV potranno essere fondamentali interpreti e promotori di alleanze per un salto di qualità ben più ambizioso: valorizzare le esperienze già maturate nel solco della sussidiarietà, rilanciando – in modi ben diversi rispetto al passato – la co-programmazione (e co-progettazione poi) delle attività di tutti gli enti del Terzo Settore e dei cittadini, sia singoli che organizzati. In ciò sta anche la necessità di tessere alleanze ed intese tra CSV, l’insieme del Terzo Settore, istituzioni e cittadini. Ognuno impegnandosi – e Labsus intende dare il proprio contributo – innanzitutto per l’interpretazione dell’art. 55 del Codice nel solco ormai già percorso in questi anni del principio di sussidiarietà.
Ma non solo: le opportunità oggi, come le sfide che sottendono, sono molto complesse. Non basta capovolgere la logica “vicaria” con quella “sussidiaria”, ma anche comprenderne ex ante (proprio per entrare nel merito del reale significato della co-programmazione) quale sia l’effettivo impatto delle attività di cura sull’economia dei territori, sullo sviluppo locale e in particolare sugli aspetti connessi al lavoro. Perché solo una co-programmazione che tenga conto anche di questi aspetti può segnare un ruolo non subalterno ma protagonista del nostro Terzo Settore.