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I maghi di OZ – Officine Zero. Cinque anni di (vera) innovazione sociale

Si può sgomberare un luogo di pubblica utilità?

E’ impossibile racchiudere il mondo di OZ – Officine Zero in una sola definizione. OZ è un avamposto di bellezza, contro l’ennesima speculazione edilizia a Casal Bertone, il quartiere di Mamma Roma e de I Soliti ignoti. È una comunità fluida, un antidoto potente contro l’isolamento e la precarietà, in un sistema sempre meno garantista per la forza lavoro. OZ è un nuovo immaginario, in una società ormai stanca delle logiche perverse del profitto per il profitto. È un incubatore di pratiche virtuose, alternative a un modo di produzione obsoleto, dannoso per le persone e l’ambiente.

La storia di Officine Zero è nota ai più. Dopo il fallimento della Rail Service Italia, nel 2012 gli operai decidono di occupare la fabbrica, con il sostegno attivo di spazi sociali e reti di lavoratori autonomi e precari. Nel 2013 inizia ufficialmente l’avventura di OZ: l’intento iniziale è quello di sperimentare il modello sudamericano delle fabbriche recuperate. Dal 2015 le Officine evolvono però verso qualcos’altro: la direzione è quella della multifactory, che inseguono guardando ad altre esperienze italiane, come la R84 di Mantova, e – soprattutto – nordeuropee, come il Rotaprint di Berlino. Sia le attività sia il modello organizzativo iniziano insomma a somigliare di più alle persone che fanno parte di OZ, ovvero liberi professionisti, artigiani, fotografi, creativi: nella maggior parte dei casi lavoratori autonomi precari, mentre dei trenta operai inizialmente coinvolti rimane solo una stretta minoranza, avendo trovato altre strade di ricollocazione lavorativa.

Somewhere over the rainbow

Oltre al coworking a prezzi contenuti (50 euro al mese a postazione), le Officine ospitano oggi una falegnameria, una sartoria, due officine comuni per la lavorazione artigianale, un’officina di prototipazione e design, e altro ancora. A OZ si lavora singolarmente e insieme, si organizzano eventi, mostre, conferenze. Ma il vero portato d’innovazione non sembra essere tanto il cosa, quanto il come: una proposta centrata sulla pratica radicale della condivisione in ambito professionale, quasi fosse il lavoro stesso un bene comune. Proposta che assume una valenza particolare se gli abitanti di casa OZ, oltre a mettere in comune idee, competenze e risorse condividono anche la lotta per una giustizia fiscale, contributiva e di reddito.

Qualche giorno fa la comunità di freelance e artigiani di Officine Zero ha ricevuto un’ordinanza di sgombero: la BNL/BNP Paribas – colosso finanziario già protagonista di varie operazioni immobiliari nel quadrante Tiburtino e detentore di gran parte del credito del fallimento dell’ex RSI – acquisterà l’intera area per una cifra pari a 2 milioni di euro. Un’ordinanza che non stupisce, nel clima generale che si respira di questi tempi nella Capitale (e proprio di questo si discuterà durante l’incontro del 27 giugno “Pubblico, privato, comunità“). La vicenda di OZ però è diversa dalle altre, come abbiamo già avuto modo di raccontare in passato. Officine Zero è un’esperienza unica nel suo genere, per questo abbiamo deciso di approfondire il caso con un’intervista ad Alessandro Splendori, che ne fa parte sin dall’inizio e ne cura la comunicazione.

Cos’è OZ oggi dal punto di vista formale e come funziona il modello di governance? Se l’aspetto mutualistico è importante, viene quasi immediato pensare alla veste cooperativa.

La cooperativa è un modello con una storia ben precisa, mentre a noi non interessa molto il livello ideologico delle forme giuridiche. Il modello cooperativo ha poi dimostrato di non essere sempre capace di fare cose buone. Questo naturalmente non vuol dire che dentro OZ non possano nascere cooperative. Ci interessa piuttosto che il modello e la forma giuridica siano flessibili rispetto alle necessità: come cappello formale abbiamo immaginato un’associazione riconosciuta, un ente non solo associativo quindi ma di carattere pubblico, e avere parallelamente l’associazione ZeroOff che ci permette di portare avanti i progetti culturali sul territorio. Per altre tipologie di attività – come quelle legate alla produzione artigianale – pensiamo invece all’impresa sociale, che ha l’obbligo della valutazione dell’impatto sociale e ambientale, un aspetto a cui teniamo molto. Questo perché l’obiettivo primario di OZ è rimanere in un ambito pubblico.

A cosa ti riferisci esattamente quando parli di “ambito pubblico”?

Al fatto che il nostro progetto ha una valenza sociale ma si colloca in un ambito pubblico, appunto, non privato. Questo non vuol dire che dentro OZ non possano nascere piccole imprese private. Ma per noi è importante sottolineare questa dimensione di utilità pubblica del nostro progetto, che adempie ad una funzione sociale al pari delle istituzioni pubbliche – in questo momento per lo più latitanti su questo fronte.

Quindi nel caso di OZ in cosa si concretizza l’interesse generale?

Pur non essendo un’istituzione, OZ assolve ad alcune funzioni pubbliche, che si ritrovano ad esempio nella creazione di opportunità lavorative, nella formazione e nella mediazione delle relazioni tra lavoratori e società. Altre due funzioni pubbliche sono quelle della rigenerazione urbana e della tutela dell’ambiente e del verde, essendo quest’area l’unico parco della zona (10mila mq di verde con una settantina di alberi, ndr). L’interesse generale sta quindi nell’azione di restituire ai cittadini e al territorio uno spazio, che non è solo fisico ma è sociale: è un luogo di aggregazione e di lavoro.

Una critica che solitamente viene mossa in questi casi: perché proprio voi, con quale titolo, dovreste avere il ruolo di determinare e agire l’interesse generale in questo spazio, di proprietà privata peraltro?

Si risponderebbe facilmente già solo dicendo che ci siamo noi perché le istituzioni non lo fanno. Un posto del genere, con queste caratteristiche, non può essere lasciato alla barbarie del mercato, che non è in grado di assolvere alle funzioni di cui dicevamo prima. Se questo non ci basta, possiamo fare riferimento alla funzione sociale della proprietà difesa dalla nostra Costituzione.
Casal Bertone ha una storia di mancate compensazioni imbarazzante. E mentre il patto sociale tra cittadini e istituzioni viene meno, il capitale avanza… e privatizza. Noi abbiamo richiesto un intervento di tipo urbanistico, non l’acquisto del posto, ma la politica si è dichiarata impossibilitata a farlo – solo la Regione in qualche modo ha espresso la volontà di tutelare OZ. Eppure la politica dovrebbe servire proprio a questo: a mediare in maniera terza tra interessi contrapposti. Quello che abbiamo chiesto è un rafforzamento della destinazione pubblica, considerando peraltro che da piano regolatore l’area è destinata a servizi pubblici generali.

La magia dell’interazione: la community di OZ

Esprimiamo la nostra ferma contrarietà allo sgombero degli spazi di OZ – Officine Zero e chiediamo che qualsiasi…

Pubblicato da Comitato di Quartiere Casal Bertone su Martedì 19 giugno 2018

Oltre ai “naturali” processi osmotici con i vicini del centro sociale Strike, in che modo OZ si è aperto agli abitanti del quartiere?

Abbiamo relazioni costanti con il comitato di quartiere e in generale con i soggetti attivi nella zona (ad esempio con le scuole, con cui portiamo avanti una serie di laboratori di riuso creativo). Officine Zero però – escludendo questo periodo di #OZèunabomba, in cui abbiamo deciso di far conoscere OZ alla città, attraverso eventi e lasciando libero accesso al coworking – è soprattutto un luogo di lavoro, e in questo si distingue da altri spazi occupati.
Dire che uno spazio è aperto, inoltre, non vuol dire niente se non esiste una struttura che assicuri questo tipo di fruizione nel tempo. Le progettualità condivise con l’esterno, senza il riconoscimento formale di Officine, fanno fatica a decollare.

Come si entra a far parte di OZ? Come selezionate idee e progetti?

Basta mandare una semplice email in cui si descrivono il progetto lavorativo e l’ipotesi di collaborazione con OZ: se sono in linea con il nostro approccio, facciamo un colloquio. Sono due, quindi, gli elementi imprescindibili: avere già un proprio progetto professionale (non semplicemente un hobby) ed essere disponibili a collaborare con tutti nei progetti comuni. Deve venire quasi naturale, la disponibilità a collaborare: Officine Zero non è un “affitta-spazi”, l’interazione tra le persone e i loro progetti è un aspetto fondante.

I maghi di OZ – attualmente circa 50 persone – non sono solo dei coworker, degli artigiani, dei freelance. “Mi piace ascoltare le domande che fate durante le interviste, perché emergono aspetti di noi di cui prendiamo consapevolezza poco a poco: nel rispondere ad alcune domande, scopriamo come nella pratica quotidiana troviamo nuove soluzioni a vecchi problemi”, dice Dominga Colonna – fotografa e “supereroe” di OZ, si legge nella biografia sul sito. “Vorremmo poter inventare nuove forme fiscali e amministrative: la flessibilità non può essere solo quella imposta dalle imprese” aggiunge Alessandro.
Sono tessitori di relazioni, artigiani dell’imprevisto, falegnami di comunità, i maghi di OZ. Spostano un po’ più in là l’orizzonte del possibile, aiutandoci a immaginare e tracciare sentieri non ancora percorsi, laddove quelli battuti non hanno portato a destinazione.
Non avere il coraggio di attraversarli: questo vuol dire, sgomberare OZ. A chi fa paura la (vera) innovazione sociale?

The true courage is in facing danger when you are afraid"
Frank BaumThe Wonderful Wizard of Oz, 1900.

 

Photo credits: Stefania Taverna 



Notizie sull'autore

Elena Taverna

Di origini sabine, dopo le parentesi romane e iberiche si trasferisce a Milano. Si è formata nell’ambito dell’Economia dello Sviluppo, appassionandosi di beni comuni e processi collaborativi a partire dalla tesi di laurea magistrale sulla riscoperta dei commons, vincitrice nel 2013 del concorso nazionale “Enti locali e sostenibilità”. Ha svolto attività di ricerca presso la SDA Bocconi – School of Management, e lavorato in ambito di sviluppo locale collaborando con organizzazioni diverse come Positive Planet, Collaboriamo, InPatto Locale. Oggi è caporedattore centrale di Labsus, di cui segue inoltre le attività in Lombardia. Collabora parallelamente con Impact Hub Trentino in progetti sperimentali di innovazione aperta.