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Sviluppo locale e beni comuni: report da Lucca

E’ la prima volta che una provincia in Italia promuove una ricerca simile sui propri territori

Un bene comune ha una sua capacità “produttiva” anche in termini di sviluppo locale? E se sì, come si possono creare contesti abilitanti affinchè le amministrazioni possano favorire questi processi? E a tal fine, può una Provincia farsi promotrice di collegamenti, integrazioni, sinergie, tra i diversi Comuni che sul proprio territorio hanno adottato regolamenti per la cura condivisa dei beni comuni, ottimizzando le esperienze, le competenze ed i risultati?

Sono alcune delle domande a cui ha voluto fornire risposte concrete l’incontro del 30 maggio che Labsus ha organizzato a Lucca, insieme alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e alla provincia di Lucca e con il sostegno economico della Fondazione CariLucca, sulla base dei primi risultati di una ricerca che si sta conducendo nell’area della Lucchesia. E’ la prima volta che una provincia in Italia promuove una ricerca del genere sui propri territori e con questo intento di sussidiarietà.

Anticommons e sviluppo locale endogeno

L’obiettivo di fondo della ricerca è, infatti, come ha detto il Prof. Emanuele Rossi nella sua introduzione, quello di prendere sul serio la Costituzione cercando di offrire opportunità concrete per tradurre in pratica il principio della sussidiarietà orizzontale sul territorio provinciale lucchese. Questo tenendo conto sia del nuovo quadro normativo dato al terzo settore dalla recente riforma, sia anche di alcune realtà normative regionali in evoluzione, come la legge regionale sui beni comuni che sta per essere varata.
L’attenzione è stata posta in particolare, come ha affermato Rossana Caselli del direttivo di Labsus, sugli anticommons, ossia quei beni comuni che sono tali in quanto i cittadini ne condividono la loro cura e sono sempre più spesso riferiti a beni sottoutilizzati anziché sovrautilizzati. Non solo quindi beni naturali quali acqua, aria, paesaggio, ecc., che possono comportare una “tragedia” attraverso l’appropriazione individuale a scapito della collettività (e di cui invece comunità intere ne salvaguardano il loro destino “tragico”), bensì beni abbandonati, sottoutilizzati anche per effetto di più diritti di veto incrociati che determinano il loro utilizzo parziale o addirittura l’abbandono. Di questi beni comuni si evidenzia sempre più, nelle esperienze maturate da Labsus, che la cura svolta dai cittadini è fonte e risorsa di sviluppo locale facendo di un migliore benessere sociale anche la base di uno sviluppo economico endogeno, spesso collegato a forme di economia circolare. Esattamente come l’esperienza di alcuni comuni della Lucchesia sta indicando, traslando da forme dapprima di volontariato civico, poi di baratto amministrativo, poi ancora di amministrazione condivisa dei beni comuni e collegando infine alcune di queste esperienze a nuove forme di economia circolare.

La Regione Toscana verso nuovi paradigmi organizzativi

Del resto, come ha evidenziato Paolo Rametta (Sant’Anna) i beni comuni si incuneano tra la proprietà pubblica e quella privata proprio quando la proprietà del bene non permette più di esercitare quella funzione sociale che anche la Costituzione riconosce loro (ex art. 42): come tali “tornano” ad essere beni nelle mani di coloro che quella funzione la esercitano, ossia i cittadini, in accordo con le istituzioni stesse, nell’interesse generale.
Simona Bottiglioni, del Comune di Capannori, ha anche sottolineato come questo percorso sia reso possibile con il Regolamento, non solo per alcuni beni dell’ente comunale, ma anche per quanto riguarda i beni comuni privati, citando tra gli altri un patto di collaborazione con i proprietari (privati) di una villa storica della lucchesia.
Il quadro normativo regionale toscano, del resto, si sta evolvendo verso una valorizzazione della sussidiarietà orizzontale che trovi nei beni comuni uno specifico campo operativo d’azione. La Toscana infatti è la prima Regione Italiana – come ha affermato Gemma Pastore, Regione Toscana – che proprio in questi giorni ha modificato il proprio Statuto introducendo la tutela dei beni comuni e la promozione di forme diffuse di partecipazione nella gestione condivisa e nella fruizione di tali beni. E non a caso nello stesso giorno è stato dato il via libero anche alla proposta di legge statutaria che modifica lo statuto anche introducendo il modello di economia circolare.

Le prospettive in gioco

I numerosi interventi che si sono susseguiti hanno approfondito questi aspetti sia evidenziando il ruolo del terzo settore alla luce della riforma (Luca Gori, Sant’Anna di Pisa), sia nel sostenere questo tipo di cambiamento con iniziative specifiche come sta facendo il Cesvot con un proprio bando su “Giovani e beni comuni” (Pierfranco Severi, Cesvot Lucca). Il mondo delle cooperative stesse sta approfondendo con studi e ricerche specifiche l’impatto che i beni comuni hanno e potranno avere sulle attività economiche cooperative (Carlo Andorlini, Università di Firenze). E lo stesso Donato Di Memmo, intervenuto portando l’esperienza di oltre 500 patti di collaborazione siglati a Bologna, ha sottolineato come si sia oggi in una fase di ripensamento del Regolamento per poter trovare anche adeguati strumenti per favorire la cura e gestione condivisa di immobili da parte di cittadini anche in forme “ibride”. Racconti di patti di collaborazione realizzati in Lucchesia con rigenerazione di spazi si sono poi susseguiti, evidenziando la necessità di trovare forme coordinate ed integrate di collaborazione tra più enti (Ilaria Vietina, Comune di Lucca). E certamente il ruolo esercitato dalla Fondazione CariLucca (Marcello Bertocchini, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca) sarà fondamentale in tal senso. Ma adesso gran parte del “che fare” starà anche a chi presiede la Provincia di Lucca (Luca Menesini, Presidente Prov. Lucca) per promuovere in forme meno dispersive e frammentate le esperienze in corso. Del resto, al termine dell’incontro, proprio raccogliendo questa esigenza, alcuni assessori di comuni del territorio lucchese si sono proposti di dar vita ad un coordinamento intercomunale sviluppando anche forme associate di servizi e scambiando competenze. E la ricerca in corso potrà fornire loro ulteriori supporti concreti per facilitare questo percorso sperimentale sul territorio provinciale.