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Roma: il caso MAAM e l’assenza di un regolamento sui beni comuni

La pronuncia del Tribunale di Roma conferma la necessità di uno strumento giuridico idoneo per i progetti di rigenerazione urbana

La controversia sul caso MAAM nasce dall’azione di risarcimento danni proposta dalla Ca.Sa. S.r.l. nei confronti delle Amministrazioni, ed in particolare contro il Ministero dell’Interno, ed incentrata sul mancato sgombero da parte dell’autorità pubblica di un immobile di proprietà privata, occupato dal 2009 e tuttora in tale stato.
Nel lamentare i danni derivanti dall’inerzia dello Stato, parte attrice ha dimostrato, agli occhi del giudice adìto, di aver espletato correttamente tutte le azioni necessarie per tutelare la proprietà sul bene, nonché di aver completato “l’iter amministrativo per l’avvio del progetto imprenditoriale di recupero e valorizzazione dell’area in causa ma di non avere potuto dare inizio ai lavori in ragione dell’indisponibilità del compendio immobiliare, proseguendone l’abusiva occupazione”.
In accoglimento delle doglianze di Ca.Sa. S.r.l., il Tribunale di Roma con la sentenza n. 13719/2018 ha riconosciuto all’attrice il diritto ad ottenere dallo Stato, in solido con il Ministero dell’Interno, il risarcimento di una somma pari al mancato profitto potenzialmente conseguibile nel periodo di occupazione e all’impossibilità di concludere l’intervento di rigenerazione territoriale, quantificabile ad oggi in €27.914.635,84 alla luce del valore dell’immobile e dell’entità dell’investimento programmato.

Commento

A monte della sentenza il Tribunale di Roma analizza i diritti coinvolti nella vicenda e le azioni esperibili per la loro tutela.
Il riconoscimento a livello sia costituzionale che sovranazionale del diritto di proprietà e di iniziativa economica privata comporta l’esistenza di un correlativo obbligo di protezione in capo all’Amministrazione pubblica, nello specifico riconducibile alle funzioni del Ministero dell’Interno “deputato a garantire le condizioni minime della civile convivenza ovvero principalmente a garantire la sicurezza e la libertà delle persone fisiche e giuridiche e l’integrità dei beni, siano essi pubblici o privati.”

Nell’ambito dell’occupazione abusiva di un immobile, la tutela della situazione soggettiva privata viene non solo connessa alla “tutela ordine pubblico e della sicurezza pubblica” ma viene assunta a sua stessa estrinsecazione: per il Tribunale infatti “la tutela della proprietà e dell’iniziativa economica privata non è alternativa alla tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica ma ne costituisce una delle manifestazioni più significative unitamente alla tutela della sicurezza e della libertà delle persone”.
Tale ricostruzione ermeneutica determina per il soggetto preposto alla funzione della tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica la responsabilità per il danno scaturente dalla sua azione od omissione.
In altri termini, tanto la mancata prevenzione che la successiva repressione del fenomeno abusivo comportano una responsabilità diretta per lo Stato, soprattutto laddove non solo non abbia agito direttamente per sgomberare un’occupazione illegale notoria, ma non abbia peraltro eseguito il decreto di sequestro penale emesso diversi anni prima (nello specifico risalente al 2009 n.d.r.); non riconoscendo tale responsabilità, il privato rischierebbe di rimanere privo di alcuna tutela delle proprie prerogative sancite a livello costituzionale, essendogli preclusa, da un lato, la possibilità di “farsi giustizia da solo” e, dall’altro, risultando inerme dinnanzi alla colpevole inerzia del soggetto pubblico preposto.
Se il rilievo pubblicistico della questione giustifica la preferenza per l’azione penalistica alla base della richiesta risarcitoria in luogo dell’azione possessoria, peraltro di problematica attuazione viste le oggettive difficoltà di identificare a monte dell’azione i responsabili dell’occupazione da convenire in giudizio, maggiori dubbi sorgono sul passaggio in cui la sentenza sembra affermare un generalizzato obbligo di emanazione di un’ordinanza contingibile ed urgente per porre fine a qualsiasi occupazione abusiva, avulsa dalla considerazione dei diversi interessi presenti e contrapposti.
In realtà, l’interesse generale all’ordine e alla sicurezza pubblica presupposto all’emanazione dell’ordinanza contingibile ed urgente dovrebbe esser effettivamente dimostrato ed attestato nella motivazione del provvedimento, compenetrato alla luce degli ulteriori interessi coinvolti.

La necessità di un regolamento per l’amministrazione condivisa

La pronuncia si inserisce in maniera significativa nell’ambito dell’annosa questione delle occupazioni abusive, esponenzialmente aumentate negli ultimi anni in tutta la penisola e con una particolare concentrazione rinvenibile nella Capitale, come peraltro rilevato dallo stesso giudice adìto.
La problematica assurge una primaria importanza soprattutto nel caso di episodi, come quello analizzato, in cui dall’occupazione illegittima di un bene sia poi scaturita un’esperienza particolarmente innovativa e di accrescimento artistico-culturale oltre che di risposta abitativa: il MAAM, acronimo per “Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz”, ha ottenuto riconoscimenti e sostegni da artisti provenienti da ogni parte del mondo e il suo ideatore Giorgio de Finis è stato nel frattempo promosso a direttore del Macro.
In disparte a qualsiasi giudizio morale e moralistico, la pronuncia manifesta come il mancato riconoscimento formale di realtà che, per quanto possano avere un lascito positivo sull’ambiente circostante e sulla collettività locale, permangono illegittime, determina la loro ultima condanna, destinandole a soccombere laddove in contrasto con diritti formalmente riconosciuti e costituzionalizzati dall’ordinamento.
Appare così in maniera sempre più lapalissiana la necessità di uno strumento giuridico che riconosca, a priori, la rilevanza di puntuali progetti, destinati a rigenerare uno specifico luogo, sia esso pubblico o privato; (anche) a tale scopo è stato ideato, proposto ed attuato proficuamente il Regolamento per l’amministrazione condivisa: tale strumento, infatti, risulta potenzialmente idoneo a ricondurre nella legalità realtà virtuose di recupero di beni immobili volti alla valorizzazione della loro fruizione comune, estrinsecando nei patti di collaborazione previsti uno spirito collaborativo idoneo a ricucire la grande voragine aperta tra i bisogni della società e il necessario rispetto della legalità.