Beni comuni e amministrazione condivisa Storie e notizie

Dove c’erano siringhe abbiamo messo dei fiori: Parco Sangalli rinasce grazie ai cittadini

L'intervista al fondatore del comitato spontaneo "Acquedotto Alessandrino"

L’esperienza di rigenerazione del Parco Sangalli a Roma costituisce un modello di partecipazione civica per eccellenza. Una storia di resistenza quotidiana dei cittadini, che spiega bene il quadro di senso in cui va inserirsi il lavoro di promozione del Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni da parte della Coalizione per i beni comuni.
I volontari del Comitato Spontaneo Acquedotto Alessandrino hanno da tempo ridato luce ad un’area in completo stato di abbandono. Per conoscere al meglio gli sviluppi di questa grande iniziativa, abbiamo deciso di intervistare Simone Magnelli, volontario del Comitato.

Com’è nata l’idea di fondare un Comitato? C’è stata sin da subito l’intenzione di crearlo o è nato spontaneamente?

E’ un Comitato spontaneo. Sono partito da una piazzola privata davanti casa mia, un punto in cui c’era degrado. Terminato questo percorso mi sono affacciato al parco e mi sono reso conto del suo totale stato di abbandono. Una cosa impressionante. Difficile da immaginare oggi. Non ho pensato a nulla, ho semplicemente iniziato. Ho pensato solo a togliere quelle siringhe mettendo al loro posto dei fiori. Le persone forse non aspettavano altro. Tu magari sei stato l’inizio e poi tutto è venuto da sé. Altri sono addormentati ma molti non aspettavano altro. I desideri di vedere questo parco pulito non li avevo solo io. C’è stato un aiuto da parte di tutti. Bisogna cominciare. Poi dove si arriva non importa. L’importante è iniziare a fare qualcosa.

Il modello di rigenerazione del parco Sangalli può essere esportato in altri contesti? Quali aspetti rendono questa esperienza sui generis rispetto ad altre?

La cosa secondo me fondamentale è stata quella di far capire alle persone che un cambiamento poteva essere possibile, in un posto dove prima c’erano le siringhe ho messo dei fiori. Hanno cominciato a chiedermi come potevano aiutarmi. La chiave vincente è stata far capire alle persone che non c’è bisogno di tempo per raccogliere una bottiglia da un parco pubblico, è necessario un secondo. Non è una questione di tempo, è una questione di volontà. Perché questo? Perché ovviamente c’è una mancanza da parte del Comune. Tutto nasce da un buco che c’è nella struttura amministrativa.

Com’è avvenuta questa rigenerazione? Qual è stato il modello organizzativo?

Ho lottizzato il parco in lotti immaginari di venti metri ciascuno. Parliamo di uno spazio ristretto. Ogni spazio ha un suo responsabile che dovrà occuparsi della cura di quel determinato spazio. Poi c’è chi si occupa del taglio dell’erba e delle rifiniture. Lo spontaneismo di questi fenomeni spesso fa sì che avvengano piccoli miracoli: persone che oggi sono in pensione offrono il loro tempo secondo quanto hanno appreso per anni nelle loro professioni. La possibilità di un cambiamento fa sentire meno soli. Quando vedi che il tuo gesto fa la differenza senti di aver svolto un ruolo fondamentale per cambiare le cose.

Ci sono tante bellissime esperienze e iniziative che spesso nascono, raggiungono il loro picco e lentamente muoiono. Una città come Roma quanto e in che misura può dar seguito a esperienze di questo tipo?

Io credo che il futuro di Roma sia nelle mani delle associazioni e dei cittadini attivi. Nessuno può conoscere meglio del singolo cittadino le dinamiche da lui vissute quotidianamente. Ognuno è il primo vigilante della zona in cui vive. I comitati di quartiere invece sono spesso inquinati dalla politica, a volte manca loro la purezza, perché politicamente indirizzati verso determinate questioni che tendono a non tenere conto dei problemi reali. Cosa significa un parco pulito? Significa molto di più di semplice manutenzione. Significa far partecipareRoma è nelle mani delle associazioni, a meno che non cambi qualcosa a livello politico. L’approccio fondamentale per far sì che queste esperienze siano durevoli è il senso di appartenenza. Le persone devono sentire di appartenere al posto in cui vivono per potersi mobilitare nell’interesse dello stesso. Siamo tutti cittadini, bisogna includere tutti.