Beni comuni e amministrazione condivisa Il punto di Labsus

Un nuovo paradigma: i beni comuni come riserve simboliche

Immaginare un nuovo senso del vivere comune nelle città

Immaginare nuovi beni comuni nelle città, così come rinnovare il significato dei beni pubblici, comporta un dibattito politico sull’equità di accesso, sull’interdipendenza – anche rispetto alle nuove generazioni – e sui valori condivisi, compreso il valore d’uso. I commons permetterebbero così di riconoscere il diritto di accesso all’eredità della natura e dell’umanità, senza sprechi o distruzione di risorse, garantendone la trasmissione alle generazioni future.
Le città sono un’eredità dell’umanità, e, come tale, ciò che viene generato attraverso il contributo di tutti dovrebbe essere utilizzato per perseguire l’interesse generale. Tuttavia, la res-publica può generare un immaginario utilitarista, incompatibile con l’adesione cooperativa consapevole che è alla base dei commons. Un immaginario che la porta a diventare “anonima”, paradossalmente appartenente a “tutti”, ma denudata di forma politica, pur essendo oggetto di potere.

Nuove narrazioni, nuove realtà

Per uscire dal “di tutti ma anonimo” dobbiamo immaginare i commons nella realtà complessa e frammentata delle città. L’immaginazione di cui abbiamo bisogno è “l’immaginazione agente“, con una funzione noetica, ovvero che conduce a una comprensione della realtà materiale e simbolica che non disgiunge il valore d’uso dal “bene di tutti”; e una nuova funzione ermeneutica, per interpretare i commons oltre l’apparente-individuale e l’apparente-pubblico. Una “immaginazione agente” non è una narrativa individuale: rappresenta piuttosto la libertà d’interagire per creare un altro senso, altre regole e termini di responsabilità, a differenza della proprietà pubblica e privata governate dal binomio “vietare-lasciar-fare”, deciso verticalmente per mantenere lo status quo.
Si tratta di immaginare nuove narrazioni, in cui ognuno possa trovare, oltre la dimensione dell’appartenenza, l’opportunità di adeguare il proprio comportamento ad una vita migliore in comune. Si tratta d’immaginare nuove realtà, suggerendo la possibilità di liberarsi dalla sclerosi creata dall’opposizione “delega-possesso”, per transitare finalmente dalla visione neoliberista basata sul binomio vietare-lasciar-fare verso nuovi paradigmi, sostituendo il secondo termine con il “lasciar-accedere” o il “lasciar curare”. Commons è un concetto intuitivo, difficile da definire. Non è un “oggetto in sé” poiché la sua esistenza dipende dall’interazione di una comunità, che lo riconosce come un elemento indispensabile per la coesione sociale. I commons invitano alla coerenza tra Essere insieme nella polis, Concepire ciò che è essenziale alla vita in comune e Interagire nella durata. I commons modificano la coscienza di appartenenza, vale a dire l’Essere politico. Essere parte della vita comunitaria comporta il riconoscimento di ciò che Cynthia Fleury definisce “riserve simboliche” o “sfondo simbolico comune” affinché “ogni individuo (…) possa negoziare con la realtà (…) e continuamente adattarsi alla realtà “, non come sottomissione passiva, ma come atto di libertà. I commons, come riserva simbolica, offrirebbero a tutti l’opportunità di aggiustare il proprio pensiero, la propria volontà e la capacità di azione. La pluralità dei commons Così concepiti, i commons chiamano in causa la sottomissione individuale e collettiva ad un quotidiano standardizzato, normato da consumi e da rifiuti accecanti, dall’indifferenza o dalla rassegnazione, rendendo invece concreta la pluralità, definita da Hannah Arendt come “una delle condizioni fondamentali ed esistenziali della vita dell’uomo sulla terra – tanto è vero che agli occhi dei Romani inter homines esse, essere tra gli uomini, si riferisce all’essere vivi, consapevoli della realtà del mondo”.I commons interrogano anche ciò che Capra e Mattei chiamano “l’eredità della modernità”, cioè la concezione verticale, centralizzata e frammentata delle leggi. Questa concezione garantisce il diritto di resistenza agli individui, a condizione che l’azione sia filtrata da professionisti legali, mentre qualsiasi accesso diretto alla creazione di leggi e regole è condannato all’illegalità. I commons aprono al diritto all’opposizione collettiva. I due autori sostengono pure che i commons non sono nemici della proprietà privata o pubblica, bensì dell’eccesso tanto nella loro accumulazione quanto nella concentrazione del potere: sono piuttosto l’antidoto agli eccessi che privano i cittadini della vita democratica vissuta con dignità. Mentre nei commons storici “gli aderenti” sono per la maggior parte beneficiari diretti, nei commons generati dall’immaginazione agente i membri possono essere beneficiari diretti, sostenitori o attivisti per la loro diffusione. I commons dotano i cittadini di un potere “diffuso” e decentralizzato che assicura l’espansione d’una forma peculiare della “cura sociale e ambientale”, la cura che non è solo dovuta all’utilità del bene, ma alla sua presenza e al suo senso politico.

Il senso del comune

I cittadini “constatano” ogni giorno il comune nelle città: trasporti, raccolta di rifiuti, parchi, ecc. sono comuni. Questo “comune mediatizzato” sia dal pagamento diretto che dalle imposte, richiede il rispetto di regole stabilite dalle autorità pubbliche o dai fornitori di servizi, pubblici o privati. Pur essendo essenziale per il buon vivere insieme, questo comune non garantisce il “senso del comune”. Quest’ultimo compare quando queste regole e questi atti, assunti meccanicamente, diventano proattivi e chiedono un’adesione democratica, consapevole e visibile. L’adesione consapevole e visibile, vale a dire il riconoscimento della responsabilità condivisa e del suo obiettivo, richiede forme di accordo sul contributo di ognuno e ci conduce nell’orbita dei modelli collettivi interattivi. Questi modelli hanno una natura fondamentalmente “organica o morfologica”, come ricordato da Capra e Luisi, e sono inerenti a una struttura vivente in cerca di definire i propri contorni e la propria unità. Sono modelli di comunità capaci di ascoltare, comunicare e cooperare per generare una nuova organizzazione, la cui caratteristica essenziale è quella di emergere dall’interrelazione tra le parti impegnate nella creazione e conservazione di un bene, i cui contorni (la sua morfologia) sono decisi in comune. In questi modelli, la risoluzione dei conflitti tra aspettative individuali e risultati collettivi richiede degli aggiustamenti visibili nel comportamento di ciascuno dei soggetti coinvolti.Esiste poi un patrimonio tangibile di beni pubblici, la cui privatizzazione – in particolare con le politiche economiche degli anni ’90 – è stata all’origine di crescenti controversie. In Italia, l’emersione del concetto di beni comuni come forma di gestione alternativa alla privatizzazione va ricondotta, in particolare, al lavoro della commissione Rodotà. Parallelamente, in tutta Europa, si moltiplicano iniziative di ricerca-azione da parte della società civile sulla portata di questo concetto, su ciò che Paolo Grossi chiama un altro modo di possedere. “L’altro modo di possedere” apre a concetti come uso civico dei beni pubblici, diritto all’uso civico, diritti d’uso collettivi, e così via. Tuttavia, questi concetti sono oggi applicati limitatamente a quei beni pubblici che non hanno un valore di scambio. I beni con valore di scambio sono invece ingabbiati nel paradigma delle amministrazioni garanti delle leggi del mercato. Prigionieri della visione meccanicistica, i governi persistono nel progetto di perpetuare l’accumulazione di capitale privato, creando di fatto restrizioni operative a nuove istituzioni, mentre il contesto stesso richiederebbe la conversione sia della proprietà pubblica che del capitale privato in beni comuni.

Nuovi sensi, nuovi paradigmi: i patti di collaborazione

A partire dal 2014, sono molte le città italiane che stanno sperimentando i Patti di collaborazione, lo strumento che affonda le sue radici nell’articolo 118 ultimo comma della Costituzione italiana. L’interpretazione del loro potere trasformativo è assicurata dall’attività di ricerca-azione svolta da Labsus: i Patti riflettono la volontà di un’interazione costruttiva tra amministrazione e cittadini, ed hanno permesso l’emergere di nuovi concetti, diritti, sensi/significati e paradigmi, presentati di seguito.

Elaborazione dell’autrice a partire dall’analisi dei materiali prodotti da Labsus dal 2014 ad oggi

Questa Matrice dei cambiamenti nelle relazioni società civile-amministrazione pubblica mostra delle strade per superare i limiti dell’amministrazione tradizionale. Limiti che possono condurre a una serie di errori nelle scelte pubbliche, come ad esempio:
– creare le regole prima di aver condiviso i termini dell’impegno reciproco;
– stabilire a priori i risultati di un’azione, ignorando i processi di apprendimento;
– affrontare un cambiamento modificando solo le decisioni operative, in un quadro di regole prestabilito;
– rendere pubblico un risultato positivo senza riconoscere che è stata la partecipazione dei cittadini a renderlo possibile;
– o ancora, cooperare esclusivamente con strutture della società civile specializzate nella fornitura di servizi, ignorando tutte le altre competenze dei cittadini.
Come si deduce dalla matrice, i Patti di collaborazione, pur essendo in larga parte ancora circoscritti ai beni pubblici senza valore di scambio, stimolano l’immaginazione agente dei cittadini, indispensabile per rinnovare il senso della vita comune nelle città.


Gilda Farrell ha ricoperto per numerosi anni il ruolo di
Head of the Social Cohesion Research and Early Warning Division al Consiglio d’Europa, nonché quello di vicedirettore dell’Osservatorio Europeo dell’Iniziativa LEADER. Ricercatrice e consulente per vari organismi internazionali, è impegnata da sempre nella ricerca di una società giusta e democratica. E’ inoltre co-fondatrice e attivista di CARMEN, associazione per il dialogo e l’azione per la costruzione di alternative.