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Dati di Borgata, un altro modo di condividere

Riappropriarsi dei dati come beni comuni: il workshop di HER – Human Ecosystems Relazioni

La scorsa settimana sono tornato a Roma solamente per partecipare ad un workshop di mezza giornata. Una volta avuta la conferma da parte dell’organizzazione ho comprato i biglietti del treno last minute ed il giorno successivo sono partito. Ho partecipato a decine di workshop, così tanti che ormai ne ho perso il conto: cosa aveva di speciale questo?
Il workshop in questione era Dati di Borgata, primo di una piccola serie di laboratori organizzati da Human Ecosystem (HER) in occasione di Her: she loves san lorenzo/// winter edition 2018.

Che dati genera il quartiere San Lorenzo?

Il workshop aveva uno scopo principale, lavorare ad una sorgente dati non estrattiva sulle emozioni e sulle espressioni del quartiere per costruire un commons da intendersi sia come risorsa, sia come ecosistema relazionale tra le persone che utilizzeranno la risorsa, sia come insieme di regole da adottare. Per raggiungere questo scopo l’incontro si è diviso in 2 parti, la prima è stata frontale e mirava a trasferire una consapevolezza di base sulla quantità e la qualità dei dati che quotidianamente vengono generati, che sia in maniera consapevole, inconsapevole, volontaria, o involontaria (la scelta di non condividere un dato è comunque un dato!). Per la seconda parte i partecipanti si sono divisi in 3 tavoli e ogni gruppo ha provato a progettare il proprio commons partendo dalla richiesta iniziale, in forma di servizio, performance o evento, da realizzarsi negli spazi pubblici di San Lorenzo. Ne sono usciti dei concept ancora grezzi ma con una certa freschezza progettuale, frutto del lavoro multidisciplinare di persone provenienti da ambiti professionali e territoriali differenti che fino a qualche minuto prima non si conoscevano.

Le identità sottratte

In questo caso il workshop è stato un catalizzatore di persone unite non solo da una certa tematica, ma soprattutto dai valori che questa tematica portava con sé, dalla necessità di riappropriarsi di qualcosa che ci viene quotidianamente sottratto (i dati in questo caso), dall’esigenza di cogliere la sfida e fare un passo collettivo nel territorio digitale, le cui dinamiche hanno delle ripercussioni enormi sulle nostre vite fisiche e dove i diritti dei suoi abitanti non vengono ancora garantiti a sufficienza.
Un tema di dibattito importante emerso durante il workshop è stato quello relativo alla classificazione umana da parte degli algoritmi. Noi tutti veniamo analizzati e divisi in classi in base alle nostre preferenze, attività, lingua, sesso, ecc. Spesso non siamo consapevoli di far parte di queste nuove classi umane che gli algoritmi hanno creato, semplicemente perché non ci vengono restituite in nessuna forma: i nostri dati vengono estratti, elaborati e le nostre identità digitali ci vengono nascoste. Essere osservati dall’esterno senza poter osservare a nostra volta ci rende vulnerabili, limita le possibilità creative che potrebbero generarsi da questa nuova forma di consapevolezza di sé e non favorisce l’aggregazione costruttiva.

Fuori dalla bolla

In un contesto globale dove le comunità territoriali si stanno indebolendo e dove, parafrasando le parole di Harari, si rischia di diventare soggetti sempre più solitari in un pianeta sempre più interconnesso, l’atto stesso di creare un centro di ricerca permanente ed inclusivo sul territorio come quello di HER, è un atto di fondamentale importanza, che dovrebbe essere replicato anche al di fuori di San Lorenzo.
Per rendere questi processi di attivismo progettuale in normalità trasformativa (Manzini Politiche del Quotidiano) è fondamentale che le persone che si ritrovano a discutere del territorio digitale escano dalla loro bolla ricca di tecnicismi e inizino ad assumere un approccio anche umanistico, “tenendo conto delle implicazioni psicologiche, culturali, relazionali, sociali, emozionali” (Iaconesi).
Un nuovo livello dialogico del genere potrebbe rendere il discorso più accessibile, più inclusivo, permettendo l’avvicinamento di persone che solitamente sono escluse o che si autoescludono dai dibattiti che riguardano la sfera digitale.

Conoscersi, per conoscere

È arrivato il momento di far sì che nelle borgate, nei quartieri, nei sobborghi, nelle contrade, si parli di dati, di diritti digitali, si smetta di subire un atteggiamento estrattivista, si imparino ad utilizzare al meglio gli strumenti a disposizione o se ne costruiscano di nuovi all’occorrenza. Per farlo è necessario conoscere le potenzialità di questi strumenti, ma soprattutto conoscere meglio noi stessi, come individui, come menti, come corpi, come collettività in costante relazione con i nostri simili, con il nostro ambiente, ma anche come collettività in simbiosi con le nostre stesse tecnologie.
Spero che questa esperienza nata a San Lorenzo possa contagiare la capitale, dare speranza ad altre persone e organizzazioni per iniziare percorsi paralleli, generare consapevolezza in maniera trasversale su fasce di popolazione differenti.
E spero che questo sia solo il prototipo di un nuovo modo di fare ricerca, abbandonando il concetto di osservatorio come torre d’avorio nel territorio per concepire nuovi spazi ibridi, che includano il più possibile la popolazione al loro interno, sviluppando processi di crescita bidirezionale.

Daniele Bucci è un designer sistemico, ricercatore e facilitatore. Si interessa di sostenibilità ambientale, economia circolare e design autoprodotto da quando ha co-fondato Studio Superfluo nel 2010. Ha esplorato la sharing economy e l’economia di piattaforma come membro di Ouishare, lavorando per Collaboriamo, Institute For The Future, e contribuendo in Platform Design Toolkit. Ha imparato il valore delle persone e del team in Cocoon Projects. Si occupa di design civico, partecipativo e di innovazione sociale con CivicWise e collaborando attivamente a Transluoghi.

Foto in evidenza di Silvia Garzia