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Lavoro, autogestione, mutualismo: il sogno di Ri-Maflow continua

Dall'occupazione alla cooperativa: storia di una fabbrica recuperata con la comunità

Il nostro racconto parte dalla voce di Luca Federici, il presidente della cooperativa Ri-Maflow, ma “solo per formalità”. La gestione è infatti assembleare e perciò diremo di lui quello che diremmo per tutti gli altri: è uno dei soci lavoratori della cooperativa di Trezzano sul Naviglio, comune a sud di Milano.

Era una delle fabbriche più importanti del settore

Ri-Maflow nasce dalla ceneri della Maflow, una fabbrica del settore automotive che progettava, costruiva e vendeva tubi di gomma vulcanizzata per impianti di climatizzazione, servosterzo e di trasmissione liquidi delle autovetture. Da sei anni i lavoratori e le lavoratrici licenziati l’hanno riconvertita, orientando le attività verso il riuso e il riciclo di apparecchiature elettriche ed elettroniche, dando vita a una vera e propria cittadella dell’altra economia nei capannoni occupati.
Parliamo di una delle fabbriche più importanti del settore, lavorava per marchi di alta gamma – come Jaguar e Bmw – aveva un laboratorio brevetti molto ben fornito e una serie di commesse importanti. La Maflow non ha chiuso per problemi legati al mercato, quella di fallire è stata una scelta, come ci spiega Luca: «Nel 2004 è stata rilevata da un fondo d’investimento, da Murray è diventata Maflow, capofila di un gruppo con sede in 23 Paesi – una multinazionale – il gruppo di Trezzano è stato scorporato per evitare tutti i debiti derivanti dall’acquisizione e da qui al fallimento ci è voluto davvero molto poco, nel 2009 era chiaro che nessun salvataggio fosse più possibile».
E’ stata così messa all’asta e delocalizzata. Gli immobili al momento del fallimento sono stati svenduti ad Unicredit Leasing che è l’attuale proprietario, quello che – per capirci – vuole sgomberare i capannoni di Trezzano.

Da Maflow a Ri-Maflow

Inizia in quel momento la prima mobilitazione, che si concretizza con una vertenza degli operai. La forma è stata quella classica: occupazione e richiesta di un nuovo padrone, con blocchi stradali e presidi, in sostanza tutto orientato a chiedere l’intervento di qualcuno che salvasse la fabbrica e il lavoro.
Ai tempi di Maflow Spa i lavoratori erano 330, la gestione polacca aveva promesso di riassorbire tutti, ma solo 80 sono rimasti a lavoro: “Lavoro per modo di dire – continua Luca – perché la gran parte del tempo non facevano nulla, era già chiaro l’obiettivo di chiudere e delocalizzare. Quindi sono state smaltite le commesse arretrate e si passava il tempo a giocare a carte o a pallone. Sono state assunte per prime le categorie protette, le altre sono state scientemente scelte tra i più crumiri del gruppo di lavoratori e lavoratrici”. Intanto però il presidio nato quando la fabbrica era andata in crisi continua e la vertenza si evolve: l’urgenza non era più cercare un nuovo padrone, perché era evidente il fallimento del modello, così la decisione andò verso l’occupazione.
“Eravamo rimasti in 15 tra lavoratori e lavoratrici, io non ero un dipendente, mi sono aggiunto in seguito, durante il presidio esterno nel 2012, in solidarietà. Al momento di occupare – nel 2013 – sono entrato con loro insieme a qualche sodale tra pensionati, precari, disoccupati, in totale una ventina di persone. Siamo riusciti ad entrare mentre si predisponeva il trasloco, con la complicità del portinaio abbiamo occupato una sala riunioni, anche perché eravamo in presidio esterno in pieno inverno. Siamo arrivati al sesto anno di occupazione che ha portato alla creazione di un’attività lavorativa tramite la cooperativa”.

Verso la cooperativa di produzione e lavoro

Ora Unicredit rivuole questi capannoni: il 28 novembre lo sgombero è stato respinto, ma la scadenza del 30 aprile pende come una spada di Damocle sugli uomini e le donne che danno corpo alla cooperativa. Parliamo di strutture vecchie, con l’amianto sui tetti, le falde acquifere inquinate e una serie di problemi strutturali oltre che ambientali: «Non capiamo perché la banca voglia assolutamente prenderne possesso, il prezzo che vorrebbero ottenere – 4milioni di euro – è totalmente inopportuno visto lo stato dell’immobile, chiunque ci entrerà dopo di noi dovrà spendere altrettanto per rimettere a posto gli spazi che sono molto grandi. Noi ne stiamo cercando altri più vicini alle nostre esigenze e che non rappresentino un rischio per la nostra salute».
I lavoratori e le lavoratrici dell’ex Maflow si sono dotati di diversi strumenti per far sì che il presidio di occupazione diventasse una cooperativa sociale prima e una cooperativa di produzione e lavoro poi, affiancata oggi anche da un’associazione – Occupy Maflow – che ha l’obiettivo di riportare forme di occupazione in quei capannoni, e da una Srl di cui è socio unico la cooperativa Ri-Maflow con il compito di commercializzare le produzioni: «Vogliamo costruire una linea di produzione per la gestione delle apparecchiature elettriche ed elettroniche obsolete. E creare una fabbrica aperta al tessuto sociale capace di catalizzare le pratiche di riuso e riciclo e promuovere la riduzione degli impatti ambientali. Il presidio è lo strumento che utilizziamo ogni qual volta è necessario rivendicare il nostro diritto ad operare in quello stabile o il nostro diritto al lavoro. Se si creano le condizioni siamo anche disposti a spostarci e lo facciamo volentieri visti i rischi che comporta restare a Trezzano, l’amianto si sta deteriorando e noi andiamo a lavorare per vivere, non certo per ammalarci».

Reddito – Lavoro – Dignità – Autogestione

“Il nostro è un recupero del lavoro in autogestione. Significa che i lavoratori e le lavoratrici determinano le modalità e la remunerazione del proprio lavoro, senza dover rispondere a un padrone non operativo che li sfrutterebbe solo per ricavare profitto. Noi parliamo di reddito. Abbiamo cambiato l’impostazione del lavoro con un approccio nuovo, l’attività economica che si esercita è collocata all’interno di un mercato ma allo stesso tempo ha dentro di sé il seme del cambiamento, di un’alternativa da proporre e concretizzare, fino ad ampliarla. Non siamo un’isola felice, abbiamo occupato per ottenere i nostri diritti, ma riusciremo a migliorare solo quando ci riusciranno anche tutti gli altri, non possiamo limitarci a guardare il nostro pezzetto, dobbiamo riferirci all’intero mondo del lavoro. Ci sentiamo parte di tutte le grandi mobilitazioni, degli scioperi, delle proteste, delle manifestazioni e di ogni forma di rivendicazione. La precarizzazione delle nostre vite altro non è che un furto delle nostre aspettative”.
Un piccolo passo in avanti è stato fatto, eppure l’entusiasmo resta frenato: “La giornata del 28 novembre è stata un successo che fa bene a tutto il movimento. Siamo contenti però consapevoli che il nostro è un cammino ancora lungo. Quello che abbiamo ottenuto è una semplice proroga di sei mesi, dobbiamo arrivare ad avere un luogo per la cooperativa. Oggi siamo in condizione di poterci permettere un affitto o addirittura di poter pensare all’acquisto di un capannone, questo è possibile soltanto grazie al percorso dell’occupazione, al lavoro in autogestione e all’autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici. 120 persone che sarebbero probabilmente a casa lavorano nella cooperativa Ri-Maflow, si tratta di lavoratori considerati in condizioni di scarsa occupabilità, con titoli di studio bassi e invece si è riuscita a trovare una risposta per il loro reddito e ad evitare la dispersione delle forze, perché quando chiudono le aziende i lavoratori si atomizzano”.

Un arco di relazioni che va dalla Caritas alle scuole

Intorno a Ri-Maflow si è creata una partecipazione lunga anni, fatta di cittadini, associazioni, realtà del territorio. E’ questa la più grande forza di un’esperienza che ha sovvertito la storia delle mobilitazioni per come le abbiamo sempre conosciute in questo tempo: “Le relazioni che abbiamo creato sono la nostra ricchezza, mai basate su aspetti teorici, ma su pratiche condivise di incontro e di discussione per sviluppare i progetti. Siamo all’interno di una rete nazionale per la produzione, la distribuzione e il consumo di prodotti alimentari che si chiama Fuori Mercato e ci ha permesso di sviluppare un positivo rapporto con i produttori locali fornendo loro una logistica per la distribuzione dei prodotti biologici e autofinanziandoci con piccole produzioni agro-alimentari come la Ripassata (passata di pomodoro) ed il Rimoncello (un gustoso limoncello). Stiamo organizzando e ospitando diverse attività (falegnameria, restauro mobili, modellistica, tappezzeria, lavorazioni di metalli) per creare opportunità di lavoro anche per altri disoccupati”.
I lavoratori e le lavoratrici di Ri-Maflow sono quelli che Marx avrebbe definito i proletari. Impressiona il richiamo oggi a teorie e parole che credevamo obsolete, ma che invece dimostrano quanto il conflitto sociale sia ancora una questione che ci riguarda tutti: «Abbiamo un arco di relazioni che va dalla Caritas, alle scuole, passando per le frange anarchiche e con tutti abbiamo trovato quel terreno comune su cui confrontarci. Oggi siamo quasi alla barbarie: siamo arrivati a un punto di non ritorno ed occorre restare umani, come ci ha insegnato Vittorio Arrigoni. L’unico modo per farlo è quello di opporsi a ciò che non va con le azioni contro le speculazioni, come contro il razzismo e il sessismo. Dovremmo praticarlo come società in forme sempre più ampie”.

La testimonianza di Mercedes

Ma che valore ha l’autogestione conflittuale messa in pratica? Cosa insegna la vicenda della cooperativa Ri-Maflow? Lo abbiamo chiesto invece a Mercedes Mas Solè che suonava con la sua fisarmonica davanti ai capannoni il giorno in cui è stata vinta la battaglia contro lo sgombero. Lei è una delle persone che spontaneamente si è aggregata a questa lotta: “Vivo a Trezzano e sono una dei pochi cittadini che ha partecipato, perché tutti quelli che sostengono la cooperativa non sono del posto. C’è un po’ di pregiudizio nel guardare a questa occupazione come ad un centro sociale, nel soffermarsi soltanto sull’azione illegale, per cui si fa un po’ fatica a cambiare punto di vista e ad immaginare quanto di buono si sta facendo in questi capannoni. Ho partecipato attivamente a tanti eventi e incontri che negli anni sono stati fatti, dalla produzione della la Ripassata a quella del Rimoncello, passando per spettacoli ed attività culturali, fino alla creazione del lavoro e di un reddito per tutti e tutte. Li sostengo e diffondo le loro iniziative per allargare il movimento di solidarietà e rendere visibile tutto quello che viene messo in piedi. Quest’esperienza dimostra che non c’è sempre bisogno di aspettare che qualcun altro risolva i problemi, che è possibile creare lavoro per sé e per gli altri. In più all’interno di Ri-Maflow si riconosce molta importanza al modello assembleare e mutualistico, si condividono i guadagni e le perdite, la cooperativa è aperta a chiunque voglia crearsi un lavoro e questo mi sembra incredibile”.