OpenMigration

7 febbraio 2016 | Senza categoria Società StranItalia

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    Nella mission del sito si legge: “È un progetto di informazione aperto, orizzontale sul tema delle migrazioni. Non è informazione per soli specialisti. Non vuole essere informazione di tipo retorico. Non deve essere informazione fondata su pregiudizi o stereotipi altrimenti non avrebbe la forza per scardinare i pregiudizi e gli stereotipi prevalenti e pericolosi che sono usati dai media e da talune forze politiche quando viene affrontato il tema dell’immigrazione. Open Migration è dunque un progetto che usando competenze, dati, conoscenze vuole contribuire a formare le opinioni e le coscienze sulle migrazioni
    L’obiettivo è quello, attraverso letture, notizie, racconti, numeri di allargare l’area dei diritti e delle libertà, senza guardare al passaporto, all’etnia, alla religione.

    Panoramica del sito

    Il sito si articola, prevalentemente in 6 sezioni: “Missione” in cui sono presenti gli obiettivi che vuole raggiungere, “Politiche di frontiera” in cui sono presenti prevalentemente articoli di natura geo-politica per comprendere la natura degli accordi internazionali sulla questione migranti, “Diritti d’asilo” in cui si approfondiscono i dati in materia dei profughi, con riferimenti anche a popolazioni specifiche, “Immigrazione e integrazione” che si occupa dei dati relativi agli immigrati una volta giunti a destinazione (come influiscono sull’economia del paese ospitante, quanti sono in carcere ecc.). Per finire sono presenti la sezione “Dati”, in cui sono presenti tutti i grafici, le mappe e le tabelle riassuntive con i vari numeri dell’immigrazione, e la sezione “Rubriche” che raccolgono gli articoli sul tema.
    Una particolarità apprezzabile del sito consiste nel fatto che mette a disposizione una serie di test, facilmente utilizzabili dagli utenti, che permettono loro di capire il grado di conoscenza sui vari argomenti legati al tema immigrazione.
    Infine anche per quanto riguarda la parte grafica le mappe, le tabelle e i grafici sono molto chiari e comprensibili e facilitano la comprensione dei vari fenomeni di cui si parla.

    Alcuni Articoli…

    Tra i pezzi più interessanti presenti nel sito OpenMigration quello che riporta l’intervista di un professore di economia statunitense che, senza mezzi termini, spiega come l’economia dell’immigrazione porti, in generale, grandi guadagni sia agli immigrati stessi che ai paesi ospitanti. Dalle parole di Benjamin Powell: “Gli economisti stimano che i potenziali guadagni globali da un’immigrazione aperta sarebbero impressionanti. Si va dal 50% al 150% del Pil mondiale. Gran parte di questi guadagni andrebbero agli immigrati stessi, ma gli stessi economisti che sono contrari a flussi più ampi di immigrati ammettono che anche la popolazione nativa ne avrebbe un guadagno economico. La maggior parte degli studi non trova effetti negativi dell’immigrazione sui salari o sul numero dei posti di lavoro“.
    Un altro pezzo interessante è :”Come smentire la bufala dell’invasione musulmana in Italia” in cui si commentano una serie di dati attendibili (provenienti per lo più dalla Caritas) che confutano gli allarmismi dell’opinione pubblica sull’aumento della presenza dei musulmani in Italia.
    Come scrive Alessandro Lanni: “Un’ulteriore smentita del racconto dell’invasione proviene dalla lettura dei dati sulla demografia italiana. I musulmani sono passati in questi venti anni dal 0,5% al 2,6% della popolazione. Negli stessi anni la popolazione straniera è passata dall’1,7% all’8,2% del 2014. Ciò significa che la crescita dei musulmani è proporzionale a quella del totale degli stranieri in Italia. Nessuna “invasione islamica”.
    Infine segnaliamo la presenza di un quiz “scopri cosa sai (o non sai) della crisi dei rifugiati” in cui i lettori possono mettere alla prova le loro conoscenze in materia ed avere subito un chiaro riscontro.
    Per concludere OpenMigration è uno strumento innovativo e molto interessante per più ragioni: innanzitutto dare all’opinione pubblica una valida alternativa ai mass media per la conoscenza di un fenomeno così vasto e complesso, inoltre trovo personalmente apprezzabile il tentativo di spezzare alcuni pregiudizi e allarmismi che, troppo spesso, ricorrono intorno al fenomeno migrazione. Insomma uno strumento valido e originale da consultare ogni qual volta si voglia approfondire un aspetto del fenomeno dell’immigrazione.

    Leggi anche:

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      Cons. St., sez. IV, 24 settembre 2015, n. 4475

      6 febbraio 2016 | Consiglio di stato e CGA Regione Sicilia Diritto Giurisprudenza

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        alluminio

        La sentenza
        Il Consorzio imballaggi Alluminio (CiAL) interpone appello avverso la sentenza con cui il Tar Lazio convalida il decreto, pubblicato in G.U. n. 176/2013, adottato dal Ministero dell’ambiente di concerto con il Ministero dello sviluppo economico ai sensi dell’art. 223, co. 2, del d.lsg. n. 152/2006 (cd. Testo Unico Ambientale).
        L’atto ministeriale oggetto di impugnativa definisce lo schema-tipo di statuto adottabile in concreto dai consorzi unici di filiera costituiti su scala nazionale per la gestione di ciascun materiale di imballaggio e dei relativi rifiuti.
        In grado d’appello il Consorzio torna a contestare la pervasività delle previsioni statutarie introdotte nel corpo del modello ministeriale, ritenute ingiustificatamente limitative dell’autonomia consortile nonché lesive del principio di sussidiarietà orizzontale.
        Facendo leva sulla natura privatistica dei consorzi in questione, espressamente sancita dal legislatore ambientale, il Consiglio di Stato riscontra un’illegittima ingerenza ministeriale e ne ridimensiona la portata a quanto strettamente necessario al perseguimento degli interessi generali relativi al settore della gestione dei rifiuti «in un rapporto di reciproca autonomia e nel rispetto del principio di sussidiarietà orizzontale sancito dall’art. 118, comma 4, Cost.».
        Dall’accoglimento dell’appello discende, pertanto, l’annullamento dello schema-tipo contestato e la necessaria predisposizione di un nuovo modello statutario maggiormente rispettoso dell’autonomia propria dei soggetti privati.

        Il commento
        È interessante notare come, nel caso in esame, il rispetto del principio di sussidiarietà orizzontale sia invocato in relazione ad un sistema che riproduce plasticamente gli scopi e i meccanismi di funzionamento del principio medesimo.
        Nell’ambito della gestione dei rifiuti, infatti, trova estrinsecazione, meglio che in qualunque altro settore, il senso più compiuto della sussidiarietà, considerata l’inevitabilità della cooperazione di soggetti pubblici e privati ai fini della buona riuscita della attività stessa.
        In particolare, il meccanismo di gestione dei rifiuti di imballaggio previsto dal T.U.A. delinea un sistema tipicamente policentrico e multilivello che coinvolge operatori economici, singoli cittadini e amministrazione pubblica nelle differenti attività – che si snodano dalla produzione del bene al cd. post-consumo – relative all’intero ciclo di vita del prodotto.
        Non soltanto, però, il legislatore ambientale non esonera nessuno dallo svolgimento di attività tese a ridurre l’impatto dei rifiuti di imballaggio sull’ambiente, ma prevede altresì, in ossequio ai principi informatori della materia, un particolare riparto degli obblighi incombenti sui vari soggetti coinvolti.
        Alla stregua dell’art. 219, co. 2, T.U.A, in cui trovano espressa enunciazione il principio del «chi inquina paga» e quello della «responsabilità condivisa», gli obblighi degli operatori economici sono ripartiti in proporzione alla quantità di imballaggi immessi sul mercato nazionale.
        Gli oneri gravanti sulle imprese (siano esse aderenti o meno, ex art. 221, co. 3, T.U.A., ad uno dei consorzi oggetto della pronuncia in commento) variano, dunque, in ragione del concreto impatto della loro attività economica sull’ambiente.
        In altri termini, si profila un meccanismo di responsabilizzazione “ponderato”, ossia ragionevolmente commisurato alla reale incidenza di una data attività sull’ambiente.
        Confermando il ruolo trainante del diritto dell’ambiente rispetto all’evoluzione del diritto amministrativo tutto, la materia in questione arricchisce quindi la stessa sussidiarietà di una sfumatura ulteriore, dimostrando la possibile gradazione del coinvolgimento dei diversi soggetti in relazione alle concrete responsabilità di ognuno.

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          Voler bene alle Marche: beni comuni, benessere della comunità ed economia circolare

          | Cantieri Notizie

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            La tematica dei beni comuni è oramai parte integrante del dibattito pubblico. Politici, amministratori, funzionari, cittadini ne parlano, ci pensano, ne discutono. In molti credono che il mondo del Terzo settore sia decisivo nel processo di diffusione di buone pratiche sulla gestione dei beni comuni, su un nuovo modo di pensare l’economia (l’economia circolare) e sul benessere della comunità che ne consegue. Proprio da questo assunto si basa il convegno Voler bene alle Marche: beni comuni, benessere della comunità ed economia circolare, organizzato dal Centro Servizi per il Volontariato delle Marche in collaborazione con la Regione Marche ed in programma martedì 9 febbraio dalle ore 16,30 a Palazzo Raffaello ad Ancona.

            In allegato il programma del Convegno

            Una vera e propria tavola rotonda dove verranno esposte diverse esperienze con l’obiettivo di aprire una riflessione attorno ai percorsi e alle strategie di tutela e valorizzazione dei beni comuni, attraverso l’approfondimento di quegli aspetti della quotidianità che contribuiscono al benessere della comunità.

            Labsus parteciperà all’iniziativa: aprirà il convegno Gregorio Arena, Presidente di Labsus, con una conversazione sulla tematica Curare i beni comuni per costruire comunità e liberare energie.

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              A Milano il corso per gestire i beni comuni

              | Cantieri Notizie

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                Oramai, anche grazie all’opera di Labsus, si sente parlare sempre più spesso di beni comuni. Molti ne parlano anche a sproposito, altri si chiedono effettivamente cosa siano i beni comuni, come si definiscono e da cosa differiscono dalle altre tipologie di beni. A queste domande risponderà il corso organizzato dall’Università del Volontariato di Milano, in collaborazione con il Movimento di Volontariato Italiano (MoVI), dal titolo Cittadinanza attiva per la gestione innovativa dei beni comuni.

                Il programma svilupperà un percorso che si snoderà dalla definizione di beni comuni alle modalità di gestione di questa tipologia particolare di beni in un’ottica di democrazia partecipativa, per concludersi con una serie di laboratori di presentazione di esperienze concrete dove si sta sperimentando l’amministrazione condivisa tra istituzioni e cittadini.

                Il corso, completamente gratuito, avrà luogo presso il Centro Servizi per il Volontariato del capoluogo lombardo e inizierà il prossimo 3 febbraio alle ore 17,30; il programma si rivolge a tutti coloro che desiderano apprendere e prendersi cura dei beni comuni del proprio territorio.
                Labsus sarà uno dei protagonisti del corso, con la presenza del suo presidente Gregorio Arena.

                In allegato la scheda del corso.

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                  Il primo manifesto italiano sul Fundraising

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                    Il fundraising è una semplice donazione, provocata da mero filantropismo, carità  e ritorno d’immagine? Non è proprio quello che pensano la Scuola di Roma Fund-raising.it e l’Istituto Italiano Donazione, ossia le organizzazioni che hanno redatto il primo Manifesto per un nuovo Fundraising – Donare di più, donare meglio: presentato lo scorso 7 dicembre alla Camera dei Deputati, alla presenza del Sottosegretario al Lavoro Luigi Bobba, il manifesto è il frutto del progetto “Fundraising – un altro Welfare è possibile” che nel 2014 è stato premiato con la medaglia della Presidenza della Repubblica.

                    Il Fundraising come strumento per creare nuovi modelli sociali

                    Obiettivo principale del manifesto, redatto dopo due anni di lavoro, è quello di diffondere una nuova cultura della donazione e del finanziamento sociale, basata sulla logica dell’investimento e non del mero filantropismo. Infatti nel manifesto è espresso a chiare lettere come il Fundraising non sia più solamente la tecnica per migliorare la sostenibilità economica di un’organizzazione non profit, bensì uno strumento molto più inclusivo, capace di rendere partecipe la società civile alla creazione di un nuovo sistema sociale.
                    A detta di Massimo Coen Cagli, direttore scientifico della Scuola Fund-raising.it, “…in Italia viviamo un paradosso singolare: da un lato tutti si appellano al fundraising come risposta alla crisi di finanza pubblica, mentre dall’altro nessuno pone in essere strategie, azioni e politiche che lo possano far crescere realmente”. Aggiunge quindi “…sono ancora tanti gli ostacoli culturali, burocratici, amministrativi e politici che ne limitano enormemente il potenziale, come ad esempio il farraginoso sistema di gestione del 5 e del 2 per 1000, per citarne uno. Con il Manifesto –conclude Coen Cagli – vorremmo che si dia vita a programmi e azioni che rendano operativi i principi contenuti in questo importante documento. Insomma per far si che il fundraising diventi davvero lo strumento principale di un’economia sociale e civile essenziale per lo sviluppo del paese”.

                    Il dono è un fattore di crescita da incentivare nelle nuove generazioni

                    Il dono è un fattore di crescita: a dirlo chiaramente è l’Istituto Italiano Donazione, altro partner del progetto. Non solo, l’Istituto rilancia: il dono è un valore che non deve restare confinato nell’ambito del non profit. Si tratta di una pratica quotidiana, uno stile di vita da promuovere e incentivare. E questo è necessario farlo sopratutto nelle nuove generazioni. Per questo continuerà la collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, promuovendo le giornate del dono che abbiano come protagonisti i giovani.

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                      Cosa sono e come funzionano i patti per la cura dei beni comuni

                      | Il punto di Labsus Notizie

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                        I patti di collaborazione sono il cuore del Regolamento, lo strumento giuridico che trasforma le capacità nascoste degli abitanti di una città in interventi di cura dei beni comuni che migliorano la vita loro e di tutti gli altri abitanti.
                        Come s’è già visto, il percorso per arrivare concretamente a prendersi cura dei beni comuni si articola in tre passaggi ineludibili, dall’art. 118 ultimo comma della Costituzione al Regolamento e infine ai patti di collaborazione, in una scala che va dal massimo di generalità al massimo di specificità, dal massimo di astrattezza al massimo di concretezza.
                        Ognuno di questi snodi è indispensabile e l’uno rinvia necessariamente all’altro, in una circolarità di relazioni che a sua volta è una delle caratteristiche principali della sussidiarietà.

                        Niente patti senza Regolamento

                        Senza il Regolamento infatti il principio di sussidiarietà avrebbe continuato ad essere inapplicato, come era successo dal 2001 al 2014, ma a sua volta il Regolamento è legittimato dall’essere fondato sulla Costituzione.
                        Senza i patti il Regolamento sarebbe inefficace, ma i patti senza il Regolamento sono per così dire “vulnerabili” e quindi di difficile attuazione perché manca loro quella infrastruttura di principi e regole contenuta nel Regolamento che li protegge e li rende operativi. Per questo motivo, quando ci viene chiesto un parere, scoraggiamo la stipulazione di patti in comuni dove non è ancora stato adottato il Regolamento, perché abbiamo constatato che poi la loro attuazione incontra molte difficoltà riguardanti per esempio il riparto delle responsabilità, le assicurazioni, le verifiche, etc.

                        Il patto è uno strumento

                        Riprendiamo dunque il filo della precedente riflessione riguardante i primi quattro articoli del Regolamento (finalità, definizioni, principi, cittadini attivi) e anche in questo caso prendiamo come testo di riferimento la bozza del Regolamento per Roma alla cui redazione Labsus ha partecipato nell’ambito di un gruppo di lavoro interassessorile costituito dalla Giunta nella primavera 2015, perché tiene conto sia delle modifiche introdotte dai comuni che hanno finora adottato il Regolamento, sia delle osservazioni che sono state formulate nel corso dei circa cento incontri pubblici cui Labsus ha partecipato in tutta Italia dal marzo 2014 al gennaio 2016.
                        Il primo comma dell’art. 5 del Regolamento definisce la natura e il ruolo del patto di collaborazione, definito “lo strumento con cui il Comune ed i cittadini attivi concordano tutto ciò che è necessario ai fini della realizzazione degli interventi di cura, rigenerazione e gestione dei beni comuni in forma condivisa”.
                        Il patto, come il Regolamento,non è appunto niente altro che uno strumento per liberare energie, valorizzare capacità, rimettere in moto situazioni bloccate. Vale dunque anche per i patti quel modo di dire inglese, secondo il quale la prova della bontà del budino si fa assaggiandolo. Mettiamoli alla prova, i patti di collaborazione, vediamo come funzionano, che problemi emergono e poi eventualmente introduciamo delle modifiche basate sull’esperienza, secondo il motto Operare conoscendo.

                        Concordano tutto ciò che è necessario

                        Per quanto riguarda i contenuti la formula dell’art. 5 è molto ampia. Comune e cittadini “concordano tutto ciò che è necessario ai fini della realizzazione degli interventi di cura…”.
                        Concordano è un verbo che fa subito capire cosa vuol dire concretamente l’art. 1, comma 3 del Regolamento quando afferma che la collaborazione tra cittadini e amministrazione “si estrinseca attraverso l’adozione di atti amministrativi di natura non autoritativa” dando vita all’amministrazione condivisa. Vuol dire, in sostanza, che i patti di collaborazione (non a caso chiamati appunto “patti”) sono atti disciplinati dal diritto privato come i contratti, non di diritto amministrativo come gli accordi di cui all’art. 11 della legge n. 241/1990, che sono invece manifestazione del potere discrezionale della pubblica amministrazione.
                        Dal punto di vista formale la scelta di equiparare i patti di collaborazione ai contratti di diritto privato si fonda sull’art. 1, comma 1 bis, della legge n. 241/1990 (modificata ed integrata dalla legge n. 80/2005) che dispone che “La pubblica amministrazione, nell’adozione di atti di natura non autoritativa, agisce secondo le norme di diritto privato salvo che la legge disponga diversamente”.
                        Dal punto di vista sostanziale invece la scelta di definire i patti di collaborazione “atti amministrativi di natura non autoritativa” è la logica conseguenza della parità di rapporti che intercorre fra cittadini e amministrazione nell’ambito del modello dell’amministrazione condivisa, fondato sulla sussidiarietà. Cittadini e amministrazione sono alleati nella lotta contro la complessità dei problemi, la scarsità dei mezzi, l’aumento delle esigenze e in questa lotta condividono responsabilità e risorse. Sono sullo stesso piano e i rapporti fra di loro devono pertanto essere disciplinati con strumenti giuridici che rispecchino questa nuova modalità di rapporto fra istituzioni e cittadini, a sua volta fondata sul nuovo paradigma della sussidiarietà.

                        Tutto ciò che è necessario

                        Ma, concretamente, cosa concordano cittadini e amministrazione quando stipulano un patto di collaborazione? Tutto ciò che è necessario per realizzare in forma condivisa la cura, la rigenerazione e la gestione dei beni comuni. E’ una formulazione che lascia com’è giusto molto spazio all’autonomia contrattuale delle parti, le sole in grado di sapere cosa è necessario nelle circostanze date per realizzare nel modo migliore la cura condivisa dei beni comuni.
                        E’ una formulazione rispettosa della capacità di giudizio e del senso di responsabilità sia dei cittadini, che dovranno poi raggiungere gli obiettivi fissati dal patto da loro sottoscritto, sia dell’amministrazione, che comunque al momento delle elezioni deve rispondere agli elettori dei risultati ottenuti durante il mandato, compresi quelli raggiunti applicando il modello dell’amministrazione condivisa.

                        Schemi di patti

                        Trattandosi tuttavia di una normativa del tutto nuova, che disciplina fattispecie per le quali non esistono precedenti che possano aiutare l’amministrazione nella sua applicazione, il secondo e il terzo comma dell’art. 5 prevedono l’uno degli schemi tipo di patti e l’altro un elenco di ciò che il Regolamento ritiene sia opportuno i patti contengano, così da “sostenere” la redazione dei patti.
                        Il secondo comma dispone dunque che “Il contenuto del patto è definito negli schemi tipo di patti allegati al presente Regolamento, ma può variare a seconda che si tratti di patti ordinari o patti complessi”(artt. 7 e 8).
                        Il motivo della distinzione fra patti ordinari e patti complessi (che non era presente nel testo del Regolamento-tipo di Bologna) deriva dall’analisi dei circa 500 casi contenuti nella sezione Beni comuni di Labsus, una banca dati, unica nel suo genere, risultato di dieci anni di lavoro. Nella stragrande maggioranza di questi casi i cittadini risultano impegnati in interventi di cura dei beni comuni abbastanza semplici, che non richiedono grandi mezzi né particolari attrezzature o competenze.

                        Patti di collaborazione ordinari

                        Sono interventi per così dire di “bricolage civico”, di manutenzione ordinaria volta a rendere più vivibile e più bello uno spazio pubblico, un giardino, una scuola e così via. Per regolare questo tipo di interventi sono sufficienti patti di collaborazione semplici come quelli previsti dall’art. 7 (Patti di collaborazione ordinari), che prevede che “I cittadini che intendono realizzare interventi di cura di modesta entità, anche ripetuti nel tempo sui medesimi spazi e beni comuni, presentano la proposta di collaborazione riempiendo il modello A di cui al comma 2 ed inviandolo direttamente all’Ufficio, anche per via telematica”.
                        Il modello A (che non è stato predisposto perché la caduta della Giunta capitolina interruppe le attività del gruppo di lavoro sul Regolamento) è un form nel portale dedicato all’amministrazione condivisa, che contiene un elenco “a mero titolo esemplificativo e non esaustivo, dei più frequenti interventi di cura di modesta entità che i cittadini attivi possono realizzare e indica i presupposti, le condizioni e l’iter istruttorio per la loro realizzazione”.
                        In pratica i cittadini che vogliono realizzare un intervento di cura di un bene comune riempiono il form con tutti i dati che servono per poter stipulare il patto di collaborazione e poi lo inviano per via telematica all’Ufficio per l’amministrazione condivisa. Ciò significa che, coerentemente con il nuovo paradigma del diritto amministrativo, i cittadini stessi gestiscono in via telematica sia la fase di iniziativa, sia una parte della fase istruttoria del procedimento amministrativo che porterà alla stipula del patto di collaborazione.
                        A sua volta “l’Ufficio identifica entro 15 giorni il Dirigente responsabile che, verificati il rispetto del presente regolamento e la fattibilità tecnica,sottoscrive il patto di collaborazione e lo pubblica sul portale” dell’amministrazione condivisa.

                        Patti di collaborazione complessi

                        L’art. 8 della bozza del Regolamento per Roma disciplina invece con molto maggior dettaglio la procedura che porta alla sottoscrizione di patti complessi, quelli che si sottoscrivono nei casi in cui “I cittadini intendono realizzare interventi di cura origenerazionedi spazi obenicomuniurbani che comportano attività complesse o innovative volte al recupero, alla trasformazione ed alla gestione continuata nel tempo di tali beni per svolgervi attività di interesse generale”.
                        In sostanza, si tratta di quegli interventi che comportano il recupero, la rigenerazione e la gestione in forma condivisa di beni pubblici o privati abbandonati o sottoutilizzati, per fini di interesse generale. Come è giusto, in tali casi la procedura è molto più dettagliata e prevede fra le altre cose forme di pubblicità e di partecipazione ulteriori, a garanzia dell’interesse generale.

                        Creare una casistica e i precedenti

                        E’ probabile, anzi sicuro, che nel tempo si andrà stratificando una casistica dei patti di collaborazione, creando anche in questo settore quei precedenti che spesso nelle amministrazioni pubbliche sono la vera bussola quotidiana. Labsus, come già ha fatto e continua a fare per le esperienze raccolte nella sezione Beni comuni, accompagnerà la creazione di tale casistica pubblicando i testi dei patti che man mano verranno stipulati, commentandoli laddove contengano spunti di particolare interesse anche per altre situazioni. Lo stesso faremo per i form dei patti di collaborazione ordinari, così da facilitare lo scambio di informazioni e di esperienze fra comuni.
                        Naturalmente, come per tutti i materiali presenti nel nostro sito, anche la banca dati dei patti sarà gratuitamente a disposizione degli amministratori e dei cittadini che vorranno trarre spunto dai documenti pubblicati.

                        Un elenco utile, ma non tassativo

                        Infine, il comma 3 dell’art. 5 contiene l’elenco, assolutamente non tassativo ma orientativo, di ciò che il Regolamento ritiene sia opportuno che i patti contengano. Questo elenco ovviamente meriterebbe un commento dettagliato ma questo articolo è già troppo lungo così. Sarà per un’altra volta, forse.
                        Qui ci limitiamo a sottolineare che il contenuto dei patti può variare non soltanto a seconda della tipologia (ordinari o complessi) ma soprattutto a seconda del tipo di intervento, del tipo di beni comuni, della situazione locale, delle risorse disponibili, etc. etc. Si ritorna a quanto si diceva sopra commentando il primo comma: “…comune e cittadini concordano tutto ciò che è necessario ai fini della realizzazione degli interventi di cura…”. E’ una formulazione che lascia molto spazio all’autonomia ed al senso di responsabilità delle parti, le sole in grado di sapere cosa è necessario nelle circostanze date per realizzare nel modo migliore la cura condivisa dei beni comuni.

                        Per tutti gli aggiornamenti sullo stato di attuazione del Regolamento nei Comuni italiani vai alla sezione dedicata di Labsus

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                          BES: Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile

                          25 gennaio 2016 | Società

                          Condividi la pagina

                            bes

                            Il Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES), elaborato dall’Istat con il contributo decisivo del Cnel, analizza i principali fenomeni sociali, economici e ambientali che giocano un ruolo essenziale nell’evoluzione del nostro Paese.
                            Il progetto, nato nel 2010 e ispirato all’esperienza internazionale in materia di benessere, ne supera i metodi di analisi: l’Italia, infatti, confermandosi all’avanguardia in questo settore, analizza non solo la qualità  di vita dei cittadini, ma anche il fattore equità nella distribuzione delle determinanti del benessere tra soggetti sociali e la sostenibilità

                            Il Rapporto

                            Il principio adottato nello studio è stato quello della multidimensionalità  del benessere, con l’obiettivo di rivolgere un’attenzione particolare alla eterogeneità  delle diverse dimensioni del benessere, elaborando pertanto 12 domini sulla base di 130 indicatori, intesi come settori funzionali al miglioramento del benessere della collettività : salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca e innovazione, qualità  dei servizi. L’obiettivo del Rapporto è quindi quello di raccontare il Paese attraverso la messa in relazione della produzione di dati dei 12 domini, così da indirizzare nella scelta i cittadini e i loro rappresentanti sulle dimensioni del benessere più produttive in termini di valori e opportunità  di investimento.

                            Lo studio, condotto su un campione di 45 mila persone a partire dai 14 anni in su, ha elaborato un framework di riferimento per il benessere, così come concepito dall’OCSE, suddividendo pertanto i 12 domini in 2 categorie: 9 domini di outcome (salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, sicurezza, benessere soggettivo, ambiente e paesaggio e patrimonio culturale), il cui impatto diretto si misura sul benessere umano e l’ambiente; e i 3 domini strumentali o di contesto (politica e istituzioni, ricerca e innovazione e qualità  dei servizi), funzionali al miglioramento del benessere della collettività  e dell’ambiente.

                            Il Rapporto BES si è¨ così orientato alla condivisione con la società  civile, i suoi rappresentanti e gli esperti per potere fornire gli strumenti utili alla definizione dei 130 indicatori utili a definire lo stato e il progresso del Paese. Il framework di riferimento ha permesso di chiarire gli obiettivi da raggiungere, attraverso l’individuazione delle due dimensioni primarie, il benessere umano e il benessere dell’ecosistema: la relazione tra le due dimensioni del framework e gli indicatori dei 12 domini rivela pertanto la chiave del progresso e del miglioramento del benessere equo e sostenibile.
                            Il progetto è servito così anche da modello per le realtà  territoriali a livello regionale e provinciale: sviluppando la stessa metodologia di analisi, è stato possibile realizzare UrBes e Bes delle province, come strumenti di supporto per gli amministratori locali.

                            Il tema del benessere e dell’equità , intesa come opportunità  e risorsa per le future generazioni, rimane pertanto una delle priorità  di studio dell’Istat: “l’obiettivo più ambizioso è quello di integrare gli indicatori territoriali del Bes nei modelli statistici ed economici dell’Istat” – come lo stesso Presidente Alleva ha affermato, – “così da poter valutare l’impatto delle azioni di policy sul benessere dei cittadini”.

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                              Reggio Calabria, delibera del Consiglio comunale, 13 ottobre 2015, n. 47

                              23 gennaio 2016 | Diritto Norme Regolamenti comunali

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                                220px-Reggio_calabria_duomo

                                Analizzando il testo promulgato dal Consiglio comunale calabrese in raffronto con il Regolamento di Bologna, “padre” di tutte le regolamentazioni comunali successive, si può notare come venga mantenuta la specifica intelaiatura disegnata dal regolamento bolognese, aggiungendovi precise disposizioni rispecchianti le peculiari necessità locali: ai canonici 36 articoli del primo regolamento, ripresi pedissequamente, ve ne sono stati aggiunti altri 11, di cui precisamente 2 sono volti a specificare determinati elementi della cura dei beni comuni per garantirne una maggiore trasparenza e una partecipazione consapevole (è il caso dell’art.6 rubricato “elenco dei beni comuni” e dell’art.13 indicante le regole dell’”avviso pubblico (modalità, principi, criteri)”) mentre altri 9 sono riuniti in un apposito capo indicante le “regole specifiche per i beni confiscati alla ‘ndrangheta” (artt. 20-28). Tale capo V mira ad adattare il Regolamento alle necessità presenti nel territorio calabrese, prevedendone una particolare applicazione nel caso di beni confiscati alla ‘ndrangheta: nello specifico viene prevista l’applicazione dal presente regolamento compatibilmente “con le disposizioni del vigente codice delle leggi antimafia” e implementando la normativa con una serie di maggiori specificazioni ed incombenze per l’assegnatario (che deve rientrare comunque tra i soggetti rientranti nella legge speciale), quali puntuali obblighi comportamentali e pubblicitari per lo stesso (art. 23), una specifica durata della concessione, fissata dall’art. 24 tra i 3 e i 30 anni (in luogo di quella normalmente lasciata alla statuizione del singolo patto di collaborazione (art. 5) ovvero limitata ad un massimo a 9 anni nel caso di gestione condivisa di edifici (art. 19), salvo specifiche e singole statuizioni particolari), nonché in tema di revoca (art. 25) e potere sanzionatorio (art. 27).

                                Dalla lettura del Regolamento di Reggio Calabria si evince chiaramente come il modello indicato dal Regolamento di Bologna sia valido ed attuale, idoneo ad essere applicato alle differenti realtà territoriali del nostro Paese, permettendo altresì specifici adattamenti alle peculiarità, tanto negative che positive, presenti nelle singole località e ai bisogni collettivi particolari presenti. Un modello preciso e al contempo fluido, consono allo scopo di permettere la più ampia partecipazione possibile senza rinunciare alle necessarie garanzie di vigilanza e controllo.

                                Allegati (1)

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                                  Agricoltura Sociale e Civica

                                  22 gennaio 2016 | Notizie Notizie

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                                    corso di perfezionamento in agricoltura sociale e civica

                                    Da febbraio a maggio 2016, per la durata di 250 ore suddivise in 4 mesi, si svolgerà presso l’Università di Pisa, nel Dipartimento di Scienze Veterinarie, il corso di perfezionamento universitario “Agricoltura Sociale e Civica”.
                                    Le professionalità che vi sono dietro, ovvero i docenti del Dipartimento di Scienze Veterinarie ideatori e promotori del corso,  “lavorano ormai da 15 anni sul tema dell’innovazione sociale e della multifunzionalità, focalizzando il proprio interesse sui temi dell’agricoltura sociale e civica. L’attività svolta ha portato alla realizzazione di progetti e di ricerche – azioni sia a livello internazionale, europeo e nazionale (Progetto FAO sull’Agricoltura Sociale nei PSV, Progetto SoFar VI programma quadro EU, COST Action 866 Green Care, Piano del Cibo – agricoltura periurbana), oltre a progetti territoriali (La debole forza, Orti E.T.I.C.I , Progetto Amiata Responsabile, I Semi di Salute). A seguito di questa attività il Dipartimento collabora con numerosi partner a livello locale e nazionale che forniranno il loro contributo nell’attività didattica prevista, mettendo a disposizione le proprie esperienze sul tema. Il corso raccoglie e trasmette queste competenze con la collaborazione di docenti, tecnici e esperti sui temi.

                                    Gli obiettivi del corso

                                    Come scrivono gli stessi docenti sulla locandina, il corso mira a  “formare e perfezionare figure professionali esperte in grado di fornire servizi e supporto nel campo:

                                    A) della conoscenza relativa al tema dell’Agricoltura Sociale e Civica;
                                    B) della progettazione dei percorsi multifunzionali dell’impresa agricola;
                                    C) della mediazione interculturale fra imprese agricole, strutture sanitarie, centri di servizi, scuole, istituzioni pubbliche, cooperative sociali, associazioni no -profit in una visione di progettazione di territorio“.

                                    Potranno accedervi coloro che avranno conseguito la Laurea magistrale o triennale nelle seguenti Aree CUN: Agraria e Veterinaria, Scienze Giuridiche, Economiche e Sociali. L’esatta durata del corso sarà di 250 ore (corrispondenti a 10 CFU), con 108 ore di formazione in aula, 44 di formazione a distanza e 98 di lavoro autonomo dello studente. Il calendario degli incontri sarà suddiviso in 12 ore su due giorni settimanali (giovedì e venerdì) a settimane alterne presso le aule del Dipartimento di Scienze Veterinarie, Viale delle Piagge, 2 Pisa. Sono previste visite didattiche presso best practice del territorio toscano.

                                    FEBBRAIO/ MAGGIO 2016
                                    Scadenza domanda di ammissione
                                    15 gennaio 2016
                                    Numero posti disponibili
                                    25

                                    Contatti e informazioni
                                    Prof. Francesco Paolo Di Iacovo,  francesco.diiacovo@unipi.it .
                                    Sito del corso Agricoltura sociale e civica

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                                      Rossana Caselli interviene a Radio Colonia sul tema del baratto amministrativo

                                      21 gennaio 2016 | Cantieri Notizie Notizie

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                                        Logo_radio

                                        Labsus ha espresso chiaramente la sua posizione in merito al cosiddetto “baratto amministrativo”.
                                        Fabio Giglioni è intervenuto recentemente su questo tema, sollevando più di qualche dubbio sulla legittimità di un simile provvedimento: “Le ragioni per dire no al baratto amministrativo“.

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