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giovedì 09 settembre 2010
Editoriali
   
Da contribuenti rassegnati a contribuenti attivi
domenica 26 novembre 2006 | Gregorio Arena
I cittadini, sulla base di una propria autonoma scelta, utilizzano le proprie capacità e risorse per prendersi cura dei beni comuni
Per far funzionare lo scaldabagno elettrico ci vuole un lungo, costoso e complicato processo.
Il 5 per mille ha la stessa base teorica del principio di sussidiarietà e per capirlo può essere utile un paragone, secondo il quale il 5 per mille sta al sistema fiscale tradizionale come lo scaldabagno solare sta allo scaldabagno elettrico.

Nello scaldabagno solare il sole scalda direttamente l'acqua con cui poi mi faccio la doccia. Per far funzionare lo scaldabagno elettrico invece ci vuole un lungo e complicato processo: il gas o un altro combustibile viene bruciato per produrre calore con il quale si produce vapore che a sua volta fa girare le turbine che producono elettricità la quale viaggia negli elettrodotti e poi nei cavi elettrici nelle case e infine scalda le resistenze dello scaldabagno elettrico che a loro volta, finalmente, scaldano l'acqua per la doccia!


Un sistema complicato ed
inefficiente


Nel sistema fiscale tradizionale succede qualcosa di simile: il contribuente affida i propri soldi allo Stato che li usa per far funzionare apparati complessi, costosi e spesso inefficienti, i quali a loro volta forniscono servizi al contribuente, che però non percepisce quei servizi come il risultato del conferimento da parte sua di risorse allo Stato, perché in mezzo ci sono stati nel frattempo troppi passaggi.

In entrambi i casi ci sono enormi sprechi: di energia, da un lato, perché nei vari passaggi dal gas fino alle resistenze elettriche dello scaldabagno una quantità notevole di potenziale energetico va sprecata nei vari passaggi; di risorse economiche, dall'altro, perché una parte più o meno grande dei soldi del contribuente serve per far funzionare gli apparati, non per fornirgli servizi.

Nel 5 per mille invece il contribuente non delega allo Stato la decisione circa l'uso dei suoi soldi, bensì li attribuisce direttamente a soggetti privati e pubblici che ritiene stiano fornendo servizi importanti, magari anche servizi che lo riguardano direttamente.

Ed è appunto questa caratteristica del 5 per mille che consente di assimilare tale istituto, sul piano teorico, al principio di sussidiarietà, grazie al quale i cittadini sulla base di una propria autonoma scelta utilizzano le proprie capacità e risorse per prendersi cura dei beni comuni, nell'interesse generale. Anche nel caso del 5 per mille, infatti, c'è un'assunzione di responsabilità circa l'uso delle proprie risorse, in questo caso economiche. Certo, non sono i cittadini in quanto tali a prendersi direttamente cura dei beni comuni, come accade quando si applica l'art. 118, u.c.; ma i soggetti a cui i cittadini affidano direttamente le proprie risorse finiscono con l'operare come "strumenti", per così dire, dei cittadini.

I quali in questo caso sono dunque non tanto "cittadini attivi", bensì semmai "contribuenti attivi", consapevoli e responsabili. Mentre nel rapporto con il sistema fiscale tradizionale sono contribuenti rassegnati, che danno i propri soldi ad apparati anonimi e sconosciuti, senza mai poter verificare l'uso che di tali soldi verrà realmente fatto.


Con il 5 per mille si aggiunge,
non si toglie!


In sostanza, il 5 per mille si inserisce all'interno di una tendenza storica molto forte all'assunzione di responsabilità da parte dei cittadini attraverso scelte non egoistiche, una tendenza che, come dimostra il successo inaspettato che il 5 per mille ha avuto nella sua prima applicazione, era evidentemente già presente nella nostra società ma non trovava sbocchi. Il 5 per mille non va dunque considerato come un'eccezione alla fiscalità tradizionale bensì, insieme con la cittadinanza attiva di cui all'art. 118, u.c., come uno dei modi con cui si manifesta oggi il superamento del principio della delega e l'affermarsi di forme di libertà solidale.


E' importante sottolineare che, così come nell'esercizio della cittadinanza attiva, anche nel caso del 5 per mille si aggiungono, non si sottraggono risorse. Il 5 per mille infatti non comporta una redistribuzione di risorse attraverso il sistema fiscale a organizzazioni non profit, del terzo settore, etc., ma rappresenta una forma di circolazione di risorse pubbliche che restano risorse pubbliche e hanno finalità pubbliche sulla cui destinazione decidono però i cittadini.


Esse poi acquistano valore aggiunto grazie al fatto che, come nello scaldabagno solare, fra il destinatario delle risorse e l'obiettivo specifico che tale soggetto persegue c'è un rapporto diretto, cosa che non accade per le risorse attribuite agli apparati dello Stato attraverso il sistema fiscale. E dunque è presumibile che le risorse attribuite attraverso il 5 per mille siano utilizzate in maniera più efficiente e diano risultati migliori di quanto non accade con le risorse utilizzate dagli apparati pubblici.
 
Sussidiarietà e riforma dei partiti
giovedì 23 novembre 2006 | Vittorino Ferla
Eppure basterebbe poco per capire che la sussidiarietà ha un peso anche nella riforma dei partiti...
Stupisce la totale assenza delle rappresentanze di cittadini al seminario di Orvieto
Il seminario di Orvieto sul partito democratico è ormai archiviato da settimane. Ma nessuno dei commenti ospitati dai giornali in questi mesi è stato capace di interpretare il punto di vista di quelli che, del nuovo soggetto politico, dovrebbero essere almeno teoricamente gli azionisti principali.

Ad Orvieto non c’erano i cittadini.
Che in Italia esista un grande bisogno ed una grande richiesta di minore frammentazione dei partiti, di bipolarismo maturo, di democrazia governante è fuor di dubbio.
Lo dimostra l’impegno profuso da più di dieci anni da parte della cittadinanza attiva per la riforma del sistema politico sia a livello nazionale che locale.
Lo dimostra l’accoglienza della democrazia bipolare da parte di cittadini che avevano conosciuto nel corso della cd. ‘Prima Repubblica’ tutti i guasti e i ritardi del sistema proporzionale e del multipartitismo.
Lo dimostra l’orientamento degli elettori che hanno sempre premiato le opzioni di sintesi rispetto alla frammentazione e le novità maggioritarie come nel caso recente (ottobre 2005) delle primarie per la scelta del leader dell’Ulivo.

Ma proprio per questo il dibattito sul partito democratico lascia più spazio allo sconcerto che entusiasmo. In primo luogo, stupisce la totale assenza delle rappresentanze di cittadini al seminario di Orvieto, prima, e nel dibattito della politica, poi. Si comprende la difficoltà di selezionare tra le molte realtà presenti nel mondo dell’associazionismo, del terzo settore, del volontariato, e così via.

La rinuncia ad un patrimonio di
credibilità

Ma è possibile organizzare un seminario come quello svoltosi ad Orvieto privandosi del contributo, delle esperienze e delle riflessioni delle numerose organizzazioni civiche italiane? E’ possibile, tant’è vero che è andata proprio così. Come esordisce il partito democratico? Rinunciando da subito a quella porzione così rilevante di società civile attiva e organizzata che da trent’anni in Italia è cresciuta tutelando i diritti dei cittadini nella sanità e nei servizi sociali, nell’ambiente e nei beni culturali, nella giustizia, nei servizi di pubblica utilità, nella scuola, e via dicendo.

Come conferma il Civil Society Index che sarà pubblicato tra breve anche in Italia, i partiti si classificano all’ultimo gradino nella scala dei soggetti pubblici che raccolgono la fiducia degli italiani. Al primo posto di questa speciale graduatoria stanno invece le organizzazioni civiche e di volontariato, che superano addirittura istituzioni tradizionalmente benvolute come il Presidente della Repubblica o le forze dell’ordine. Non coltivare questo patrimonio di credibilità, anche solo per motivi puramente opportunistici, è, insomma, puro autolesionismo. In secondo luogo, nonostante l’ampio ricorso ad esperti e ‘saggi’, manca nella riflessione cominciata ad Orvieto e ancora tutt’altro che conclusa un approccio serio al tema della cittadinanza attiva come risorsa del paese e come interlocutrice privilegiata di un soggetto politico che mira a riformare la democrazia italiana. Nel migliore dei casi si parla di ‘popolo delle primarie’ e si riduce così la partecipazione ad un ‘brivido’ estemporaneo e catartico.

Nel peggiore dei casi, la metafora è quella del ‘gazebo’ e la partecipazione viene addirittura trasformata in deriva plebiscitaria e antipolitica. Il vizio di fondo di questa finta dicotomia è che i cittadini sono presi in considerazione soltanto quando esercitano il loro voto, che è come dire quando servono per ottenere consenso. Meglio avere a che fare con il ‘popolo bue’ che con il cittadino sovrano. E’ sufficiente che il cittadino scelga chi lo governa, senza disturbare nel ‘mentre’ si governa.

Partecipazione o ceti politici
Certo, il seminario sul partito democratico ha affrontato questioni sacrosante. Due soprattutto: i rapporti tra le ‘famiglie’ politiche italiane e la forma organizzativa del nuovo partito. Tuttavia, la fusione tra socialisti e liberali o le diffidenze tra post-democristiani e post-comunisti non sono in cima ai pensieri degli italiani. Né lo è l’organizzazione interna del futuro partito. Il Paese è ormai troppo maturo per non comprendere che dietro questi discorsi si nascondono altri nodi: la resa dei conti tra vecchie classi dirigenti e le prospettive di ceti politici che non vogliono rinunciare a contare come nel passato.

Ridurre a caricatura la partecipazione degli italiani fa parte di questa strategia. Rimuovere il ruolo delle organizzazioni civiche pure. Non è l’unico caso. Basti pensare alla vicenda del 5 per mille per le organizzazioni non profit. Il provvedimento, introdotto dal centrodestra nella Finanziaria dell’anno scorso, è stato cancellato dal centrosinistra nella manovra di quest’anno per poi essere reinserito precipitosamente dopo le prime proteste.

Un bell’esordio
Un bell’esordio, non c’è che dire. Una ‘dimenticanza’ che spiega meglio di ogni altro comportamento quanto l’iniziativa civica e sociale sia presente nella mente dell’attuale maggioranza. Una scelta assai discutibile anche dal punto di vista dell’efficienza amministrativa perché rischiava di mandare a monte un’operazione poderosa senza averne valutato efficacia e risultati. Il rapporto tra partiti ‘nuovi’ (oggi il partito ‘democratico’, domani il partito ‘popolare’ o ‘dei moderati’) e cittadinanza attiva, in conclusione, non riguarda soltanto la crisi della rappresentanza dei partiti e l’emersione, nell’ambito della società civile italiana, di nuovi soggetti (le organizzazioni civiche, appunto).

La questione riguarda anche la fine del monopolio sull’interesse generale da parte delle istituzioni nelle quali i partiti esercitano ruoli di governo. Definire che cosa è veramente importante nelle politiche pubbliche della salute o della scuola, della giustizia o dell’ambiente è ambito di intervento diretto dei cittadini, checché ne pensino i promotori dei nuovi partiti. La stessa Costituzione, dopo la riforma del 2001, ci dice che la partecipazione alla vita pubblica del paese non si realizza più soltanto attraverso partiti e sindacati come si riteneva un tempo alla luce dell’articolo 49. Ma anche attraverso l’esercizio della cittadinanza attiva in virtù del principio di sussidiarietà introdotto dal nuovo articolo 118. Se il partito democratico – che viene presentato come il partito dei cittadini – o altri partiti ‘nuovi’ non ne terranno conto sarà tutta fatica sprecata. Con buona pace anche di chi, tra gli elettori, potrebbe crederci davvero.
 
Prendersi cura dei beni comuni applicando al tempo stesso il principio
domenica 15 ottobre 2006 | Giulio Albanese

La dimensione della sussidiarietà, soprattutto per chi si sente cittadino del mondo acquista un significato tutto particolare, nella consapevolezza che l'umanità ha davvero un destino comune.

I singoli sono un'"inesauribile risorsa" che può incidere sugli eventi e sul miglioramento del nuovo ordine globale.
Essere bravi cristiani significa essere anche bravi cittadini nel villaggio globale. È questo in sintesi uno dei messaggi presenti nella traccia di riflessione elaborata dalla Conferenza Episcopale Italiana in vista del Convegno ecclesiale di Verona. Nel documento preparatorio si legge tra l'altro che i problemi contemporanei della cittadinanza richiedono da parte dei cattolici "un'attenzione nuova sia al ruolo della società civile, pensata diversamente in rapporto allo Stato e ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, sia ai grandi problemi della cittadinanza mondiale, tra cui emergono i problemi della fame e delle povertà, della giustizia economica internazionale, dell'emigrazione, della pace, dell'ambiente".

"Cittadini attivi"
A questo riguardo, sarebbe opportuno imbastire una riflessione sulla dimensione motivazionale della cooperazione allo sviluppo, partendo proprio dalla realtà nostrana, quella italiana, alla luce di un illuminante contributo offerto dal professor Gregorio Arena. Docente di diritto amministrativo presso l'Università di Trento e presidente nazionale di Cittadinanzattiva, Arena ha pubblicato recentemente per le Edizioni Laterza una sorta di catechismo laico della Società Civile dal titolo più che emblematico: "Cittadini attivi". L'intento dell'autore è quello di rispondere alle istanze di quelle persone che vorrebbero fare qualcosa per il proprio Paese ma non sanno da dove cominciare. E propone loro un modo di essere cittadini finora irrealizzabile, perché l'idea che un semplice cittadino potesse avere la voglia e le capacità di prendersi cura dei beni comuni insieme con l'amministrazione era considerata del tutto assurda e fuori luogo. Oggi invece questo indirizzo decisamente innovativo sta scritto nella Costituzione italiana, nell'ultimo comma dell'art. 118 e si chiama giustappunto sussidiarietà. La certezza, spiega il professor Arena nel suo saggio è che le persone sono portatrici non solo di bisogni, ma anche di capacità le quali, se messe a disposizione della comunità, possono contribuire decisamente a rispondere, insieme con le amministrazioni pubbliche, alle istanze collettive.

La "res publica" dei popoli
Detto questo è chiaro che, parlando del contesto internazionale, la dimensione della sussidiarietà, soprattutto per coloro che si sentono cittadini del mondo acquista un significato tutto particolare, nella consapevolezza che l'umanità ha davvero un destino comune e che tutti, davvero tutti, debbono sentirsi responsabili della res publica dei popoli. Da segnalare a questo proposito l'intelligente campagna "Tutto il mondo è Paese", promossa dalla Focsiv , con l'obiettivo di affrontare insieme ad educatori e ragazzi, i temi della global governance e della cittadinanza attiva, per incoraggiare tra le giovani generazioni l'impegno concreto di ogni singolo cittadino e delle organizzazioni della società civile nella costruzione di un mondo più giusto e solidale.

Si tratta pertanto di prendere coscienza dell'importanza dell'azione dei singoli come "inesauribile risorsa" che può incidere fattivamente sul corso degli eventi e sul miglioramento del nuovo ordine globale. La società civile, che cresce e si organizza, acquista un ruolo sempre più di spicco e diventa un'autorevole interlocutrice che siede al fianco delle istituzioni internazionali per proporre il dialogo come unica via giusta da percorrere. Tornando però al ragionamento sulle ragioni della cooperazione allo sviluppo la sfida consiste nel coniugare la sussidiarietà con la solidarietà nei confronti dei paesi in via di sviluppo.

Pagare "in solidum"
È interessante ricordare che l'etimologia della parola solidarietà esprime una forte concretezza che forse a volte viene diluita dal nostro linguaggio, ahimè troppe volte superficiale e genericista. Pagare in solidum , alla fine del IV secolo, indicava l'obbligazione da parte di un individuo, appartenente a un gruppo di debitori, di pagare integralmente il debito. Ed è proprio per questo motivo che è dalla parola latina solidum che deriva anche il nostro soldo. Al tempo dei Romani si trattava di una moneta, originariamente d'oro, il cui valore sarebbe dovuto rimanere stabile nel tempo. Ma fu solo a partire dal 1789, in Francia, che la solidarietà (solidarité) ha assunto la valenza odierna in quanto sentimento di fratellanza che devono provare tra di loro i cittadini di una stessa nazione libera e democratica.

Oggi, il valore della solidarietà nel villaggio globale si è ampliato al punto tale da includere l'intera umanità, senza distinzioni di razze, di culture o di fedi politiche o religiose. Per questo assistiamo e partecipiamo a vere e proprie gare di solidarietà a favore di coloro che vengono colpiti da sventure o altre calamità. La solidarietà così intesa, esprime in concreto il sentimento di fraternità universale in cui si traducono varie forme di carità cristiana. Non v'è dubbio però che la solidarietà sia stata spesso fraintesa da molti e soprattutto strumentalizzata da altri.

Se da una parte, infatti, l'azione umanitaria è troppo spesso motivata dai sentimenti paternalistici del ricco Epulone che guardava il povero Lazzaro dall'alto verso il basso, dall'altra la solidarietà serve ad alcuni come scudo per celare interessi di parte. Parlare ad esempio del rilancio della cooperazione internazionale lasciando nel cassetto questioni rilevanti come quella del rispetto dei diritti umani è a dir poco fuorviante e demagogico. Un'autentica cultura della solidarietà non può prescindere dalla conoscenza di quelle realtà problematiche che determinano la frattura tra il Nord e il Sud del mondo. Riflettendo sull'esperienza di vita di tanti missionari e volontari che operano in Africa, in Asia, in America Latina e in Oceania, si comprende sempre di più l'esigenza di coniugare l'azione solidaristica con la sussidiarietà rispetto ai valori del Regno contenuti nell'insegnamento evangelico. "Lo sviluppo integrale dell'uomo non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell'umanità" scriveva saggiamente Paolo VI nell'enciclicaPopulorum Progressio del 26 marzo 1967. Che richiamava il dovere di solidarietà, cioè l'aiuto che le nazioni ricche devono prestare ai Paesi in via di sviluppo; il dovere di giustizia sociale, cioè il ricomponimento in termini più corretti delle relazioni commerciali; dovere di carità universale, cioè la promozione di un mondo dove il progresso degli uni costituisca un ostacolo allo sviluppo degli altri.

A quasi quaranta anni dalla pubblicazione di questo documento, purtroppo dobbiamo prendere atto che siamo ancora in alto mare.

Giulio Albanese, giornalista, missionario comboniano, ha diretto il New people media di Nairobi e fondato la Missionary service news agency (Misna) che ha diretto fino al 2004. E' stato corrispondente dall'Africa di Radio Vaticana ed ha collaborato con varie testate giornalistiche fra cuiGiornale Radio Rai, Avvenire e Vita. E' autore di alcuni libri fra cui Soldatini di piombo (Feltrinelli, 2005), Il mondo capovolto (Einaudi, 2003), e Ibrahim, amico mio (Emi, 1997).