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giovedì 09 settembre 2010
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ISSN 2038-386X
I cittadini ricostruiscono il proprio futuro franato col terremoto
venerdì 30 luglio 2010 | Matteo Pistilli
A Pescomaggiore, paese vicino all’Aquila e anch’esso colpito dal terremoto, i cittadini attivi e responsabili stanno portando avanti il progetto Eva attraverso il quale costruiscono in prima persona e collaborando delle case a impatto zero, comode e totalmente sostenibili.
Meglio rimboccarci le maniche, meglio una casa vera… come questa!
Pescomaggiore piccolo borgo di montagna a due passi dall’Aquila ed alle porte del Parco Nazionale del Gran Sasso: è qui che si sta portando avanti un progetto molto interessante da diversi punti di vista. Si chiama Eva, ossia Eco Villaggio Autocostruito, ed è forse la più bella risposta data dai cittadini abruzzesi al terremoto del 6 aprile 2009.

“Invece di attendere abbiamo preferito rimboccarci le maniche, per continuare ad abitare la nostra terra ed il nostro paese, per ricostruirlo da subito” affermano i protagonisti al proprio sito internet : ed è infatti questo uno degli aspetti più interessanti; scansando le lungaggini e le distorsioni burocratiche prodotte dalla ricostruzione, che tante polemiche ha prodotto e continua a produrre, con il progetto Eva gli abitanti del borgo mettono in atto una risposta diretta e veloce, oltre che sostenibile sotto ogni aspetto.

Impatto zero

Quelle che si stanno costruendo sono case in legno, rivestite con tamponatura di balle di paglia, tecnologia questa conosciuta già in tutta Europa, con l’utilizzo del cemento ridotto al minimo, pannelli solari e fotovoltaici per produrre energia ed acqua calda, stufe a legna per il riscaldamento, impianto di fitodepurazione per irrigare gli orti. Leggere, sicure, ad impatto zero, vere e proprie case, ma che costano come i container (500 euro al metro quadrato, un quinto delle case progettate per la ricostruzione) ai quali vogliono essere l’alternativa. Una volta che le case vere saranno ricostruite nel centro storico del paese potranno essere utilizzate a fini sociali o turistici data la vista mozzafiato e la sostenibilità.

I cittadini attivi

Ma oltre alla sostenibilità ed all’impatto zero sull’ambiente, l’altra particolarità risiede proprio nell’attività dei cittadini che senza finanziamenti pubblici e senza controllo dall’alto si sono auto-organizzati e con l’aiuto di avvocati, architetti, semplici cittadini hanno progettato e, rimboccandosi le maniche, hanno cominciato a ri-costruire il proprio futuro.

“La mano d’opera siamo noi stessi che impugniamo gli attrezzi del mestiere e preferiamo la fatica attiva all’indolenza obbligatoria del terremotato”. Questo è, come si capisce, il valore aggiunto di tale esperienza che non sarebbe mai stata possibile senza la collaborazione fra cittadini responsabili e interessati a creare qualcosa di utile per la propria comunità.

Il risultato materiale sarà la possibilità di vivere in case comode ed all’avanguardia invece che sopravvivere nei container, ma la forza del progetto è l’esempio che incarna, oltre che quell’inestimabile bene comune prodotto dalla collaborazione, dalla condivisione dell’obiettivo in tutta la popolazione; i cittadini possono scrivere il proprio futuro e renderlo migliore di quello deciso per loro da altri, e questa sembra la migliore garanzia dell’importanza del principio di sussidiarietà e dei valori che racchiude.
 
L'innovativa legge regionale della Toscana
mercoledì 28 luglio 2010 | Massimiliano Alacqua
Dopo un anno di dibattiti e polemiche la legge regionale sull’immigrazione della Toscana può finalmente prendere il via. La Corte costituzionale ha, infatti, bocciato il ricorso del governo per una legge dal forte carattere innovativo, che prevede uguali diritti per immigrati regolari e cittadini italiani oltre all’assistenza sociale e sanitaria per i clandestini.
Una legge che stimola la partecipazione attiva degli stranieri
La nuova legge nasce in risposta alle esigenze della società toscana, che negli ultimi anni ha visto crescere costantemente il numero degli stranieri presenti nel proprio territorio e ai quali si vuole dare una reale possibilità di integrazione e partecipazione attiva.

La legge regionale

Il testo della legge n.29 del 9 giungo 2009, basandosi su principi di uguaglianza e pari opportunità per i cittadini stranieri, propone:
- la valorizzazione dei titoli professionali acquisiti nei Paesi d’origine attraverso protocolli d’intesa con le università e le amministrazioni locali;
- lo sviluppo di nuove forme di partecipazione al tessuto sociale sia attraverso l’associazionismo, sia con la diffusione nel territorio dei consigli e delle consulte degli stranieri istituiti presso gli enti locali;
- il rafforzamento della rete di sportelli informativi;
- l’accesso ai servizi, in particolare agli asili nido;
- nuove politiche abitative che prevedano alloggi di edilizia pubblica.
Per l'attuazione di queste politiche è specificatamente previsto la collaborazione con gli enti locali e le realtà del terzo settore, riconosciute come indispensabili per il processo di integrazione sociale. Il punto, però, che ha fatto maggiormente discutere è quello che riguarda gli immigrati irregolari, ai quali viene assicurato sia il trattamento sanitario sia, in caso di estrema gravità ed urgenza, l’accesso a dormitori e mense in via temporanea. La legge, quindi, facendo propri principi oramai consolidati di diritto internazionale e riconosciuti esplicitamente anche dalla nostra Costituzione (articolo 32), sostiene il diritto alla salute dei cittadini stranieri come diritto inviolabile della persona.

La sentenza della Consulta

È proprio in base a questo principio che la Corte costituzionale, con la sentenza n.269 del 2010 ha respinto il ricorso del governo affermando che:” lo straniero è titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti alla persona (sentenza n. 148 del 2008) e, con particolare riferimento al diritto all’assistenza sanitaria, esiste un nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto giuridicamente come ambito inviolabile della dignità umana.”

Diritti di partecipazione

La Regione, forte della vittoria conseguita, rilancia proponendo una nuova battaglia per il diritto di voto e i diritti di cittadinanza.
Non è possibile, infatti, concepire una società pluralista senza la realizzazione di quegli strumenti necessari per rendere anche gli stranieri dei cittadini attivi, che percepiscono il territorio in cui vivono e lavorano come il "loro" territorio, da proteggere e migliorare con tutte le possibili forme di partecipazione.

Le proposte della società civile

Questo è un progetto che la società civile è pronta a sostenere come dimostra la campagna del Meeting internazionale antirazzista, lanciata dall’Arci, che prevede un fronte unito di enti locali, tra cui la stessa Regione Toscana, comuni, esponenti sindacali della Cgil e società civile. Nel loro primo incontro tenutosi, lo scorso 16 luglio, a Cecina, hanno chiaramente espresso la volontà di portare avanti una battaglia per i diritti politici e di cittadinanza degli immigrati, focalizzando, in particolare, la loro attenzione sulla situazione paradossale di esclusione sociale di cui sono vittima i minori nati in Italia da cittadini stranieri che, secondo la legge, devono aspettare il compimento del diciottesimo anno di età per ottenere la cittadinanza.

È il segnale che i tempi sono maturi per discutere di questi temi in maniera propositiva, con idee che nascendo dalla collaborazione di soggetti diversi possano farsi promotrici di una reale innovazione. Il diritto alla cittadinanza potrebbe essere tradotto in diritto alla città. Solo chi si sente parte di una comunità, chi la vive in maniera partecipativa, può, infatti, considerarla come un bene comune.
 
Grande attesa per la risoluzione delle Nazioni unite
lunedì 26 luglio 2010 | Massimiliano Alacqua
Giornata storica il 28 luglio 2010: per la prima volta l’assemblea generale dell’Onu discuterà una risoluzione per il riconoscimento del diritto umano all’acqua sicura e pulita e ai servizi igienici sanitari di base. L’iniziativa, promossa da Pablo Solon, ambasciatore della Bolivia presso le Nazioni Unite, è di fondamentale importanza in un contesto come quello odierno, in cui il tema dell’acqua è al centro dell’attenzione di tutto il mondo.
In tutto il mondo il concetto di acqua come bene comune è stato sostituito dalla corsa alla massimizzazione dei profitti a discapito delle popolazioni civili
Quando, nel 1948 le Nazioni unite approvarono la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, era impensabile che un giorno il diritto all’acqua potesse diventare una priorità, eppure, dopo decenni di sfruttamento insostenibile e di politiche pubbliche del tutto inadeguate, l’acqua oggi è diventata un bene così prezioso da scatenare una mobilitazione generale.

Il sostegno di Gorbaciov

In un recente articolo apparso sul New York Times, l’ex presidente dell’Unione sovietica, Mikhail Gorbaciov, sostenendo come l’affermazione di un diritto umano all’acqua sia ormai una necessità, ha sottolineato che secondo le stime delle Nazioni unite, 900 milioni di persone nel mondo vivono senza acqua pulita e 2,6 miliardi senza servizi igienici adeguati. L’acqua è al centro di una vera e propria catastrofe umanitaria, da elemento di vita si è trasformata, o per meglio dire, è stata trasformata, nel killer perfetto del ventunesimo secolo. Basti pensare che circa 4000 bambini muoiono ogni giorno per malattie legate all’acqua. Fermare questo massacro è un dovere di tutti, e l’affermazione di questa risoluzione non è che un primo passo in questa direzione.

Il diritto internazionale

Nel contesto del diritto internazionale il diritto all'acqua è già stato richiamato in maniera implicita dai Patti delle nazioni unite sui diritti civili e politici e sui diritti economici sociali e culturali del 1966 in riferimento al diritto alla vita, alla salute e allo sviluppo. Esplicita, è invece, la sua affermazione nella Convenzione sui diritti dell'infanzia (articolo 24 comma 2 lettera c) e nella Convenzione contro ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (articolo 14, paragrafo 2 comma h). E’ necessario però che questo diritto venga recepito anche nelle legislazioni nazionali, non a caso la recente costituzione della Bolivia, promotrice della risoluzione, fa proprio questo principio garantendolo esplicitamente (articoli 16 e 20).

La posizione degli stati più industrializzati

Non tutti gli stati sembrano però muoversi in questa direzione, tant’è che la risoluzione dell’assemblea delle nazioni unite, sarà osteggiata dagli Stati Uniti, dal Canada e dalla Gran Bretagna. Non è ancora chiara la posizione che assumeranno i Paesi europei, se da un lato infatti l’Unione europea già nel marzo scorso ha affermato il diritto all’acqua potabile, dall’altro diversi stati, tra cui l’Italia con il decreto Ronchi, stanno provvedendo ad una privatizzazione dell’acqua e della sua gestione.

L'oro blu: bene pubblico o bene economico?

La contraddizione nasce proprio qui, dalla trasformazione di questi ultimi anni del concetto stesso di acqua che, invece di affermarsi come bene comune, un bene pubblico che tutti dovremmo tutelare data la rilevanza che questa ha nella nostre vite, è divenuta una merce qualsiasi, un bene economico nelle mani delle multinazionali e delle società di gestione dei servizi idrici. L’ ”oro blu”, come può purtroppo definirsi l’acqua nel contesto attuale, è una fonte di guadagni senza fine e come tale viene gestita dagli istituti che dovrebbero garantire una governance globale come il fondo monetario internazionale e l’organizzazione mondiale per il commercio che condizionano gli aiuti economici alla privatizzazione dell’acqua nei Paesi in via di sviluppo. Dal controllo sulle acque minerali, alla gestione degli acquedotti, dalla costruzione di dighe alla privatizzazione dei bacini idrici, in tutto il mondo il concetto di acqua come bene comune è stato sostituito dalla corsa alla massimizzazione dei profitti a discapito delle popolazioni civili. Gli stessi stati, che avrebbero dovuto fare della cooperazione il punto cruciale delle politiche legate all’acqua, sono pronti a scontrarsi per lo sfruttamento di questa risorsa.

La guerra dell'acqua

L’ultima scintilla, in tal senso è quella tra India e Pakistan per la gestione delle risorse idriche. Il governo indiano vorrebbe, infatti, deviare il corso del fiume Kishenganga prima che varchi il confine, per alimentare una centrale idroelettrica di prossima costruzione. Il governo di Islamabad, dal canto suo, non può assolutamente permettere che ciò avvenga, poiché un progetto del tutto simile che prevede lo sfruttamento di quelle stesse acque per una futura centrale idroelettrica in territorio pakistano è già stato appaltato ad un consorzio di società cinesi. Senza contare che l’opera di deforestazione della zona di confine messa in atto dall’India per la costruzione di strade, impianti e dighe causerà sicuramente un calo dell’approvvigionamento idrico del Pakistan con conseguenze devastanti a livello energetico, agricolo e politico in una società che già di per sé si configura come una bomba ad orologeria con le sue divisioni etnico-religiose.

Una battaglia che parte dal basso

É chiaro che il problema dell’acqua è universale, riguarda diversi aspetti della nostre vite, dal tema dei diritti umani, ai cambiamenti climatici, alla pace internazionale. Sono necessarie nuove policy che nascano dalla collaborazione tra governi, società civile, industriali e comunità scientifiche. Non è un caso che la battaglia per l’acqua sia partita dalla società civile per giungere fino alle Nazione unite, è l’esempio di una riappropriazione dal basso dei beni comuni. Ci sono gli strumenti, ci sono le capacità, c’è un forte movimento popolare che preme per la realizzazione di un concetto di acqua come bene comune (guarda il video spot per la campagna water access through empowerment of rights), un bene che non può essere oggetto di mercificazione. A questo punto non resta che aspettare, il 28 luglio, la risposta della politica.
 
Un diritto negato condanna a morte un popolo
lunedì 26 luglio 2010 | Angela Gallo
E’ del 21 luglio la sentenza dell’Alta Corte del Botswana che nega il diritto all’acqua ai boscimani. L’indecente decisione s’innesta nella battaglia tra governo e boscimani nelle zone ricche di pietre preziose. La popolazione chiede solo di poter continuare a vivere sulle proprie terre con la possibilità che il pozzo di Mothomelo unica fonte d’acqua, sigillato dal governo nel 2002, quando i boscimani furono costretti ad abbandonare le proprie case, venga riaperto.
Acqua per turisti ed animali ma non per la popolazione indigena

Per questo motivo la popolazione boscimana, lo scorso 9 giugno, si è rivolta nuovamente all’Alta Corte che già nel 2006 aveva dichiarato incostituzionale l’atto di forza del governo che aveva espulso illegalmente la popolazione allontanandola dalle terre ancestrali. Questa volta, però, la sentenza della Corte, tanto attesa, è sconcertante (leggi anche qui e vedi in allegato le motivazioni del processo sull’acqua): i boscimani hanno si il diritto di abitare le proprie terre ma senza accesso al pozzo e né la possibilità di costruirne uno nuovo.

Diamanti e turismo: la rotta da seguire per il governo

Questo significa condannare a morte un popolo che vive nella Central Kalahari Game Reserve (CKGR), una delle regioni più aride del mondo. E’ da aggiungersi, poi, la decisione del governo di aprire un resort di lusso della Wilderness Safaris con bar e piscine per i turisti e la costruzione di nuovi pozzi per abbeverare gli animali selvatici, il tutto finanziato dalla Fondazione Tiffany & Co. E, come se non bastasse, la Gem Diamonds ha ottenuto il nulla osta ambientale per aprire una miniera di diamanti nella riserva in cui vive la popolazione indigena ad un’unica condizione: non fornire acqua ai boscimani, come ha rilevato Survival, un’associazione che si occupa di tutelare i diritti delle popolazioni indigene.

Chiarisce il direttore generale di Survival, Stephen Corry: “Negli ultimi anni, il Botswana è diventato uno dei luoghi più ostili del mondo per i popoli indigeni (…) Se ai Boscimani viene negata l’acqua nelle loro terre mentre viene fornita liberamente ai turisti, agli animali e alle miniere di diamanti, beh, allora gli stranieri dovrebbero chiedersi seriamente se possono accettare di sostenere questo regime visitando il paese e acquistando nei suoi negozi di gioielli”.

Il bicchiere vuoto dei boscimani

I Boscimani per procurarsi l’acqua devono percorrere 480 Km al giorno a piedi oppure con l'ausilio di asini, visto che viene negato loro anche il diritto di usufruire dei mezzi di trasporto; oltre ad essere viaggi lunghi e sfiancanti si tratta anche di tratti pericolosi da percorrere, per questo è ancora più inquietante il fatto che a questi ultimi sia anche proibito di fornire, dall’esterno, acqua a parenti residenti nella CKGR (nella foto Xoroxloo Duxee, la donna boscimane morta di disidratazione nel 2005). “Abbiamo sete e soffriamo”accusa un Boscimane. “L’unica cosa che ci serve davvero è l’acqua. È un grosso problema, specialmente durante le vacanze scolastiche quando molti bambini abituati a bere tutti i giorni tornano a casa e soffrono, e così noi siamo costretti ad andare a piedi fino a Kaudwane (il campo di reinsediamento)”.

Il disegno seguito dal governo non lascia spazio a dubbi: i boscimani devono abbandonare quella regione del Botswana (1), una zona ricca di diamanti e pietre preziose, Gope. Il governo è disposto a tutto, anche portarli alla morte negando loro il diritto umano all’acqua. Costringendoli a rientrare nelle riserve, infatti, si lascerebbe campo libero alle compagnie che producono e commerciano diamanti. Ma la questione boscimana sta diventando problematica anche per le stesse compagnie diamantifere, tanto che, nel maggio 2007, la De Beers ha venduto il giacimento di Gope alla compagnia Gem Diamonds per 34 milioni di dollari. A detta del direttore generale della Gem Diamonds, la campagna a sostegno dei Boscimani aveva reso il deposito e le miniere troppo difficili da gestire per la De Beers (ndr).
In sintesi, negare il diritto all’acqua vuol dire negare il diritto alla vita, un diritto universale.

La questione si inserisce nell’ambito del dibattito sul diritto all’acqua come diritto universale e come bene comune. Proprio in questi giorni, per la precisione mercoledì 28 luglio, l’Assemblea generale dell’Onu discuterà su una risoluzione presentata dalla Bolivia sul diritto all’acqua “sicura, pulita, potabile" come diritto universale; potrebbe trattarsi di una svolta storica, visto che l’acqua è riconosciuta come un bisogno essenziale (basic need) dell’individuo ma non ancora come un vero e proprio diritto.

 

 


(1) Cfr. Survival: "Il Botswana è il più grande produttore di diamanti del mondo. Il 35 percento del suo PIL deriva dallo sfruttamento di diamanti; le sue miniere sono sotto il controllo della società Debswana, di proprietà del governo per un 50 percento e della De Beers per il restante 50".

 
Le giornate di Villa Vigoni (Co)
sabato 24 luglio 2010 | Redazione
Il Centro italo-tedesco per l'eccellenza europea di Villa Vigoni a Loveno di Menaggio (Co), dà il via, nell'ambito del programma "Colloqui per dottorandi", ad una serie di giornate dedicate al tema "Le radici tedesche del federalismo europeo". Sul tavolo del dibattito anche la centralità della persona e il principio di sussidiarietà. Tra i relatori una redattrice di Labsus, Emilia Blasi.
Villa Vigoni (Co), 25-29 luglio 2010, tra federalismo e sussidiarietà
L'iniziativa vede il coordinamento di Dieter Grimm, docente presso l'università di Berlino, di Fulco Lanchester docente presso la facoltà di Scienze politiche della Sapienza e di Christoph Moellers, docente presso l'università di Berlino.
Nella prima sessione della giornata, che si terrà lunedì 26 alle ore 9, si introdurrà il tema delle "Teorie e modelli del federalismo" con gli interventi di Dieter Grimm e Fulco Lanchester. Alle ore 15, invece, avrà inizio la seconda sessione del dibattito sulle "Origini del federalismo".

Nella terza sessione di martedì 27 al centro della discussione: "Il federalismo tra '800 e '900"; mentre nel pomeriggio, dalle 15,00 sarà introdotto il tema della quarta sessione su "La centralità della persona e principio di sussidiarietà", con le relazioni di Teresa Serra, docente presso la facoltà di Scienze politiche della Sapienza e di Emilia Blasi, dottoranda presso la Sapienza e redattrice della sezione "norme e giurisprudenza" della nostra rivista. Emilia Blasi interverrà con una relazione su "Il principio di sussidiarietà orizzontale nelle culture giuridiche italiana e tedesca".

Gli incontri proseguiranno con la quinta ed ultima sessione su "Il federalismo in epoca contemporanea con particolare riguardo al federalismo fiscale" che chiuderà il ciclo di incontri. Per saperne di più consultate il programma dell'evento in allegato oppure visitate il sito del Centro studi italo-tedesco.