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giovedì 09 settembre 2010
Cittadini attivi contro?
lunedì 06 settembre 2010 | Christian Iaione
In adolescenza, Labsus si è prevalentemente occupato di cittadini che, "favoriti" dalle varie componenti della Repubblica, si sono attivati per la cura dell'interesse generale e quindi hanno cercato l'alleanza con i pubblici poteri in pedissequa applicazione della lettera dell'art. 118, ultimo comma della Costituzione. In gioventù, e quindi oggi, abbiamo preso a guardare il fenomeno da una angolazione nuova. Infatti, ci stiamo occupando anche di beni comuni e, dunque, di come i cittadini si stanno prendendo cura di beni e interessi che per loro natura richiedono o consentono anche un intervento nè pubblico, nè privato.
E se fossimo in troppi a prenderci cura dei beni comuni?
In alcuni casi abbiamo lavorato di fantasia per provare a immaginare come i cittadini potrebbero prendersi cura dei beni comuni se decidessero di farlo. In questa seconda istanza, si tratta di sovrapporre la nostra visione alla realtà dei fatti e di vedere, stanare, snidare la sussidiarietà lì dove non è ancora emersa. Ma cosa ci riserva la maturità? Lo studio delle forme di regolazione dei conflitti tra cittadini che si prendono cura di diversi beni comuni tra loro potenzialmente incompatibili?

Quest'ultimo interrogativo nasce dalla lettura di una notizia che ha del fantascientifico. Vi sono due gruppi di cittadini che agiscono contemporaneamente per proteggere uno dei simboli del quartiere più trendy della Milano da bere. Si, avete capito. Si tratta di Milano e di Brera. Il simbolo di cui stiamo parlando è il famoso albero di fico saldo nelle sue radici piantate in Via della Madonnina, nel cuore di Brera.

Un gruppo di cittadini, preoccupato per l'assalto di roditori attirati dai dolci frutti del fico, ha chiesto l'intervento delle autorità sanitarie competenti per tutelare sia il decoro del quartiere, sia la stessa sopravvivenza della pianta e l'igiene del giardino privato che la ospita e che abbellisce uno dei quartieri più belli di Milano. Le autorità sanitarie hanno pensato bene di intevenire con l'accetta come sanno fare bene loro. Così, un secondo gruppo di cittadini è, invece, intervenuto per bloccare l'intervento di potatura della pianta. Motivo? Ma è elementare, dicono i cittadini di questo secondo gruppo, «non si pota un albero quando ha i frutti sui rami, altrimenti muore: è l'ABC della botanica». La reazione dei cittadini a difesa di questo simbolo ha indotto alcune signore chicchettose che normalmente ciondolano sui tacchi a spillo per le vie di Brera a scavalcare l'inferriata e a difendere fisicamente il fico di Brera da quelle "accettate" impietose e ignoranti.

Una domanda sorge spontanea a questo punto e forse può indirizzare la nostra futura riflessione sul tema. Anzichè intervenire maldestramente come stava per fare, l'amministrazione non avrebbe fatto meglio a convocare le diverse voci, ascoltarle ed eventualmente aiutarle a trovare una soluzione condivisa lasciata alla attuazione diretta e altrettanto condivisa dei cittadini in conflitto? Che sia questo il futuro della sussidiarietà orizzontale e del ruolo delle amministrazioni? La regolazione dell'intervento civico per il bene comune? Per il momento anche questa sembra fantascienza e forse a Labsus toccherà occuparsene solo nell'età della sua maturità avanzata. Per adesso godiamoci la gioventù.

Qui emerge, poi, un altro esempio di come per il bene comune possano rilevare anche beni e comportamenti privati. O meglio di come beni privati possano presentare un profilo che li porta a sublimarsi in beni comuni e quindi a farli diventare di interesse comune o, come dicono i bravi costituzionalisti e amministrativisti, di interesse generale. Se vogliamo, tanti beni di interesse storico e artistico rappresentano un caso di beni comuni oggetto di proprietà privata. Ma sono regolati in maniera soddisfacente anche per l'interesse comune a loro ricollegabile?

Ultima notazione prima di congedarci, siamo sicuri che la vicenda un fico situato a Lorenteggio avrebbe suscitato la stessa attenzione mediatica. Lì si discute di abbattere i palazzi, figurarsi un fico. Questo ci pone, tuttavia, un interrogativo capitale: dobbiamo concentrare la nostra attenzione su beni simbolici per sperare di generare un effetto emulativo oppure dobbiamo lavorare e puntare i riflettori proprio lì dove nessuno andrebbe a guardare e tutti si dimenticano o si disinteressano?
 
Un ciclo di “non conferenze” per innovare l’Italia
mercoledì 08 settembre 2010 | Massimiliano Alacqua
“L’Italia è un Paese che invecchia e deve aumentare i suoi sforzi sulla ricerca, sui giovani, sull'innovazione e sulla competitività.” E’ questo il leit motiv dell’iniziativa di Italia Camp, un ciclo di incontri per guardare al futuro in termini positivi, con la sussidiarietà come motore del cambiamento.
Reti intergenerazionali e gestione multilivello dei beni comuni
Un cambiamento che nasca dal basso, con i cittadini pronti ad esserne protagonisti. L’occasione sarà il Bar Camp, un laboratorio di idee che vede i giovani in prima fila, liberi finalmente di contribuire in modo propositivo alle politiche del proprio Paese.

Le "non conferenze"

È da questa constatazione che è partita Italia Camp, un associazione composta da giovani lauerati, ricercatori, imprenditori e liberi professionisti, presieduta dal direttore generale della Luiss, Pier Luigi Celli e che ha come presidente onorario il Sottosegretario di stato alla presidenza del consiglio Gianni Letta.
Il progetto, presentato lo scorso giugno e che concretamente prenderà il via il prossimo ottobre, prevede un ciclo di quelle che sono state definite le “non conferenze”. Proprio il temine utilizzato dà un’idea del percorso che si vuole intraprendere, un incontro diverso dalle solite conferenze ingessate, un laboratorio in cui tutti possono prendere la parola e confrontarsi apertamente sui temi di maggior rilievo della politica italiana. La prima “non conferenza” si terrà a Roma, poi seguiranno Lecce a novembre, Bruxelles a gennaio e Milano a marzo 2011. Saranno coinvolte diverse università: la Luiss, Roma Tre, Tor Vergata, la John Cabot, lo Iulm, il politecnico di Torino, l’università degli studi di Milano, del Salento, di Palermo e Cosenza.

Porta le tue idee

Per ogni incontro saranno raccolte dieci idee per il futuro in tutti quei settori che incidono sul bene comune: ricerca, lavoro, impresa, energia, cultura, politica, pubblica amministrazione, finanza, mercati. Idee che saranno poi analizzate dal comitato scientifico, composto da personalità di spicco nei vari settori della società italiana che avranno il compito di progettare la loro realizzazione.
L’intento è quello di creare una rete intergenerazionale, di favorire un modello diverso in cui il confronto tra la vecchie generazioni e le nuove sia il motore di un processo di innovazione sociale.

L'incontro di Roma

Il primo incontro sarà quello di Roma, il 16 ottobre. Sono due i temi fondamentali che qui ci preme sottolineare: il cittadino tra reti e infrastrutture e il governo multilevel dei beni comuni.  Sarà quindi il momento per riflettere sul nuovo ruolo dei cittadini, su quel percorso che condurrà dal partenariato pubblico-privato alla creatività pubblico-privata. Sembra un gioco di parole, ma è molto significativo del cambiamento di impostazione che vi è alla base. Idee nuove anche per il ruolo giocato dalle infrastrutture necessarie per l'innovazione, basate sui concetti di sostenibilità, disinquinamento, energia.  Saranno analizzate, inoltre le dinamiche relative allla gestione multilevel dei beni comuni, una gestione in cui i concetti di localismo e federalismo assumono una grande importanza.


Il modello si basa sulla creatività sociale, sulla partecipazione attiva dei cittadini, che si trasformano in una rete di idee, da oggetto della politica ne diventano il soggetto. Per anni i cittadini sono stati ai margini delle decisioni che li riguardavano direttamente, oggi non è più così. L’esperienza di Labsus, come molte altre, è un esempio di un cambiamento che sta investendo la nostra società e di cui finalmente anche le istituzioni si sono rese conto. Quando si parla di beni comuni, della loro cura, non si può non pensare ad una politica di gestione comune degli stessi  che tenga conto delle idee e dell’esperienze che nascono dalla società e che rappresentano una reale possibilità di innovazione per il nostro Paese.
 
Partnership pubblico-privato contro la crisi?
lunedì 06 settembre 2010 | Angela Gallo
In occasione dell’ottavo workshop nazionale sull’impresa sociale del 16 settembre prossimo a Riva del Garda (Trento) verrà presentato il report Isnet sullo stato di salute dell’impresa sociale. Alcuni numeri sono stati già anticipati da Il sole 24 ore. Nel complesso emerge un trend positivo per le imprese sociali ma con un prudente ottimismo.
La formula magica contro la crisi la recitano le imprese sociali
La quarta edizione del rapporto dell’osservatorio Isnet realizzato con la collaborazione dell’Aiccon, associazione italiana per la promozione della cultura della cooperazione e del non-profit istituita presso la facoltà di economia di Forlì, ci restituisce un quadro leggermente migliore rispetto allo scorso anno.

I dati, anticipati da Il sole 24 ore, rivelano che la percentuale delle imprese che siattendono una crescita passa dal 34,3 percento al 35,3 percento mentre quelle che si dichiarano in difficoltà scendono dal 26,5 percento al 23,3 percento. Nonostante questi numeri, in linea di massima positivi, le maggiori difficoltà afferiscono alle cooperative sociali di tipo B (1), vale a dire quelle finalizzate all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Per questo motivo circa il 40 percento delle imprese in crisi lo scorso anno continuano a manifestare un trend negativo contro il 26 percento che si attende un miglioramento.

La possibilità, inoltre, di intrecciare rapporti e stabilire delle partnership con fondazioni piuttosto che con aziende for profit, resta un buon trampolino di lancio per la ripresa economica. I numeri confermano questa percezione positiva. Non è un caso che il 42,5 percento delle organizzazioni che hanno puntato sulle collaborazioni prevedano margini di crescita. A confermare questo trend è Paolo Venturi direttore Aiccon, “proprio in uno scenario come l’attuale, tuttavia si conferma decisiva la capacità di dare vita a nuove alleanze: l’avvio di partnership con soggetti pubblici e privati può rappresentare la carta vincente”. Se la formula vincente è la partnership pubblico-privato contro la crisi, secondo Venturi, allora, “sarà interessante soprattutto monitorare come evolveranno le collaborazioni con la pubblica amministrazione, che rimangono a tutt’oggi preponderanti sul totale delle attività”.



(1) Secondo la legge sulle cooperative sociali (legge 391 dell'8 novembre del 1991) le cooperative possono essere distinte in due tipi: A e B. Nel primo caso le cooperative si occupano esclusivamente della gestione di servizi socio-sanitari ed educativi; mentre nel secondo si tratta dello svolgimento di attività diverse - agricole, industriali, commerciali o di servizi - finalizzate all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate.
 
Efficienza energetica, la chiave per la riduzione della Co2
venerdì 03 settembre 2010 | Massimiliano Alacqua
In questo periodo di crisi la parola d’ordine è risparmiare. Se poi si tratta di energia è tutto di guadagnato: meno combustile, meno anidride carbonica, meno sprechi e l’ambiente ringrazia.
Si punta su due fattori: tecnologie e comportamenti virtuosi
Sviluppo sostenibile ed efficienza energetica fino a qualche anno fa erano un semplice miraggio, oggi sono un obbiettivo concreto su cui lavorare. È curioso che sia proprio la crisi economica mondiale a spingere in questa direzione, eppure, finito il periodo dello sperpero sia le aziende che le famiglie hanno imboccato la via del risparmio energetico. Si punta su due fattori: la tecnologia dei sistemi e i comportamenti virtuosi per un uso razionale dell’energia.

Le aziende virtuose

L’Autorità dell’energia ha stimato in sei milioni di tonnellate il petrolio risparmiato negli ultimi cinque anni grazie a tutte quelle aziende che seguono il modello dell’efficienza. Uno dei casi più recenti è quello della Peroni, che in collaborazione con la Siram, ha messo a punto una centrale di cogenerazione da 3 megawatt con recupero termico di acqua e vapore che permette un risparmio pari a 11 mila tonnellate di anidride carbonica. Un altro esempio è quello dell’Intesa Sanpaolo, che ha ottenuto la certificazione Uni En 16001 rilasciata dall’ente internazionale Dnv, grazie ad un sistema di gestione dell’energia basato sulle pompe di calore, computer ad alta efficienza, lampade a basso consumo. Niente male, soprattutto se consideriamo che i casi della Peroni e dell’Intesa San Paolo, non sono certamente isolati, anzi, secondo una ricerca dell’Icm, società di certificazione energetica e industriale, circa l’80 percento delle aziende ha installato o comunque valutato la possibilità di dotarsi di impianti per la produzione di energia rinnovabile. Le vie seguite sono diverse, c’è chi si affida a società specializzate nella consulenza energetica come la Siram, altri si rivolgono alle cosiddette energy saving company, società che fatturano sul risparmio energetico dei loro clienti e che di conseguenza hanno tutto l’interesse a raggiungere i massimi livelli di efficienza.

L'esempio delle istituzioni

I comuni giocano un ruolo importante in questa partita, sia per quanto concerne la sensibilizzazione della popolazione e delle imprese locali sia operando loro stessi una razionalizzazione dei consumi. È questo il caso del comune di Macerata che si è rivolto alla Cofely per la gestione dell’energia di 76 edifici comunali da migliorare grazie all’utilizzo di caldaie a metano e all’istallazione di nove sistemi solari termici. È chiaro che un ente pubblico che opera in questa direzione stimola in tal senso anche i suoi cittadini, orientandoli verso l’efficienza energetica.

Le abitazioni ad impatto zero

Nelle abitazioni italiane medie i consumi annui di energia sono di circa 110 kw/h per ogni metro quadro di casa. Un consumo spropositato se consideriamo che in Svezia, dove il clima è molto più rigido, non superano i 60 kw/h per metro quadro d’abitazione. Tra l’altro la moderna tecnologia ci viene incontro in questo senso, tant’è che abitare in una casa eco-sostenibile è ormai una possibilità reale come dimostra Eco home plus, un modulo sperimentale prefabbricato che non solo è auto sufficiente dal punto di vista energetico, ma prevede la possibilità di inserire nel sistema il surplus di energia prodotta. Dotato di pannelli solari e di pompa di calore geotermica questo prefabbricato, la cui sperimentazione sta avvenendo in Canada, in condizioni climatiche quindi difficili, dimostra come sia possibile oramai una generazione di energia ad impatto zero. Basti pensare che secondo i dati, questa casa, risparmierà le circa 8 tonnellate di anidride carbonica emesse da un abitazione standard in un anno.

Cosa possiamo fare noi

È necessario cambiare la nostra mentalità su questo argomento, riscoprire tutta una serie di comportamenti virtuosi che non solo ci permetterebbero di risparmiare, ma incidendo in maniera considerevole su un bene comune di eccezionale valore come l’ambiente, migliorerebbero la nostra stessa qualità di vita. Piccoli gesti quotidiani come l’utilizzo delle lampade a basso consumo, l’uso responsabile dell’aria condizionata e del riscaldamento e di tutti gli elettrodomestici di casa, la scelta degli infissi e dei vetri. Sembrano sciocchezze, probabilmente molti di noi neanche se ne rendono conto, ma questi piccoli accorgimenti a lungo andare fanno la differenza, quella stessa differenza che c’è tra mondo vivibile e uno destinato ad esaurire tutte le sue risorse.

Una via diversa rispetto al passato è quindi possibile, spetta a noi intraprenderla. È stato fatto molto in questi anni per far crescere la coscienza ambientale, per far capire che quando si parla di co2 o inquinamento di qualsiasi altro genere non si tratta di astrazioni, ma di ciò che viviamo tutti i giorni. Essere cittadini attivi significa anche questo, improntare uno stile di vita rispettoso di ciò che ci circonda; un obbiettivo comune per aziende, istituzioni e famiglie. Strade diverse, un unico fine.
 
Come valutare l'efficacia del no profit? Le linee guida di Csvnet
giovedì 02 settembre 2010 | Fabrizio Spano
Misurare l’attività delle organizzazioni no profit soltanto attraverso criteri di efficienza economica può essere fuorviante. Per questo nell’associazionismo si sta facendo sempre più strada l’idea di introdurre elementi di valutazione diversi, più idonei a rilevare l’efficacia dei progetti di volontariato anche sul piano sociale e umano.
I tradizionali documenti contabili hanno mostrato la loro inadeguatezza.

Il volontariato – spiega Marco Granelli, presidente di Csvnet – “produce sì servizi, ma anche e soprattutto coesione sociale, partecipazione, cittadinanza”. Elementi fondamentali di un’attività no profit che non solo non possono essere misurati in modo adeguato in termini meramente economici ma che potrebbero addirittura influire negativamente sul risultato finale di una valutazione di questo tipo.

“Per certi obiettivi - continua Granelli - tre professionisti possono essere più efficienti di 50 volontari, ma non costruiscono coesione sociale". Nei bandi si dovrebbe "tenere conto di alcuni fattori: quanti sono i volontari coinvolti, quale sia la capacità di aggregare nuove persone... Qualcuno già lo fa". In genere, però, quando un ente pubblico o una fondazione o altri soggetti sono chiamati a valutare un progetto, questi aspetti non vengono valutati a sufficienza o non vengono valutati affatto.

Un altro problema è che molte organizzazioni spesso subiscono con fastidio la valutazione – per esempio quando intendono partecipare a un bando pubblico – anzichè servirsene come un prezioso strumento per verificare la bontà del lavoro svolto e migliorare l’efficacia della propria azione. “Purtroppo, spesso solo la necessità di presentare progetti obbliga le organizzazioni ad affrontare il problema” - fa notare Francesca Busnelli, dello studio Aliante.

A questo proposito Csvnet ha pubblicato delle linee guida che dovrebbero aiutare le organizzazioni a redigere un proprio bilancio sociale mentre i Centri di servizio stanno intervenendo sulla formazione in questo campo. “Strumenti come il bilancio sociale fanno crescere. Il volontariato si deve liberare dall'idea che gratuito sia sinonimo di buono”, conclude Granelli.

Si legge nel vademecum stilato da Csvnet: "Tutti coloro che, in un modo o in un altro, sostengono un’organizzazione (donatori, volontari, ecc.), ma anche i destinatari dei servizi, ed in generale la società tutta, devono avere la possibilità di sapere quante risorse pervengono all’organizzazione, quale è la loro provenienza, come vengono utilizzate, quali risultati producono".

Le linee guida si articolano in quattro parti:
- Premessa metodologica, in cui sono definiti gli obiettivi, il loro ambito di applicazione e vengono esplicitate le scelte metodologiche adottate;
- Nozione di bilancio di missione, di bilancio sociale e principi di rendicontazione;
- Il processo di rendicontazione, in cui sono indicati gli elementi fondamentali che devono caratterizzare il processo di realizzazione e comunicazione del bilancio di missione e sociale;
- Struttura e contenuti, in cui si individuano le informazioni che il bilancio di missione ed il bilancio sociale devono contenere.

“Per il volontariato servono indicatori diversi da quelli delle aziende – afferma Andrea Volterrani, autore de ‘Il gusto del volontariato’ – più che il criterio dell'economicità (fare le cose al minimo costo) è importante il criterio della sostenibilità (ottenere il meglio in rapporto alle risorse del territorio”. Secondo Volterrani - che ha collaborato con il Csvnet toscano - “le organizzazioni tutte dedite al fare spesso perdono la capacità di coinvolgimento, per cui soffrono di turn over continuo e progressivo impoverimento. Altre, più attente a valorizzare e coinvolgere le persone, si garantiscono continuità e capacità di incidere”.

 
Le beghe della politica penalizzano i cittadini
mercoledì 01 settembre 2010 | Massimiliano Alacqua
Le istituzioni latitano, la società civile sopperisce. Bastano poche parole per spiegare quanto è avvenuto a Sant’Olcese, un paesino in provincia di Genova, in questi ultimi giorni. Ecco un esempio di sussidiarietà lontana dalla nostra concezione.
La vera sussidiarietà è collaborazione, non sostituzione
I libri per i bambini della scuola elementare di Sant’Olcese saranno gratuiti anche quest’anno. La particolarità è che non sarà il comune a pagarli, come abitualmente avviene, ma imprenditori locali che si sono mossi di fronte ad una situazione a dir poco sconcertante.

Una vicenda imbarazzante

La storia comincia circa un mese fa, come ennesima fase della lotta tra comuni e governo sulle risorse e sui tagli operati in questi anni. Il sindaco, Alfredo Cassisa, in polemica con il ministero dell’istruzione all’indomani dell’approvazione della finanziaria, scrive una lettera ai genitori dei bambini delle elementari asserendo, che per via dei tagli, quest’anno non ci saranno i fondi per i libri. Il ministero della pubblica istruzione a sua volta accusa Cassisa di strumentalizzare la scuola per una battaglia politica. Insomma, il solito pasticcio all’italiana di cui a farne le spese sono i cittadini.

La società civile provvede

Mentre i politici erano intenti a fare da scarica barile, la società civile si è mossa per risolvere il problema. Il primo è stato Alfredo Breschi, titolare della Preti, un’industria dolciaria della zona, poi sono arrivati Parodi e Cabella, due salumifici, ed infine, il consorzio Villa Serra. Insieme, queste aziende, sosterranno una spesa di circa settemila euro, finanziando il comune senza chiedere nulla in cambio. Mossi semplicemente dall’affetto per la propria terra e dall’incapacità della politica di trovare una soluzione per le famiglie dei 220 bambini delle elementari. Una spesa non da poco, considerando che per un bimbo di prima o seconda servono circa 19 euro, cifra che sale fino a 25 euro per chi è in terza e addirittura 40 euro per le quarte e le quinte, per via dei testi di inglese e di religione.

Quale sussidiarietà?

Per quanto un’iniziativa del genere sia da apprezzare, non possiamo fare a meno di sottolineare che essa differisce dal concetto di sussidiarietà che Labsus sostiene. La vera sussidiarietà nasce, infatti, dalla collaborazione tra enti pubblici e società civile, dalla voglia di confrontarsi sulle problematiche territoriali approntando insieme delle soluzioni. L’esempio di Sant’Olcese è, invece, un esempio illuminante della situazione italiana, della paralisi della politica, della sua incapacità di affrontare i problemi senza penalizzare i cittadini. La società civile è intervenuta, ha fatto da tappabuchi alle beghe della politica, ma è chiaro che questa non può essere una soluzione per il futuro.

In fondo, però, questa storia dimostra ancora una volta come le istituzioni da sole non possano farcela, che il bisogno di collaborazione con i cittadini è sempre più forte. Collaborazione, non sostituzione, questo è il vero paradigma della sussidiarietà.