Per non morire di carcere
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giovedì 26 maggio 2011 | Fabrizio Rostelli   
Esperienze di aiuto nelle prigioni italiane
Con questo volume Labsus decide di affrontare il tema complesso dell’assistenza nelle carceri.
“Per non morire di carcere. Esperienze di aiuto nelle prigioni italiane tra psicologia e lavoro di rete” è il prodotto del lavoro collettivo di esperti, studiosi, rappresentanti istituzionali ed operatori carcerari che hanno voluto indagare sulla possibilità di realizzare una pena detentiva che non generi malattia.
Il detenuto ha diritto a soffrire solo della perdita della libertà?
Nella prefazione Giovanni Tamburino (direttore ufficio studi e ricerche amministrazione penitenziaria) analizza la relazione pena-sofferenza-malattia, arrivando alla conclusione che attualmente non esiste un sistema penitenziario che sappia evitare effetti patogeni, nonostante la produzione di sofferenza non sia più l’elemento costituente della pena, intesa come penitenza.
Di conseguenza l’obiettivo diventa individuare il malessere derivante dalla condizione detentiva, “arginarlo e possibilmente contrastarlo, evitandone gli esiti estremi e più tragici: autolesionismi, tentati suicidi, suicidi”.

Il testo curato da Giorgio Concato (docente di psicologia dinamica presso la facoltà di Psicologia dell'università di Firenze) e Salvatore Rigione (direttore coordinatore di area pedagogica e del settore trattamentale presso il Provveditorato regionale toscano dell'amministrazione penitenziaria) si divide in tre parti: le esperienze di aiuto secondo gli “addetti ai lavori”, le idee per una valutazione scientifica del problema e degli approcci, gli interventi sul tema tra Regioni e amministrazione penitenziaria.

Nella prima sezione vengono presentati casi significativi di assistenza in Toscana, Lombardia e Piemonte; nei resoconti delle esperienze sono riportate: l’impostazione metodologia, l’area d’intervento, le fasi del progetto e l’analisi dei dati.
Il disagio fisico ed il disagio psichico dei detenuti spesso rappresentano due aspetti inscindibili dello stesso problema, per questo motivo le sole cure mediche non sono sufficienti. La tossicodipendenza e lo shock da primo ingresso, derivante dalla deprivazione affettiva e sociale, sono solo alcuni dei fattori di malessere.
Gli interventi in un ambiente restrittivo, di chiusura totale, sono molto complessi e gli operatori interni ed esterni coinvolti sottolineano l’importanza del monitoraggio e soprattutto dell’ascolto quotidiano dei disagi, affinché gli stessi detenuti abbiano la consapevolezza che il servizio di assistenza sia sempre a loro disposizione.

Gruppi di ascolto, gruppi di attenzione, attività culturali, ricreative e sportive, programmi di lavoro, come qualsiasi altro progetto, necessitano di investimenti pubblici tempestivi; su questa conclusione convergono gli studiosi che hanno analizzato, nella seconda parte del testo, i risultati dei casi specifici.
Sociologi, giuristi, criminologi e magistrati esaminano con punti di vista e metodi diversi le esperienze descritte, concordando tutti sul carattere intrinsecamente patogeno del carcere. La pena detentiva come privazione della libertà, per quanto mitigata e razionalizzata non può non produrre effetti dannosi sulla condizione fisica e mentale del detenuto.
È necessario quindi intervenire sugli aspetti direttamente lesivi (strutture, assistenza medica, alimentazione, spazi) e sulla qualità del tempo trascorso in carcere. Gli autori non offrono soluzioni tecniche, piuttosto ipotesi, modelli interpretativi, utili a definire il possibile orizzonte culturale e strategico di intervento.

Il dramma dei suicidi è l’elemento più tragico del problema, i dati riportati confermano che “in un’elevata percentuale di casi (intorno a un terzo) il rischio suicidario era stato avvertito dalla struttura e, ciononostante, non si è riusciti ad evitare l’evento”.
I numeri del sistema carcerario italiano sono impressionanti: in 12 anni sono morti 1.815 detenuti (650 per suicidio), le vittime solo nel 2011 sono 68, di cui 24 per suicidio.

Nella terza e ultima sezione, in un’ottica pragmatica, alcuni esponenti regionali formulano proposte concrete per rispondere alla “richiesta di un’attenzione diretta del territorio alle problematiche del carcere”.

In conclusione "Per non morire di carcere" è un testo che si presta a vari livelli di lettura, può rappresentare un approfondimento ricco di esperienze dettagliate per studiosi e ricercatori, uno strumento di supporto per chi deve progettare leggi e regolamenti in quest’ambito, ma anche più semplicemente un’introduzione al tema dell’assistenza nelle carceri, l’approccio scientifico infatti non appesantisce la lettura.

CONCATO G., RIGIONE S. (a cura di), Per non morire di carcere. Esperienze di aiuto nelle prigioni italiane tra psicologia e lavoro di rete, Franco Angeli, Milano, 2005.
 
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