Ripensare l'individualismo
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sabato 10 settembre 2011 | Daniela Finamore   
Un'indagine approfondita sulle basi della democrazia

Nadia Urbinati ci offre alcune considerazioni riguardo alla cultura individualista. Attraverso continui riferimenti ad autori illustri quali Tocqueville, è ben spiegato il processo che ha portato l’individualismo ad essere una parte costituente e necessaria di un valido regime democratico: da soddisfazione dell’interesse individuale a trasferimento della morale del singolo individuo nella sfera pubblica. In una realtà contemporanea in cui è sempre più rilevante quella che è stata definita come "questione etica", la lettura di tale libro induce a notevoli spunti di riflessione.

La democrazia non è solo una forma di governo ma anche e prima di tutto una ricca cultura dell’individualità

La chiave di lettura per comprendere il testo da noi considerato è quella di tralasciare l’accezione comune dell’individualismo inteso come egocentrismo. L’individualismo su cui si basa il libro è qualcosa che va oltre i personalismi, è ciò che costituisce le radici dell’odierno regime democratico. Esso si basa su due pilastri: la cultura civile dei diritti e la cultura morale dell’eguale dignità delle persone. Questi elementi appena citati se s’intersecano danno vita ad una sana democrazia, anzi, è strettamente necessario che si incontrino poiché la mancanza di uno solo di essi comporta rilevanti distorsioni in un regime democratico.

 

L’individualismo dunque si realizza pienamente solo nella democrazia e solo in essa diventa diffusione di socialità. L’autrice sottolinea subito che lo scopo del suo libro, però, non è assolutamente quello di convincere che la democrazia sia il miglior regime possibile ma vuole solo far intendere che è l’unico il cui la cultura individualista contemporanea diventa fattore di coesione. Questo perché il sistema democratico è l’unico in cui tutti gli uomini si mettono in gioco: in esso l’individuo è libero di muoversi da solo, collegare i suoi sforzi con quelli dei suoi simili ed agire in comune.

 

I capitoli 2 e 3 presentano un excursus riguardo alla gestione della cosa pubblica nelle varie tappe storiche, facendo un particolare riferimento alle varie inclinazioni assunte nei confronti dell’individualismo. Di particolare interesse è l’analisi di Hannah Arendt la quale concentra la propria attenzione sulla comparazione tra antichi e moderni. Il cristianesimo, dando estrema centralità all’idea secondo cui la vita mondana è un mero passaggio per giungere a quella ultraterrena, fu premonitore di una nuova visione di intendere l’attività umana e in particolar modo di intendere l’agire dell’uomo nella sfera pubblica: la politica intesa come un mezzo per raggiungere un fine esterno alla politica stessa, ossia la felicità privata. Tale modo di giudicare l’arte del governo come semplice tecnica induce a porsi negativamente nei confronti dell’individualismo interpretato come soddisfazione individuale poiché esso svuota l’agire nella comunità di ogni fine superiore.

 

Deve essere dunque superata quell’eguaglianza che in modo errato equipara egoismo e individualismo. Quest’ultimo viene molte volte confuso con il primo e la relazione tra i due pone in essere il problema che intercorre tra pubblico e privato nella sfera democratica. Al contrario di ciò che possa pensarsi, l’individualismo inaugura una differente forma di cultura politica e, nonostante abbia alla propria base la sovranità indiscussa dell’individuo, non ostacola ma facilita la comunicazione sociale proprio per il suo radicamento nell’eguaglianza e nella politica dei diritti.


Operare all’interno di una collettività, condividere credenze e beni comuni: sono caratteristiche nobili di un regime democratico che non per forza presuppongono la mancanza d’individualismo. Socrate l’aveva già intuito quando istigava i concittadini democratici a non accettare nulla senza il vaglio della ragione critica: si tratta di un insegnamento politicamente individualista in quanto incita a vivere in una comunità democratica ma mira allo stesso tempo a proteggere la sovranità del giudizio di ciascuno. Democrazia ed individualismo dunque riescono e debbono stare assieme poiché in essi vi è una continua comunicazione tra momento pubblico e privato, morale e politico: quello democratico è l’unico regime che permette all’individuo/cittadino di trasportare nell’ambito pubblico un codice di comportamento adottato nel privato ed amplia dunque gli spazi dell’esperienza individuale.

 

Dalla constatazione che attraverso l’individualismo vi è una continua cooperazione tra pubblico e privato ossia società civile e società politica vengono quasi a confluire, si pone tuttavia il problema della partecipazione attiva dell’individuo in politica. Il cittadino democratico agisce attivamente quando vi è carenza di democrazia?Interviene nella politica quando questa è causa di problemi? Svariate risposte sono state date a tale quesito con la formulazione di teorie riguardo alla partecipazione come sintomo di protesta e sfiducia. L’autrice non si permette di dare giudizi di valore riguardo a tali speculazioni ma ritiene errato il modo in cui esse sono interpretate: alcun tipo di intervento del singolo nella società politica deve essere inteso come il raggiungimento di un mero scopo individuale.

 

Proprio tramite la chiave di lettura dell’individualismo anche la partecipazione come forma di dissenso, espressione dunque del proprio giudizio individuale, non è intesa solo come comportamento antiautorità anzi è una virtù allo stesso tempo privata, poiché è auto-cultura, e pubblica poiché non corrode la cooperazione sociale ma al contrario rafforza l’empatia tra cittadini e, per citare l’autrice, "crea un sentimento che stimola un’attitudine individuale di attenzione e richiesta di controllo e che consolida un abito salutare di giudizio e di dissenso, l’abito di una virtù politica che meglio si adatta ad una società di individui".


Urbinati Nadia, Liberi e uguali. Contro l'ideologia individualista, Laterza, 2011, Milano


 
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