La Big Society alla prova dei fatti
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domenica 17 ottobre 2010 | Maria Cristina Marchetti   
Ostacoli in vista per il programma di Cameron
È stato pubblicato in Gran Bretagna un rapporto curato dal thin thank ResPublica, vicino al primo ministro, dal titolo: “The Civil Effect”, sugli ostacoli che l’attuazione del programma di Cameron sta incontrando. Come spesso accade infatti, le buone idee sono costrette a fare i conti con il duro realismo della mancanza di fondi e con le difficoltà che emergono da un apparato burocratico non sempre preparato ad interagire con gli attori della società civile.
La Big Society alla prova dei fatti: burocrazia e carenza di fondi i veri nemici

Burocrazia e carenza di fondi

 

I principali ostacoli riguardano le difficoltà inerenti il rapporto tra la società civile e i meccanismi di fornitura di servizi pubblici, che rimangono inefficienti e costosi. Il meccanismo per l’assegnazione dell’appalto fa lievitare i costi; lo strumento previsto è quello della “compulsory competitive tendering (CCT), che è ritenuta una misura finalizzata a tagliare i costi. In realtà, la CCT, presenta delle notevoli problematicità, in particolar modo riconducibili all’enfasi posta sull’abbassamento dei costi dei servizi, piuttosto che sulla qualità, la sostenibilità, l’impatto di lungo periodo, l’influenza sulla creazione di posti di lavoro.
Le associazioni sono inoltre costrette ad affrontare un percorso burocratico la cui complessità non è affatto garanzia di rigore e trasparenza, ma più frequentemente funge da deterrente per gli elevati costi di gestione che comporta.
L’altro grande ostacolo è la liquidità, infatti come si legge nel rapporto: “Where money promised does not come in on time, organisations that have invested resources, or are banking on those resources coming in will find themselves disproportionately disadvantaged”.

Network e consorzi

Spesso le difficoltà vengono dalle ridotte dimensioni delle associazioni della società civile che le rendono incapaci di interagire con le istituzioni sia per i ridotti livelli di organizzazione interna che per la disponibilità di risorse. La soluzione individuata nel rapporto è quella della creazione di network e consorzi. “Consortia, are part of this collaborative future. Whether it is the staff of one organisation learning from the approaches of another; or more formal innovative networks that can take voluntary organisations and enable scale through information sharing and shared supply chains, association in the modern age brings significant benefits”.
Esistono diversi modelli di consorzi, ampiamente illustrati nel rapporto, che scende nel dettaglio di tutti gli aspetti dei meccanismi di assegnazione della gara e di gestione del servizio.

Un cambiamento culturale

Il rapporto, attraverso una serie di case studies, individua una serie di proposte che potrebbero rappresentare altrettante soluzioni ai problemi emersi.
Soprattutto però, il rapporto si sofferma sulla necessità di un cambiamento culturale, che investe da una parte l’apparato burocratico e dall’altra la stessa società civile. Questo anche per fugare ogni dubbio circa l’ipotetico trasferimento di ogni servizio alla società civile, con uno stato che si ritira dallo spazio pubblico. “We reject the language that suggests that the sector as a whole has to become more like the state or indeed has to replace it in some way; this would hardly be an improvement on the current state of affairs. The mission of the state as a rectifier of market failure is additional to the mission of civil society, as an expression of social justice, collective action, independence and what makes life worth living”.

La Big Society: i cittadini come risorsa

La Big Society ha esposto il primo ministro Cameron ad una serie di critiche, principalmente rivolte ad evidenziare l’inapplicabilità della sua proposta, che verrebbe ad essere ridotta ad una retorica politica, da utilizzare in campagna elettorale.
Ma cosa hanno in comune la Big Society e il principio di sussidiarietà? Sicuramente il modello culturale di riferimento e l’idea che fra lo stato e i cittadini, singoli o associati, si possa stabilire una forma di cooperazione, che in nessun caso implica la sostituzione dello stato con la società civile. L’aspetto interessante è rappresentato dalla rivoluzione che il progetto si propone di apportare nel modo stesso di governare, assecondando a sua volta i bisogni emergenti di una società in mutamento. Sembra infatti che un inglese su 30 sia impiegato a tempo pieno in un’impresa sociale; esistono circa 62 mila imprese sociali con un reddito complessivo di 24 bilioni di sterline. Anche questi sono segni di un cambiamento culturale al quale deve corrispondere un cambiamento delle istituzioni, pena il rischio di aprire un divario incolmabile tra queste e i cittadini

 
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