L’economia scopre la felicità
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venerdì 26 novembre 2010 | Maria Cristina Marchetti   
La Fondazione FareFuturo e il dibattito sul Pil
Charta Minuta, il bimestrale della fondazione Farefuturo, dedica l’ultimo numero al tema: “L’economia scopre la felicità”. La Fondazione non è nuova a queste analisi, dal momento che ha già pubblicato una “Charta della sostenibilità” insieme ad un rapporto dal titolo: “Oltre il Pil: i nuovi indicatori del benessere e la sostenibilità dello sviluppo” dei quali ci siamo occupati sulle pagine di questa rivista.
Il dibattito sul rapporto tra economia e felicità, pur muovendo da prospettive spesso molto diverse tra loro, trova un minimo comun denominatore nella critica al Pil come unico indicatore del benessere. A partire dal celebre discorso di Bob Kennedy è ormai appurato che il Pil misura tutto “tranne ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.
Chi avverte l’insufficienza del Pil, sente l’insufficienza della mera soddisfazione economica come fine

Il Pil e la qualità della vita

 

I numerosi interventi raccolti nella rivista, evidenziano da punti di vista diversi, come il Pil sia uno strumento essenzialmente quantitativo, che fornisce scarse informazioni sulla qualità della vita e il benessere dei cittadini. La crisi economica fa da sfondo a queste riflessioni e per certi aspetti ha fornito loro un importante appiglio anche se si è cominciato a riparlare di questi temi già all’inizio del 2008 quando in Francia la commissione Stiglizt, Sen, Fitoussi, voluta dal presidente Sarkozy, ha pubblicato un rapporto che ha riaperto il dibattito.
Il dibattito è tutt’altro che confinato agli ambienti economici, ma ha dei rilevanti risvolti sull’azione politica, alla ricerca di nuovi strumenti per l’individuazione di progetti e soluzioni.
Nel contributo di Gianfranco Fini si legge che, anche se il Pil rimane un importante strumento per misurare l’attività economica di un paese, la politica non deve perdere di vista il benessere reale dei cittadini, in pratica, la qualità della vita. Ciò comporta prima di tutto la necessità di assumere una prospettiva progettuale che non tenga conto solo del benessere attuale, ma anche delle generazioni future: “Avere di mira il benessere delle persone significa pensare il futuro in termini di sviluppo sostenibile” (p. 4)

Lo sviluppo sostenibile

 

Sembrerebbe che tutte queste riflessioni conducano inevitabilmente verso l’adozione di un modello di sviluppo sostenibile, che solleva una serie di questioni di ordine matematico e statistico per la sua misurazione. Si tratta infatti di individuare nuovi indici aggregati di misurazione della crescita, condivisi a livello internazionale. Tra i nuovi indici sembra che gli unici destinati ad avere un certo consenso siano l’indice di sviluppo umano e l’impronta ecologica.
Non mancano le voci contrarie, di coloro che ritengono che il Pil per quanto possa offrire una visione parziale, non può essere sostituito da altri strumenti di misurazione, senza produrre gravi danni anche sulla percezione dei cittadini.

Il rifiuto dell’economia come fine

 

In realtà, come evidenziato dagli altri contributi, la riforma del Pil si pone obiettivi più ambiziosi, che esulano dalla contabilità nazionale o dalla statistica economica; “chi avverte l’insufficienza del Pil, sente l’insufficienza della mera soddisfazione economica come fine” (p. 10).
Interessante l’articolo di Giuseppe Pennisi “Alle origini dell’economia della felicità” che ripercorre le tappe di un cammino che è anche interno alle stesse discipline economiche e che trova nel lavoro di Amartya Sen un suo punto di riferimento importante.

Una rivoluzione culturale

 

Prima di parlare di un cambiamento di prospettiva dell’economia, si dovrebbe guardare alla rivoluzione culturale che si cela dietro queste analisi. In gioco infatti non è solo lo sviluppo economico o gli strumenti statistici con i quali viene misurato, ma la visione stessa della realtà e il ruolo che è stato attribuito all’economia nella definizione del benessere delle persone. È fin troppo scontato dire che i soldi non fanno la felicità, ma sarebbe anche opportuno interrogarsi sul loro significato se la salute dei cittadini è messa in crisi dall’inquinamento, se il sistema scolastico è inadeguato, se i valori portanti di una società sono messi in crisi da una visione economicistica della vita. Allora scopriremmo, come recita lo slogan di una nota campagna pubblicitaria, che “ci sono cose che non si possono comprare”.

 
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