Speciale referendum di Altraeconomia
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domenica 05 giugno 2011 | Maria Cristina Marchetti   
La partecipazione è un bene comune!

In vista del referendum del 12 e 13 giugno Altraeconomia ha pubblicato un Dossier interamente dedicato ai quattro quesiti referendari.
Indipendentemente dalle diverse posizioni, vale la pena ricordare che il referendum ha un valore in sé, quale strumento per eccellenza di democrazia diretta, capace di recuperare una dimensione partecipativa che il semplice voto alle elezioni politiche a volte sembra far passare in secondo piano.
In particolare ci piace condividere il titolo del Dossier “La partecipazione è un bene comune” che costituisce il filo conduttore del lavoro che questa rivista porta avanti da tempo sul tema dei beni comuni.
I numerosi interventi di esperti e addetti ai lavori presenti nel dossier illustrano le ragioni del Sì, con particolare riferimento ai due quesiti sull’acqua.

Il valore del referendum: quando la partecipazione è un bene comune

L’acqua pubblica “bene comune”

 

Come si legge nell’intervento sull’acqua di Luigino Bruni, docente di Economia politica all’università di Milano Bicocca, quando in economia si parla di un “bene comune “intendiamo un bene consumato da più persone contemporaneamente. A differenza dei beni pubblici, quindi, il bene comune è un bene “rivale”: il consumo degli altri interferisce con il mio consumo, e lo riduce”. La natura prettamente economica della definizione, individua nella scarsità la natura “comune” del bene acqua, rispetto ad altri beni pubblici.
Si può essere d’accordo o meno con tale interpretazione (gli editoriali di Carlo Donolo apparsi su questa rivista hanno approfondito le diverse dimensioni della nozione di “bene comune”), ma resta il fatto che si tratta di beni che per definizione chiamano in causa una responsabilità collettiva, anche intergenerazionale, nei confronti del loro utilizzo. La bene nota “tragedia dei beni comuni” ha proprio ha che vedere con la distruzione di un bene comune a seguito di un utilizzo sbagliato o eccessivo.
Coloro che promuovono la privatizzazione dell’acqua sostengono che ciò renderebbe disponibili i capitali per effettuare la ristrutturazione della rete che, secondo quanto previsto dalla legge, andrebbero messi a carico degli utenti. L’eliminazione della possibilità di “remunerazione del capitale investito”, costituisce uno dei due quesiti referendari sull’acqua.

Il referendum e il senso della politica

 

Secondo Emilio Molinari, già presidente del Comitato italiano per un contratto mondiale sull’acqua, i referendum sull’acqua e sul nucleare hanno un alto valore politico, ma non nel senso ideologico del termine. Chiamano infatti in causa l’incapacità della politica di progettare un futuro che sia al passo con le esigenze dei cittadini, “di una classe dirigente – come egli afferma - che non sa affrontare il proprio tempo, che non rappresenta l’interesse generale ma è solo capace di svenderlo al mercato”. Da questo punto di vista, il referendum diventa un modo per i cittadini di riappropriarsi del proprio potere decisionale, di riprendere in mano il proprio destino. Come si legge nel dossier, “l’invito non è a votare per questo o per l’altro, ma per sé, per esprimere, come hanno fatto i movimenti, la propria opinione” .

Il valore del referendum

 

È proprio da queste affermazioni che intendiamo ripartire per sottolineare che, indipendentemente dalle diverse posizioni, il referendum ha un significato che va al di là del risultato stesso. L’esistenza del quorum rende la partecipazione un valore in sé, ma soprattutto costituisce un’occasione per riportare il dibattito politico ad una dimensione progettuale. Il 12 e 13 dicembre non sarà solo in gioco la privatizzazione o meno dell’acqua o la scelta del nucleare, ma l’utilizzo responsabile dei beni comuni che sempre più costringe a confrontare le scelte di oggi con i costi di domani. In pratica è in gioco l’Italia che vorremmo e chi meglio degli italiani potrà decidere!

 
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