L'informazione è un bene comune
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lunedì 04 giugno 2012 | Daniela De Robert   
Difendere il diritto ad essere informati, per difendere il diritto a scegliere ed a decidere

"L'informazione è come l'acqua, deve essere di tutti". Inizia così il Manifesto per la difesa del servizio pubblico radiotelevisivo presentato dall'Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai) insieme con Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale. Un appello per chiedere che il servizio pubblico "garantisca il diritto fondamentale all'informazione e alla cultura" e "persegua gli interessi della collettività e non quelli di una parte".

I cittadini possono essere alleati preziosi del buon giornalismo

Per qualcuno, quella per la difesa del servizio pubblico radiotelevisivo può sembrare una battaglia di retroguardia. I sostenitori della privatizzazione in questi anni non hanno mai smesso di portare avanti il loro disegno e il conflitto di interesse, che ha ingabbiato la Rai, ha spianato loro la strada, nonostante la mancanza di editori puri sia nella carta stampata che nel settore radiotelevisivo, con la conseguente moltiplicazione dei conflitti di interesse.

Ma con i referendum del giugno del 2011, i cittadini hanno indicato un'altra strada: quella della difesa dei beni comuni, della loro riappropriazione sociale. A cominciare dall'acqua per continuare, perché no, con l'informazione.

In questa prospettiva allora, "passare dalla Rai dei partiti alla Rai dei cittadini" non è solo uno slogan, ma può e deve diventare una realtà, un passo necessario per garantire una democrazia piena.

 

Il giornalismo cane da guardia dei poteri

 

Liberi dai poteri forti per non essere sottoposti a censure. La libertà di informazione è un bene prezioso. Nel mondo della comunicazione chi sta nel cono d'ombra dei media non esiste. Le dittature lo sanno bene, come conferma anno dopo anno la classifica sulla libertà di stampa di Reporters sans frontières.

I dati sui giornalisti uccisi e arrestati parlano chiaro. Nei primi mesi del 2012 sono morti 21 giornalisti, 6 netizen o citizen journalist e sono stati arrestati 161 giornalisti, 10 assistenti e 121 ciberdissidenti.

Nell'ultimo anno ha scalato la classifica della libertà di stampa un paese come la Tunisia (salito di 30 punti), mentre l'Italia resta bassa con un magro 61esimo posto.

 

È il conflitto di interessi a pesare come un macigno. Ma non è solo questo. Anche da noi raccontare i fatti può essere pericoloso. Non vale solo per Roberto Saviano, sotto scorta per aver scritto il libro Gomorra. 02 Ossigeno per l'informazione è un osservatorio sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate. L'acronimo Ossigeno richiama proprio l'idea di informazione come bene comune: ogni società libera e democratica - si legge nel sito - ha bisogno vitale di libertà di informazione e di espressione come il corpo umano ha bisogno di ossigeno. Nei dodici mesi del 2011 "Ossigeno ha registrato 95 episodi di minacce, intimidazioni gravi, abusi compiuti contro di loro, con 324 giornalisti coinvolti". Gravissimi alcuni episodi come le minacce di morte contro il giornalista Lirio Abate e l'assalto alla redazione del quotidiano Metropolis di Castellammare di Stabia seguito da un raid per impedire agli edicolanti di vendere il giornale. L'informazione libera è una minaccia per la criminalità organizzata, ma è scomoda anche per i poteri forti. Lo dimostrano la proliferazione delle richieste di risarcimento per diffamazione, spesso infondate, presentate da uomini politici e pubblici amministratori infastiditi da notizie sgradite.

 

Sostenere questi giornali e i giornalisti che si espongono è compito anche dei cittadini. Per tutelare quel bene - così prezioso per la collettività e così pericoloso per alcuni - che è la libertà di stampa.

Un modo per dire che l'informazione è anche un nostro bene, che vogliamo curare e fare crescere come i giardini pubblici, le biblioteche, le scuole.


Il controllo dei cittadini

 

Parole e immagini sono armi potenti. Possono creare e alimentare l'odio e la paura. Il 3 dicembre del 2003 il Tribunale penale internazionale per il Rwanda riconobbe in sede giuridica le responsabilità oggettive del giornale Kangura e della Radio Televisione Libera Mille Colline nel veicolare l'odio, equiparandole per entità delle condanne a quelle degli organizzatori materiali del genocidio: ergastolo per i cosiddetti "media dell'odio" che incitarono e istigarono la popolazione al genocidio dei tutsi del 1994. "Senza armi da fuoco, machete o altri oggetti, voi avete provocato la morte di migliaia di civili innocenti" ha detto il giudice Navatehm Pilay, introducendo la lettura della sentenza.

 

Con le parole è facile alimentare l'odio. Lo sanno bene in Rwanda. Ma l'odio nasce dalla discriminazione verso il diverso, il povero, lo straniero, il rom, l'ex detenuto, il "clandestino".

Per questo il 1 gennaio del 2007 è nata ufficialmente la Carta di Roma, cioè il protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti promosso dall'Ordine Nazionale dei giornalisti (Odg) insieme alla Federazione nazionale della Stampa (Fnsi) e all'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur).

 

Sono gli anni degli sbarchi di massa in Sicilia. Si parla di emergenza, di invasione, di tregue. Un linguaggio più da guerra che da fenomeno sociale globale. Gli uomini, le donne e i bambini sono tutti indistintamente definiti dei clandestini. Poco importa se fuggono da persecuzioni, guerre o tratta. Il primo richiamo viene dall'Acnur che chiede rispetto e tutela nei confronti delle persone che arrivano e critica l'uso di termini inappropriati. Si forma un gruppo di riflessione all'interno della Fnsi cui si affiancano associazioni del terzo settore. Nasce la Carta di Roma e subito dopo l'Associazione Carta di Roma che ha tra i suoi obiettivi l'istituzione di un osservatorio impegnato nel monitoraggio dell'informazione sull'immigrazione e in attività di sensibilizzazione e formazione. Il primo passo è la "Ricerca nazionale su immigrazione e asilo nei media italiani" condotta dalla Facoltà di Scienza della comunicazione della Sapienza presentata nel 2009. Ora all'osservatorio hanno aderito una decina di università, ma anche organizzazioni e Istituti di ricerca del settore come il Cospe (Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti), l'Agenzia Redattore Sociale, l'Associazione Lunaria e Paralleli - Istituto Euromediterraneo del Nord Ovest.

Contemporaneamente è nata la rete dei Giornalisti contro il razzismo, per combattere la diffusione di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni.

 

La strada da fare per arrivare a un'informazione corretta e rispettosa è ancora lunga, ma la Carta di Roma e il lavoro di riflessione che ne è nato, sia nelle redazioni sia fuori, ha già portato a qualche risultato, come la scelta di abolire la parola "clandestino" fatta da alcune testate giornalistiche.

 

Faccia da indulto!

 

Nei mesi successivi all'indulto del 2006, un articolo della Nuova Sardegna così descriveva il giovane fermato per una rapina: "Berretto arancione, occhiali, alto. Faccia da indulto, sangue freddo". Nasce la faccia da indulto. Non sappiamo come sia la faccia da indulto. Ma è uguale per italiani, marocchini, rumeni, senegalesi, colombiani. È uguale per uomini e donne. Forse però Teresa, uscita da Rebibbia con il provvedimento di clemenza, non aveva la faccia da indulto. Al supermercato dove stava pagando, la cassiera l'ha messa in guardia: "Chiuda la borsa signora, che con l'indulto è uscita un sacco di gentaccia!". Lei ha ringraziato e ha detto: "Eh, lo dice a me!".

 

Sulla scia della Carta di Roma nel 2011 l'Ordine dei giornalisti della Lombardia ha varato un altro codice deontologico, la Carta di Milano, sull'informazione concernente persone private della libertà o ex detenuti tornati in libertà. Due i principi di fondo evocati: non è ammessa l'ignoranza delle leggi neanche da parte del giornalista, che deve conoscere concetti e termini (spesso nell'ambito penitenziario non è così); il diritto all'oblio da considerare come uno dei diritti inviolabili di cui parla l'art.2 della Costituzione. Una volta scontata la pena, un detenuto che cerca di ritrovare un posto nella società non può essere indeterminatamente esposto all'attenzione dei media.

Anche in questo ambito i nemici principali del buon giornalismo sono l'ignoranza, la superficialità, gli stereotipi.

 

Dopo le carte

 

Dopo le carte, resta il problema di applicarle e farle applicare. Ed è anche qui che i cittadini possono diventare alleati del buon giornalismo, segnalando, contestando, stigmatizzando articoli e servizi sbagliati e irrispettosi (i social network sono di grande aiuto). Perché anche nel campo dell'informazione i cittadini non sono più soltanto degli utenti passivi.

 

Reti di associazioni come l'Associazione Carta di Roma, ma anche la Tavola della pace, le realtà missionarie, la federazione dei giornali di carcere, il Cnca, la Comunità di Capodarco, Articolo21, Move on, Valigia blu, l'associazione Giulia lo hanno capito. Le loro critiche, le loro richieste, i loro osservatori vanno nella direzione della difesa dell'informazione bene comune. Insieme agli organismi dei giornalisti e ai singoli operatori dei media fanno sentire la loro voce, lavorano con i giovani nelle scuole. È la battaglia di Davide contro Golia. Ma qualche volta Davide vince.

 
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