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Testo sbagliato. Difendiamo la Carta

L'intervento di Bassanini e Elia sul Corriere della Sera

Due apprezzati giuristi contrari alla riforma: asseconda logiche e interessi di parte. L'intervento è uscito in forma ridotta sul Corriere della Sera del 3 giugno scorso

La conferma di un convinto no nel referendum costituzionale del 25 giugno, motivata su queste colonne da Barbera e Ceccanti, evoca il detto francese: "ça va sans dire, mais ça va encore mieux en le disant".

Provocata dall’intervento di Giovanni Sartori, questa conferma sgombra il terreno da ogni interessato tentativo di dividere il campo del no. Il quale è compatto nel respingere un testo che non è solo una riforma sgangherata, un meccanismo farraginoso, un "brutto compitino" (Calderisi-Taradash); ma che può rendere meno efficace la nostra democrazia e meno governabile il nostro paese; e compromettere quei "valori ed equilibri costituzionali" che la Corte costituzionale ha più volte richiamati come elemento imprescindibile della nostra forma di governo (e di ogni forma di governo democratica).

Nel campo del no a questa sgangherata riforma (e dunque nel Comitato promotore del referendum) si ritrovano inevitabilmente conservatori e innovatori: o, più esattamente, riformisti moderati e riformisti radicali. E’ giusto che sia così: chi se ne sorprende finge di dimenticare la logica propria di ogni referendum; e in ispecie di un referendum che verte su oggetti eterogenei, e richiede tuttavia una risposta unica e globale, rendendo impossibile operare ai fini del voto distinzioni tra le parti della riforma.

Obiettano Panebianco, Calderisi e Taradash che si potrebbe votare SI nel referendum del 25 giugno per salvaguardare alcune parti buone del testo, mentre le parti cattive potrebbero essere corrette utilizzando la lunga dilazione prevista dalle norme transitorie (operatività delle innovazioni più importanti solo nel 211 o nel 216).

Ma, se vincesse il SI, sarebbe molto difficile sottoporre a significative modifiche una riforma ormai consolidata dal voto popolare. Una volta approvata dal popolo, la riforma, come hanno rilevato Barbera e Ceccanti, diventerebbe di fatto intoccabile e insuscettibile di correttivi.

Che ne sarebbe, in tal caso, anche dei (pochi) elementi ritenuti positivi? Il superamento del bicameralismo paritario (da tutti auspicato) si tradurrebbe in una paralizzante frammentazione di competenze legislative fra Camera e Senato; le correzioni al titolo V (e per es. il ritorno dell’energia e delle grandi infrastrutture alla piena competenza statale) verrebbero annegate in un contesto di accresciuta conflittualità fra Stato e Regioni (dove finisce la competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela della salute e quella, altrettanto esclusiva, delle regioni in materia sanitaria?) e di paralizzante dialettica fra spinte neocentraliste (se il Governo decidesse di usare l’interesse nazionale come una clava) e pulsioni separatiste (le competenze esclusive delle regioni in materia di polizia locale, agricoltura, commercio, turismo e gran parte dell’industria: un punto della riforma da troppi ignorato).

Né Panebianco è riuscito a superare le fondamentali obiezioni argomentate da Sartori (e da quasi tutti i costituzionalisti italiani) contro la inedita forma di governo delineata dalla legge di riforma: essa stravolge proprio quegli "equilibri fondamentali della forma di governo" ricordati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 36/1996 e ricompresi nel più ampio ambito dei "valori ed equilibri fondamentali" richiamati da Giorgio Napolitano nel suo messaggio alle Camere.

Si può in vario modo rafforzare la coesione delle maggioranze e la stabilità dei governi, seguendo modelli consolidati (il premierato britannico, il cancellierato tedesco): ma non si possono mescolare insieme elementi della forma presidenziale e di quella parlamentare, togliendo nel contempo i meccanismi di bilanciamento e di garanzia che rendono democratiche (e flessibili) le une e le altre. Né si può dimenticare che le cause dell’instabilità ministeriale dipendono principalmente – come qui ha ricordato Michele Salvati – dalla legge elettorale e dalla frammentazione delle forze politiche.

La priorità assoluta – per tutti coloro che ritengono sbagliata la riforma sottoposta a referendum – non può dunque che essere la vittoria del No. In caso contrario, prevarrebbe la conservazione: la conservazione di una riforma sbagliata e ingestibile.

La vittoria del NO non significa invece in alcun modo una strada sbarrata a riforme sostanzialmente diverse da quella bocciata dal referendum. Ne è prova il fatto che i partiti dell’Unione, che sono tutti tra i soci fondatori del Comitato promotore del referendum, hanno unanimemente sottoscritto un programma che non può proprio essere definito conservatore.

Accanto a una forte e motivata scelta per il No nel referendum, esso contiene infatti un significativo elenco di riforme istituzionali utili per rendere più forte e moderna la nostra democrazia, impegnandosi a proporle alla opposizione in un confronto aperto.

Il NO per "salvare la Costituzione" deve essere dunque correttamente inteso, come un impegno a difendere i principi e i valori fondamentali della Costituzione repubblicana da una riforma che può comprometterli o renderne più ardua la realizzazione; ma anche come un impegno a concorrere alla definizione di quelle riforme istituzionali che possono, nel mutato scenario politico, economico e sociale del mondo di oggi, contribuire a realizzare quei principi e quei valori, a attuare in concreto i diritti e le libertà, la piena dignità e l’uguaglianza sostanziale di ogni persona affermati nella Costituzione. Perciò, fin dall’inizio, il sintetico slogan "Salviamo la Costituzione" è stato accompagnato da un altrettanto sintetico, ma significativo "aggiornarla, non demolirla".

"Un risoluto ancoraggio ai lineamenti essenziali della Costituzione del 1948 non può essere scambiato per puro conservatorismo": ha detto nel messaggio presidenziale Giorgio Napolitano. La summa divisio non passa dunque, in questo caso, tra conservatori e riformisti, ma tra chi propugna riforme coerenti con principi e valori che restano del tutto validi e attuali (anche perché, in buona sostanza, comuni a tutte le moderne democrazie liberali), e riforme che invece li contraddicono e ne renderebbero più difficile la realizzazione. E, in più, tra chi propugna riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza (dal centrodestra o dal centrosinistra, poco importa); e chi pensa invece che si debba innanzitutto ristabilire il principio della supremazia e della stabilità della Costituzione: che va ammodernata sì, ma sulla base di un aperto confronto e di una vera condivisione tra maggioranza e opposizione. Nessun paese può progredire senza coraggiose riforme. Ma nessun Paese può progredire se ogni nuova maggioranza rifà la Costituzione secondo logiche (e interessi) di parte; se i diritti, le libertà e le regole democratiche sono alla mercè del vincitore delle elezioni.



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