Il mosaico della partecipazione richiede i tasselli: "educazione" e "collaborazione"
Oltre i confini

La partecipazione in Europa: i cittadini italiani

Uno sguardo in casa: i risultati del report

I membri di Mosaico e lo European Institute of Public Participation hanno “misurato” il livello di partecipazione in Italia, Germania e Gran Bretagna, con particolare attenzione al contributo offerto dalla rete. I dati, però, rilevano ancora una modesta collaborazione tra attori politici e cittadini.

Il report dello Eipp, composto da tre capitoli riguardanti, rispettivamente, Germania, Gran Bretagna e Italia, illustra la relazione tra sistema politico, partecipazione e policy-making. La nostra attenzione riguarderà i dati relativi all’Italia. Lo studio ci mostra il web come la vera piazza partecipativa.

La parola ai cittadini italiani

Renzo Provedel, membro di Mosaico, si è occupato di redigere il dossier sull’Italia, sottolineando le peculiarità della partecipazione nel nostro paese: gli italiani, spesso infelici del proprio sistema politico, non sono affatto apatici; vi è una partecipazione su vasta scala ad associazioni sociali e non profit. Approssimativamente il 14percento della popolazione adulta è impegnata nel sociale, circa 7milioni di persone. Inoltre, nel 21, un grande passo in avanti è stato compiuto in Italia: l’introduzione del principio di sussidiarietà nell’articolo 118 della Costituzione.

Vari siti di partecipazione, tra i quali il nostro labsus, sono elencati dall’autore, il quale evidenzia che più di 1mila organizzazioni civili operano sotto il principio della sussidiarietà così come molti progetti nascono per iniziativa dei cittadini. Rifacendosi ad un libro di Robert Putnam, sulla democrazia in Italia, Provedel ricorda che la maggior parte delle organizzazioni prestano attenzione ai servizi della comunità. Questo tipo di società civile contribuisce a creare capitale sociale, a costruire la roccaforte della democrazia.

I problemi

Il primo problema individuato dall’autore del report è dato dalla non accettazione o quasi delle organizzazioni civili come stakeholders, portatori di interesse nel processo politico. I politici, infatti, sembrano avvertire l’operato delle organizzazioni come una “minaccia”; ciò rende ancora più difficile la costituzione del processo partecipativo.

I policy-makers mancano di strumenti idonei a favorire la partecipazione, manca una strategia coerente: ad ogni livello di governo, dal locale al centrale, si agisce separatamente sulle singole issues. Mancano le risorse, i legami e la collaborazione tra le stesse organizzazioni così come l’international networking. A ciò si aggiunge la questione del digital divide, un ostacolo ad un’informazione partecipata e alla possibilità di incidere sul processo di decision-making.

Conclusioni: knowledge base e andragogia

Bisogna agire e costruire sul knowhow esistente, impiegando progetti e iniziative quali: Future search, Scenario thinking o planning, in cui la partecipazione sia la regola. Migliorare gli strumenti partecipativi vuol dire anche superare il digital divide e vincere la cultura della “passività”. Per Provedel bisogna puntare sull’andragogia, ovvero sull’educazione dei cittadini adulti, educare alla cultura della partecipazione. A ciò è da aggiungersi il knowledge base: creare un database dettagliato che raccolga le esperienze partecipative con standard internazionali per rendere possibile una comparazione tra i paesi.

Provedel è critico verso la politica italiana: l’Italia combina una forte attività della società civile e capitale sociale, con una sfiducia di vecchia data nei confronti degli attori politici. La partecipazione nel nostro paese, agli occhi dell’autore, appare più come uno strumento di opposizione che di collaborazione tra società civile e pubblica amministrazione.

La strada è ancora tutta in salita.



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