Per MLK la domanda da porsi nella vita è: " che cosa stai facendo per gli altri? "
Il punto di Labsus

La domanda di Martin Luther King

La sussidiarietà negli Stati Uniti: un sistema che funziona

Martin Luther King, Jr. sosteneva che la domanda più insistente e urgente da porsi nella vita è: “che cosa stai facendo per gli altri?” Ogni anno la Corporation for National and Community Service celebra il lascito del Dott. King chiedendo agli americani di trasformare la King Holiday (il terzo lunedì di gennaio) in una giornata nazionale al servizio della comunità. E ogni anno la festa nazionale si rivela un grande successo. Agli italiani nessuno pone la stessa domanda. Eppure la risposta potrebbe essere altrettanto positiva. Quello che è sempre mancato è la consapevolezza in chi ha (o ha avuto) responsabilità di governo che il nostro Paese è una miniera di “ricchezza civica”. E conseguentemente nessuno mai ha fatto della sussidiarietà e del civismo italiano il perno di un’azione di governo o quantomeno di una piattaforma politico-elettorale.

Obama lo ha fatto e forse è proprio questa una delle chiavi di lettura del suo successo elettorale nel 28. Ha fatto grande leva sul movimento dal basso di cittadini che attendevano da almeno otto anni una leadership in grado di guidarli verso il cambiamento. Non ha promesso solo riforme dall’alto, ma ha chiesto ai cittadini americani di essere parte del cambiamento che andava promettendo. Questo era in fondo il significato più genuino del motto che lo ha reso tanto popolare anche in Italia. In "Yes, we can!" era proprio il "we", cioè il "noi" il termine che attribuiva il maggior valore semantico al motto stesso. Insieme possiamo cambiare le cose, questo era il messaggio che Obama voleva consegnare ai suoi elettori e che i suoi elettori hanno fatto proprio. Non era un impersonale "si può fare" come è stato improvvidamente tradotto in Italia. Perchè l’idea alla base della politica obamiana sta esattamente nella consapevolezza che solo insieme Stato e cittadini possono gettare le basi del cambiamento e della prosperità di una nazione. E in questa alleanza sta proprio l’essenza della sussidiarietà orizzontale.

Il sistema americano della sussidiarietà

Il Martin Luther King Day non è il solo giorno in cui gli americani danno libero sfogo alle proprie virtù civiche in molte comunità piccole e grandi sparse nel paese. Anche l’11 settembre è stato trasformato in un "day of service", cioè una giornata di servizio alla comunità, oltre che di commemorazione delle vittime dell’attentato alle torri gemelle. Ma soprattutto queste pur importanti iniziative celebrative non rappresentano il solo strumento attraverso cui l’ordinamento sostiene lo spirito civico degli americani. Esse sono solo la punta dell’iceberg. Dietro vi sono antiche tradizioni, un’etica sociale diffusa e organizzazioni complesse che rendono l’esperienza americana nella cura civica dei beni comuni una esperienza unica al mondo.

Le virtù civiche degli americani, del resto, sono note e celebrate da De Tocqueville in poi. In un saggio pubblicato tra i Labsus papers ho illustrato le basi concettuali e giuridiche del sistema americano della sussidiarietà, perché proprio di “sistema della sussidiarietà” si deve parlare. Con un’agenzia governativa posta al centro di un sistema reticolare che, per un verso, coordina e sovrintende l’opera di veri e propri eserciti del volontariato, – come Americorps, gli eredi dei Volunteers in Service to America (VISTA) ideati e voluti da John F. Kennedy – e, per altro verso, offre supporto in consulenza e finanziamenti alle diverse esperienze nazionali e locali di manutenzione civica delle comunità. E tra gli obiettivi dichiarati vi è quello di garantire la diffusione e replicabilità su scala nazionale dei progetti innovativi e sperimentati a livello locale.

Negli USA persino la TV con i tanto vituperati reality shows ha compreso l’importanza della solidarietà tra cittadini. Extreme Makeover – Home Edition, uno show incentrato sulla ricostruzione di una casa ad una famiglia bisognosa in una settimana con l’aiuto di un team di esperti progettisti e di un’impresa edile, ha varato una nuova edizione la Neighborhood Edition. In questa nuova versione dello show 6.3 volontari sono accorsi per partecipare a un progetto di riqualificazione di uno dei quartieri più svantaggiati nella terza città più povera degli USA (cioè Buffalo) e fornire case eco-compatibili per 164 famiglie.

Una sfida già vinta di Obama

Su molte scelte e iniziative del nuovo presidente americano il giudizio deve ancora sospendersi. Alcune sono sicuramente criticabili, altre stanno affrontando un lungo e tortuoso cammino tra le mille insidie della politica americana (che per certi versi non è meno macchinosa di quella italiana). Ma su un tema Obama non ha fallito e anzi si è registrato uno dei primi successi della sua amministrazione. E’ proprio sul terreno della sussidiarietà che Obama non ha fallito la sfida del cambiamento che si era posto. Una delle prime iniziative legislative di Obama è stata, infatti, l’approvazione dell’Edward M. Kennedy Serve America Act, un provvedimento legislativo di portata storica. Il Serve America Act prevede, infatti, un incremento della dimensione degli AmeriCorps da 75, volontari a 25, entro il 217. L’American Recovery and Reinvestment Act ha poi stanziato 21 milioni di dollari per il finanziamento della Corporation for National and Community Service proprio al fine di sostenere l’espansione dei diversi programmi raccolti sotto l’ombrello di AmeriCorps.

Il Serve America Act ha soprattutto creato un Social Innovation Fund con lo scopo di investire su idee e progetti proposti dalla società civile, cittadini o loro associazioni, per offrire soluzioni in aree come le opportunità imprenditoriali per chi appartiene alle classi meno agiate, dello sviluppo della gioventù, nel supporto al settore scolastico e sanitario e per migliorare la dotazione infrastrutturale delle comunità a basso reddito pro-capite. Secondo Obama, “il governo non deve soppiantare questi sforzi, esso deve supportarli. Invece di sprecare denaro dei contribuenti su programmi che sono obsoleti o inefficaci, il governo dovrebbe andare in cerca di programmi creativi, orientati al risultato e sostenere la replicabilità di questi sforzi in tutta America”.

Altre intuizioni obamiane destinate ad avere grande impatto sul rapporto tra Stato e società civile sono l’apertura di Serve.gov, un portale internet dedicato alla condivisione e pubblicazione di progetti di iniziativa civica sparsi nelle diverse comunità americane, e l’istituzione di un ufficio presso la Casa Bianca per supportare il partenariato tra organizzazioni (laiche e religiose) del settore no profit e il governo. In particolare, il White House Office of Faith-based and Neighborhood Partnerships coordina l’attività di 12 Federal Centers for Faith-based and Community Initiatives. Ogni centro è incardinato all’interno delle diverse agenzie/ministeri federali e ha il compito di favorire la formazione di partnerships tra l’agenzia/ministero di appartenenza e le organizzazioni di comunità o di ispirazione religiosa al fine di realizzare obiettivi e programmi specifici come la partecipazione di queste organizzazioni nella formazione professionale, nella protezione civile e in tanti altri campi che spaziano dall’agricoltura al supporto alle piccole imprese.

La ricchezza civica italiana e la povertà politica

L’Italia è sì ricca di cittadini, singoli e associati, che si prendono cura dei beni comuni. Ma questi cittadini e le loro organizzazioni non fanno rete o sistema. E anche nella società si riproducono forse egoismi, gelosie, abitudini e, a volte, alcuni malcostumi tipicamente italiani che impediscono a queste energie civiche di sprigionarsi con tutta la carica di positività e innovatività di cui sono portatrici.

A ciò si aggiunga che la politica non interloquisce con questa realtà chiusa com’è in sé stessa, impermeabile alle istanze che salgono dalla società e meno che mai pronta all’ascolto del cittadino o ad accogliere suggerimenti dall’esterno, ancor meno dal basso. Né il tema del sostegno allo sviluppo del ruolo della società civile riesce a guadagnare centralità nell’agenda politica o nel dibattito pubblico. Basta guardare quello che è successo con le proposte di riforma del terzo settore o del settore civile.

Ma se è così ricca la società italiana, e se è così povera la politica italiana, cosa impedisce al nostro Paese di vivere una stagione da “tsunami democratico” come quella che gli USA hanno vissuto tra il 27 e il 28? Una risposta a questo quesito solo il tempo la potrà dare. Nel frattempo possiamo solo sperare che almeno la società e le sue articolazioni comprendano l’importanza di organizzarsi in rete e di cominciare a comportarsi come parti di un sistema unitario per fare massa critica e preparare l’onda democratica del cambiamento anche in un Paese allo stremo delle speranze come l’Italia. Nella speranza che, prima o poi, anche in Italia la politica voglia raccogliere la sfida che altrove ha già portato al cambiamento vero. Questo è solo un messaggio in bottiglia per la politica e la società italiana che verrà. Lo stesso fece il dott. King quando auspicò la creazione di una “beloved community” convinto com’era che gli esseri umani sono “legati assieme da un comune destino, intrappolati in un’ineludibile rete di mutualità”.



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