Sul rapporto pubblico/privato nella gestione del patrimonio idrico e sul significato dell ' acqua come bene pubblico
Acqua bene comune

A volte l’acqua torna pubblica…

Un excursus di iniziative per un servizio idrico realmente pubblico

L’emanazione del decreto Ronchi (D.L. 135/09, in particolare l’art. 15) e la sua conversione in legge ha comportato l’assunzione di passi decisivi verso la cosiddetta privatizzazione dei servizi idrici e de servizi pubblici locali in genere, prevedendo l’obbligo di affidare la gestione dei servizi pubblici a rilevanza economica a favore di imprenditori o di società in qualunque forma, individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica o, in alternativa a società a partecipazione mista pubblica e privata con capitale privato non inferiore al 40 percento.
L’eco del decreto è stata grande e ha aperto un dibattito, già avviato da alcuni anni sul rapporto pubblico/privato nella gestione del patrimonio idrico e sul significato dell’acqua come bene pubblico.

Gli enti locali e la gestione del servizio idrico

Sono nate una serie di iniziative, tra le quali quella denominata “l’acqua del sindaco”. Pur in presenza dell’art. 15 del D.L. 135/9, sarebbe infatti possibile dare vita ad una gestione pubblica del servizio idrico attraverso l’affidamento diretto ad un Ente di diritto pubblico, strumentale dell’ente locale (consorzio tra comuni, azienda speciale, azienda speciale consortile).
A tal fine il Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha indicato un percorso che si articola in una serie di passaggi (http://www.acquabenecomune.org).

Il passaggio fondamentale consiste nell’inserimento, negli statuti comunali dei comuni dell’ATO (ambito territoriale ottimale), di una specifica formulazione che definisca il servizio idrico integrato quale servizio pubblico locale privo di rilevanza economica. Tale passaggio è legittimo anche nei confronti della normativa europea che ha lasciato ai singoli stati membri l’individuazione di quali siano i servizi a rilevanza economica e quali privi di rilevanza economica. A seguito di tale passaggio, i Comuni dell’ATO avranno la potestà di decidere quale forma intendono adottare per la gestione del servizio idrico in quanto servizio privo di rilevanza economica e quindi scegliere di affidarlo direttamente ad un’azienda speciale consortile da essi costituita.

Questo obiettivo può essere raggiunto attraverso due percorsi alternativi per i quali il Forum italiano ha predisposto una delibera “tipo”:

  1. Un’iniziativa diretta avanzata dal Sindaco, dalla Giunta, dal Consiglio comunale o provinciale;
  2. Una proposta di delibera d’iniziativa popolare per la quale si dovrebbero raccogliere le firme e presentarla all’ente locale perché venga discussa.

Da Torino alla Sicilia: iniziative per la ripubblicizzazione dell’acqua

Numerosi sono gli enti locali che hanno già realizzato atti formali (delibere, inserimento all’odg…) e quelli che hanno realizzato modifiche al proprio statuto. Tra le grandi città, Torino, Venezia, Napoli. Questa rivista si è già occupata del caso significativo della ripubblicizzazione dell’acquedotto pugliese (1).
Particolarmente interessante è il caso della città di Torino, perché la modifica dello Statuto è avvenuta a seguito di una proposta di delibera di iniziativa popolare, approvata dal Consiglio comunale dell’8 febbraio 21.

Il 18 giugno 29 il Comitato Acqua Pubblica di Torino (http://www.acquapubblicatorino.org) aveva infatti consegnato al Comune più di dodicimila firme di cittadini torinesi a sostegno di una delibera di iniziativa popolare per inserire nello Statuto della città “il principio che l’acqua è un bene comune e non una merce”. Malgrado il cauto ottimismo dei promotori, dovuto ad una serie di emendamenti votati in Consiglio comunale, resta il fatto che si è trattato di un esempio di democrazia che indica anche un metodo di lavoro, basato sul diretto coinvolgimento e la responsabilizzazione dei cittadini nei confronti della cura dei beni comuni.

Interessante anche il caso di 135 Comuni siciliani, ai quali si è aggiunta la Provincia di Messina, che hanno deliberato una legge per la ripubblicizzazione del servizio idrico in Sicilia. L’iniziativa è stata presentata con una conferenza stampa che si è tenuta il 1 marzo a Palermo, nel corso della quale sono stati illustrati i passaggi che l’hanno resa possibile. Il 4 dicembre 29, si sono tenuti in tutta l’isola tanti Consigli comunali aperti e contemporanei per approvare la proposta di legge. A questo primo blocco di delibere ne sono seguite molte altre fino al 3 marzo.

In questo caso, è stato utilizzato per la prima volta lo strumento legislativo della proposta di legge di iniziativa consiliare (L.R. 1/24) , che prevede che per proporre un d.l. occorra che nell’arco di 9 giorni, ci sia la deliberazione di almeno 4 consigli comunali che rappresentino 5. abitanti. (1 percento popolazione).

Uno sguardo all’estero: il modello Parigi

Con una delibera della fine di novembre del 29, in prossimità della scadenza dei contratti per la gestione dell’acqua con le due grandi società private, Veolia e Suez, il Consiglio comunale di Parigi ha deciso di non rinnovare tali contratti e di procedere alla municipalizzazione dell’acqua. Nel 1984 era stato l’allora sindaco di Parigi Jacques Chirac, a privatizzare la distribuzione dell’acqua e i due giganti privati della distribuzione si erano divisi la città: Veolia la rive droite, Suez la rive gauche. Il comune aveva conservato una presenza (al 7 percento) nella società di produzione dell’acqua, Eau de Paris.

La municipalizzazione dell’acqua costituiva uno dei punti del programma elettorale dell’attuale sindaco Betrand Delanoë, che ora si impegna a non aumentare il prezzo al metro cubo fino alla fine del suo mandato nel 214. Altre città francesi stanno procedendo nella stessa direzione: Grenoble, Chambéry, Clermont-Ferrand.

Democrazia partecipativa e beni comuni

Senza entrare in questa sede nel merito di un dibattito sulla gestione dei servizi pubblici che chiama in causa aspetti giuridici, economici e scelte politiche, è interessante sottolineare come questo tema abbia costituito il terreno di applicazione di strumenti decisionali propri della democrazia partecipativa e diretta. Il ricorso allo strumento della legge di iniziativa popolare non riguarda solo gli enti locali, ma anche il livello nazionale, dal momento che è in discussione in Parlamento una legge di iniziativa popolare concernente i “principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico”, per la quale sono state depositate più di quattrocentomila firme e che si è scontrata in maniera inesorabile con il decreto Ronchi.

Il ruolo dei cittadini in questa vicenda può assumere quindi molteplici aspetti che rinviano tutti ad un minimo comune denominatore: la sensibilizzazione e la responsabilizzazione nei confronti dei beni pubblici, che non può prescindere dall’impegno quotidiano ad assumere una serie di comportamenti rispettosi di un bene comune per eccellenza come l’acqua.

1. “Acqua azzurra, acqua chiara, acqua nostra!": Il disegno di legge della regione Puglia sulla gestione dell’acqua, Venerdì 19 Marzo 21



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