Immigrati: da utenti del non profit a volontari
StranItalia

Il volontariato guarda ai migranti

Sempre più stranieri si arruolano nelle file del non profit

Dalle associazioni di stranieri su base etnica, attive nella difesa dei diritti umani dei migranti e nella diffusione della propria cultura d’origine, agli immigrati che si inseriscono nelle associazioni di volontariato già esistenti, per dare un aiuto a chi è in difficoltà e per affrontare il comune problema dell’integrazione.

“Una cerniera tra il paese d’origine e quello d’arrivo, un punto d’incontro con la comunità d’appartenenza e soprattutto un canale privilegiato per inserirsi nel nuovo contesto sociale ed economico”. Questo rappresentano secondo l’Osservatorio regionale per l’integrazione e la multietnicità (Orim) le 215 associazioni di stranieri su base etnica censite in Lombardia. Seppure con difficoltà organizzative, queste associazioni rappresentano un punto di riferimento fondamentale per gli stranieri che arrivano in Italia.

Le associazioni di migranti, infatti, si collocano al centro di un universo fatto di relazioni nel quale convivono protagonisti diversi quali i migranti stessi, le ambasciate, i consolati, altre associazioni di migranti e le istituzioni locali italiane. Fondamentale e delicato, dunque, il loro ruolo: di intermediazione tra i singoli immigrati, la società che li accoglie e le sue istituzioni, ma anche tra gli immigrati provenienti da realtà territoriali e culturali diverse dalla propria.

In particolare, le associazioni di migranti possono costituire il canale attraverso cui gli stranieri hanno accesso ai servizi, così come possono rappresentare una forma di partecipazione politica indiretta fino a quando quella diretta è preclusa.

Come facilitarne l’ingresso?

Altra faccia del fenomeno sono gli immigrati che si inseriscono nelle associazioni già esistenti per occuparsi di altri immigrati, trasformandosi così da utenti o ex-utenti in cittadini attivi. Questa la sfida che mette in evidenza Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione della Caritas, che accoglie volentieri nuovi volontari stranieri pur risultando sempre molto complicato il loro inserimento.

Da una parte per il contesto sociale e politico più problematico che porta gli stranieri a scegliere in larga parte le associazioni su base etnica, che concentrano le loro forze nelle rivendicazioni di diritti civili, sociali e politici, dall’altra bisogna tener conto che gli immigrati svolgono spesso lavori precari, con orari che lasciano poco tempo libero da impiegare in attività come queste.

Proprio per questi motivi Forti invita le associazioni a pensare forme di collaborazione più elastiche che non richiedano una presenza di molte ore e soprattutto dedicare una riflessione sul momento dell’accoglienza di questi nuovi volontari, persone con vissuti spesso difficili, in modo da adeguare a loro le proprie proposte e modalità organizzative: “può essere una fatica ma ne vale la pena!”.

Associazioni non di soli stranieri

Se strumento di integrazione si rivelano, non si può certo pensare che le due modalità rimangano distinte e distanti, ma si può e si deve puntare alla collaborazione tra associazioni a base etnica e italiana. Creazione di luoghi di incontro e di scambio, costruzione di relazioni: da qui si deve partire secondo Benjdou Belgacem, presidente dell’associazione Verdi di Parma, la cui esperienza indica un’altra via percorribile.

L’associazione è infatti costituita da tunisini, appartenenti ad altre comunità, per lo più arabe, e anche da italiani. Offre strumenti di formazione e socializzazione, soprattutto per giovani e donne, sviluppa progetti in collaborazione con altre associazioni e con gli enti locali. Una delle ultime iniziative, ad esempio, intende fondare un gruppo simile ai City angels che si occupi di sicurezza e solidarietà, ovviamente assieme agli italiani.

Il vademecum per mettersi in gioco

Altri numerosi esempi potremmo elencare e questo è uno spaccato estremamente positivo di questo nostro Paese, da cui prendere spunto ed esempio quando si parla di immigrazione e integrazione.

Concludendo, però, mettiamo in rilievo un’altra interessante iniziativa sperimentata nella regione Toscana, che può essere un riferimento proprio per chi, da questi racconti, volesse prendere spunto per avviare un progetto di associazione no profit.

Se un immigrato volesse fare volontariato creando un’organizzazione da dove dovrebbe partire? Per rispondere a questo interrogativo il Cesvot (Centro di servizio per il volontariato della Toscana) insieme alla provincia di Prato hanno recentemente pubblicato una guida che fornisce le informazioni essenziali per chi vuole fondare una associazione. Si intitola “Facciamo associazionismo” e si può richiedere in versione stampata al Cesvot o scaricarla dai siti: Cesvot o Pratomigranti.

È stata tradotta in otto lingue ma cosa più interessante è il modo in cui è stata pensata, ovvero insieme alle comunità di stranieri presenti nel territorio, con le consulenze di mediatori culturali, e da una serie di incontri di informazione con amministratori e operatori degli enti pubblici.

Tutto questo per non limitarsi a compilare una guida giuridica che potesse risultare poi di difficile comprensione, ma rendere chiaro, con un linguaggio semplice, le diverse forme di associazione, i punti salienti della legislazione con i diritti e i doveri che questa implica.



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