La sussidiarietà vive anche nella tutela del decoro urbano
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Il decoro urbano e le best practices

L'impegno per una città più pulita e civile

Il dibattito sul decadimento urbano, che coinvolge la città di Roma, prende le mosse da tre ordinanze del sindaco Alemanno, risalenti allo scorso 3 febbraio, che si pongono come roccaforte nella lotta al degrado della città. Il Comune di Roma ha in programma anche iniziative di sensibilizzazione dei cittadini sui temi della pulizia e del decoro urbano, e la nostra rivista, Labsus, può certamente offrire spunti ed esempi di cittadini attivi attenti alla pulizia e alla cura della propria città o quartiere. Questi spunti potrebbero essere delle best practices da applicare anche in altri ambiti.

Le tre ordinanze emanate dal comune di Roma ed entrate in vigore lo scorso 8 febbraio, sono la diretta conseguenza dell’impegno del sindaco nella lotta alla sporcizia e all’inciviltà. Le ordinanze resteranno in vigore fino al 3 gennaio 211 e prevedono multe più salate per chi imbratta, sporca e lascia rifiuti ingombranti, e non, per strada. Alle ordinanze si affianca anche l’impegno dei cittadini sempre più intenzionati a dichiarare guerra alla sporcizia ed è in questa direzione che si sta muovendo anche il Comune di Roma. Difatti, l’amministrazione comunale ha disposto campagne di sensibilizzazione ed iniziative di "Decoro-Day". A leggere la nostra rivista, però, si arguisce che i cittadini si stanno già muovendo in questo senso.

Le ordinanze in breve

Partiamo con l’analisi dell’ordinanza (numero 39 del 3 febbraio 21) sulla tutela del decoro urbano. L’ordinanza si pone come obiettivo strategico la tutela e il miglioramento del Decoro urbano, ossia dell’integrità, della pulizia delle strade, delle piazze, dei giardini e dei parchi nonché di edifici pubblici e privati, tutti elementi, questi, indispensabili alla fruibilità e vivibilità degli spazi, che se lasciati in stato di abbandono rischiano di configurare una percezione negativa anche della sicurezza urbana.

Per chi lascia rifiuti ingombranti in strada, anche se nei pressi dei cassonetti, la sanzione comminata può salire fino a 5 euro, mentre per chi abbandona rifiuti non ingombranti la multa è di 5 euro. Per le “deiezioni canine”, il padrone che non raccoglie gli escrementi del proprio cane sarà colpito da una multa pari a 25 euro.

Una linea dura, quella del Campidoglio, che colpisce anche il volantinaggio. Difatti l’ordinanza numero 37 riguarda le “disposizioni sull’affissione, distribuzione ed esposizioni di manifestini e simili”. Molto spesso, quasi il 5 percento dei rifiuti è prodotto dai vari volantini pubblicitari, ciò comporta maggiori spese nella pulizia della città e compromette l’igiene e il decoro della stessa. Per queste ragioni l’ordinanza parte dall’assunto della necessaria distribuzione diretta con consegna a mano degli stessi volantini agli interessati, facendo divieto di depositarli sui parabrezza delle auto; si legge nell’ordinanza, infatti: “(…) Il vigente regolamento comunale in materia di esposizione della pubblicità vieta la distribuzione, l’affissione, l’esposizione di ogni forma dei manifestini e simili collocandoli sui beni situati anche temporaneamente in luoghi pubblici o aperti al pubblico e consente la distribuzione dei manifestini e simili solo attraverso la consegna diretta alle persone (…)”. Le sanzioni ammontano a 5 euro per chi effettua materialmente il volantinaggio violando le norme e 4 euro per i committenti. Per cui non sarà più possibile lasciare volantini nei cancelli dei condomini o negli androni di abitazioni private nonché sui pali della luce.

Infine, l’ordinanza numero 38 ha per oggetto, invece, le “Disposizioni per contrastare atti vandalici danneggiamento e/o di imbrattamento del patrimonio pubblico e della proprietà privata”.

Questa lotta comincia più di un anno fa (quella contro gli imbrattatori). Non a caso nell’agosto del 28 Alemanno dichiarò: “La tolleranza zero sulle regole sarà la stella polare di questa amministrazione, chi verrà preso a sporcare i muri dovrà non solo cancellare la sua scritta ma anche altri dieci” (ndr). Nel provvedimento si chiarisce che gli atti di vandalismo, quali: ogni forma di deturpamento o imbrattamento (con graffiti o disegni simili) di monumenti e beni di interesse storico nonché degli oggetti di arredo urbano, come la cartellonistica o segnali stradali ma anche panchine, mezzi di trasporto sono tutti atti che rendono invivibile la città mettendo a rischio la sicurezza e la qualità della vita, beni comuni immateriali presi in considerazione anche nel “Patto di Roma sicura”.

Quali sono, dunque, le sanzioni per chi viola le norme anti-writers? Viene disposta una multa di 5 euro per chi imbratta i muri di edifici di interesse storico, luoghi di culto e monumenti, con l’obbligo anche di ripulitura entro 15 giorni. Se ciò non avviene il trasgressore dovrà pagare una ulteriore multa corrispondente alle spese sostenute dall’amministrazione comunale per “riparare” il danno. La sanzione scende però a 3 euro se si tratta di edifici pubblici e privati, di arredo urbano, di mezzi pubblici, di vetrine e serrande di esercizi commerciali. In aggiunta si fa divieto agli esercizi commerciali di mettere in vendita bombolette spray che non siano biodegradabili ai minori di 18 anni, in caso contrario è prevista una sanzione amministrativa fino a mille euro.

Chi si occuperà, però, di far rispettare queste ordinanze? E’ previsto, infatti, un gruppo di vigili urbani del nucleo decoro urbano che affiancherà i 19 gruppi della polizia municipale mentre l’Ama incrementerà il numero dei pattugliatori.

A che punto siamo con la task-force?

Secondo le intenzioni di Gianni Alemanno, il 21 avrebbe dovuto rappresentare l’ “annus horribilis” per gli imbrattatori e gli “inzozzatori” della città. Ma a che punto siamo? Se lo chiedono in molti anche nel blog di RiprendiamociRoma. La task force annunciata e condita da multe salate sembra non avere ancora sortito gli effetti sperati o, per meglio dire, i risultati sono, al momento, ancora al di sotto delle aspettative (vedi “Quale ordinanza?” dal blog “RiprendiamociRoma").

Il problema del degrado ambientale e dei volantini selvaggi, a soli due mesi di distanza dall’entrata in vigore delle ordinanze, continua ad esserci e, come ci segnala il blog, diventa anche difficile godersi le bellezze architettoniche della capitale se sono continuamente oscurate da cartelloni selvaggi (a tal proposito vi indichiamo il sito Cartellopoli, in cui si sottolinea il problema dei cartelloni che campeggiano in ogni dove).

Anche noi di Labsus abbiamo avuto modo di occuparci del caso di manifesti abusivi e ancora una volta la lezione dei cittadini attivi ci ha dimostrato come sia possibile agire in difesa della pulizia e della vivibilità dei nostri quartieri, anche laddove l’amministrazione sembra essere cieca. Siamo a piazza Vittorio, Roma, il quartiere dell’Esquilino, è qui che lo scorso gennaio, un gruppo di cittadini attivi contro i manifesti abusivi, ha deciso di ripulire la zona e soprattutto le colonne deturpate da cartelloni non autorizzati. Gregorio Arena, presidente di Labsus, ha rimarcato l’importanza del loro gesto legittimato, peraltro, dalla stessa Costituzione e congratulandosi con la rete cittadina dell’Esquilino che ha visto, successivamente, anche l’appoggio di Cittadinanzattiva.

Il controverso caso dei microprogetti

Un altro tema legato alla vivibilità urbana e al miglioramento degli spazi cittadini è la questione dei microprogetti. Dal silenzio assenso al silenzio rigetto: così è cambiata la normativa sui microprogetti. Una neverending story; ma partiamo dall’inizio.
In un editoriale di Christian Iaione, caporedattore centrale della nostra rivista, si denunciava l’ennesimo cambiamento delle disposizioni riguardanti il regime dei “micro-progetti di arredo urbano o di interesse locale operati dalla società civile nello spirito della sussidiarietà”. La disposizione contenuta nel decreto legge 185 del 28 (convertito in legge 2 29 novembre 29) all’articolo 23 prevedeva che “Decorsi 2 mesi dalla presentazione della proposta, senza che l’ente locale abbia provveduto, la stessa è, ad ogni effetto e nei confronti di ogni autorità pubblica e soggetto privato, approvata e autorizzata, senza necessità di emissione di alcun provvedimento. In tal caso, la realizzazione delle relative opere, a cura e sotto la responsabilità del gruppo proponente, deve iniziare entro 6 mesi ed essere completata entro 24 mesi dall’inizio dei lavori”.

Invece, la nuova formula così recita: “Decorsi 2 mesi dalla presentazione della proposta, la proposta stessa si intende respinta. Entro il medesimo termine l’ente locale può, con motivata delibera, disporre l’approvazione delle proposte formulate ai sensi del comma 1, regolando altresì le fasi essenziali del procedimento di realizzazione e i tempi di esecuzione".

Dinnanzi ad una amministrazione inerte, dinnanzi al suo silenzio si attribuisce un significato, quello negativo del rigetto. La lobbying sembra aver vinto, osserva Iaione, visto che la disposizione dell’articolo 23 sul silenzio-assenso dei microprogetti aveva fatto paura a molti. Infatti, per sua stessa ammissione, il presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici, lo scorso anno, dichiarò: “Assoedilizia aveva suggerito al Governo una riflessione sull’introduzione, prevista all’art. 23 del decreto legge anticrisi, del silenzio-assenso sulle proposte di microprogetti di arredo urbano o di interesse locale operati dalla società civile nello spirito della sussidiarietà”. Non a caso la Camera modificò, poi, il testo introducendo il silenzio rifiuto.

Come sappiamo, con la riforma del 25 della legge 241 del 199 sul procedimento amministrativo, si ampliano i casi in cui il cittadino può ricorrere ad una dichiarazione di inizio attività (art. 19) o di un silenzio-assenso (art. 2), anziché attendere un provvedimento amministrativo espresso, negativo o positivo. Invece, ricollegare all’inerzia della Pa nei confronti di progetti di arredo urbano, presentati dai cittadini, il significato negativo del silenzio rigetto, cioè di una vera e propria manifestazione tacita di volontà negativa, restringe il campo di applicazione della sussidiarietà e rende il percorso più tortuoso.

Quello dei microprogetti e del rispettivo decreto legge può essere davvero un’arma, che se usata sapientemente, permette ai cittadini di prendersi direttamente cura dei propri spazi con il “favoriscono” delle amministrazioni.

Labsus e gli esempi di best practices

Questi sono i problemi che tuttora esistono nella capitale, ma ancora prima di richiedere ai vigili un controllo più serrato e alle amministrazioni un impegno più incisivo, che sicuramente è più che lecito, i cittadini possono mettere in pratica, in prima persona, la Costituzione rimboccandosi le maniche.

L’articolo 118 ci legittima ad essere attivi e non semplici spettatori di un degrado insostenibile. Stufi di carte, cartacce, cartelloni sparsi un po’ ovunque o volantini che continuamente siamo costretti a togliere dal parabrezza dell’auto, molto possiamo e dobbiamo fare per le nostre città. Un discorso, dunque, che non vale solo per Roma ma per tutte le città.
Labsus offre esempi di cittadini attivi che con l’arma della Costituzione hanno deciso di non restare inerti dinnanzi alla sporcizia che deturpa la propria città. Best practices che possono rappresentare una linea guida da applicare anche in altri ambiti. La nostra rivista prevede una sezione ad hoc, “Casi ed esperienze”, in cui raccogliamo sperimentazioni di cittadinanza attiva, un vero e proprio database.

Tra i tanti casi trattati, ad esempio, abbiamo riportato quello del comitato Peter P.A.N., parco Amendola nord, di Modena. I volontari, infatti, si occupano di pulire il parco e l’area gioco destinata ai bambini ma in collaborazione con l’amministrazione locale che sostiene anche progetti destinati a migliorare la vivibilità del parco. Anche il caso delle mamme per il verde è stato un esperimento interessante di cittadinanza attiva. Dinnanzi al degrado di una zona verde, quella antistante le scuole primarie De Amicis e Astengo di Savona le mamme dei bambini di quelle scuole hanno deciso di ridare ai propri figli un’area verde in cui giocare. Il Comune di Savona aveva cominciato delle opere di piastrellatura ma grazie all’intervento di queste cittadine attive, che hanno costituito il comitato di piazza delle nazioni, si è posto in evidenza il problema del degrado in cui versava quella zona ed è stato possibile giungere ad un compromesso con il comune savonese che ha deciso di lasciare parte dell’area verde.
Un progetto, inoltre, degno di nota, è quello degli orti urbani teso a salvare le aree verdi dall’abusivismo edilizio e dall’inquinamento e proposto da "Italia nostra" in collaborazione con l’Anci.

I guerriglieri verdi dell’associazione Erba voglio, a Genova, invece, si prendono costantemente cura del parco per assicurare aree verdi in cui i bambini possano giocare. Inizialmente il parco era una discarica e il piano regolatore del 1973 prevedeva la costruzione di un parcheggio, ma è stata la tenacia dei cittadini a permettere il rifiorire del parco.

Gli esempi di pratiche sussidiarie continuano. Un altro caso stimolante è quello del netturbino fai da te partenopeo; la storia di un quartiere degradato salvato da un giovane netturbino fai da te pagato con una colletta dai residenti del luogo. I cittadini, intenzionati a riprendersi l’area verde e a garantirsi la vivibilità urbana, non hanno esitato ad attivarsi e arrangiandosi come potevano hanno deciso di affidare la missione “vivibilità urbana” ad un giovane.
Qui si evidenzia, però, un deficit dell’amministrazione comunale, per cui i cittadini sono costretti a pagare due volte, sia il comune, che offre un servizio per nulla soddisfacente e sia il giovane netturbino che sembra essere riuscito nell’impresa. Tutto questo succede a Napoli, nella piazzetta centrale di Santa Maria la Fede.

Lungo il nostro percorso di esperienze sussidiarie ci siamo imbattuti anche nella vicenda del parco nascosto nel cemento; si parla del parco tiburtino che dopo anni di lotte cittadine si spoglia del pallore grigiastro in cui era imprigionato. Infatti a farla da padrone erano abusivismo e sporcizia, ora, invece, sembra vestire finalmente i colori del verde riacquistando il decoro perduto. Non si tratta solo di un importante polmone verde della zona ma si parla anche di un parco che attraversa importanti siti archeologici e che non poteva continuare ad essere ignorato. Ancora una volta la caparbietà dei residenti è stata decisiva anche se la lotta lunga, ben quindici anni per vedere rinascere la zona.
Ricordiamo anche i cosiddetti “attacchi verdi” messi in atto da Guerilla gardening, un gruppo di volontari che ha deciso di riqualificare zone ormai votate all’incuria. Una iniziativa nata sette anni fa e che si sta diffondendo a macchia d’olio in tutto lo stivale.

Ma non finisce qui la lista di pratiche sussidiarie, infatti, bisogna evidenziare anche l’esperienza dei cosiddetti volontari anti-degrado e del parco di Centocelle. Nel primo caso, il web diventa la piazza partecipativa per eccellenza, infatti è nata una rete, quella di RiprendiamociRoma, che, attraverso le “passeggiate anti-degrado”, ha messo in piedi un esercito di cittadini responsabili che hanno deciso di filmare e ripulire le aree più degradate e metterle sul web. Una lotta indefessa quella della sussidiarietà contro l’indecoroso spettacolo di alcune zone romane, che soprattutto dopo le elezioni, sono state sommerse dai vari cartelloni “vota per…”. Ora la sussidiarietà si fa sentire anche su internet con il risultato di smuovere le amministrazioni per cercare cooperazione. Nel caso del parco archeologico di Centocelle, invece, i cittadini hanno indetto una manifestazione per sottolineare lo stato di abbandono in cui versa l’area.

Infine, è per sabato 17 aprile che è previsto il primo appuntamento per ripulire Trastevere da manifesti abusivi e scritte deturpatrici grazie ad una iniziativa del comitato “Vivere Trastevere”. Con il “favoriscono” del Comune di Roma e dell’ufficio decoro dell’Ama, che metterà a disposizione il materiale necessario per la pulizia del rione, i cittadini si impegneranno a "riprendersi" il proprio quartiere.

I cittadini come “assessori alle piccole cose”

E’ sorprendente l’elenco fin qui riportato, e si tratta soltanto di alcuni casi di cittadini attivi. Questo panorama di attività ci restituisce una immagine positiva degli stessi. Non tutti, infatti, si abbandonano semplicemente a sterili polemiche o lamentele, c’è chi agisce, chi non è spettatore ma protagonista della vita urbana, chi, con o senza il “favoriscono” delle amministrazioni, si arma della Costituzione facendola rivivere nel quotidiano. Ciò dovrebbe incentivare, altresì, le amministrazioni a collaborare, perché i costi per mantenere in buona salute le città potrebbero notevolmente diminuire con l’appoggio dei cittadini.

Non è in ballo solo l’articolo 118 della Costituzione, ma anche gli articoli 2, 3, 4 e i principi fondamentali della civiltà e del rispetto dei beni comuni. Il nostro viaggio nei casi e nelle esperienze più significative potrebbe essere il paradigma per l’adozione, da parte delle amministrazioni, di (micro)progetti a favore della cittadinanza attiva (vedi la coabitazione solidale per il recupero urbano, esempio di un’amministrazione virtuosa) e perché no, di una collaborazione sempre più stretta che applichi in toto l’articolo della sussidiarietà. E come amiamo ripetere, noi labsusiani, la sussidiarietà vive nelle piccole scelte quotidiane.

Sicuramente Labsus è propensa a dialogare ed intrecciare rapporti con tutte quelle amministrazioni virtuose e reti civiche che si mostrano inclini al modello circolare–sussidiario. Questo rappresenta l’obiettivo precipuo della nostra rivista che non intende lasciar cadere nel vuoto un principio costituzionale di tale portata “rivoluzionaria”.



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