Garantire una gestione efficiente della risorsa e di promuovere la diffusione di una cultura della sostenibilità
Unione europea

Se l ‘ acqua scarseggia, l’Europa non galleggia

La recente relazione dell ' AEA sulle risorse idriche in Europa

“Per quanto riguarda l’acqua, viviamo al di sopra delle nostre possibilità”. Questo è quanto emerge dalla relazione recentemente stilata dall’AEA (Agenzia europea dell’ambiente) sulle risorse idriche in Europa.

Agricoltura, industria, allevamento,uso domestico: sono molti e indispensabili i possibili impieghi dell’acqua. Dato l’utilizzo spesso indiscriminato che si è fatto della risorsa idrica, diventa oggi necessario impostare un sistema di controlli. Per anni si è agito nell’erronea convinzione che “bene comune”1 voglia dire “bene che posso utilizzare quanto e come mi pare”.

Non è così: l’acqua è una risorsa che, pur avendo i caratteri del bene pubblico, può essere “rivale nell’uso”; questo anche da un punto di vista intergenerazionale, nel senso che un utilizzo incontrollato del bene idrico può comportare la futura insufficienza della risorsa. È dunque necessario intervenire e spingere verso un suo uso razionale e sostenibile.

Il rischio di una situazione critica, legata alla disponibilità di acqua, non è infatti, ad oggi, così lontano. Non si tratta più di un discorso astratto, bensì di un problema concreto, che tutti gli Stati dovrebbero prepararsi ad affrontare, su un piano quanto più cooperativo possibile. È quanto emerge dalla recente relazione pubblicato dall’AEA e titolata “Water resources across Europe – confronting water scarcity and drought” (Risorse idriche in Europa – affrontare il problema della carenza idrica e della siccità). Tra le varie, la relazione ha evidenziato come l’uso della risorsa sia oggi insostenibile in molte parti d’Europa: anche al Nord è aumentato lo stress idrico, mentre al Sud continuano a sussistere i maggiori problemi dovuti alla carenza di acqua.

Alcune raccomandazioni

L’AEA propone alcune possibili soluzioni al problema e sottolinea, in particolare, l’inadeguatezza di un approccio basato sull’aumento del quantitativo di estrazioni. La strada da seguire, onde evitare la saturazione di ogni capacità residua, consiste, invece, nella limitazione della domanda e nell’aumento dell’efficienza nell’uso.

È nozione comune che la domanda sia inversamente correlata al prezzo. È perciò necessario, al fine di evitare un utilizzo spregiudicato e inopportuno della risorsa, legare questa a un livello tariffario che sia adeguato a garantirne la sostenibilità nel tempo. È quanto veniva introdotto già con la Water Framework Directive, direttiva n. 2/6/CE, che, all’articolo 9, imponeva appunto l’adozione di un sistema di tariffe cost-reflective, che garantisse il recupero dei costi del servizio offerto, compresi quelli ambientali e relativi alle risorse. Inoltre, detti prezzi avrebbero dovuto incentivare gli utenti ad un uso efficiente del bene acqua.

Viene, poi, proposta una differenziazione dei costi e delle tariffe a seconda dei settori (agricoltura, industria e famiglie). Questa dovrebbe basarsi su una specifica analisi economica e sul principio del “chi inquina paga”. Nel perseguimento dei medesimi obiettivi, risulta peraltro necessario istituire un processo di metering che leghi la tariffa all’effettivo consumo della risorsa, soprattutto nel settore agricolo.

La direttiva citata imponeva, poi, l’adozione di piani di gestione per tutti i bacini idrografici dell’UE entro e non oltre il 22 dicembre 29. Di fatto, al 1 Gennaio 21, molti Stati membri non si erano ancora conformati alla predetta normativa. Si tratta proprio di quei paesi in cui si prevedono i più elevati livelli di carenza idrica e siccità!

Non solo questione di tariffe

È bene precisare che, per ridurre i consumi, non è sufficiente agire dal solo lato tariffario. C’è bisogno di innescare i meccanismi della “sussidiarietà quotidiana2”, che inducano il cittadino ad adottare una gestione efficiente della risorsa, e per così dire “non egoistica”, tenendo conto dell’esigenza di uno sharing continuo, graduato per fasce di necessità, ed evitando, nel contempo, sprechi sia nell’uso sia nel canale distributivo. Ecco che andiamo a toccare un altro fattore fondamentale: non sono pochi i paesi in cui abbondano sprechi nel segmento della distribuzione, con perdite che, in Europa, arrivano a superare il 4% della fornitura totale. In Italia, l’ISTAT attesta un tasso di dispersione medio pari al 47% dell’acqua immessa nelle reti idriche, con picchi dell’8% in regioni come Puglia, Sardegna, Molise e Abruzzo3. È quindi assolutamente necessario incrementare il tasso di efficienza nel management del servizio. A tal fine, è importante stabilire un sistema di controlli, organi preposti al monitoraggio, multe, sanzioni ed incentivi. È poi possibile immaginare una struttura di sticks and carrots anche con riguardo ai consumatori, ad esempio attraverso sconti legati al risparmio idrico, sanzioni in caso di eccessivo consumo e tariffazioni a blocchi. Ancora, è importante instaurare una “cultura della sostenibilità”, attraverso misure di sensibilizzazione della popolazione, quali l’etichettatura e la certificazione ecologica e i programmi di educazione nelle scuole. È poi possibile creare incentivi per l’utilizzo di forniture alternative di acqua, quali le acque reflue trattate, le acque grigie e le acque piovane “raccolte”.

Un ambito in cui è necessario focalizzare l’intervento è, poi, l’agricoltura, soprattutto a causa del largo impiego di acqua in questo settore. Si tratta di un uso che, in tutta Europa, è stato stimato essere pari al 24%. La media è molto più alta in Europa meridionale, 6%, dove si registrano picchi addirittura dell’8%. A tal proposito, la relazione raccomanda di evitare colture bioenergetiche, che richiedono molta acqua, in zone caratterizzate da carenza idrica e di definire una combinazione di colture e metodi di irrigazione tali da migliorare l’efficienza idrica, immaginando eventualmente anche programmi di assistenza per gli agricoltori e utilizzando, a tal fine, i fondi nazionali ed europei, con un ruolo rilevante della PAC (Politica Agricola Comune).

Un ultimo elemento fondamentale consiste nel passare da una “gestione delle crisi” ad una “gestione del rischio” in modo da migliorare la capacità di adattamento e di risposta delle società a fenomeni di carenza idrica e di siccità. A tal fine, gli Stati membri devono (e molti hanno già cominciato a farlo) riferire sulla situazione dei loro bacini idrografici, individuando quelli colpiti da siccità,carenza idrica permanente o semi-permanente, degradazione del suolo e desertificazione. Del resto, l’adozione di piani di gestione per tutti i bacini idrografici veniva già decretata nella direttiva 2/6/CE, con l’obiettivo di fornire una più chiara panoramica degli interventi degli Stati membri nei rispettivi ambiti idrografici.

Il costo di una politica inefficiente di gestione delle risorse idriche può risultare altissimo (si pensi che la siccità che, nel 23, colpì l’Europa centro-meridionale causò – secondo le stime della società di riassicurazione Munich RE – danni pari a 12 miliardi di euro). Da qui, la necessità di garantire una gestione efficiente della risorsa e di promuovere la diffusione di una cultura della sostenibilità, attuata a tutti i livelli della società civile: dalle industrie all’agricoltura, dai cittadini al settore pubblico.

1. Si veda "L’acqua come bene comune", Christian Iaione, Labsus.org.
2. Si veda "La sussidiarietà quotidiana", Christian Iaione, Labsus.org.
3. Si veda l’indagine svolta dall’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva sui costi e la qualità del servizio idrico.



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