Tra accentramento e regionalizzazione sullo sfondo resta il tema delle risorse
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Servizio civile: idee per il rilancio

Le ipotesi di riforma del servizio civile

Sono giorni decisivi questi per il servizio civile, tra la pubblicazione delle graduatorie provvisorie dei progetti di quest’anno e la discussione in Senato di un progetto di legge proposto dal governo a cui i diversi enti del servizio civile tentano di dare il loro contributo di esperienza. Il dibattito è molto ampio e le posizioni sono spesso differenti.

Il problema principale è, senza dubbio, quello dei fondi messi a disposizione per la realizzazione dei progetti. I famosi tagli operati per il risanamento del bilancio pubblico hanno, infatti, colpito ripetutamente le risorse stanziate per il servizio civile che per il 211 saranno di 125 milioni di euro, a fronte dei 17 dello scorso anno. I numeri sono abbastanza evidenti anche se si raffrontano i dati riguardanti i giovani che hanno usufruito di questa opportunità, circa 44mila nel 27, scesi a 25mila nel 21 e con una proiezione di soli 15mila per l’anno prossimo.

Sulla base di queste premesse è normale che le discussioni più accese di questi giorni si concentrino principalmente sul tema delle risorse. La riforma del sottosegretario Giovanardi punta ad una compartecipazione ai costi delle regioni, dei comuni, degli enti e delle fondazioni, cosa che tra l’altro era già prevista dalla legge istitutiva del servizio civile ma, fin qui, con scarsi risultati.

Le proposte del Cnesc, Conferenza nazionale enti servizio civile, oltre a concordare con questo punto, mirano ad ampliare il finanziamento anche ai privati e soprattutto ad una programmazione partecipata triennale tra istituzioni statali, regionali e il privato sociale con un contingente minimo annuo di almeno 4mila giovani. La posizione del Cnesc è in linea con il disegno di legge Giovanardi nel concepire il carattere nazionale del servizio civile, e in tal senso propone il mantenimento del solo albo nazionale degli enti, all’interno del quale dovrebbero esserci le graduatorie regionali.

Una proposta diversa è invece quella degli enti locali del nord e di alcune organizzazioni no profit che spingono per una regionalizzazione del servizio civile e che, in tal senso, si sono fatti promotori dell’iniziativa “Per la rinascita del servizio civile”. In realtà, non si tratterebbe di esperienze del tutto nuove, alcune regioni, come l’Emilia Romagna per esempio, hanno già utilizzato dei fondi per programmare un proprio servizio civile, di grande utilità sociale ma autonomo da quello nazionale. La richiesta in questo caso è di trasferire la materia riguardante l’organizzazione e il finanziamento dei progetti nelle competenze delle regioni in modo da garantire una maggiore efficienza sul territorio.

Si pone l’accento in questo caso sulle disparità che esistono tra nord e sud. Lo stesso Giovanardi, infatti, ha sottolineato come la distribuzione territoriale risulti più carente al nord e, pertanto, il disegno di legge propone la mobilità interregionale da attivare in caso di carenze di domande. Gli enti pro regionalizzazione mettono in luce, invece, come certi dati siano il frutto di una politica seguita dalle istituzioni centrali che avrebbe favorito nel sud del paese iniziative legate al clientelismo o avrebbe addirittura trasformato il servizio civile in una sorta di salariato sociale. Dalla loro parte hanno degli esempi clamorosi in tal senso. Basti pensare che nelle regioni del nord il criterio medio utilizzato è stato di 1 volontario ogni 3 abitanti, in Sicilia esistono casi di 1 volontario ogni 1 mentre in Calabria è stato approvato un progetto di 3 volontari per un paese con 5 abitanti. Per non parlare dei bandi speciali per la Campania i cui risultati restano oscuri.

Altro punto di dibattito è il tema degli orari e della durata. La riforma prevede, infatti, l’introduzione di un principio di flessibilità degli orari, tra le 2 e le 36 ore settimanali, invece delle 35 ore attuali con un compenso proporzionato al lavoro svolto. Si pensa, inoltre, alla possibilità di ridurre la durata da 12 a 9 mesi. Il rischio, che gli enti sottolineano, è che l’esperienza perda di significato perché il contributo dato dai giovani diventerebbe limitato.

La riforma, quindi, se da un lato appare necessaria, per indirizzare il servizio civile verso una sua programmazione e gestione più efficiente sia rispetto ai costi sia rispetto ai risultati, dall’altro dovrà commisurare queste esigenze con lo spirito solidaristico che è alla base di questa esperienza. E’ importante, sotto questo punto di vista, che la discussione alle camere sia aperta ai contributi non solo delle regioni, dei comuni e degli enti locali ma, anche, alle proposte di tutte quelle organizzazioni che poi attivamente coi loro progetti sul territorio rappresentano la spina dorsale del servizio civile nazionale.

Se è vero, quindi, che una riforma è necessaria è anche vero che questa non può non dipendere da una proficua collaborazione tra istituzioni pubbliche e società civile.



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