La Big Society rappresenta un grande cambiamento culturale
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La sfida di Cameron

Una grande riforma nella società britannica

A luglio il primo ministro inglese David Cameron ha lanciato il progetto di una grande riforma sociale, sintetizzata nello slogan Big Society. L’idea cardine è quella di ridurre la presenza dello Stato nella società, stimolando la partecipazione dei cittadini alla gestione dei servizi pubblici essenziali.

Si tratta di un grande cambiamento culturale per permettere alle persone, nella vita di tutti i giorni, nei quartieri, nei posti di lavoro, senza rivolgersi ad autorità locali o governi centrali, di trovare autonomamente risposte ai loro problemi. Il governo inglese vuole sostenere una nuova cultura del volontariato e dell’azione sociale, aprendo il servizio pubblico a nuovi operatori come fondazioni, imprese sociali, aziende private e, di conseguenza, responsabilizzando i cittadini.

I cittadini verranno coinvolti in varie forme di partecipazione per la gestione di vari servizi pubblici, come i trasporti, la raccolta dei rifiuti, la conservazione di parchi e musei: gruppi di volontari e associazioni private sostituiranno gradualmente gli enti locali. La riforma di Cameron, che Labsus ha già avuto modo di approfondire recentemente, verrebbe realizzata attraverso la decentralizzazione, la trasparenza e il finanziamento di iniziative che abbiano la loro origine nella società stessa. Attraverso la creazione di una Big Society Bank, in cui andranno a riversarsi i soldi dei conti bancari “dormienti”, cioè lasciati inattivi da almeno quindici anni, si finanzierebbero imprese sociali e gruppi di volontariato.

Big Society e sussidiarietà

Confrontando la Big Society con quanto stabilito dall’articolo 118, ultimo comma, della nostra Costituzione in tema di sussidiarietà orizzontale, possiamo trovarvi punti di contatto. Anche in Italia sono frequenti esperienze simili a quelle promosse da Cameron nel settore dell’edilizia, dei beni comuni, dell’attivismo sociale; esperienze che sanciscono una stretta cooperazione tra istituzioni e cittadini per sviluppare un differente modo di amministrare e di interpretare la cittadinanza. Poche settimane fa, il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, ha rilanciato l’idea di un incrocio tra la sussidiarietà verticale e quella orizzontale, coniugando federalismo fiscale e nuovi modelli sociali sussidiari. Meno Stato, più società: un modello che comporta lo spostamento del potere dal centro alla periferia, dal pubblico verso le persone, le famiglie, le forme associative, prodotte in un paese dalla straordinaria tradizione di esperienze comunitarie.

Si può affermare con certezza che la sussidiarietà si fonda su una nuova “cultura della cittadinanza”, nella quale sembrano convergere i punti chiave della riforma inglese di Cameron. La sussidiarietà orizzontale ha bisogno di essere tradotta in contenuti, pratiche quotidiane, innovative visioni del mondo e dell’agire politico, in una nuova progettualità sociale, che troppe volte la classe politica italiana sembra aver trascurato.

Il punto di partenza deve essere rappresentato dall’idea che fra lo Stato e i cittadini, singoli o associati, si possa stabilire una forma di cooperazione, che in nessun caso implica la sostituzione dello Stato con la società civile.



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