Le proposte uscite dal seminario: sussidiarietà e rafforzamento della rete locale
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Proposte per il Forum Terzo settore

Dal seminario: la necessità di un "salto di qualità "

Venerdì primo ottobre si è svolto a Roma il seminario “Per un forum del terzo settore più autorevole, incisivo, rappresentativo" presso il Centro Congressi in via Cavour. I partecipanti hanno proposto diverse soluzioni per affrontare la questione della governance del Forum. La sussidiarietà potrebbe essere la strada da percorrere.

Il Convegno è stato organizzato da Auser, Cnca e MoVi con la partecipazione dei presidenti nazionali delle associazioni di volontariato, di promozione sociale, della cooperazione e i rappresentanti del mondo del non profit. Il seminario si è aperto con una domanda, posta da Franco Bagnarol presidente del MoVi: “Da dove nasce l’idea del seminario?” Si tratta di riflettere sul ruolo che oggi riveste il Forum, capire la governance perché la realtà politica e sociale è cambiata.

Gli interventi e le proposte

Lucio Babolin, presidente Cnca, ha posto in risalto la questione della crisi della politica che sta disinvestendo economicamente e culturalmente fino ad “azzerare le risorse per il Terzo settore e le organizzazioni locali”. Bisogna uscire dal pantano, questo il monito. Babolin ricorda che già nel 28 nei Documenti del Forum si era posta la questione del ruolo più incisivo del Forum nell’ambito delle istituzioni coinvolgendo di più i cittadini per una Welfare society. Il Forum ha bisogno di assumere un atteggiamento di coerenza recuperando la dimensione sociale. Babolin spiega che bisogna riacquistare la capacità di individuare delle realtà di contenuto con un ruolo sussidiario collaborando e contrattando con le istituzioni. “Non c’è nessuna intenzione di mettere in discussione il Forum – prosegue Babolin – ma deve essere coerente rispetto alle strategie che mette in campo”.

Michele Mangano, Auser

E’ intervenuto anche Michele Mangano, presidente Auser, che ha rimarcato il problema dell’attuale crisi economica e culturale e il dilagare di un “consumismo gretto ed egoistico”. Fino ad ora la politica sociale ha coinciso semplicemente con il contenimento del debito senza incentivare la crescita; la soluzione è stata quella della privatizzazione dei servizi ed il terzo settore è stato visto come un soggetto subalterno.
Alla domanda “Si può dire che il Forum è un soggetto autorevole e riconosciuto?” Mangano risponde ricordando due uscite ufficiali del Forum in presenza delle istituzioni: CNEL e la Conferenza sull’associazionismo, in cui si è registrato un timoroso ascolto da parte delle istituzioni governative e delle organizzazioni regionali del Forum. Il punto è che “Il Forum vive al di sotto delle sue possibilità, è necessaria una strategia di interlocuzione politica” rimarca Mangano. Si pensi al “divario vistoso tra la consistenza, il ruolo, le potenzialità del Terzo Settore e il peso della sua organizzazione di rappresentanza: contribuisce per l’1,6 per cento alla formazione del Pil, assorbe il 3,5 per cento dell’occupazione, raccoglie adesioni presso il 23,1 per cento della popolazione italiana, contro il 12,1 dei sindacati e il 3,8 dei partiti ma lamenta una costante compressione degli spazi di partecipazione e di dialogo con le istituzioni”.

Non si tratta solo di ripensare all’organizzazione del Forum ma secondo altri vi è anche una crisi di valori etici in atto; c’è la necessità di una programmazione partecipata per rappresentare i bisogni sociali (ad esempio dare il via ad iniziative di mobilitazione indipendenti dalle istituzioni). Un altro problema del Forum è la mancanza di reciproco ascolto tra le organizzazioni; si registrano “prese di posizione improduttive contro una sintesi comune”. Bisogna recuperare l’identità nazionale del Forum. La frantumazione della rappresentanza, l’autonomia delle organizzazioni che si sganciano dal Forum è il vero punto di discussione. Le organizzazioni regionali sembrano non essere sufficientemente rappresentate all’interno del Forum, sarebbe opportuno allargare la base associativa con tutti i rischi che ciò comporta. Il rischio è quello di mettere in discussione la leadership delle grandi organizzazioni, “ma se si vuole una democrazia rappresentativa è un rischio da prendere in considerazione”, chiarisce Mangano. Le identità culturali diverse devono contaminarsi per giungere a proposte ed iniziative comuni.

Tre sono i terreni di confronto sui quali le identità culturali presenti nel Forum possono confrontarsi: l’interpretazione della crisi economico-finanziaria, cioè porsi delle domande sul futuro del capitalismo; l’antropologia relazionale “che lega la formazione delle identità personali alle interazioni sociali di cui partecipano” e, infine, l’idea di sussidiarietà che deve essere intesa come complementarietà all’intervento pubblico ma che può significare tante cose “può alludere a una visione organicistica della società o suggerire un’organizzazione sociale più aperta e più dinamica”.

Giovanni Moro, Fondaca

Giovanni Moro
presidente di Fondaca e membro del Comitato scientifico di Labsus ha introdotto il tema della rappresentanza. Nella comunità internazionale, spiega il presidente di Fondaca, le organizzazioni civiche sono denominate “organizzazioni ombrello”; il problema che queste presentano è che tendono a diventare dei soggetti a se stanti; non sono più associazioni di secondo grado che rappresentano i cittadini: un esempio è il National Council for Voluntary Organisations (NCVO) in Gran Bretagna. C’è il bisogno di maggiore accountability, maggiore responsabilità per “rendere conto a qualcuno di ciò che si fa”. La rappresentanza va intesa sia come “parlare a nome di qualcuno” che “agire per conto di qualcuno”, rendere presente chi è assente. Il problema generale della rappresentanza è la scarsa partecipazione elettorale, lo scarso potere dei parlamenti. Nel mondo dell’associazionismo, invece, quali sono i problemi? Si parla di tre componenti della rappresentanza: a) rappresentanza diretta, dei soggetti, b) rappresentanza delle organizzazioni, rappresentanza di secondo grado e c) rappresentanza interna. Moro spiega che molti studiosi ritengono che se i cittadini si organizzano nella vita pubblica non si dovrebbe parlare di rappresentanza. Impossibile ma vero. Le organizzazioni di cittadini, infatti, svolgono anche un ruolo di rappresentanza, danno voce ai soggetti marginali o non presenti (come le comunità del terzo mondo) ed agiscono anche per conto degli stessi, definiscono politiche e accordi. Le organizzazioni civiche rappresentano anche larghi settori della società come i consumatori, i portatori di malattie rare, carcerati ma rappresentano anche chi non c’è ancora: le generazioni future (ad esempio questo lo fanno le associazioni ambientaliste).

Quali sono le critiche mosse, allora? Spesso le organizzazioni civiche vengono tacciate di rappresentare “voci estreme” e non il cittadino, di sovra-rappresentare i forti rispetto ai deboli, di scarsa accountability, di rappresentare i propri interessi e di privilegiare la professionalizzazione rispetto all’inclusione, spiega Moro. La vera questione è che spesso non sono chiari i criteri di rappresentanza dei cittadini ma prevalgono dei “criteri ombra”, un tipo di rappresentanza informale.

E’ un problema che riguarda tutti e tre i tipi di rappresentanza. Le organizzazioni civiche sembrano vivere il paradosso che Moro definisce del “brutto anatroccolo”: vale a dire che spesso tendono a paragonarsi a qualcun’altro, vogliono imitare ad esempio il modello corporativista sindacale. Moro conclude dicendo che è necessario passare dalla “rappresentanza alla rilevanza”, le organizzazioni non devono essere rappresentative in sé ma rilevanti. “Passare da soggetti associativi a infrastruttura" (termine che nel mondo anglosassone è preferito ad organizzazioni ombrello): far emergere la natura anomala e il carattere innovativo delle organizzazioni civiche che contribuiscono alla democrazia. Queste devono svolgere una funzione di servizio, vale a dire mettere in comunicazione in senso verticale e orizzontale cittadini e istituzioni. Insomma trasformarsi “da brutto anatroccolo a cigno” commenta ironicamente Moro.

Gregorio Arena, Labsus

A seguire Gregorio Arena, presidente di Labsus, parla di “Sussidiarietà presa sul serio”. “La sussidiarietà non deve essere qualcosa cui tributare una sorta di lip service, un mero omaggio formale, ma bisogna capire concretamente cosa si intende per sussidiarietà e poi realizzarla”, esordisce Arena. Deve essere la piattaforma, il terreno di incontro di tutti i soggetti del volontariato per la cura dei beni comuni, come è spiegato nel libro “Il valore aggiunto, come la sussidiarietà può salvare l’Italia” di Arena – Cotturri, in libreria dal 14 ottobre. Arena per illustrare il significato di sussidiarietà fa riferimento a due encicliche papali (la Quadragesimo Anno del 1931 di Pio XI e Caritas in veritate del 29 di Benedetto XVI) e alla Costituzione italiana.

La sussidiarietà affonda le sue radici nella dottrina sociale della Chiesa. Nel 1931 con l’enciclica Quadragesimo anno la Chiesa si è scagliata contro lo Stato liberale per difendere le organizzazioni intermedie. Ha rivendicato la superiorità della società naturale contro lo Stato le cui organizzazioni sono considerate secondarie e successive a quelle naturali di cui la Chiesa si pone al vertice. Qui il principio di sussidiarietà è inteso in modo diverso da come lo si intende oggi nella Costituzione, la sua affermazione nasce da un’esigenza storica contingente. Nella Caritas in veritate, invece, non si sviluppa l’idea antagonista della sussidiarietà ma piuttosto una visione personalista. E non è un caso che l’idea della centralità della persona sia uno dei quei principi fondamentali della Costituzione (art. 3 Cost.). La sussidiarietà dunque nella Caritas in veritate viene intesa come libertà, aiuto alla persona attraverso l’autonomia dei corpi intermedi. La sussidiarietà viene definita dall’Enciclica il "miglior antidoto" contro l’assistenzialismo paternalista. In questa prospettiva i soggetti pubblici non devono ritrarsi ma collaborare con i cittadini per la cura del bene comune. L’enciclica di Benedetto XVI si avvicina dunque moltissimo all’idea di sussidiarietà contenuta nell’art. 118 ultimo comma della Costituzione, in cui si afferma appunto che i soggetti pubblici devono favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini per lo svolgimento di attività di interesse generale. E l’interesse generale corrisponde al bene comune.

“Sono nell’interesse generale le attività delle cittadine, dei cittadini e delle imprese volte alla produzione, cura e valorizzazione dei beni comuni, realizzate senza fini di lucro nel rispetto dei principi di solidarietà, responsabilità, uguaglianza e legalità", come afferma il punto 5 della Carta della sussidiarietà. Sono beni comuni quei beni, materiali ed immateriali, il cui arricchimento arricchisce tutti ed il cui impoverimento impoverisce tutti, ribadisce Arena. Il problema è che finora i beni comuni sono stati considerati soprattutto come beni da depredare, invece bisogna prendersene cura, creare capitale sociale, dare fiducia, creare spazi alternativi di partecipazione. Conclude Arena “Le potenzialità della sussidiarietà dovrebbero essere naturalmente comprese nel mondo del volontariato, per le sue stesse caratteristiche. Ma se il mondo del volontariato non prende sul serio la sussidiarietà, chi altri lo farà?".

Giuseppe Cotturri

L’ultimo intervento, in ordine di tempo, è quello di Giuseppe Cotturri docente di sociologia politica all’Università di Bari e membro del comitato scientifico di Labsus. Cotturri ha affrontato il tema del rapporto tra Terzo settore e sistema politico. Partendo dal documento del Forum del Terzo settore che costituisce un momento di riflessione, bisogna capire il rapporto esistente tra cittadinanza attiva e politica. Il sistema storico di rappresentanza politica si è basato sul sistema delega-voto, un sistema di riduzione della complessità. E’ prevalso un criterio monistico con la riduzione dei cittadini ad un ruolo subalterno in attesa di risposte dalle amministrazioni. La sussidiarietà, invece, prospetta un sistema di decentramento dello Stato, prevale il criterio della “prossimità”, delle istituzioni vicine ai cittadini. Non più un sistema gerarchico verticalizzato ma un sistema della pluralizzazione e differenziazione con l’intervento dei cittadini anche dal “lato dell’offerta" in un certo senso. Il castello politico tradizionale barcolla. Il sistema che si sviluppa con la sussidiarietà è un allargamento delle risorse verso i beni comuni, commenta Cotturri. “Si sta formando una democrazia mista/duale con principi diversi che si combinano tra di loro”. Il modello politico tradizionale di rappresentanza basato su blocchi di consenso va superato. Il collateralismo politico che pretende di controllare la domanda sociale verso i partiti stessi va superato. I partiti hanno cercato di controllare le varie organizzazioni civiche, di spartirsele ma il merito del Terzo settore è stato quello di resistere; si è mostrato impermeabile a tentativi di affiliazione politica.

Il capitale sociale è la vera risorsa da sviluppare, ma come si forma? La responsabilità delle istituzioni è quella di creare delle opportunità affinché i cittadini si organizzino. Un esempio di Regione “virtuosa” in questo senso è la Puglia, sottolinea Cotturri. In conclusione Cotturri invita a riflettere su tre punti: a) sviluppare politiche per i beni pubblici, b) creare capitale sociale, e c) dare il via ad un’infrastrutturazione sociale abbandonando il dirigismo politico per ragionare su una piattaforma comune per un patto di sussidiarietà.

Sono intervenuti anche Gianni Palumbo, responsabile Forum terzo settore Lazio che ha sottolineato la necessità di una rappresentanza che non può passare solo attraverso la partecipazione ma per la quale deve scendere in campo anche l’impresa, Marco Granelli presidente Csvnet, Cecilia Carmassi responsabile Terzo settore della Segreteria del PD, Achille Saletti presidente di Saman, Maurizio Mummolo direttore del Forum terzo settore, Paolo Beni dell’Arci, e ancora il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, solo per citare alcuni dei molti intervenuti.

Bisogna in sostanza uscire dalla visione assistenzialistica del Terzo settore e capire gli strumenti e le risorse a disposizione per poter operare concretamente, senza indebolire i diritti di cittadinanza che anche la politica ha il dovere di garantire.



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